Febbraio 1, 2026 morenomaugliani

Quando hai smesso di meravigliarti?

meraviglia, verwondering

Quando ho smesso di meravigliarmi? E soprattutto, perché?

Me lo sono chiesto la sera del 19 gennaio. Mia moglie si è avvicinata e mi ha mostrato una foto sul telefono. «Dovresti uscire adesso con il cane». Sul display c’era l’aurora boreale.

Non potevo crederci. Sono uscito con il cuore in gola, con quella foga che hanno i bambini quando devono correre a giocare, prima che qualcuno spieghi loro che il gioco non serve a niente. Fuori c’era un cielo sereno, un silenzio mai sentito prima e stelle che sembravano bucare il velo della notte. Poi, come nel momento che precede un terremoto, ho sentito l’aria rarefarsi.

È apparsa, per la prima volta.

La prima immagine che ho avuto è stata quella di un gigante invisibile che soffiava sabbia colorata dalle sue mani. Il freddo non esisteva più. Esistevano solo questi colori che inondavano il cielo e io ero lì, a inseguirli con lo sguardo, voltandomi da una parte all’altra, lottando contro il senso di delusione ogni volta che il colore sbiadiva, temendo che quel profondo momento di comunione fosse già finito.

Tutti abbiamo dei momenti in cui sentiamo di aver afferrato una verità immanente, il senso stesso della vita, salvo poi vederlo sfuggire come un riflesso sull’acqua appena proviamo a ingabbiarlo nelle parole. Eppure, lì fuori nell’inverno olandese, mentre il gelo mi intorpidiva le dita, mi sentivo parte del diaframma che regola il respiro dell’universo. Non esisteva l’ego, non esisteva il tempo. Esisteva solo una sorta di ricordo dimenticato, un’immanenza che sfuggiva alla verbalizzazione. Un senso di appartenenza lontano anni luce dal desiderio di inseguire le cose che crediamo possano renderci felici.

Sono rientrato in casa e mi sono chiesto: «Chi è stato?»

Da qualche parte, durante la crescita, qualcuno ci ha convinto che meravigliarsi fosse una cosa da stupidi. Ci hanno insegnato che la maturità risiede nel sapere, nel possedere la spiegazione pratica. Ma l’uomo che si limita a “sapere” è un uomo che si spegne. È un uomo che deve cercare la distrazione: lavoro, denaro, carriera, sesso, droghe. Tutto pur di non pensare. Analizziamo i venti solari, calcoliamo l’elettromagnetismo, misuriamo le latitudini spesso per non ammettere di non avere il minimo potere sul dispiegarsi degli eventi.

Esorcizziamo il mistero con la statistica perché abbiamo paura di ciò che non possiamo prevedere. Così finiamo per vivere in un mondo etichettato e sterile, dove la luna è solo un deserto di crateri e non più una faccia che ci osserva; dove la pioggia è un fenomeno atmosferico e non la corsa delle gocce sul vetro della finestra.

Siamo intossicati da questo bisogno di capire tutto. Ma la forma in cui l’uomo è tenuto ad affrontare la verità dell’essere non è il sapere, è il comprendere. Il sapere seziona, cataloga e neutralizza; il comprendere, invece, è un atto di accoglienza. È un arrendersi a ciò che ci sostiene senza pretendere di smontarne il meccanismo.

L’ho sentito chiaramente sotto quel cielo verde: la verità non era nell’attività elettromagnetica, ma nella mia apertura a farmi attraversare da essa. Ho ripensato a C.S. Lewis e a quel desiderio che nessuna cosa terrena può soddisfare. Forse i piaceri del mondo sono solo segnali che puntano all’oggetto vero, di cui la meraviglia è il riflesso più puro.

Se la nostra vita è una linea a matita che si affanna a tracciare forme, successi e ruoli, allora la meraviglia è il segno che ci rivela il foglio su cui siamo scritti.

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