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libro di Sertilanges La vita intellettuale, con notebook e penna stilografica

Note di percorso – Settimana 4

Benvenuti in questo primo appuntamento. “Note di percorso” è la mia revisione settimanale: uno spazio dove raccolgo i frammenti di studio, le connessioni inattese e le riflessioni che nascono tra i libri, la musica e la vita quotidiana. Nessuna lezione cattedratica, solo il resoconto di un cammino in corso, che racconto più nel dettaglio in The Polymath Quest: Il mio viaggio verso la conoscenza.

Il Cantiere: Dalla Verità al “Fare” (Ratzinger e Heidegger)

Questa settimana sono immerso nella lettura di Introduzione al Cristianesimo di Ratzinger. Mi ha colpito il passaggio filosofico dal Verum est ens (la verità è l’essere) al Verum quia factum (la verità è ciò che è fatto). Nel mondo moderno, sembra che siamo capaci di credere solo a ciò che abbiamo costruito noi stessi.

Questa riflessione si è legata perfettamente ai miei appunti sul saggio di Heidegger sulla tecnologia. Heidegger avverte che siamo passati dalla techné come poiesis (un “fare” che aiuta la verità a svelarsi) alla tecnologia come strumento di puro controllo. Il rischio? Che tutto diventi “Fondo”, ovvero materiale disponibile all’uso. Compreso l’uomo, che da custode della verità diventa risorsa da sfruttare. È quella che Byung-Chul Han chiama la “scomparsa della vita contemplativa”, il motore della società del burnout.

La Connessione: La vita sostitutiva

Mentre approfondivo questi temi, ascoltavo Joko Beck su Waking Up. Lei parla della “vita sostitutiva”: una narrazione fatta di pressioni sociali e “dover essere” che ci allontana dalla vita autentica.

Vedi il collegamento? Se la nostra verità è solo ciò che “produciamo” (Ratzinger) e guardiamo al mondo solo attraverso l’impianto del controllo (il Gestell di Heidegger), finiamo per costruire una storia artefatta che ci distoglie dalla realtà pura. La salvezza sta nel tornare a vedere l’uomo non come risorsa, ma come mezzo indispensabile per lo svelamento della verità.

L’Ispirazione: Il prezzo della creazione (Puccini)

A chiudere il cerchio, ho guardato la serie sulla vita di Puccini. L’arte e la cultura sono esempi perfetti di attività poietiche: svelano qualcosa del mondo senza sfruttarlo. Vedere la lotta di un genio per tradurre l’autenticità in musica mi ha ricordato che, tra la “vita sostitutiva” e la “verità dell’essere”, c’è la disciplina della creazione. Puccini non aspettava solo l’ispirazione; la faceva accadere partendo da un’emozione reale, non artefatta.

Dal mio archivio

Tutto questo parlare di attenzione e sistemi mi ha fatto pensare a come organizziamo queste intuizioni per non perderle nel rumore quotidiano. Proprio oggi ho pubblicato un nuovo articolo che approfondisce questo tema:

Leggi: Il piacere di capire. come l’Insight scolpisce la nostra memoria

In questo post esploro come la gioia della comprensione possa essere trasformata in memoria duratura, evitando che lo studio rimanga un esercizio sterile.

Alla prossima settimana!

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un cervello che ha un'intuizione

Il piacere di capire. come l’Insight scolpisce la nostra memoria

Esistono due modi per risolvere un problema: il primo è quello iterativo, in cui seguiamo formule matematiche o passaggi logici lineari. Il secondo, invece, avviene tramite l’insight.

L’insight è l’intuizione istantanea, l’“eureka” di Archimede, quell’illuminazione che arriva all’improvviso, magari sotto la doccia. Durante i miei studi, mi è sembrato subito chiaro come questo fenomeno possa essere collegato al Default Mode Network, quella rete neurale che si attiva quando lasciamo vagare la mente.

L’esperimento: Decodificare l’invisibile

Il ricercatore Maxi Becker, presso l’Humboldt University di Berlino, ha analizzato questo processo utilizzando la Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI). Lo studio si è concentrato su come il cervello reagisce alle Mooney Images: immagini in bianco e nero ad alto contrasto dove il soggetto è inizialmente indistinguibile dallo sfondo.

Quando osserviamo queste immagini, attraversiamo diverse fasi:

1. Ricerca attiva: Il cervello cerca elementi per decodificare il caos visivo e ricondurlo a schemi noti (un processo simile al Fenomeno della Pareidolia).

2. Stallo: Questa fase può durare pochi secondi o diversi minuti.

3. Riconoscimento: Improvvisamente, il cervello “vede” la figura.

Questo momento è definito Representational Change (Cambio Rappresentazionale). L’immagine, prima priva di senso, sintonizza il cervello su un nuovo modo di interpretarla. Una volta riconosciuta, non è più possibile “non vederla”.

L’anatomia dell’Eureka: Tre aree in gioco

Dallo studio emerge che questo cambio di prospettiva è il risultato di una danza tra tre aree cerebrali:

VOTC (Corteccia occipitotemporale ventrale): L’area specializzata nel riconoscimento degli schemi visivi e delle forme.

Ippocampo: Funziona come un “rilevatore di discrepanze”. In un’ottica di Cervello Bayesiano (ne scriverò la prossima settimana), l’ippocampo si assicura che la realtà combaci con le nostre aspettative. Quando la previsione (“è un’immagine senza senso”) fallisce perché il VOTC trova uno schema, l’ippocampo si attiva prepotentemente.

