Gennaio 5, 2026 morenomaugliani

Cinque anni per sei settimane: l’essenza dietro i numeri del mio sito

Cosa mi hanno insegnato 18.355 visualizzazioni sulla gioia di studiare, scrivere e condividere.

Grafico statistiche Jetpack 2021-2025 che mostra la crescita costante del sito fino a 18k visualizzazioni

Il primo anno in cui pianti un seme di bambù non succede nulla. Non fai altro che dargli acqua e smuovere leggermente il terreno. Ogni giorno. Non vedi nulla, eppure accetti il silenzio della terra: è appena iniziato, non potrebbe essere diversamente.

Il secondo anno continui: acqua, sole, attesa. Nessun movimento.

Il terzo anno è lo stesso. Ti sorprendi, ogni tanto, a cercare un segno: una crepa nel terreno, un filo verde. Niente. La delusione affiora, ma riesci ancora a tenerla a bada.

Il quarto anno, invece, la voce della delusione diventa più insistente. Ti chiede conto del tempo investito, ti mette in discussione, ti suggerisce che tu abbia sbagliato tutto: “Forse non sono capace. Forse questo terreno non è adatto alla mia pianta. Forse ho sprecato quattro anni”.

E poi accade.

Nel quinto anno, quasi per abitudine, versi ancora acqua. E appare un germoglio. Non cresce piano: il tuo germoglio, che hai curato per cinque anni senza vedere risultati, è in grado di raggiungere venticinque metri in sole sei settimane.

Guardandolo, ti viene da dire: «È cresciuto in sei settimane». Ma la verità è che stava crescendo da cinque anni — lì dove nessuno lo vedeva.

Quando ho guardato le statistiche del mio sito alla fine del 2025, mi sono sentito un po’ così: 18.355 visualizzazioni. Non è un numero che sposta gli equilibri della rete, ma cambia radicalmente il mio modo di guardare al percorso. È la conferma che l’entusiasmo di imparare e il desiderio di condividere — sottovoce, con lentezza — hanno trovato una casa.

Ricordo bene quando ho iniziato. Sentivo il bisogno di non essere più in balia dei social; l’idea che un algoritmo decidesse se e quando le mie parole potessero incontrare qualcuno mi toglieva libertà. Volevo uno spazio mio: lento, solido, abitabile.

Ho preso un quaderno e ho iniziato a progettare. Ho studiato, sperimentato, sbagliato e corretto. Ho imparato che per costruire qualcosa di vero bisogna saper selezionare le fonti e leggere non per consumare, ma per edificare. Ho scritto tanto, spesso solo per mettere ordine dentro me stesso. Scrivere, per me, è sempre stato questo: dire sottovoce: «Io c’ero, e questo è ciò che ho visto».

Con il tempo mi sono accorto che non stavo solo costruendo un sito: stavo imparando un modo diverso di stare al mondo, dove è l’azione stessa a rivelare chi siamo. Se la tecnologia mi spingeva verso l’immediatezza e la velocità, io sentivo che più correvo, meno riuscivo a vedere.

Ho sentito allora il bisogno di tornare a strumenti antichi: memoria, disciplina, logica, retorica e grammatica. Ho provato a declinare il Trivio nel XXI secolo non per nostalgia, ma per riconquistare quelle qualità che mi rendono autentico. Umano.

In questo percorso ho imparato che le nostre scelte sono ciò che ci dà forma. Viviamo con la tentazione che avere infinite possibilità significhi doverle vivere tutte. Non è così. Ogni decisione è una rinuncia — un concetto fondamentale per superare l’illusione delle scelte infinite — ed è proprio quella rinuncia a delineare una biografia, una direzione, un carattere.

Costruire questo sito, scrivere con lentezza e tornare alle arti liberali sono state scelte. Scelte che guardano avanti, ma che onorano anche chi è venuto prima di me.

Oggi, guardando quel numero sullo schermo, non vedo solo dati statistici. Vedo anni di cura, dubbi e tentativi. Vedo il mio bambù che, finalmente, cresce rigoglioso. Sento la gioia profonda di chi ha smesso di rincorrere il fuori per coltivare il dentro.

Ciò che conta davvero non è l’esplosione finale, ma la fedeltà quotidiana ai gesti piccoli: leggere, osservare, studiare, ricordare, scrivere.

Il 2026 è iniziato. Continuerò ad annaffiare, senza fretta e senza rumore.

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