Febbraio 2, 2026 morenomaugliani

Note di percorso – Settimana 5

libro di Sertilanges La vita intellettuale, con notebook e penna stilografica

Questa settimana la sensazione predominante è stata quella di voler forzare le sbarre di una gabbia. Una gabbia invisibile, fatta di produttività compulsiva, algoritmi e rumore mentale, che però abbiamo iniziato a chiamare “normalità”. Mi sono chiesto: quanto della nostra giornata è dedicato a essere e quanto a funzionare?

La trappola della “Rat Race” e il Gestell

Mi sono fermato a riflettere su un pezzo di Oliver Burkeman. Dice una cosa che sembra banale ma è spaventosa: ci siamo convinti che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in noi se non partecipiamo alla “corsa dei topi”. Questa fretta perenne, il bisogno di saturare ogni minuto, è spesso un paravento per non guardare in faccia la nostra finitezza e le domande ultime.

È il ritorno del Gestell di Heidegger: un “impianto” tecnico che ci incastra, trasformando il mondo e noi stessi in “Fondo”, in pura risorsa da spremere per uno scopo che non abbiamo nemmeno scelto. Ho capito che fare ciò che mi fa sentire vivo (come suggeriva Howard Thurman) non è un lusso o un atto di egoismo, è una necessità politica. Se l’uomo diventa solo un ingranaggio della tecnologia, perde la sua funzione poietica, ovvero la capacità di svelare la verità senza sfruttarla.

Il mare dei pensieri: identificazione e onde

Sempre su questa scia, ho ripreso le sessioni di Sam Harris su Waking Up. Mi è rimasta impressa l’immagine dei pensieri come onde. Quando cerco di combattere un pensiero o di scacciarlo (il classico “non pensare all’elefante rosa”), sto solo alimentando l’incendio. L’attenzione negativa è comunque una forma di identificazione: nel momento in cui dico “non voglio questo pensiero”, sono già diventato quel pensiero.

In realtà, ogni pensiero è fatto della stessa sostanza dell’oceano del mio inconscio: emerge, sembra un’entità solida e tagliente per un istante, e poi si rimescola nella massa d’acqua. Imparare a osservarli come fenomeni passeggeri, senza giudizio, è l’unico modo per non lasciarsi travolgere dalla tempesta mentale che alimenta la nostra ansia da prestazione.

Sapere vs Comprendere: la stabilità del Senso

Un passaggio di Ratzinger in Introduzione al Cristianesimo ha dato profondità a tutto il quadro. Spiega che la fede non è un affastellamento cieco di concetti incomprensibili da accettare “perché è un mistero”. Anzi, definire così il mistero è un’offesa all’intelligenza. La differenza sta nel passaggio dal “sapere” (accumulo di dati, il faciendum) al comprendere.

In sintonia con Pascal e Ruskin, Ratzinger ci ricorda che il sapere fine a se stesso può rendere ciechi e presuntuosi. Rigettare questa affermazione potrebbe esserne una riprova. Comprendere, invece, significa accettare il “fondamento come senso” (Verum est ens). È una forma di abbandono che paradossalmente fornisce una stabilità immensa: solo quando sento che c’è un senso ultimo che non devo “fabbricare” io, posso smettere di agitarmi e iniziare a svilupparmi davvero come uomo, nella mia totalità.

Appunti pratici: Tra Cervello Bayesiano e Privacy

Sul blog questa settimana ho cercato di sviscerare questi concetti attraverso due lenti diverse:

  • La Biologia della Meraviglia: Nel post sul Cervello Bayesiano spiego come il nostro organo principale cerchi di prevedere tutto per risparmiare energia. La meraviglia interrompe questo automatismo. Non è un sentimento sciocco: quando ci meravigliamo, i livelli di infiammazione nel sangue scendono, il nervo vago si rilassa e l’ego si rimpicciolisce, lasciando spazio all’empatia.

  • La difesa dei confini: Il passaggio a Proton non è stato solo un cambio di provider mail. Vedere 12 tracker bloccati in una singola, innocente mail di LinkedIn mi ha fatto capire quanto territorio stiamo cedendo. Se tutto è “Fondo” (Heidegger), i nostri dati sono il carbone di questa epoca. Riprendersi la privacy è un atto di igiene mentale.

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