Giugno 26, 2026 morenomaugliani

Storia di un topo con lo smartphone

un uomo intrappolato in una gabbia trasparente con un telefono in mano.

È una mattina di dicembre, anno 1930. Burrhus Skinner entra nel laboratorio dell’Università di Harvard. Accende le luci e i macchinari, poi si avvicina a uno dei suoi ultimi prototipi: la Skinner Box. Si assicura che le pareti siano perfettamente sigillate per evitare qualsiasi interferenza dal mondo esterno, poi controlla la leva. Sarebbe scattata con una pressione minima di appena 10 grammi: un leggero tocco, quasi impercettibile.

Collegato alla scatola c’è il registratore cumulativo. Ogni volta che la leva verrà premuta, un pennino traccerà un piccolo gradino verticale su un rotolo di carta, creando un grafico del comportamento in tempo reale. Skinner inserisce l’inchiostro, solleva il topo prescelto dalla sua gabbia e lo introduce nella scatola. L’esperimento ha inizio.

Il topo ispeziona il nuovo ambiente. Annusa gli angoli, si alza sulle zampe posteriori, studia lo spazio limitato. Nessun pericolo apparente, ma nessun segno di cibo. Dopo un quarto d’ora nota quella strana leva. Si avvicina, la sfiora, ci sale sopra con il peso del corpo. Un rumore improvviso di scatto metallico. Pericolo. Fuga. Poi si volta a guardare: è comparsa una crocchetta. Si avvicina sospettoso e, quando si sente al sicuro, consuma la sua gratificazione.

Ricomincia l’ispezione. Dopo circa 20 minuti urta di nuovo la leva. Questa scatta come prima, ma il topo si spaventa meno e mangia più velocemente. Al terzo o quarto tocco, la mente della cavia stringe il legame associativo: leva uguale ricompensa. Il topo si posiziona stabilmente davanti alla leva, quasi immobile, e inizia a premerla ripetutamente. Il tempo tra una pressione e l’altra scende drasticamente da 20 minuti a pochi secondi. Skinner osserva la traccia del pennino: una linea ripida, verticale, continua. L’apprendimento è avvenuto.

Poi, di sabato, accade l’imprevisto. Skinner si accorge che le scorte di cibo nel laboratorio stanno terminando. Non volendo interrompere l’esperimento, decide di cambiare il meccanismo. Modifica la scatola affinché la leva non rilasci più il cibo a ogni singolo tocco, e nemmeno a intervalli di tempo regolari. Imposta quello che diventerà noto come rinforzo a rapporto variabile: la leva distribuirà cibo in modo del tutto imprevedibile e casuale. Una volta dopo 3 pressioni, una volta dopo 20, una volta dopo 2, poi più nulla per un bel pezzo.

Il lunedì successivo, Skinner entra in laboratorio aspettandosi di trovare il topo scoraggiato e la linea del grafico piatta, segno dell’estinzione del comportamento. E invece, i dati dicono tutt’altro.

La casualità ha generato la follia. Non sapendo quale pressione sarà quella fortunata, il topo non riesce più a staccarsi dalla leva. Non lo fa più per fame: lo fa per l’eccitazione della possibilità. Ogni tentativo a vuoto, ogni “schermo nero”, non fa che aumentare l’ansia e il valore della ricompensa successiva. Skinner registra un comportamento totalmente compulsivo ed ossessivo. Il pennino sul rullo di carta impazzisce, tracciando una linea verticale infinita.

Skinner spegne le luci del laboratorio e torna a casa, lasciando la cavia da sola nell’oscurità. Il topo resta lì, ipnotizzato dal riflesso metallico della sua scatola, a muovere convulsamente e senza sosta lo stesso arto, isolato dal resto del mondo, intrappolato nel ciclo infinito di una promessa casuale.

Quella scatola, oggi, è diventata virtuale. È l’Algoritmo.

C’è una tragica ironia in questo: se potessimo viaggiare indietro nel tempo, nella Baghdad del IX secolo, troveremmo un matematico persiano, al-Khwarizmi. Quando inventò le regole matematiche che oggi portano il suo nome latinizzato — Algorismus, l’algoritmo — lo fece con un sogno visionario: usare la logica pura per liberare l’umanità dal peso dei calcoli complessi, regalando all’uomo tempo per vivere.

Oggi l’algoritmo non risolve equazioni per noi; studia le nostre fragilità biologiche. Calcola il millisecondo esatto in cui la nostra attenzione sta per cedere e, proprio in quel momento, rilascia una nuova notifica, un video assurdo, un post indignato. Pensaci quando ti ritrovi un’ora a scrollare reels.

L’algoritmo contemporaneo è semplicemente un Burrhus Skinner infinitamente più potente, invisibile e cinico, che ha sostituito le crocchette di cibo con i pixel. E che ha trasformato il mondo intero nella sua gabbia. Una gabbia così grande da sembrare invisibile.

E dimmi un po’, tu che modello di Skinner Box hai?

  • Storia di un topo con lo smartphone

    È una mattina di dicembre, anno 1930. Burrhus Skinner entra nel laboratorio dell’Università di Harvard. Accende le luci e i macchinari, poi si avvicina a uno dei suoi ultimi prototipi: la Skinner Box. Si assicura che le pareti siano perfettamente sigillate per evitare qualsiasi interferenza dal mondo esterno, poi controlla la leva. Sarebbe scattata con…


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