Gennaio 20, 2026 morenomaugliani

Ho trovato la chiave della speranza in un opuscolo di paese

Ed è l'esatto opposto di quello che credi.

Spes seduta sul trono

Siamo abituati a cercare la speranza nei grandi cambiamenti, nei nuovi inizi o nelle risposte degli esperti. Io l’ho trovata in un opuscolo della chiesa protestante qui in paese. Sfogliandolo sono stato colpito da questa frase: “La speranza inizia non dalle risposte, ma dall’attenzione”.

È una frase profondamente controtendenza. Viviamo in un’epoca che ci bombarda di risposte preconfezionate, tutorial per ogni problema e soluzioni veloci. Eppure, nonostante questa abbondanza di istruzioni per l’uso, la speranza sembra scarseggiare. Perché?

La trappola del “tutto è possibile”

Il filosofo (e futuro papa) Joseph Ratzinger, già nel 1968, aveva individuato un problema che spiega perfettamente il nostro malessere moderno. Un tempo credevamo che la verità fosse qualcosa da contemplare, una realtà solida in cui siamo immersi: Verum est ens, la verità è l’essere, in tutta la sua complessità.

Con il tempo, invece, siamo passati alla concezione che sia vero solo ciò che possiamo produrre: Verum quia factum, la verità è ciò che è fatto. Infine, la mentalità tecnica ha trovato terreno fertile e ci ha convinti che la verità risieda nel “Verum quia faciendum”: la verità è in ciò che è possibile fare, riprodurre, manipolare e quindi spiegare.

Siamo passati dal guardare il mondo come un dono, al guardarlo come un cantiere infinito di cui ci sentiamo unici proprietari e costruttori. Questa è la trappola del fare: l’illusione che tutto sia possibile e che, di conseguenza, tutto debba essere fatto. Se puoi farlo, devi farlo. Questa corsa all’efficienza continua ci toglie il respiro e, paradossalmente, ci ruba la speranza. Il nostro nuovo mantra è diventato: “(Ri)Produco, quindi sono”.

Perché preferiamo i social alle grandi domande?

L’attenzione è la chiave per capire chi siamo, ma è terribilmente faticosa. È per questo che è così facile perdersi per tre ore a guardare reels. Non è semplice pigrizia; è una strategia di fuga.

Fermarsi a guardare la realtà richiede coraggio, perché solleva domande enormi. I Greci chiamavano questa sensazione “Thauma”: uno stupore che è anche un po’ terrore, la vertigine che proviamo davanti all’infinito. Il poeta e filosofo David Whyte ci ricorda che l’essere umano non è altro che l’incontro tra ciò che crede di essere e ciò che gli è ancora sconosciuto.

Per non sentire questo corto circuito interiore, preferiamo la distrazione. Ma così facendo, rimaniamo intrappolati in quello che Platone definiva il “non-essere”: per ogni singolo modo di essere realmente, esistono infatti infiniti modi di non-essere.

Guardare oltre ciò che si tocca

Essendo convinti che il “vero” sia solo ciò che è tecnicamente riproducibile o razionalmente spiegabile, cadiamo nell’errore — se ci pensate, piuttosto grossolano — di credere che il reale sia solo ciò che possiamo misurare, replicare o comprare. Basterebbe già la fisica quantistica ad evidenziare questo errore.

Lev Tolstoj ci ricorda qualcosa di rivoluzionario: le cose più vere sono proprio quelle che non si vedono, ma si percepiscono chiaramente. Le cose tangibili sono prodotti dei nostri sensi, che possono essere alterati. Il tuo “io”, la tua coscienza, non è qualcosa che è apparso improvvisamente quando sei nato. Come scrive Tolstoj: «È come se io non fossi mai apparso, ma fossi sempre esistito».

Qui sorge la domanda di Ratzinger: e se la nostra mania di voler solo constatare i fatti ci stesse impedendo di vedere la Verità intera? Se limitiamo la realtà solo a ciò che produciamo o riproduciamo, finiamo per falsificare noi stessi. Non possiamo applicare le regole della profondità solo quando ci fa comodo.

La speranza come ritorno a casa

Tutto questo ci riporta a Sant’Agostino e alla sua splendida idea del “ricordo di Dio“.

Immagina di avere dentro di te un’impronta: un ricordo sbiadito ma potente di una perfezione e di una pace che non riesci a trovare nel “fare” quotidiano (un concetto caro anche a C.S. Lewis). La speranza è proprio questo: non è l’attesa che succeda qualcosa di nuovo, ma l’atto di prestare attenzione a quel riflesso che portiamo già dentro.

Se sei onesto con te stesso, lo senti anche tu. È la parte di noi che vuole ritornare al Tutto. La speranza non nasce quando troviamo la soluzione ai nostri problemi, ma quando finalmente smettiamo di distrarci e iniziamo a prestare attenzione a ciò che siamo veramente.

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