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kroon jarig kind - compleanno figlio

Lettera a mio figlio per i suoi 3 anni

Una perturbazione dal nord ha abbassato le temperature, tanto da farci tornare ai giacconi invernali. Mentre ti guardo giocare sento un ticchettio sempre più forte.

“Guarda Ale, sta grandinando!”

Tu lasci le costruzioni e corri alla finestra. C’è la tua scaletta preferita. Ti arrampichi per guardare fuori. La stanza si riempie dei tuoi “wow” e del tuo sorriso stupito. Lo stesso stupore che mi coglie ogni volta che ti guardo e realizzo quanto sei cresciuto.

Oggi compi tre anni, amore mio.

Sei così alto che fatico a ricordare i giorni in cui ti tenevo sul mio avambraccio. Nella tua voglia di vivere e scoprire il mondo rivedo l’eco dei tuoi occhioni che osservano tutto dalla culla.

Non possono essere passati solo 365 giorni dal tuo secondo compleanno.

La grandine rimbalza sulla macchina, come i pensieri nella mia testa. Mi viene quasi da arrabbiarmi con il Tempo, perché mentre lo vivo mi sembra sempre di non averne. Penso a quando ti ho visto per la prima volta. A quando ti ho preso in braccio. Quando ho sentito il tuo profumo. Un profumo che riconoscerei tra milioni. La tua mano che mi stringe la maglietta mentre dormi. Le nostre colazioni. I tuoi primi passi. Le passeggiate in bicicletta. Ricordi che sono diventati il collante della mia esistenza.

Ogni giorno cresco con te, imparando ad essere padre. Ho 40 anni, ma tu dall’alto dei tuoi 3 anni, sai sempre mostrarmi la Verità. Sei lo specchio che riflette chi sono e chi dovrei essere. E sai quando realizzo queste cose? In un momento preciso: ogni sera, quando prima di andare a letto passo in camera tua a rimboccarti le coperte. In quei momenti tutto sembra cadere al proprio posto. Le preoccupazioni e le ansie evaporano. Una serenità dimenticata si fa strada nel mio cuore. La vita non è più un mistero, ma una benedizione per cui rendere grazie nei pensieri e nelle opere. Così come la vedevo da bambino. Così come la vedi tu adesso.

Veloce come era arrivata, la grandine sparisce. Il sole si fa strada tra le nuvole. Oltre alla stanza sembra illuminarmi dentro. Qualcosa di indefinito si scioglie, trasformandosi in energia che circola dentro fino ad arrivare al cuore.

“Papà ora ha smesso di piovere. Usciamo a giocare?”

“No amore, è meglio aspettare. Ora è tutto bagnato.” Nei momenti di egoismo mi piace pensare che sia io ad insegnarti a vivere.

“Ma no papà, posso mettere gli stivali!”

I tuoi stivali grigi con il viso di un orsetto lavatore. Te li invidio, perché mi ricordano che non serve che tutto sia perfetto per uscire di casa. Serve solo un paio di stivali. Mi hai appena dato una lezione: Io conto i minuti, tu conti i salti. Io guardo l’orologio, tu guardi le pozzanghere. In questo divario tra i miei quarant’anni e i tuoi tre, c’è tutto lo spazio del mondo. Uno spazio che riempiamo ridendo per niente sul tappeto del salotto.

Non ti auguro una vita senza pioggia, Alexander. Ti auguro di avere sempre voglia di mettere gli stivali. Di non perdere mai quel ‘wow’ davanti ai chicchi di grandine. E di trovare sempre una mano — la mia, finché potrò, o quella di chi amerai — da stringere forte quando il ticchettio sul tetto si farà troppo forte.

Ti amo, come non sapevo di poter amare.

Papà.


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Note di percorso – Settimana 18: La profondità come alternativa alla velocità

Non sei tu che scegli i libri, ma i libri che scelgono te.

Ho sentito nominare Stoner, di John Williams, da un collega durante una giornata di studio. Ne avevo ascoltato l’inizio come audiolibro. In quel preciso momento, sapevo che dovevo leggerlo. Sentivo chiaramente che sapevo che era il momento giusto. Ero pronto a ricevere cosa aveva da insegnarmi. L’ultima volta che ho avuto una sensazione del genere, è stata con il Il lupo della steppa, di Hesse, ormai quasi 20 anni fa. Allora non sapevo neanche chi fosse Hesse e non sapevo cosa aspettarmi da un titolo del genere. Eppure posso affermare che allora quel libro mi salvò la vita.

