More Blog.

MoreDrums, MoreThoughts, MoreSport.

Everything is more!
Read Blog Latest Post

Dopamine Nation: perché la tua felicità è in ostaggio (e come liberarla)

Ti è mai capitato di voler leggere un libro e ritrovarti, un’ora dopo, a scrollare video di ricette che non cucinerai mai? Non sei solo. Recentemente ho seguito una masterclass di **Anna Lembke**, psichiatra a Stanford ed esperta di dipendenze, e ho voluto unire le sue scoperte alle mie riflessioni su come la tecnologia stia riscrivendo il nostro cervello.

Il punto non è la “tecnologia cattiva”, ma come il nostro corpo reagisce alla **sovrabbondanza**.

I 5 campanelli d’allarme

Secondo la Lembke, ci sono cinque segnali inequivocabili che indicano un rapporto alterato con la dopamina:

1. Feedback esterno: Amici e parenti ti dicono spesso che passi troppo tempo al telefono.
2. Negazione: Ti ritrovi a mentire (anche a te stesso) su quanto tempo passi effettivamente online.
3. Instabilità emotiva: Ti senti ansioso, depresso o irritabile senza un motivo apparente.
4. Paralisi del desiderio: Non fai più le cose che ti piacciono (es. “vorrei leggere, ma non ho mai tempo”) perché l’energia viene assorbita dal consumo passivo.
5. Terrore dell’interruzione: Provi una sensazione di disagio profondo al solo pensiero di dover smettere o se qualcuno ti impedisce di continuare.

Il Paradosso dell’Abbondanza (Plenty Paradox)

Questo “disagio emotivo” è il sintomo di quello che la Lembke definisce Plenty Paradox: più una società è benestante e con un buon livello di welfare, più i suoi abitanti tendono all’infelicità. In questo scenario, la dipendenza digitale è un adattamento neurale: il nostro cervello cerca di gestire l’eccesso “spegnendo” i recettori del piacere per proteggersi.

Per contrastare questo fenomeno, la Lembke suggerisce un approccio ormetico: sottoporre intenzionalmente il corpo a stress moderati (sport, hobby analogici, socializzazione reale) per spingerlo a produrre naturalmente dopamina, noradrenalina e cortisolo, anziché riceverli passivamente da uno schermo.

Il Dopamine Detox Plan (in 7 passi)

Se senti di aver superato il limite, ecco il protocollo suggerito nella Masterclass, integrato con alcune mie considerazioni pratiche.

1. Identifica la tua droga: Chiediti onestamente cosa fai quando sei annoiato o stressato e di cosa ti vergogneresti a parlare con i tuoi cari.
2. Timeline Followback Method: Per una settimana, osserva i tuoi consumi senza giudicarti. Segna cosa, quanto e spesso. Come insegnava Drucker per la gestione del tempo, non puoi migliorare ciò che non misuri.
3. Analizza il “Perché”: Una volta ottenuti i dati, chiediti: “Perché l’ho usato?”. Era per divertimento o per anestetizzare noia e ansia?
4. Riconosci i Triggers: Individua gli stimoli che attivano il comportamento compulsivo e crea delle regole If-Then (es. “Se mi siedo a tavola, allora il telefono resta in un’altra stanza”).
5. Crea Barriere Fisiche: Non affidarti alla forza di volontà. Allontana gli oggetti (Spazio), stabilisci orari (Tempo) e circondati di persone che non condividono quelle abitudini (Socialità).
6. Stabilisci la durata: Inizia con 7 giorni, ma l’ideale sarebbe almeno un mese. Inserisci momenti di check-up per capire cosa sta funzionando.
7. Condividi l’intento: Dillo a chi ti sta vicino. Dichiarare un obiettivo aumenta drasticamente le possibilità di mantenerlo e riduce i conflitti legati ai tuoi eventuali sbalzi d’umore iniziali.

La mia opinione: oltre la biologia

I punti della Lembke sono concreti, ma credo che il problema sia anche filosofico.

Come diceva Blaise Pascal, la nostra irrequietezza nasce dal timore di restare soli con noi stessi. Invece di vedere l’angoscia come un segnale positivo — che per Heidegger è la porta verso un’esistenza autentica — la soffochiamo con un altro video, un altro scroll, un’altra notifica.

Sostituiamo la Techné (la tecnologia come strumento di creazione) con una tecnologia che ci illude di controllare la realtà.

Siamo terrorizzati dalla noia, eppure è proprio nel vuoto della noia che si attiva il Default Mode Network, il motore della nostra creatività e degli insights.
È fermandoci che facciamo spazio alla meraviglia e che, di conseguenza, torniamo ad essere presenti a noi stessi.

  • Condividi questo articolo
libro di Sertilanges La vita intellettuale, con notebook e penna stilografica

Note di percorso – Settimana 6

Questa settimana il viaggio si è spostato su una coordinata diversa: non più lo spazio o la produttività, ma il ritorno. Il ritorno a casa, il ritorno al presente, il ritorno a un tempo che non sia solo “consumo”.