Amigdala: Gestisce le emozioni. È la responsabile di quella scarica di piacere che accompagna l’insight.

sezione del cervello con amigdala, ippocampo e VOTC

Il “Superpotere”: L’Insight-memory advantage

La parte più affascinante di questa ricerca — e quella che più mi serve per il mio percorso di apprendimento — riguarda la memoria. Il processo si conclude così: con il “collante” fornito dall’amigdala (il piacere), il cervello salva l’insight nella memoria a lungo termine.

Questo fenomeno è noto come Insight-memory advantage.

Perché l’insight potenzia così tanto la memorizzazione?

1. Sforzo e Ricompensa: Il cervello premia la risoluzione di un enigma. La “fatica” cognitiva per decodificare l’immagine crea una tensione che viene rilasciata con l’insight.

2. Marcatura Emotiva: L’emozione positiva funge da segnale di importanza. Il cervello dice: “Se ci ho messo tanto a capirlo ed è stato così soddisfacente, allora deve essere un’informazione preziosa”.

In conclusione, questo studio suggerisce che per imparare in modo efficace non dobbiamo limitarci ad accumulare dati (processo iterativo), ma dobbiamo cercare attivamente quel “cambio rappresentazionale”. Spingersi oltre il primo momento di confusione è ciò che permette di fissare i concetti per sempre.

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Spes seduta sul trono

Ho trovato la chiave della speranza in un opuscolo di paese

Siamo abituati a cercare la speranza nei grandi cambiamenti, nei nuovi inizi o nelle risposte degli esperti. Io l’ho trovata in un opuscolo della chiesa protestante qui in paese. Sfogliandolo sono stato colpito da questa frase: “La speranza inizia non dalle risposte, ma dall’attenzione”.

È una frase profondamente controtendenza. Viviamo in un’epoca che ci bombarda di risposte preconfezionate, tutorial per ogni problema e soluzioni veloci. Eppure, nonostante questa abbondanza di istruzioni per l’uso, la speranza sembra scarseggiare. Perché?

La trappola del “tutto è possibile”

Il filosofo (e futuro papa) Joseph Ratzinger, già nel 1968, aveva individuato un problema che spiega perfettamente il nostro malessere moderno. Un tempo credevamo che la verità fosse qualcosa da contemplare, una realtà solida in cui siamo immersi: Verum est ens, la verità è l’essere, in tutta la sua complessità.

Con il tempo, invece, siamo passati alla concezione che sia vero solo ciò che possiamo produrre: Verum quia factum, la verità è ciò che è fatto. Infine, la mentalità tecnica ha trovato terreno fertile e ci ha convinti che la verità risieda nel “Verum quia faciendum”: la verità è in ciò che è possibile fare, riprodurre, manipolare e quindi spiegare.

Siamo passati dal guardare il mondo come un dono, al guardarlo come un cantiere infinito di cui ci sentiamo unici proprietari e costruttori. Questa è la trappola del fare: l’illusione che tutto sia possibile e che, di conseguenza, tutto debba essere fatto. Se puoi farlo, devi farlo. Questa corsa all’efficienza continua ci toglie il respiro e, paradossalmente, ci ruba la speranza. Il nostro nuovo mantra è diventato: “(Ri)Produco, quindi sono”.

Perché preferiamo i social alle grandi domande?

L’attenzione è la chiave per capire chi siamo, ma è terribilmente faticosa. È per questo che è così facile perdersi per tre ore a guardare reels. Non è semplice pigrizia; è una strategia di fuga.

Fermarsi a guardare la realtà richiede coraggio, perché solleva domande enormi. I Greci chiamavano questa sensazione “Thauma”: uno stupore che è anche un po’ terrore, la vertigine che proviamo davanti all’infinito. Il poeta e filosofo David Whyte ci ricorda che l’essere umano non è altro che l’incontro tra ciò che crede di essere e ciò che gli è ancora sconosciuto.

Per non sentire questo corto circuito interiore, preferiamo la distrazione. Ma così facendo, rimaniamo intrappolati in quello che Platone definiva il “non-essere”: per ogni singolo modo di essere realmente, esistono infatti infiniti modi di non-essere.

Guardare oltre ciò che si tocca

Essendo convinti che il “vero” sia solo ciò che è tecnicamente riproducibile o razionalmente spiegabile, cadiamo nell’errore — se ci pensate, piuttosto grossolano — di credere che il reale sia solo ciò che possiamo misurare, replicare o comprare. Basterebbe già la fisica quantistica ad evidenziare questo errore.

Lev Tolstoj ci ricorda qualcosa di rivoluzionario: le cose più vere sono proprio quelle che non si vedono, ma si percepiscono chiaramente. Le cose tangibili sono prodotti dei nostri sensi, che possono essere alterati. Il tuo “io”, la tua coscienza, non è qualcosa che è apparso improvvisamente quando sei nato. Come scrive Tolstoj: «È come se io non fossi mai apparso, ma fossi sempre esistito».

Qui sorge la domanda di Ratzinger: e se la nostra mania di voler solo constatare i fatti ci stesse impedendo di vedere la Verità intera? Se limitiamo la realtà solo a ciò che produciamo o riproduciamo, finiamo per falsificare noi stessi. Non possiamo applicare le regole della profondità solo quando ci fa comodo.

La speranza come ritorno a casa

Tutto questo ci riporta a Sant’Agostino e alla sua splendida idea del “ricordo di Dio“.