Il potere della letteratura è quello di essere universale. Parla a tutti e ognuno ne trae gli insegnamenti di cui ha bisogno in quel momento. E la cosa bella è che Williams è riuscito a toccare temi profondissimi con la leggerezza di un testo che si legge facilmente. Il suo show don’t tell è magistrale. Un paio di esempi:

Non pensava spesso alla sua età, né rimpiangeva lo scorrere degli anni, ma quando si guardava allo specchio o scorgeva la sua immagine riflessa in una delle porte a vetri della Jesse Hall, riconosceva i cambiamenti del suo viso con un lieve sconcerto.

Oppure:

A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine, ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra.

Rileggete queste frasi e lasciate che facciano il loro lavoro.

Oltre a insights e realizzazioni personali, questo libro mi ha ricordato che esiste un’alternativa alla velocità con la quale ci siamo abituati a (credere di dover) vivere.
La “normalità” della vita di Stoner mi ha ricordato la sacralità del tempo che abbiamo a disposizione e di come lo insozziamo con la dopamina a cui ci siamo ormai assuefatti.

Ho iniziato Le città invisibili di Italo Calvino. Anche qui, il libro ha trovato me, non viceversa. Sono entrato spesso nell’orbita di Calvino, senza penetrare mai nella sua atmosfera.
Leggendo la sua biografia mi sono ricordato dell’intervista che gli fece Alberto Sinigaglia nel 1981, quattro anni prima della sua morte. Sinigaglia gli chiese quali fossero le sue “tre chiavi per il Duemila”. Calvino rispose:

  1. Imparare poesie a memoria. “Da bambini, da giovani e anche da vecchi, perché quelle fanno compagnia. Poi lo sviluppo della memoria è molto importante.”
  2. Fare calcoli a mano. Delle divisioni, estrazioni di radici quadrate. “Combattere l’astrattezza del linguaggio che oramai ci viene imposto con delle cose molto precise.”

Vivere sapendo che tutto da un momento all’altro tutto quello che abbiamo può sparire in una nuvola di fumo.

Leggi anche Larte della memoria come ho riscoperto il potere di ricordare

“Combattere l’astrattezza del linguaggio” ha continuato a risuonarmi dentro tutta la settimana. Insieme ad un dettaglio dell’intervista. Quando Sinigaglia gli pone la domanda, Calvino si mette a pensare. Si prende il suo tempo, con gli occhi che gli guizzano da una parte all’altra, tanto che sembra non aver capito la domanda. È una cosa impensabile con i tempi televisivi di oggi.

Ora, come allora, è possibile vivere preferendo la profondità alla velocità.

John Keats, citato in Stoner, scrive:

“Bellezza è verità, e verità è bellezza; questo è tutto quello che sapete, quello che dovete sapere.”

Questo è ciò che dobbiamo cercare. E per trovarlo bisogna rallentare, perché è nel silenzio della contemplazione che si annida la Bellezza.

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come in cielo così in terra

Quattro anni dopo: riflessioni sulla perdita di mia madre

La luce entra di taglio dalla finestra e sembra evocare la polvere come un incantatore di serpenti. Ha la tonalità calda del sole basso. Maxime è sdraiata sul comò mentre la cambio. Lei ride e gioca con un libro che le piace tanto.

Il primo maggio di quattro anni fa ho parlato per l’ultima volta con mia madre. Il 5 maggio 2022 l’ho vista per l’ultima volta. Stamattina mi sono svegliato con la sensazione di avere qualcosa di pesante addosso. Ci ho messo un po’ a riconoscere questi pensieri. Quattro anni senza una madre possono essere molto lunghi o molto brevi. Nel mio caso, hanno il sapore e lo sfinimento di una lunga vita.

Leggi anche: Cosa si pensa davanti a una madre morente?

Sono successe tantissime cose in questi quattro anni. L’anno dopo è nato nostro figlio Alexander. Quello successivo è arrivata Maxime. Tre anni dopo ci siamo trasferiti nella nostra nuova casa. Quattro anni dopo… è arrivata la mia resa.

In quest’ultimo anno il mio corpo è arrivato al limite e mi ha presentato il conto. L’inverno mi è sembrato più lungo per la prima volta nella mia vita. Ero spesso malato o stanco. I miei muscoli si sono tesi tanto da bloccarsi. L’ansia mi ha stretto di nuovo il petto, stancandomi ancora di più. “Non ho tempo” era ciò che mi ripetevo più spesso, “devo fare“. Credevo che questo fosse l’unico modo per giustificare il mio diritto ad esistere. Le lancette dell’orologio erano come spade di Damocle sulla mia testa. Denti che spuntavano ai bambini e scarpe nuove non erano più pietre miliari di cui essere grati, ma memento mori: “Il tempo passa e anche tu passerai”.