La distanza e il senso di “Casa”

Ascoltando The Open Path di Elias Amidon su Waking Up, sono rimasto folgorato dal suo concetto di “distanza”. Amidon racconta di come, da bambino, restando a letto a guardare il sole tra i rami, provasse un senso assoluto di appartenenza. Poi, alzandosi, iniziavano le distanze: colazione, scuola, e col tempo traguardi sempre più complessi. Abbiamo finito per scambiare questi traguardi per la felicità, diventando “esuli” che si allontanano sempre di più da quella sensazione iniziale. Quella casa, secondo Amidon, non è un luogo fisico da raggiungere: è sempre dentro di noi. Annullare le distanze significa, semplicemente, smettere di cercarle fuori. È un tema che tocca da vicino la nostra capacità di restare presenti, un concetto che avevo già sfiorato parlando di memoria tecnica e spirituale, dove il ricordo non è solo un file archiviato, ma l’atto di abitare la propria storia.

Il “Primo Momento” e la Frontiera

Amidon parla anche del first moment: quell’istante millimetrico tra l’attimo che muore e quello che nasce. Mi ha ricordato David Whyte e quanto l’uomo sia, intrinsecamente, una frontiera tra ciò che conosce e l’ignoto. Ed è qui che si scioglie l’illusione del Sé. Nella meditazione non-dualistica quel momento è la Consapevolezza. Per i sufisti quel momento è Dio. Per Sant’Agostino è la memoria intesa come consapevolezza innata di verità universali, che sono a loro volta uno specchio di Dio. È la spinta verso l’invisibile che ci riporta al Tutto – come dice anche il Talmud – una tensione tra spirito e realtà che ho ritrovato spesso riflettendo su Heidegger, Praxis e Poiesis.

Un palazzo nel Tempo: Il Sabato

Tutta questa riflessione sulla presenza è confluita nella lettura de Il Sabato di Abraham Joshua Heschel. Mi sono avvicinato a questo testo quasi per caso, studiando il calendario lunare e la tradizione giudaica, affascinato dall’idea di vedere la domenica non come la fine, ma come il primo giorno della settimana.
Nella tradizione ebraica, il Sabato non è un giorno per “ricaricare le pile” (quella pausa funzionale al sistema di cui parla Byung-Chul Han). È un “palazzo nel tempo“. È il momento in cui ci si ferma per riposare sul Senso.
E riprendendo Ratzinger, la fede è proprio questo: l’accettazione di un senso che non abbiamo fabbricato noi.

Il Paradosso dell’Abbondanza (Dopamina e Ormesi)

Per riuscire a contemplare, però, bisogna pulire lo specchio dell’attenzione. Ho seguito una masterclass di Anna Lembke sul Dopamine Detox e mi ha colpito il “Plenty Paradox“: più un Paese è benestante, più i suoi abitanti sono infelici. Siamo drogati di stimoli che distruggono il nostro equilibrio.

La soluzione? L’ormesi: esporsi a piccoli stress controllati per spingere il corpo a produrre la propria dopamina.
Il problema infatti non è la dopamina in sé, ma il sovraccarico a cui ci siamo abituati dato da strumenti come smartphone e social media.

Mettere in pratica questo detox significa fare scelte radicali per la propria libertà mentale. È lo stesso principio che mi ha portato a fare scelte controcorrente, come quando ho deciso di lasciare Spotify per sottrarmi alla gratificazione istantanea dell’algoritmo e ritrovare il piacere (e la fatica) della scoperta musicale.

Appunti creativi: Scrivere Storie

In tutto questo “ritorno a casa”, ho ritrovato un vecchio sogno: la scrittura di storie brevi. Ho deciso di rimetterla al centro della mia vita creativa. È la mia poiesis personale. In questo percorso, rileggere momenti come questo con mio figlio, ha confermato ciò che diceva Amidon: per trovare il divino nel quotidiano, non serve percorrere distanze, ma guardare ciò che già c’è.

  • Condividi questo articolo
libro di Sertilanges La vita intellettuale, con notebook e penna stilografica

Note di percorso – Settimana 5

Questa settimana la sensazione predominante è stata quella di voler forzare le sbarre di una gabbia. Una gabbia invisibile, fatta di produttività compulsiva, algoritmi e rumore mentale, che però abbiamo iniziato a chiamare “normalità”. Mi sono chiesto: quanto della nostra giornata è dedicato a essere e quanto a funzionare?

La trappola della “Rat Race” e il Gestell

Mi sono fermato a riflettere su un pezzo di Oliver Burkeman. Dice una cosa che sembra banale ma è spaventosa: ci siamo convinti che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in noi se non partecipiamo alla “corsa dei topi”. Questa fretta perenne, il bisogno di saturare ogni minuto, è spesso un paravento per non guardare in faccia la nostra finitezza e le domande ultime.