Immagina di avere dentro di te un’impronta: un ricordo sbiadito ma potente di una perfezione e di una pace che non riesci a trovare nel “fare” quotidiano (un concetto caro anche a C.S. Lewis). La speranza è proprio questo: non è l’attesa che succeda qualcosa di nuovo, ma l’atto di prestare attenzione a quel riflesso che portiamo già dentro.

Se sei onesto con te stesso, lo senti anche tu. È la parte di noi che vuole ritornare al Tutto. La speranza non nasce quando troviamo la soluzione ai nostri problemi, ma quando finalmente smettiamo di distrarci e iniziamo a prestare attenzione a ciò che siamo veramente.

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De hersenschim van de gouden jaren

La chimera degli anni d’oro: Dialogo su un’illusione

Esiste un’illusione che ci portiamo dietro come un bagaglio invisibile: l’idea che il passato sia un Eden perduto dove tutto era perfetto. È quella che Andrea Sestili – una delle poche cose di cui sono grato all’algoritmo di YouTube – in una riflessione video che mi ha molto colpito, definisce “La Chimera degli anni d’oro“.

Questa definizione mi ha scosso perché ha dato un nome a un fallimento che ho vissuto sulla mia pelle. A dicembre sono tornato a Vicovaro, il mio paese natale. Avevo proiettato questo momento per settimane: io che cammino mano nella mano con mio figlio, mia moglie accanto con nostra figlia. Scorci che per chiunque altro sono solo pietre e angoli, ma che per me custodiscono l’alfabeto della mia infanzia. Invece, una volta lì, la realtà ha smascherato l’illusione: i luoghi erano rimasti, ma il “senso” era evaporato.

Mentre ascoltavo Andrea citare Søren Kierkegaard, tutto è diventato chiaro. Il mio errore era lo stesso descritto nell’esperimento sulla Ripetizione: tornare a Berlino (per me Vicovaro) sperando di ricalcare esattamente i passi del passato per riviverne l’estasi. Ma la ripetizione non esiste come copia carbone. Il tempo non è un nastro che si può riavvolgere.

Kierkegaard distingue il ricordo (un movimento all’indietro verso un oggetto passato, morto) dalla ripetizione (un movimento in avanti). Io non cercavo una ripetizione, cercavo un ricordo. E per questo sono rimasto a mani vuote.

Questa ferita la si ritrova anche in Cesare Pavese, un altro riferimento che Sestili usa per mappare questa disillusione. In La luna e i falò (un libro catartico per me), Anguilla scopre che la sua non è una delusione geografica, ma cronologica: credeva di tornare in un luogo, ma cercava un tempo.

Qui entriamo nel cuore di quello che Andrea chiama il Ricordo mancato: una nostalgia del futuro, l’angoscia per una bellezza che potrebbe accadere ma che immaginiamo già perduta.

Leggi anche: L’illusione delle scelte infinite

È a questo punto, però, che la mia riflessione ha sentito il bisogno di un ulteriore ponte. Se è vero che cercare l’identità nel passato è come guardare il retro di una copertina, come facciamo a vivere questa “frontiera” senza impazzire?

Mi è venuto in soccorso David Whyte (scoperto tramite Sam Harris), che sembra completare perfettamente il discorso: l’essere umano è il punto esatto in cui ciò che conosciamo incontra l’ignoto. Siamo sempre in bilico sull’orizzonte degli eventi. In questo equilibrio precario, ciò che stiamo per diventare avrà sempre la meglio su chi pensavamo di essere.

Se la chimera ci sposta sempre altrove, la sintesi con cui Andrea chiude il suo video è l’unica bussola possibile: “Gli anni d’oro sono qui ogni giorno, ma sempre ad un passo da noi.

La sfida non è raggiungerli tornando indietro, ma accettare di vivere su quel confine: l’attimo in cui il passato smette di essere un’ancora e diventa, finalmente, la terra da cui saltare verso il possibile.

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Grafico statistiche Jetpack 2021-2025 che mostra la crescita costante del sito fino a 18k visualizzazioni
Cinque anni di cura invisibile riassunti in un grafico: la pazienza del bambù applicata al mio spazio digitale.

Cinque anni per sei settimane: l’essenza dietro i numeri del mio sito

Il primo anno in cui pianti un seme di bambù non succede nulla. Non fai altro che dargli acqua e smuovere leggermente il terreno. Ogni giorno. Non vedi nulla, eppure accetti il silenzio della terra: è appena iniziato, non potrebbe essere diversamente.

Il secondo anno continui: acqua, sole, attesa. Nessun movimento.

Il terzo anno è lo stesso. Ti sorprendi, ogni tanto, a cercare un segno: una crepa nel terreno, un filo verde. Niente. La delusione affiora, ma riesci ancora a tenerla a bada.

Il quarto anno, invece, la voce della delusione diventa più insistente. Ti chiede conto del tempo investito, ti mette in discussione, ti suggerisce che tu abbia sbagliato tutto: “Forse non sono capace. Forse questo terreno non è adatto alla mia pianta. Forse ho sprecato quattro anni”.

E poi accade.

Nel quinto anno, quasi per abitudine, versi ancora acqua. E appare un germoglio. Non cresce piano: il tuo germoglio, che hai curato per cinque anni senza vedere risultati, è in grado di raggiungere venticinque metri in sole sei settimane.

Guardandolo, ti viene da dire: «È cresciuto in sei settimane». Ma la verità è che stava crescendo da cinque anni — lì dove nessuno lo vedeva.

