Dicono che crescere, in fondo, non sia altro che un lungo viaggio per tornare a essere chi eravamo da bambini. Avete presente quando rivedete un amico d’infanzia dopo anni e sembra che vi siate lasciati ieri? Ecco, ritrovare sé stessi è un processo simile: un lavoro di “esfoliazione” per lasciar andare le maschere e i miti che accettiamo solo per sentirci parte del branco.
Rimanere bambini per restare vivi
Sertillanges diceva che la garanzia di un bravo studioso è la sua capacità di rimanere bambino. È quel misto di curiosità, immaginazione e capacità di meravigliarsi davanti al mistero che ci salva dal diventare aridi. Forse la chiave per una vita meno venale e più spirituale è proprio questa: non sacrificare la magia del mondo sull’altare di una felicità che non raggiungeremo mai correndo.
In questi giorni riflettevo su quanto sia potente leggere le biografie dei grandi personaggi. Non è solo curiosità: è un modo per nutrire la nostra immaginazione. Vedere come altri hanno affrontato sfide giganti ci permette di “visualizzare” nuove strade per noi. È come circondarsi di amici saggi da cui imparare abitudini sane.
Un esercizio pratico che sto facendo: cercare personaggi storici che risuonano con la mia personalità e dedicarci un periodo di studio focalizzato (magari sei mesi). E no, non significa leggere un solo libro alla volta: in questo articolo spiego le tecniche di lettura efficace che uso per gestire più testi contemporaneamente.
L’arte come via di fuga e di contatto
Goethe mi ha ricordato una cosa bellissima: “Per sfuggire al mondo, non c’è mezzo più sicuro dell’arte; e niente è meglio dell’arte per tenersi in contatto col mondo”. L’artista, come spiega anche Heidegger, ha il dono di tradurre l’immateriale in qualcosa di reale. Ne abbiamo bisogno sempre, nel dolore più profondo come nella gioia più grande, perché ci permette di allontanarci dal caos quotidiano senza però perdere il contatto con l’essenza delle cose.
Gli scacchi e le attività “senza scopo”
Tutto questo mi ha riportato al concetto di attività ateliche: quelle cose che facciamo non per raggiungere un traguardo finale, ma per il piacere del processo stesso. Il mio studio degli scacchi è esattamente questo. Seguendo il manuale My System di Nimzovitsch e analizzando partite al circolo, so bene che non diventerò mai un campione mondiale. Eppure, sto imparando tantissimo su questa arte e, soprattutto, su lati del mio carattere che altrimenti resterebbero nascosti. È la mia palestra di consapevolezza.
A proposito, ho visto su Netflix il documentario su Judit Polgár, Queen of Chess. Ve lo consiglio. Mi ha fatto riflettere su quanto siamo veloci a giudicare altre culture, dimenticando che fino a pochi decenni fa anche da noi si pensava che le donne “semplicemente non fossero in grado” di giocare a scacchi. La sua storia è frutto di un esperimento educativo del padre: dimostrare che il genio si può costruire con il metodo giusto. Mi ha lasciato con una domanda aperta: quanto siamo disposti a “dedicare” della nostra vita per eccellere in qualcosa?
Disintossicare l’attenzione
Per riuscire a vivere tutto questo – la meraviglia, lo studio, l’arte – serve però una mente lucida. Questa settimana ho messo in ordine gli appunti sulla masterclass di Anna Lembke e ne è uscito un post molto pratico su come gestire la nostra “Dopamine Nation” e la dipendenza digitale.
Leggilo qui: Dopamine Nation: Guida pratica alla disintossicazione digitale
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