È il ritorno del Gestell di Heidegger: un “impianto” tecnico che ci incastra, trasformando il mondo e noi stessi in “Fondo”, in pura risorsa da spremere per uno scopo che non abbiamo nemmeno scelto. Ho capito che fare ciò che mi fa sentire vivo (come suggeriva Howard Thurman) non è un lusso o un atto di egoismo, è una necessità politica. Se l’uomo diventa solo un ingranaggio della tecnologia, perde la sua funzione poietica, ovvero la capacità di svelare la verità senza sfruttarla.

Il mare dei pensieri: identificazione e onde

Sempre su questa scia, ho ripreso le sessioni di Sam Harris su Waking Up. Mi è rimasta impressa l’immagine dei pensieri come onde. Quando cerco di combattere un pensiero o di scacciarlo (il classico “non pensare all’elefante rosa”), sto solo alimentando l’incendio. L’attenzione negativa è comunque una forma di identificazione: nel momento in cui dico “non voglio questo pensiero”, sono già diventato quel pensiero.

In realtà, ogni pensiero è fatto della stessa sostanza dell’oceano del mio inconscio: emerge, sembra un’entità solida e tagliente per un istante, e poi si rimescola nella massa d’acqua. Imparare a osservarli come fenomeni passeggeri, senza giudizio, è l’unico modo per non lasciarsi travolgere dalla tempesta mentale che alimenta la nostra ansia da prestazione.

Sapere vs Comprendere: la stabilità del Senso

Un passaggio di Ratzinger in Introduzione al Cristianesimo ha dato profondità a tutto il quadro. Spiega che la fede non è un affastellamento cieco di concetti incomprensibili da accettare “perché è un mistero”. Anzi, definire così il mistero è un’offesa all’intelligenza. La differenza sta nel passaggio dal “sapere” (accumulo di dati, il faciendum) al comprendere.

In sintonia con Pascal e Ruskin, Ratzinger ci ricorda che il sapere fine a se stesso può rendere ciechi e presuntuosi. Rigettare questa affermazione potrebbe esserne una riprova. Comprendere, invece, significa accettare il “fondamento come senso” (Verum est ens). È una forma di abbandono che paradossalmente fornisce una stabilità immensa: solo quando sento che c’è un senso ultimo che non devo “fabbricare” io, posso smettere di agitarmi e iniziare a svilupparmi davvero come uomo, nella mia totalità.

Appunti pratici: Tra Cervello Bayesiano e Privacy

Sul blog questa settimana ho cercato di sviscerare questi concetti attraverso due lenti diverse:

  • La Biologia della Meraviglia: Nel post sul Cervello Bayesiano spiego come il nostro organo principale cerchi di prevedere tutto per risparmiare energia. La meraviglia interrompe questo automatismo. Non è un sentimento sciocco: quando ci meravigliamo, i livelli di infiammazione nel sangue scendono, il nervo vago si rilassa e l’ego si rimpicciolisce, lasciando spazio all’empatia.

  • La difesa dei confini: Il passaggio a Proton non è stato solo un cambio di provider mail. Vedere 12 tracker bloccati in una singola, innocente mail di LinkedIn mi ha fatto capire quanto territorio stiamo cedendo. Se tutto è “Fondo” (Heidegger), i nostri dati sono il carbone di questa epoca. Riprendersi la privacy è un atto di igiene mentale.

  • Condividi questo articolo
meraviglia, verwondering

Quando hai smesso di meravigliarti?

Quando ho smesso di meravigliarmi? E soprattutto, perché?

Me lo sono chiesto la sera del 19 gennaio. Mia moglie si è avvicinata e mi ha mostrato una foto sul telefono. «Dovresti uscire adesso con il cane». Sul display c’era l’aurora boreale.

Non potevo crederci. Sono uscito con il cuore in gola, con quella foga che hanno i bambini quando devono correre a giocare, prima che qualcuno spieghi loro che il gioco non serve a niente. Fuori c’era un cielo sereno, un silenzio mai sentito prima e stelle che sembravano bucare il velo della notte. Poi, come nel momento che precede un terremoto, ho sentito l’aria rarefarsi.

È apparsa, per la prima volta.

La prima immagine che ho avuto è stata quella di un gigante invisibile che soffiava sabbia colorata dalle sue mani. Il freddo non esisteva più. Esistevano solo questi colori che inondavano il cielo e io ero lì, a inseguirli con lo sguardo, voltandomi da una parte all’altra, lottando contro il senso di delusione ogni volta che il colore sbiadiva, temendo che quel profondo momento di comunione fosse già finito.

Tutti abbiamo dei momenti in cui sentiamo di aver afferrato una verità immanente, il senso stesso della vita, salvo poi vederlo sfuggire come un riflesso sull’acqua appena proviamo a ingabbiarlo nelle parole. Eppure, lì fuori nell’inverno olandese, mentre il gelo mi intorpidiva le dita, mi sentivo parte del diaframma che regola il respiro dell’universo. Non esisteva l’ego, non esisteva il tempo. Esisteva solo una sorta di ricordo dimenticato, un’immanenza che sfuggiva alla verbalizzazione. Un senso di appartenenza lontano anni luce dal desiderio di inseguire le cose che crediamo possano renderci felici.