Quando ho guardato le statistiche del mio sito alla fine del 2025, mi sono sentito un po’ così: 18.355 visualizzazioni. Non è un numero che sposta gli equilibri della rete, ma cambia radicalmente il mio modo di guardare al percorso. È la conferma che l’entusiasmo di imparare e il desiderio di condividere — sottovoce, con lentezza — hanno trovato una casa.

Ricordo bene quando ho iniziato. Sentivo il bisogno di non essere più in balia dei social; l’idea che un algoritmo decidesse se e quando le mie parole potessero incontrare qualcuno mi toglieva libertà. Volevo uno spazio mio: lento, solido, abitabile.

Ho preso un quaderno e ho iniziato a progettare. Ho studiato, sperimentato, sbagliato e corretto. Ho imparato che per costruire qualcosa di vero bisogna saper selezionare le fonti e leggere non per consumare, ma per edificare. Ho scritto tanto, spesso solo per mettere ordine dentro me stesso. Scrivere, per me, è sempre stato questo: dire sottovoce: «Io c’ero, e questo è ciò che ho visto».

Con il tempo mi sono accorto che non stavo solo costruendo un sito: stavo imparando un modo diverso di stare al mondo, dove è l’azione stessa a rivelare chi siamo. Se la tecnologia mi spingeva verso l’immediatezza e la velocità, io sentivo che più correvo, meno riuscivo a vedere.

Ho sentito allora il bisogno di tornare a strumenti antichi: memoria, disciplina, logica, retorica e grammatica. Ho provato a declinare il Trivio nel XXI secolo non per nostalgia, ma per riconquistare quelle qualità che mi rendono autentico. Umano.

In questo percorso ho imparato che le nostre scelte sono ciò che ci dà forma. Viviamo con la tentazione che avere infinite possibilità significhi doverle vivere tutte. Non è così. Ogni decisione è una rinuncia — un concetto fondamentale per superare l’illusione delle scelte infinite — ed è proprio quella rinuncia a delineare una biografia, una direzione, un carattere.

Costruire questo sito, scrivere con lentezza e tornare alle arti liberali sono state scelte. Scelte che guardano avanti, ma che onorano anche chi è venuto prima di me.

Oggi, guardando quel numero sullo schermo, non vedo solo dati statistici. Vedo anni di cura, dubbi e tentativi. Vedo il mio bambù che, finalmente, cresce rigoglioso. Sento la gioia profonda di chi ha smesso di rincorrere il fuori per coltivare il dentro.

Ciò che conta davvero non è l’esplosione finale, ma la fedeltà quotidiana ai gesti piccoli: leggere, osservare, studiare, ricordare, scrivere.

Il 2026 è iniziato. Continuerò ad annaffiare, senza fretta e senza rumore.

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un libro con allegoria della sapienza e evoluzione.

Cosa ho imparato nel 2025

Il 2025 è stato l’anno in cui ho imparato a scavare.

Jung diceva:

La vita vera inizia a 40 anni. Fino ad allora hai solo fatto ricerca.

La prima parte della vita è dedicata a costruire il proprio ego attraverso l’educazione, lo studio, il lavoro, le relazioni e i ruoli sociali. Facciamo di tutto per sentirci accettati, per appartenere al gruppo. Spesso a discapito dei nostri talenti e delle nostre qualità individuali.
A 40, secondo Jung, molte persone provano un senso di smarrimento, un’ansia indefinita, che troppo facilmente viene etichettata come crisi di mezza età, spesso con accezione negativa.

Invece questa fase di negativo non ha assolutamente niente. Al contrario, è un sintomo di una grande crescita interiore. Jung chiama questo processo “Individuazione”, in cui la persona volge la sua attenzione dentro di sé.

E per andare dentro di sé bisogna scavare.

Gennaio-Marzo

Le fondamenta del metodo

L’inizio dell’anno è stato dominato da un’esigenza concreta: dare ordine al pensiero.

Ho lavorato sulla gestione della conoscenza, sulla struttura del mio “secondo cervello”, sui flussi di lavoro per scuola, scrittura e ricerca. Ho iniziato a definire procedure, tempate, abitudini e routine. Non era ancora filosofia, ma più artigianato mentale.

Guardandomi indietro, capisco che stavo costruendo il terreno su cui avrei poi camminato.

Aprile

L’architettura del pensiero

Aprile è stato il mese della struttura.

Ho messo mano all’organizzazione dei contenuti del blog, alla pubblicazione multilingue (il sito è aggiornato in olandese e in italiano), alla pulizia dei sistemi. Ho studiato un po’ il formato YAML, per dare forma ad un ecosistema che potesse sostenere la complessità dei miei pensieri.

Ordine fuori, per creare spazio dentro.

Maggio

Il ritorno ai classici: il Trivio

Qui è avvenuta una svolta.

Ho scoperto di nuovo le arti liberali – Logica, Grammatica, Retorica – come una bussola per l’era digitale. Mi sono reso conto che senza questi strumenti rischiamo di perdere la capacità di pensare, parlare e scrivere con intenzione.

In un mondo che corre, tornare ai classici è stato un atto di resistenza.

Leggi anche: Il Trivio per il XXI secolo: pensare, parlare, distinguere

Giugno

La rivoluzione dell’attenzione

A giugno ho iniziato ad interrogarmi su come espormi come educatore e divulgatore.

Al lavoro mi hanno comunicato che intendevano investire su di me, finanziandomi un corso per diventare insegnante di olandese per stranieri.

