Questa settimana il viaggio si è spostato su una coordinata diversa: non più lo spazio o la produttività, ma il ritorno. Il ritorno a casa, il ritorno al presente, il ritorno a un tempo che non sia solo “consumo”.
La distanza e il senso di “Casa”
Ascoltando The Open Path di Elias Amidon su Waking Up, sono rimasto folgorato dal suo concetto di “distanza”. Amidon racconta di come, da bambino, restando a letto a guardare il sole tra i rami, provasse un senso assoluto di appartenenza. Poi, alzandosi, iniziavano le distanze: colazione, scuola, e col tempo traguardi sempre più complessi. Abbiamo finito per scambiare questi traguardi per la felicità, diventando “esuli” che si allontanano sempre di più da quella sensazione iniziale. Quella casa, secondo Amidon, non è un luogo fisico da raggiungere: è sempre dentro di noi. Annullare le distanze significa, semplicemente, smettere di cercarle fuori. È un tema che tocca da vicino la nostra capacità di restare presenti, un concetto che avevo già sfiorato parlando di memoria tecnica e spirituale, dove il ricordo non è solo un file archiviato, ma l’atto di abitare la propria storia.
Il “Primo Momento” e la Frontiera
Amidon parla anche del first moment: quell’istante millimetrico tra l’attimo che muore e quello che nasce. Mi ha ricordato David Whyte e quanto l’uomo sia, intrinsecamente, una frontiera tra ciò che conosce e l’ignoto. Ed è qui che si scioglie l’illusione del Sé. Nella meditazione non-dualistica quel momento è la Consapevolezza. Per i sufisti quel momento è Dio. Per Sant’Agostino è la memoria intesa come consapevolezza innata di verità universali, che sono a loro volta uno specchio di Dio. È la spinta verso l’invisibile che ci riporta al Tutto – come dice anche il Talmud – una tensione tra spirito e realtà che ho ritrovato spesso riflettendo su Heidegger, Praxis e Poiesis.
Un palazzo nel Tempo: Il Sabato
Tutta questa riflessione sulla presenza è confluita nella lettura de Il Sabato di Abraham Joshua Heschel. Mi sono avvicinato a questo testo quasi per caso, studiando il calendario lunare e la tradizione giudaica, affascinato dall’idea di vedere la domenica non come la fine, ma come il primo giorno della settimana.
Nella tradizione ebraica, il Sabato non è un giorno per “ricaricare le pile” (quella pausa funzionale al sistema di cui parla Byung-Chul Han). È un “palazzo nel tempo“. È il momento in cui ci si ferma per riposare sul Senso.
E riprendendo Ratzinger, la fede è proprio questo: l’accettazione di un senso che non abbiamo fabbricato noi.
Il Paradosso dell’Abbondanza (Dopamina e Ormesi)
Per riuscire a contemplare, però, bisogna pulire lo specchio dell’attenzione. Ho seguito una masterclass di Anna Lembke sul Dopamine Detox e mi ha colpito il “Plenty Paradox“: più un Paese è benestante, più i suoi abitanti sono infelici. Siamo drogati di stimoli che distruggono il nostro equilibrio.
La soluzione? L’ormesi: esporsi a piccoli stress controllati per spingere il corpo a produrre la propria dopamina.
Il problema infatti non è la dopamina in sé, ma il sovraccarico a cui ci siamo abituati dato da strumenti come smartphone e social media.
Mettere in pratica questo detox significa fare scelte radicali per la propria libertà mentale. È lo stesso principio che mi ha portato a fare scelte controcorrente, come quando ho deciso di lasciare Spotify per sottrarmi alla gratificazione istantanea dell’algoritmo e ritrovare il piacere (e la fatica) della scoperta musicale.
Appunti creativi: Scrivere Storie
In tutto questo “ritorno a casa”, ho ritrovato un vecchio sogno: la scrittura di storie brevi. Ho deciso di rimetterla al centro della mia vita creativa. È la mia poiesis personale. In questo percorso, rileggere momenti come questo con mio figlio, ha confermato ciò che diceva Amidon: per trovare il divino nel quotidiano, non serve percorrere distanze, ma guardare ciò che già c’è.
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