Sono rientrato in casa e mi sono chiesto: «Chi è stato?»

Da qualche parte, durante la crescita, qualcuno ci ha convinto che meravigliarsi fosse una cosa da stupidi. Ci hanno insegnato che la maturità risiede nel sapere, nel possedere la spiegazione pratica. Ma l’uomo che si limita a “sapere” è un uomo che si spegne. È un uomo che deve cercare la distrazione: lavoro, denaro, carriera, sesso, droghe. Tutto pur di non pensare. Analizziamo i venti solari, calcoliamo l’elettromagnetismo, misuriamo le latitudini spesso per non ammettere di non avere il minimo potere sul dispiegarsi degli eventi.

Esorcizziamo il mistero con la statistica perché abbiamo paura di ciò che non possiamo prevedere. Così finiamo per vivere in un mondo etichettato e sterile, dove la luna è solo un deserto di crateri e non più una faccia che ci osserva; dove la pioggia è un fenomeno atmosferico e non la corsa delle gocce sul vetro della finestra.

Siamo intossicati da questo bisogno di capire tutto. Ma la forma in cui l’uomo è tenuto ad affrontare la verità dell’essere non è il sapere, è il comprendere. Il sapere seziona, cataloga e neutralizza; il comprendere, invece, è un atto di accoglienza. È un arrendersi a ciò che ci sostiene senza pretendere di smontarne il meccanismo.

L’ho sentito chiaramente sotto quel cielo verde: la verità non era nell’attività elettromagnetica, ma nella mia apertura a farmi attraversare da essa. Ho ripensato a C.S. Lewis e a quel desiderio che nessuna cosa terrena può soddisfare. Forse i piaceri del mondo sono solo segnali che puntano all’oggetto vero, di cui la meraviglia è il riflesso più puro.

Se la nostra vita è una linea a matita che si affanna a tracciare forme, successi e ruoli, allora la meraviglia è il segno che ci rivela il foglio su cui siamo scritti.

  • Condividi questo articolo
cervello di bayes con formule matematiche

Il Cervello Bayesiano. Perché non vediamo il mondo, ma lo prevediamo

Ti è mai capitato di scambiare un cappotto appeso nell’ombra per una persona? Per un istante, il tuo cuore accelera, finché non ti avvicini e l’illusione svanisce. Questo non è un semplice errore dei sensi: è il tuo Cervello Bayesiano all’opera.

Nelle neuroscienze, l’idea del cervello come “macchina predittiva” sta rivoluzionando il modo in cui intendiamo la mente.

Il cervello non è una telecamera, è uno scommettitore

Contrariamente a quanto pensiamo, la nostra percezione non è una registrazione passiva della realtà. Come sosteneva Hermann von Helmholtz già nel XIX secolo:

“Tutto quel che si vede e si tesse è prodotto dei nostri sensi e perciò solamente appare.”

Il cervello vive in una scatola buia (il cranio) e riceve segnali elettrici ambigui e “rumorosi”. Per navigare nel mondo, non aspetta di avere tutti i dati: formula ipotesi. La nostra realtà è, di fatto, l’ipotesi più probabile che il cervello ha generato per spiegare quegli stimoli.

Il Motore Matematico: Il Teorema di Bayes

Per aggiornare queste ipotesi, il cervello usa una logica simile al Teorema di Bayes. Immaginalo come un ciclo continuo tra ciò che sappiamo già e ciò che sta accadendo ora:

Concetto Chiave Cosa significa Esempio Pratico
Prior Beliefs (Convinzioni) La tua conoscenza passata e le tue aspettative. Sai che la luce di solito viene dall’alto (il sole/lampadine).
Likelihood (Prove sensoriali) I dati grezzi che arrivano dai sensi in questo momento. Vedi un’ombra strana su una superficie.
Posterior Belief (Aggiornamento) La nuova percezione nata dall’unione di dati e ricordi. Interpreti l’ombra come una buca, basandoti sulla direzione della luce.

Predictive Coding: Imparare dagli Errori

Come viene implementato tutto questo nei nostri neuroni? Attraverso la Codifica Predittiva (Predictive Coding):

Top-Down: I livelli superiori del cervello inviano previsioni verso il basso (“Mi aspetto di vedere questo”).
Prediction Error: Se c’è una discrepanza tra la previsione e la realtà, si genera un “errore di previsione”.
Apprendimento: Il cervello non ignora l’errore; lo usa per affinare il modello interno. È un ciclo di apprendimento continuo.

Il Ponte: Dal Cervello Bayesiano all’Insight

Qui si collega un punto fondamentale che ho trattato nel post precedente su Il piacere di capire.