E’ emersa una consapevolezza dolorosa: gli algoritmi ci spingono verso la superficie. Ci sottraggono profondità, continuità, tempo lungo. Ho iniziato a parlare di rivoluzione dell’attenzione: non uno slogan, ma una pratica quotidiana.

Proteggere il proprio sguardo è una forma di libertà.

Leggi anche Manuale di sopravvivenza al tempo degli algoritmi

Luglio

La frizione del pensiero

Questo è stato uno dei mesi più importanti.

Ho capito che il pensiero vero nasce dall’attrito. Dalla lentezza. Dalla riscrittura. Dalla rilettura. All’inizio dell’anno ero in preda alla febbre da AI (Intelligenza Artificiale: le domande che non possiamo più ignorare). Ma quasi subito è nato il dubbio, che a luglio è diventata una certezza. Quella a cui stavo assistendo – su me stesso in prima persona oltre che a livello sociale – era quella conosciuta come delocalizzazione cognitiva. La rivoluzione industriale ha delocalizzato il lavoro fisico. L’era dell’informazione ha delocalizzato la memoria (Socrate lo pensava già della scrittura). L’era dell’AI sta delocalizzando il pensiero.

I miei rimedi sono stati Deep Reading e il Deep Listening, oltre che naturalmente il Journaling (sia analogico che digitale).

Agosto

Silenzio e attesa

Agosto è stato un mese di decantazione.

Pochi progetti, molta osservazione. Era la soglia prima dei 40 anni: non nostalgia, ma preparazione. Il tempo si è fatto più lento, più denso.

Anche il vuoto lavora. Nel silenzio si trova il divino.

Settembre

La soglia dei quarant’anni: essere, non apparire

Settembre è stato un punto di non ritorno.

Ho distillato 40 lezioni in 40 anni. Ciò che la vita mi ha insegnato finora. Non era un elenco motivazionale, ma un inventario di verità personali: il corpo come tempio, la centralità della spiritualità, la differenza tra essere in tempo (produttività) ed essere nel tempo (presenza).

La maturità per me non era più diventare “efficiente”, ma imparare ad essere. Un inno alla Vita Contemplativa.

Ottobre

Integrazione

In questo mese ho aggiornato totalmente il paradigma.

Ottobre è stato il mese della prova concreta: come tenere insieme il lavoro, la ricerca, la vita interiore, senza scivolare nel personaggio. Nessuna grande rivelazione, solo pratica quotidiana.

E’ lì che si misura la verità delle idee.

Novembre

Il paradosso della scelta

Il passo successivo è stato affrontare il paradosso più frequente: più possibilità di scelta abbiamo, più rischiamo di paralizzarci.

Ho compreso che decidere significa tagliare, nel vero senso della parola. Rinunciare. Dire no. Le attività ateliche – suonare, scrivere e allenarsi – mi hanno ricordato che non tutto deve produrre risultato. A volte il fine è l’azione stessa.

Un ritorno all’essenziale.

Dicembre

Cura, didattica, dono

L’anno si è concluso tornando alla pedagogia.

Ho approfondito didattica e pedagogia per i miei studenti A1 e A2, concentrandomi non solo sulla lingua, ma sulle competenze metacognitive. Capire come si impara, non solo cosa. Qui la mia ricerca interiore è diventata azione.

Trasmettere strumenti, non solo contenuti. Questo, oggi, mi sembra il gesto più onesto.

Conclusione

Guardando il 2025 dall’alto, vedo una direzione chiara:

  • Meno velocità
  • Più profondità
  • Meno accumulo
  • Più scelta consapevole
  • Meno rumore
  • Più presenza

Compiere 40 anni non è stato solo un traguardo, ma anche un passaggio di responsabilità: nei confronti del tempo, della conoscenza degli altri e di me stesso.

E’ stato facile? Assolutamente no.

Il 2025 mi ha portato via 3 nonni in 4 mesi, tra agosto e novembre. E’ tornata l’ansia, che mi ha irrigidito cuore e corpo, togliendomi (per il momento) il piacere dello sport.

Questo mio percorso è stato più un bisogno di adattamento. Lo vedo così. Perché in fondo questo è quello che mi fa sentire vivo: crescere, evolvermi, cambiare pelle. Sentire Dio dentro di me e ricercarlo in tutto ciò che mi circonda.

Un senso diverso, un senso vero. La prospettiva sulla quale è costruita la nostra realtà.

Se il punto di fuga è la nostra determinazione, il foglio di carta su cui è disegnato è Dio.

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scrivania con libri e calamaio per riflessione filosofica

Quando l’Azione Rivela Chi Siamo

Negli ultimi giorni ho raccolto appunti leggendo un testo su Heidegger. Non avevo un obiettivo preciso: volevo semplicemente capire meglio perché il suo pensiero continua a tornare nelle conversazioni sulla libertà, l’autenticità, e il modo in cui abitiamo il mondo.

La prima cosa che mi ha colpito è il modo in cui rilegge Aristotele.
Praxis e Poiesis sono per Aristotele 2 delle tre forme di attività (la terza e l’attività teoretica).
Nella Praxis, l’attività ha il fine in sé stessa. L’esempio che lui porta è il suonare uno strumento musicale. In questo caso il fine dell’attività è l’attività stessa. Quando cessiamo di suonare, cessa anche il suono. Il manifestarsi del suono coincide quindi con il manifestarsi di colui che suona.
Nella Poiesis invece, il fine dell’attività è oltre gli atti stessi. Nel testo viene dato l’esempio del costruire un tavolo di legno. Il prodotto finale (il tavolino) compare soltanto quando l’attività del produttore è cessata.

