Maggio 9, 2026 morenomaugliani

Note di percorso – Settimana 18: La profondità come alternativa alla velocità

scrivania di uno studioso con libri, quaderni, penne, occhiali, tablet e caffè

Non sei tu che scegli i libri, ma i libri che scelgono te.

Ho sentito nominare Stoner, di John Williams, da un collega durante una giornata di studio. Ne avevo ascoltato l’inizio come audiolibro. In quel preciso momento, sapevo che dovevo leggerlo. Sentivo chiaramente che sapevo che era il momento giusto. Ero pronto a ricevere cosa aveva da insegnarmi. L’ultima volta che ho avuto una sensazione del genere, è stata con il Il lupo della steppa, di Hesse, ormai quasi 20 anni fa. Allora non sapevo neanche chi fosse Hesse e non sapevo cosa aspettarmi da un titolo del genere. Eppure posso affermare che allora quel libro mi salvò la vita.

Il potere della letteratura è quello di essere universale. Parla a tutti e ognuno ne trae gli insegnamenti di cui ha bisogno in quel momento. E la cosa bella è che Williams è riuscito a toccare temi profondissimi con la leggerezza di un testo che si legge facilmente. Il suo show don’t tell è magistrale. Un paio di esempi:

Non pensava spesso alla sua età, né rimpiangeva lo scorrere degli anni, ma quando si guardava allo specchio o scorgeva la sua immagine riflessa in una delle porte a vetri della Jesse Hall, riconosceva i cambiamenti del suo viso con un lieve sconcerto.

Oppure:

A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine, ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra.

Rileggete queste frasi e lasciate che facciano il loro lavoro.

Oltre a insights e realizzazioni personali, questo libro mi ha ricordato che esiste un’alternativa alla velocità con la quale ci siamo abituati a (credere di dover) vivere.
La “normalità” della vita di Stoner mi ha ricordato la sacralità del tempo che abbiamo a disposizione e di come lo insozziamo con la dopamina a cui ci siamo ormai assuefatti.

Ho iniziato Le città invisibili di Italo Calvino. Anche qui, il libro ha trovato me, non viceversa. Sono entrato spesso nell’orbita di Calvino, senza penetrare mai nella sua atmosfera.
Leggendo la sua biografia mi sono ricordato dell’intervista che gli fece Alberto Sinigaglia nel 1981, quattro anni prima della sua morte. Sinigaglia gli chiese quali fossero le sue “tre chiavi per il Duemila”. Calvino rispose:

  1. Imparare poesie a memoria. “Da bambini, da giovani e anche da vecchi, perché quelle fanno compagnia. Poi lo sviluppo della memoria è molto importante.”
  2. Fare calcoli a mano. Delle divisioni, estrazioni di radici quadrate. “Combattere l’astrattezza del linguaggio che oramai ci viene imposto con delle cose molto precise.”

Vivere sapendo che tutto da un momento all’altro tutto quello che abbiamo può sparire in una nuvola di fumo.

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“Combattere l’astrattezza del linguaggio” ha continuato a risuonarmi dentro tutta la settimana. Insieme ad un dettaglio dell’intervista. Quando Sinigaglia gli pone la domanda, Calvino si mette a pensare. Si prende il suo tempo, con gli occhi che gli guizzano da una parte all’altra, tanto che sembra non aver capito la domanda. È una cosa impensabile con i tempi televisivi di oggi.

Ora, come allora, è possibile vivere preferendo la profondità alla velocità.

John Keats, citato in Stoner, scrive:

“Bellezza è verità, e verità è bellezza; questo è tutto quello che sapete, quello che dovete sapere.”

Questo è ciò che dobbiamo cercare. E per trovarlo bisogna rallentare, perché è nel silenzio della contemplazione che si annida la Bellezza.

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