Perché ricordiamo meglio le cose quando abbiamo un “insight” improvviso? In ottica Bayesiana, un insight è un massiccio aggiornamento del modello. Quando finalmente “capiamo” qualcosa di complesso, stiamo risolvendo un errore di previsione enorme che persisteva da tempo. Il cervello premia questa ristrutturazione dei nostri priors rendendo quel ricordo più vivido e duraturo. L’insight è il suono del sistema Bayesiano che si sintonizza sulla frequenza corretta.

Lees ook: Il piacere di capire. come l’Insight scolpisce la nostra memoria

Conclusione

Il Cervello Bayesiano ci insegna che non siamo spettatori passivi, ma costruttori attivi della nostra realtà. La prossima volta che impari qualcosa di nuovo, chiediti: quale vecchia convinzione sto aggiornando?

  • Condividi questo articolo
libro di Sertilanges La vita intellettuale, con notebook e penna stilografica

Note di percorso – Settimana 4

Benvenuti in questo primo appuntamento. “Note di percorso” è la mia revisione settimanale: uno spazio dove raccolgo i frammenti di studio, le connessioni inattese e le riflessioni che nascono tra i libri, la musica e la vita quotidiana. Nessuna lezione cattedratica, solo il resoconto di un cammino in corso, che racconto più nel dettaglio in The Polymath Quest: Il mio viaggio verso la conoscenza.

Il Cantiere: Dalla Verità al “Fare” (Ratzinger e Heidegger)

Questa settimana sono immerso nella lettura di Introduzione al Cristianesimo di Ratzinger. Mi ha colpito il passaggio filosofico dal Verum est ens (la verità è l’essere) al Verum quia factum (la verità è ciò che è fatto). Nel mondo moderno, sembra che siamo capaci di credere solo a ciò che abbiamo costruito noi stessi.

Questa riflessione si è legata perfettamente ai miei appunti sul saggio di Heidegger sulla tecnologia. Heidegger avverte che siamo passati dalla techné come poiesis (un “fare” che aiuta la verità a svelarsi) alla tecnologia come strumento di puro controllo. Il rischio? Che tutto diventi “Fondo”, ovvero materiale disponibile all’uso. Compreso l’uomo, che da custode della verità diventa risorsa da sfruttare. È quella che Byung-Chul Han chiama la “scomparsa della vita contemplativa”, il motore della società del burnout.

La Connessione: La vita sostitutiva

Mentre approfondivo questi temi, ascoltavo Joko Beck su Waking Up. Lei parla della “vita sostitutiva”: una narrazione fatta di pressioni sociali e “dover essere” che ci allontana dalla vita autentica.

Vedi il collegamento? Se la nostra verità è solo ciò che “produciamo” (Ratzinger) e guardiamo al mondo solo attraverso l’impianto del controllo (il Gestell di Heidegger), finiamo per costruire una storia artefatta che ci distoglie dalla realtà pura. La salvezza sta nel tornare a vedere l’uomo non come risorsa, ma come mezzo indispensabile per lo svelamento della verità.

L’Ispirazione: Il prezzo della creazione (Puccini)

A chiudere il cerchio, ho guardato la serie sulla vita di Puccini. L’arte e la cultura sono esempi perfetti di attività poietiche: svelano qualcosa del mondo senza sfruttarlo. Vedere la lotta di un genio per tradurre l’autenticità in musica mi ha ricordato che, tra la “vita sostitutiva” e la “verità dell’essere”, c’è la disciplina della creazione. Puccini non aspettava solo l’ispirazione; la faceva accadere partendo da un’emozione reale, non artefatta.

Dal mio archivio

Tutto questo parlare di attenzione e sistemi mi ha fatto pensare a come organizziamo queste intuizioni per non perderle nel rumore quotidiano. Proprio oggi ho pubblicato un nuovo articolo che approfondisce questo tema:

Leggi: Il piacere di capire. come l’Insight scolpisce la nostra memoria

In questo post esploro come la gioia della comprensione possa essere trasformata in memoria duratura, evitando che lo studio rimanga un esercizio sterile.

Alla prossima settimana!

  • Condividi questo articolo
un cervello che ha un'intuizione

Il piacere di capire. come l’Insight scolpisce la nostra memoria

Esistono due modi per risolvere un problema: il primo è quello iterativo, in cui seguiamo formule matematiche o passaggi logici lineari. Il secondo, invece, avviene tramite l’insight.

L’insight è l’intuizione istantanea, l’“eureka” di Archimede, quell’illuminazione che arriva all’improvviso, magari sotto la doccia. Durante i miei studi, mi è sembrato subito chiaro come questo fenomeno possa essere collegato al Default Mode Network, quella rete neurale che si attiva quando lasciamo vagare la mente.

L’esperimento: Decodificare l’invisibile

Il ricercatore Maxi Becker, presso l’Humboldt University di Berlino, ha analizzato questo processo utilizzando la Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI). Lo studio si è concentrato su come il cervello reagisce alle Mooney Images: immagini in bianco e nero ad alto contrasto dove il soggetto è inizialmente indistinguibile dallo sfondo.