Heidegger prende questi due concetti e li rivisita in chiave ontologica. Diventano due modi in cui l’essere umano si manifesta oppure si nasconde: se agiamo come produttori, l’azione svanisce nel risultato. È Poiesis: il gesto scompare nell’oggetto.
Se invece agiamo come agenti in senso proprio, l’azione si mostra. È Praxis: ciò che facciamo rivela qualcosa di noi.

Questa idea mi ha spostato il baricentro. Non è una questione morale o tecnica.

Heidegger collega questa dinamica alla distinzione tra esistenza autentica e inautentica.

L’esistenza inautentica non è una vita priva di valori, o immorale, ma una vita basata sull’attività poietica. L’uomo diventa completamente dipendente dagli strumenti che dovrebbero aiutarlo a vivere.

L’esserci si disperde nei mezzi di cui fa uso.

L’esistenza autentica, al contrario, è quella basata sulla Praxis. Secondo Heidegger infatti, la prassi (il fare) ha il primato sulla teoria. Una differenza sostanziale con i filosofi e pensatori passati (da Socrate a Husserl, passando per Seneca), secondo cui l’uomo accede a sé stesso grazie a un atto di riflessione interiore.

La seconda cosa che mi ha colpito è che, per Heidegger, sono i fenomeni esistenziali (stati d’animo) i modi in cui l’essere si rivela a sé stesso. Ed è qui che entrano in scena emozioni che di solito consideriamo negative.

La paura, per lui, è uno dei fenomeni attraverso cui l’esserci può rivelarsi. Ma può anche diventare una fuga: ci libera temporaneamente dall’obbligo di essere liberi, dall’incombenza di scegliere (leggi a questo proposito L’illusione delle scelte infinite). L’angoscia è diversa. Non nasce da qualcosa che temiamo, ma dal modo in cui il mondo, improvvisamente, perde significato. È una scossa che disfa l’inautenticità e apre spazio a un nuovo modo di esistere.

Trovo sorprendente che per Heidegger siano proprio questi stati a offrire un varco verso l’autenticità. Non sono ostacoli: sono segnali.

Quello che non mi è ancora chiaro è come distinguere, nella vita quotidiana, i momenti in cui un’emozione mi rivela qualcosa da quelli in cui mi sta semplicemente spingendo a fuggire.
È un confine sottile. A volte penso che l’angoscia possa rivelare; altre volte mi sembra una forza che chiude.

Continuo però a tornare a questa immagine: l’azione che si mostra.
Mi chiedo come cambierebbe il mio modo di lavorare, di insegnare, di imparare, se osservassi più attentamente quando il mio fare è un vero gesto e quando invece è solo produzione.

Forse il primo passo verso un’esistenza più autentica è imparare a riconoscere la differenza. Non in astratto, ma nel ritmo delle nostre giornate.

È qui che intendo continuare la mia esplorazione: nel vedere se, e come, queste idee riescono a illuminare piccole decisioni quotidiane — quelle in cui spesso non ci accorgiamo nemmeno di esserci.

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Photo by moren hsu on Unsplash
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L’illusione delle scelte infinite

Mi infastidisce terribilmente il sentirmi bloccato e non in grado di scrivere, soprattutto perché scrivere è la cosa che mi piace di più in assoluto.

Questa frustrazione non è un problema di scarsa disciplina, e non è nemmeno solo l’ombra del perfezionismo. È una questione di presenza. Qualsiasi cosa io stia facendo, ho sempre la spiacevole sensazione che dovrei star facendo un’altra cosa. E non importa se tutte queste sono attività che ho scelto e che vorrei fare: praticare Bach al pianoforte, allenarmi per un triathlon, studiare il greco antico, curare il mio secondo cervello.

Il problema, in sintesi, è che ho sostituito l’idea di fare le cose con il farle. L’Idea ha sostituito la Praxis.

La Velocità Impossibile dell’Idea

L’Idea vince sulla pratica perché, per sua stessa definizione, richiede zero tempo di esecuzione. Posso pensare di voler imparare a memoria un minuetto di Bach in un secondo. La Pratica richiede ore e fatica.

Questa dinamica non è un nostro difetto individuale, ma un sintomo dell’era in cui viviamo. Abbiamo un rapporto sbagliato con il tempo, derivante dalla nostra percezione accelerata:

1. Confusione Temporale: Abbiamo confuso il tempo della vita (finito, esperito soggettivamente) con il tempo del mondo (oggettivo, potenzialmente infinito). Ci siamo illusi di poter controllare tutto e di poter accelerare ogni processo.
2. L’Illusione dello Smartphone: Abbiamo ereditato l’aspettativa di una connessione istantanea e onnicomprensiva. Se posso connettermi al mondo in ogni momento, perché non dovrei poter portare a termine la mia lista di cose da fare con la stessa velocità?
3. Il Paradosso di Jevon: Come ha esplorato Oliver Burkeman, vivendo in una società accelerata, la nostra reazione è di aumentare la nostra velocità e la nostra efficienza. Ma si verifica il paradosso di Jevon: il tempo che guadagniamo non viene speso per riposare; lo riempiamo immediatamente con altre cose da fare. E quando queste non riusciamo a farle, le riempiamo con l’idea delle cose da fare. Ed ecco che arriviamo al blocco.