Quando osserviamo queste immagini, attraversiamo diverse fasi:

1. Ricerca attiva: Il cervello cerca elementi per decodificare il caos visivo e ricondurlo a schemi noti (un processo simile al Fenomeno della Pareidolia).

2. Stallo: Questa fase può durare pochi secondi o diversi minuti.

3. Riconoscimento: Improvvisamente, il cervello “vede” la figura.

Questo momento è definito Representational Change (Cambio Rappresentazionale). L’immagine, prima priva di senso, sintonizza il cervello su un nuovo modo di interpretarla. Una volta riconosciuta, non è più possibile “non vederla”.

L’anatomia dell’Eureka: Tre aree in gioco

Dallo studio emerge che questo cambio di prospettiva è il risultato di una danza tra tre aree cerebrali:

VOTC (Corteccia occipitotemporale ventrale): L’area specializzata nel riconoscimento degli schemi visivi e delle forme.

Ippocampo: Funziona come un “rilevatore di discrepanze”. In un’ottica di Cervello Bayesiano (ne scriverò la prossima settimana), l’ippocampo si assicura che la realtà combaci con le nostre aspettative. Quando la previsione (“è un’immagine senza senso”) fallisce perché il VOTC trova uno schema, l’ippocampo si attiva prepotentemente.

Amigdala: Gestisce le emozioni. È la responsabile di quella scarica di piacere che accompagna l’insight.

sezione del cervello con amigdala, ippocampo e VOTC

Il “Superpotere”: L’Insight-memory advantage

La parte più affascinante di questa ricerca — e quella che più mi serve per il mio percorso di apprendimento — riguarda la memoria. Il processo si conclude così: con il “collante” fornito dall’amigdala (il piacere), il cervello salva l’insight nella memoria a lungo termine.

Questo fenomeno è noto come Insight-memory advantage.

Perché l’insight potenzia così tanto la memorizzazione?

1. Sforzo e Ricompensa: Il cervello premia la risoluzione di un enigma. La “fatica” cognitiva per decodificare l’immagine crea una tensione che viene rilasciata con l’insight.

2. Marcatura Emotiva: L’emozione positiva funge da segnale di importanza. Il cervello dice: “Se ci ho messo tanto a capirlo ed è stato così soddisfacente, allora deve essere un’informazione preziosa”.

In conclusione, questo studio suggerisce che per imparare in modo efficace non dobbiamo limitarci ad accumulare dati (processo iterativo), ma dobbiamo cercare attivamente quel “cambio rappresentazionale”. Spingersi oltre il primo momento di confusione è ciò che permette di fissare i concetti per sempre.

  • Condividi questo articolo
Spes seduta sul trono

Ho trovato la chiave della speranza in un opuscolo di paese

Siamo abituati a cercare la speranza nei grandi cambiamenti, nei nuovi inizi o nelle risposte degli esperti. Io l’ho trovata in un opuscolo della chiesa protestante qui in paese. Sfogliandolo sono stato colpito da questa frase: “La speranza inizia non dalle risposte, ma dall’attenzione”.

È una frase profondamente controtendenza. Viviamo in un’epoca che ci bombarda di risposte preconfezionate, tutorial per ogni problema e soluzioni veloci. Eppure, nonostante questa abbondanza di istruzioni per l’uso, la speranza sembra scarseggiare. Perché?

La trappola del “tutto è possibile”

Il filosofo (e futuro papa) Joseph Ratzinger, già nel 1968, aveva individuato un problema che spiega perfettamente il nostro malessere moderno. Un tempo credevamo che la verità fosse qualcosa da contemplare, una realtà solida in cui siamo immersi: Verum est ens, la verità è l’essere, in tutta la sua complessità.

Con il tempo, invece, siamo passati alla concezione che sia vero solo ciò che possiamo produrre: Verum quia factum, la verità è ciò che è fatto. Infine, la mentalità tecnica ha trovato terreno fertile e ci ha convinti che la verità risieda nel “Verum quia faciendum”: la verità è in ciò che è possibile fare, riprodurre, manipolare e quindi spiegare.

Siamo passati dal guardare il mondo come un dono, al guardarlo come un cantiere infinito di cui ci sentiamo unici proprietari e costruttori. Questa è la trappola del fare: l’illusione che tutto sia possibile e che, di conseguenza, tutto debba essere fatto. Se puoi farlo, devi farlo. Questa corsa all’efficienza continua ci toglie il respiro e, paradossalmente, ci ruba la speranza. Il nostro nuovo mantra è diventato: “(Ri)Produco, quindi sono”.

Perché preferiamo i social alle grandi domande?

L’attenzione è la chiave per capire chi siamo, ma è terribilmente faticosa. È per questo che è così facile perdersi per tre ore a guardare reels. Non è semplice pigrizia; è una strategia di fuga.

Fermarsi a guardare la realtà richiede coraggio, perché solleva domande enormi. I Greci chiamavano questa sensazione “Thauma”: uno stupore che è anche un po’ terrore, la vertigine che proviamo davanti all’infinito. Il poeta e filosofo David Whyte ci ricorda che l’essere umano non è altro che l’incontro tra ciò che crede di essere e ciò che gli è ancora sconosciuto.

Per non sentire questo corto circuito interiore, preferiamo la distrazione. Ma così facendo, rimaniamo intrappolati in quello che Platone definiva il “non-essere”: per ogni singolo modo di essere realmente, esistono infatti infiniti modi di non-essere.

Guardare oltre ciò che si tocca

Essendo convinti che il “vero” sia solo ciò che è tecnicamente riproducibile o razionalmente spiegabile, cadiamo nell’errore — se ci pensate, piuttosto grossolano — di credere che il reale sia solo ciò che possiamo misurare, replicare o comprare. Basterebbe già la fisica quantistica ad evidenziare questo errore.

Lev Tolstoj ci ricorda qualcosa di rivoluzionario: le cose più vere sono proprio quelle che non si vedono, ma si percepiscono chiaramente. Le cose tangibili sono prodotti dei nostri sensi, che possono essere alterati. Il tuo “io”, la tua coscienza, non è qualcosa che è apparso improvvisamente quando sei nato. Come scrive Tolstoj: «È come se io non fossi mai apparso, ma fossi sempre esistito».

Qui sorge la domanda di Ratzinger: e se la nostra mania di voler solo constatare i fatti ci stesse impedendo di vedere la Verità intera? Se limitiamo la realtà solo a ciò che produciamo o riproduciamo, finiamo per falsificare noi stessi. Non possiamo applicare le regole della profondità solo quando ci fa comodo.

La speranza come ritorno a casa

Tutto questo ci riporta a Sant’Agostino e alla sua splendida idea del “ricordo di Dio“.

Immagina di avere dentro di te un’impronta: un ricordo sbiadito ma potente di una perfezione e di una pace che non riesci a trovare nel “fare” quotidiano (un concetto caro anche a C.S. Lewis). La speranza è proprio questo: non è l’attesa che succeda qualcosa di nuovo, ma l’atto di prestare attenzione a quel riflesso che portiamo già dentro.

Se sei onesto con te stesso, lo senti anche tu. È la parte di noi che vuole ritornare al Tutto. La speranza non nasce quando troviamo la soluzione ai nostri problemi, ma quando finalmente smettiamo di distrarci e iniziamo a prestare attenzione a ciò che siamo veramente.

  • Condividi questo articolo
De hersenschim van de gouden jaren

La chimera degli anni d’oro: Dialogo su un’illusione

Esiste un’illusione che ci portiamo dietro come un bagaglio invisibile: l’idea che il passato sia un Eden perduto dove tutto era perfetto. È quella che Andrea Sestili – una delle poche cose di cui sono grato all’algoritmo di YouTube – in una riflessione video che mi ha molto colpito, definisce “La Chimera degli anni d’oro“.

Questa definizione mi ha scosso perché ha dato un nome a un fallimento che ho vissuto sulla mia pelle. A dicembre sono tornato a Vicovaro, il mio paese natale. Avevo proiettato questo momento per settimane: io che cammino mano nella mano con mio figlio, mia moglie accanto con nostra figlia. Scorci che per chiunque altro sono solo pietre e angoli, ma che per me custodiscono l’alfabeto della mia infanzia. Invece, una volta lì, la realtà ha smascherato l’illusione: i luoghi erano rimasti, ma il “senso” era evaporato.

Mentre ascoltavo Andrea citare Søren Kierkegaard, tutto è diventato chiaro. Il mio errore era lo stesso descritto nell’esperimento sulla Ripetizione: tornare a Berlino (per me Vicovaro) sperando di ricalcare esattamente i passi del passato per riviverne l’estasi. Ma la ripetizione non esiste come copia carbone. Il tempo non è un nastro che si può riavvolgere.

Kierkegaard distingue il ricordo (un movimento all’indietro verso un oggetto passato, morto) dalla ripetizione (un movimento in avanti). Io non cercavo una ripetizione, cercavo un ricordo. E per questo sono rimasto a mani vuote.

Questa ferita la si ritrova anche in Cesare Pavese, un altro riferimento che Sestili usa per mappare questa disillusione. In La luna e i falò (un libro catartico per me), Anguilla scopre che la sua non è una delusione geografica, ma cronologica: credeva di tornare in un luogo, ma cercava un tempo.

Qui entriamo nel cuore di quello che Andrea chiama il Ricordo mancato: una nostalgia del futuro, l’angoscia per una bellezza che potrebbe accadere ma che immaginiamo già perduta.

Leggi anche: L’illusione delle scelte infinite

È a questo punto, però, che la mia riflessione ha sentito il bisogno di un ulteriore ponte. Se è vero che cercare l’identità nel passato è come guardare il retro di una copertina, come facciamo a vivere questa “frontiera” senza impazzire?

Mi è venuto in soccorso David Whyte (scoperto tramite Sam Harris), che sembra completare perfettamente il discorso: l’essere umano è il punto esatto in cui ciò che conosciamo incontra l’ignoto. Siamo sempre in bilico sull’orizzonte degli eventi. In questo equilibrio precario, ciò che stiamo per diventare avrà sempre la meglio su chi pensavamo di essere.