Il risultato è un sovraccarico emotivo: ci sentiamo sempre in debito di produttività, costretti a correre per giustificare la nostra esistenza. Se contasse come attività fisica, sarei Usain Bolt.

L’Atto di “Tagliare Fuori”

Questo è il punto cruciale che la nostra mente accelerata non vuole accettare: il mondo ha troppo di più da offrire di quanto sia possibile sperimentare in una singola vita.

Un altro paradosso è che anche se fossimo immortali, non potremmo comunque sperimentare tutte le scelte possibili. L’etimologia stessa della parola “decidere” (dal latino decidere) significa “tagliare via” o recidere. Quando prendiamo una decisione, per definizione, rinunciamo ad infinite altre.

Queste infinite rinunce sono incommensurabili—non possono essere misurate, confrontate o rimpiante. Eppure noi, ossessionati dall’ottimizzazione, pensiamo che possiamo calcolare la perdita e viviamo costantemente nel timore di sbagliare la scelta.

Platone usa un concetto simile parlando del nostro essere: se esiste un solo modo di essere, esistono infinite possibilità di non-essere. L’ansia moderna deriva dal voler essere tutto, negando l’atto essenziale del “tagliare fuori” che, in realtà, è ciò che dà forma alla nostra vita.

Leggi anche: Ciò che Sai È il Risultato di Ciò che Hai Scelto di Ignorare

La Soluzione: Riconquistare la Praxis con le Attività Ateliche

Per spezzare il dominio dell’Idea sulla Praxis dobbiamo fare una scelta radicale. Non si tratta di una nuova tecnica di gestione del tempo, ma di un cambiamento esistenziale che riporta lo scopo nel presente.

La soluzione sta nel prediligere e ricercare le attività ateliche, cioè quelle attività che hanno uno scopo in esse stesse e non nel prodotto finito (come le attività teliche).

Un’attività atelica è suonare il pianoforte solo per il piacere del suono; è camminare solo per il piacere del passo; è scrivere perché si ama il processo di trovare le parole giuste. Non sono giustificate dal futuro (il concerto, la gara, l’articolo pubblicato), ma solo dal presente.

Questa filosofia è in linea con l’idea di esistenza autentica di Heidegger (ne ho scritto sul mio Substack). Nel momento in cui ci dedichiamo a un’attività atelica, non siamo più mossi dal debito di produttività o dalla paura di perdere il tempo. Il fare diventa il proprio scopo, l’Idea scompare, e la nostra presenza si ristabilisce.

Scegli di essere lo scrittore che si gode la frase, invece di pensare all’articolo finito. Scegli di essere la persona che prende in mano un libro invece di pensare di leggerlo.

Scegli di essere.

Solo allora la paura di perdere il tempo si dissolve, e lo spazio che ci sembrava occupato dal blocco si riempie finalmente di presenza e pratica.

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Macchina da scrivere su scrivania con libro aperto, whisky e sigarette.

Le 5 regole di Hemingway per il journaling

Il journaling è parte della mia routine mattutina da anni. Ho iniziato nel 2018, semplicemente sedendomi a scrivere ciò che avevo vissuto quel giorno. Tutto qui: scrivere.

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Scrivere è pensare su carta. Farlo a mano ci obbliga a scegliere. In un mondo che ci sommerge di stimoli, il journaling diventa un esercizio di sottrazione: distinguere il suono dal rumore (Ciò che Sai È il Risultato di Ciò che Hai Scelto di Ignorare).
Quando riapro quei diari ritrovo dettagli che altrimenti sarebbero svaniti. Ed è proprio in quei dettagli che riconosco la forma di me stesso.

Insieme a Raymond Carver, Ernest Hemingway è uno dei miei scrittori moderni preferiti. Sono dipendente dal loro minimalismo quasi brutale. Le parole sono scelte con cura e parsimonia. Non spiegano: evocano. Come un odore, un suono, un’immagine improvvisa.

Quel modo di setacciare l’animo umano mi ha insegnato a dare un nome a tutto ciò che sento.
Da qui nascono i cinque consigli che ho tratto dalla routine di Hemingway, per chi vuole usare il journaling come pratica di consapevolezza.

1. Crea una routine definita

“When I am working on a book or a story, I write every morning as soon after first light as possible. There is no one to disturb you, and it is cool or cold, and you come to your work and you warm as you write.”
Ernest Hemingway

Hemingway mantenne questa routine per tutta la vita. Il journaling funziona davvero solo se diventa un’abitudine. Scrivere ogni giorno alla stessa ora lo trasforma da “una cosa da fare se riesco” a parte integrante della giornata. Come diceva William Faulkner:

“Io scrivo solo quando sono ispirato. Per fortuna, l’ispirazione mi colpisce ogni mattina alle nove.”

2. Inizia con una frase vera

A volte, all’inizio, trovare il flusso è difficile. Anch’io mi sentivo frustrato dopo alcune sessioni: avevo la sensazione di non aver scritto nulla di autentico.
Col tempo ho capito che era perché avevo mentito a me stesso. Scrivevo ciò che pensavo di dover scrivere, non ciò che avevo davvero dentro.

Hemingway consigliava di iniziare con una frase vera. Chiediti: “Cosa sto davvero pensando? Cosa mi preoccupa? Cosa desidero? Come mi sento, davvero?” Poi lascia che il cuore guidi la mano. All’inizio può essere scomodo, ma con la pratica la verità diventa naturale.