Se la chimera ci sposta sempre altrove, la sintesi con cui Andrea chiude il suo video è l’unica bussola possibile: “Gli anni d’oro sono qui ogni giorno, ma sempre ad un passo da noi.

La sfida non è raggiungerli tornando indietro, ma accettare di vivere su quel confine: l’attimo in cui il passato smette di essere un’ancora e diventa, finalmente, la terra da cui saltare verso il possibile.

  • Condividi questo articolo
Grafico statistiche Jetpack 2021-2025 che mostra la crescita costante del sito fino a 18k visualizzazioni
Cinque anni di cura invisibile riassunti in un grafico: la pazienza del bambù applicata al mio spazio digitale.

Cinque anni per sei settimane: l’essenza dietro i numeri del mio sito

Il primo anno in cui pianti un seme di bambù non succede nulla. Non fai altro che dargli acqua e smuovere leggermente il terreno. Ogni giorno. Non vedi nulla, eppure accetti il silenzio della terra: è appena iniziato, non potrebbe essere diversamente.

Il secondo anno continui: acqua, sole, attesa. Nessun movimento.

Il terzo anno è lo stesso. Ti sorprendi, ogni tanto, a cercare un segno: una crepa nel terreno, un filo verde. Niente. La delusione affiora, ma riesci ancora a tenerla a bada.

Il quarto anno, invece, la voce della delusione diventa più insistente. Ti chiede conto del tempo investito, ti mette in discussione, ti suggerisce che tu abbia sbagliato tutto: “Forse non sono capace. Forse questo terreno non è adatto alla mia pianta. Forse ho sprecato quattro anni”.

E poi accade.

Nel quinto anno, quasi per abitudine, versi ancora acqua. E appare un germoglio. Non cresce piano: il tuo germoglio, che hai curato per cinque anni senza vedere risultati, è in grado di raggiungere venticinque metri in sole sei settimane.

Guardandolo, ti viene da dire: «È cresciuto in sei settimane». Ma la verità è che stava crescendo da cinque anni — lì dove nessuno lo vedeva.

Quando ho guardato le statistiche del mio sito alla fine del 2025, mi sono sentito un po’ così: 18.355 visualizzazioni. Non è un numero che sposta gli equilibri della rete, ma cambia radicalmente il mio modo di guardare al percorso. È la conferma che l’entusiasmo di imparare e il desiderio di condividere — sottovoce, con lentezza — hanno trovato una casa.

Ricordo bene quando ho iniziato. Sentivo il bisogno di non essere più in balia dei social; l’idea che un algoritmo decidesse se e quando le mie parole potessero incontrare qualcuno mi toglieva libertà. Volevo uno spazio mio: lento, solido, abitabile.

Ho preso un quaderno e ho iniziato a progettare. Ho studiato, sperimentato, sbagliato e corretto. Ho imparato che per costruire qualcosa di vero bisogna saper selezionare le fonti e leggere non per consumare, ma per edificare. Ho scritto tanto, spesso solo per mettere ordine dentro me stesso. Scrivere, per me, è sempre stato questo: dire sottovoce: «Io c’ero, e questo è ciò che ho visto».

Con il tempo mi sono accorto che non stavo solo costruendo un sito: stavo imparando un modo diverso di stare al mondo, dove è l’azione stessa a rivelare chi siamo. Se la tecnologia mi spingeva verso l’immediatezza e la velocità, io sentivo che più correvo, meno riuscivo a vedere.

Ho sentito allora il bisogno di tornare a strumenti antichi: memoria, disciplina, logica, retorica e grammatica. Ho provato a declinare il Trivio nel XXI secolo non per nostalgia, ma per riconquistare quelle qualità che mi rendono autentico. Umano.

In questo percorso ho imparato che le nostre scelte sono ciò che ci dà forma. Viviamo con la tentazione che avere infinite possibilità significhi doverle vivere tutte. Non è così. Ogni decisione è una rinuncia — un concetto fondamentale per superare l’illusione delle scelte infinite — ed è proprio quella rinuncia a delineare una biografia, una direzione, un carattere.

Costruire questo sito, scrivere con lentezza e tornare alle arti liberali sono state scelte. Scelte che guardano avanti, ma che onorano anche chi è venuto prima di me.

Oggi, guardando quel numero sullo schermo, non vedo solo dati statistici. Vedo anni di cura, dubbi e tentativi. Vedo il mio bambù che, finalmente, cresce rigoglioso. Sento la gioia profonda di chi ha smesso di rincorrere il fuori per coltivare il dentro.

Ciò che conta davvero non è l’esplosione finale, ma la fedeltà quotidiana ai gesti piccoli: leggere, osservare, studiare, ricordare, scrivere.

Il 2026 è iniziato. Continuerò ad annaffiare, senza fretta e senza rumore.

  • Condividi questo articolo