3. Scrivi senza giudicare

Trovata la frase vera, bisogna scrivere senza giudicare. Un grande scrittore — diceva Hemingway — sa osservare senza condannare. Solo così può entrare in un’altra realtà.

Quando giudichiamo ciò che scriviamo, lo forziamo nei limiti della nostra sensibilità. Il journaling serve a osservare, non a correggere.

Cercare dentro di noi significa incontrare pensieri che spaventano o feriscono.
Di solito li ignoriamo. Scriverli, invece, li rende visibili. E ciò che prende forma smette di infestare.

4. Descrivi i tuoi demoni

Scrivere senza giudizio porta in superficie ciò che nascondiamo, anche a noi stessi: dinamiche, ferite, paure che ci tengono in ostaggio.
A volte ci fanno credere di essere sbagliati.

Seneca scrive a Lucilio:

“Le cose che ci atterriscono sono più di quelle che in realtà ci affliggono.”

Dietro ogni malessere c’è un demone. Dargli un nome significa disarmarlo. Solo allora capiamo di essere noi al comando.

5. Fermati quando sai cosa scrivere

Hemingway si fermava quando sapeva già cosa avrebbe scritto il giorno dopo. Questo crea un ponte invisibile verso la sessione successiva.

Quando ti fermi, la mente continua. L’inconscio lavora sull’idea rimasta sospesa, la riempie di dettagli che la concentrazione non avrebbe mai visto. Non è romanticismo, si chiama Default Mode Network.

Conclusione

Il journaling non è un rituale di autoanalisi. È un esercizio di verità, di attenzione, di libertà. Scrivere ogni giorno significa imparare a vedersi con chiarezza — e a vivere con un po’ più di onestà verso se stessi.

“Se cerchi la verità, alla fine potrai trovare conforto; se cerchi conforto, non avrai né conforto né verità, bensì soltanto illusioni lusinghiere e fantasie consolatrici all’inizio, e disperazione alla fine.”
C.S. Lewis

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una bella torta di compleanno con una candela per il primo compleanno di una bambina.
Photo by Diliara Garifullina on Unsplash

Il primo compleanno di nostra figlia

Mi piace immaginare così la nostra vita insieme: tu Luna crescente, all’inizio avrai bisogno del nostro supporto per essere completa. Noi non faremo altro che rifletterti la luce dell’amore che a nostra volta abbiamo ricevuto e riceviamo.

Tu crescerai, fino a diventare Luna Piena. Noi ci ritireremo per lasciarti splendere, per tornare poi a completarti nella tua vita da adulta, in qualsiasi forma possibile.

Chissà, forse allora sarai in grado di leggere le parole che ti ho scritto sul cuore quando ti ho accolta sul mio petto.

Così scrivevo quando sei venuta al mondo. E il nostro primo anno insieme è andato proprio così. Ti abbiamo vista crescere ogni giorno di più, notando ogni tuo piccolo cambiamento. Tu con quegli occhioni marroni che osservavi tutto intorno a te.

Fuori piove. Il vento sferza la pioggia. Un vento freddo che soffia via l’autunno per far posto all’inverno. Ci godiamo il tempo insieme.

Vorrei chiederti cosa pensi quando mi guardi. Chi vedi davanti a te? Cosa pensi di quest’uomo con la barba sempre più brizzolata che ti cambia i pannolini, ti prepara da mangiare, balla come un pazzo e riempie te, tua madre e tuo fratello di baci e abbracci? Quello un po’ buffo che forse prende in mano troppi libri.

Potrei citarti Platone, Pascal, Ruskin, Tolstoj, Sant’Agostino, Marco Aurelio, Epitteto, Ovidio e troppi altri. Mi illumino e mi nutro della loro saggezza provando ad ampliare la mia. Mi insegnano a vedere la profondità, quella che purtroppo abbiamo imparato a ignorare. Sento un fuoco bruciarmi dentro, un bisogno di crescere, di evolvermi. E allora scrivo, cerco ancora, mi pongo domande e provo a dare risposte. Non le trovo sempre.

Poi alzo lo sguardo e vedo il tuo bel viso osservarmi incuriosito. Hai in mano una bacchetta verde e ti sei fermata dal suonare il tuo tamburo preferito. Appena i nostri occhi si incontrano tu mi lanci un sorriso così vero da fare quasi male ed è lì che la saggezza anziché leggerla la sento.

Tutte queste persone parlano di Te, di ogni forma di Amore che arriva sulla terra a ricordarci il nostro posto e il nostro ruolo. Il resto è semplicemente superfluo. Un esercizio di stile nella migliore delle ipotesi. Un peccato nella peggiore.

La Verità rappresenta il punto di fuga su cui è costruita la prospettiva della nostra vita. Se cercherai bene nella tua anima potrai riconoscerla. Costruiscici sopra la tua vita.  La vita è quello che si rivela attraverso la coscienza, ed essa c’è sempre e dovunque. Il nostro errore è di chiamare vita ciò che ce la nasconde.

Non caderci amore mio.

Secondo Jung lo scopo della vita non è essere perfetti, ma essere completi. Per essere completi dovrai cercare e raccogliere pezzi dentro e fuori di te. Chiunque incontrerai può dartene uno. Chiunque. Io ho iniziato 40 anni fa e ora finalmente inizio a vedere l’intero mosaico. E pensa un po’, è proprio l’immagine del tuo sorriso.

Oggi è il tuo compleanno. Tante persone, tanti sorrisi. Tanti regali. Ma sappi che il regalo più grande lo hai appena fatto tu a me.

Buon primo compleanno amore mio!

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