La spirale mi ha risucchiato prima che me ne rendessi conto. È iniziata come “ottimizzazione” del tempo a disposizione, poi come voglia di “andare a un livello superiore”. Era calda e profumata come la resina di un pino al sole. Poi però la resina si è seccata e io non potevo più muovermi.

Sono stati mesi in cui credevo di aver perso la bussola. Facevo tutto ciò che secondo me c’era da fare — studiare, leggere, scrivere — eppure vedevo la meta allontanarsi sempre di più. “Molti prima di me hanno cercato di rispondere a queste domande. Vediamo cosa dicono”, mi dicevo. Ho letto testi importanti, difficili. Li ho sezionati da bravo scolaro raccogliendo citazioni e concetti, collegandoli tra loro. Eppure, niente da fare. La meta si allontanava ed io dovevo fermarmi a tirare il fiato, come sfinito da una lunga corsa.

Grazie ai libri e ai miei studi avevo trovato tutte le risposte. Eppure quelle domande rimanevano lì, come quando inserisci il PIN sbagliato. Come era possibile?

In alcuni momenti, i più disparati, mi sembrava di sentire un’eco dentro di me. Mi sussurrava qualcosa che non riuscivo a capire. Era come sentire il proprio nome in mezzo a una ressa. L’ansia che sentivo era, in realtà, la richiesta di ascolto di questa eco. Mi chiedeva di fermarmi e osservare. Impossibile. L’eco chiedeva semplicemente: “Perché?”.

In effetti, perché no? Cosa avevo paura di trovare? La Paura. Ecco cosa volevo evitare. Stavo elegantemente scappando da ciò che non volevo accettare. Dovevo accettare che prima o poi sarei morto, che un giorno mi sarei spento e tra un paio di generazioni nessuno parlerà più di me. Che la stessa cosa succederà alle persone che amo. E, come se non bastasse, non mi è dato di sapere né quando né come. “Non ha senso,” mi dicevo, “niente ha senso così. Deve esserci una risposta sui libri. Devo trovare la Verità”. E via di nuovo alla fuga travestita da studio.

Ma anche qui, più mi avvicinavo alla Verità, più correvo forte per allontanarmene. Quella che cercavo era una risposta che mi tranquillizzasse, non la Verità. Che poi, cosa è la Verità? Per me, fino a quei momenti, era una corrispondenza tra la realtà e il mio intelletto. Ciò che capisco, che posso spiegare e oggettivare secondo principi primi, quella era la verità. In altre parole, è come se dovessi “fabbricare” la verità, spiegandola. Pazienza se così facendo sottintendessi che le cose che non capivo non fossero vere.

Una breccia si è aperta quando ho letto del Verum est Ens. “La verità è l’essere”. Per la prima volta, l’eco ha urlato di gioia. La verità non è qualcosa che l’uomo fabbrica, ma una realtà solida e oggettiva in cui siamo immersi. Si trova proprio nelle cose più piccole e “scontate”. Da quelle più umili, come la nascita di una larva, a quelle infinite, come il respiro di una galassia, passando per il canto del pettirosso, l’esplosione della primavera, questa luce che entra di taglio e illumina il piedino di Maxime, il sorriso – quello sì che è vero! – di Alexander che corre per il gusto di correre e non per arrivare velocemente da qualche parte. Quel bisogno di appartenenza è in realtà il richiamo che ci ricorda di “tornare a casa”. Come se Dio stesso — o meglio, la scintilla che proviene da lui — ci ricordasse cosa cercare e ci dicesse: “Qui, guarda qui”.

In questa luce, la resa non è più un capitolare, ma un deporre le armi perché, in fondo… non c’era nessuno da combattere, se non la Paura dentro di me. Era lì che dovevo cercare. E l’unico modo per sconfiggere la Paura non è combatterla, ma abbracciarla.

Ed è qui che ho ritrovato mia madre. Nel riscoprirmi fragile, imperfetto, mortale e proprio per questo umano. Questo mi indicava quella voce dentro di me: dovevo guardare e accettare queste cose senza giudizio, ma con gratitudine. La breccia era diventata un’inondazione.

Svegliarsi non ha niente a che fare col dormire.

Se la verità è l’essere, allora l’essere deve tradursi in atto. Ho deciso di dare una direzione fisica a questo dolore e a questa crescita, trasformando la fatica dei miei muscoli — quegli stessi muscoli che l’ansia aveva bloccato — in un gesto di speranza. Parteciperò alla Ride for the Roses: 100 km sulla mia bici da corsa per raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro. È il mio modo per onorare il ricordo di mia madre non più con la paralisi, ma con il movimento. Pedalare, sentire il vento e la stanchezza, è per me un modo per dire: “Io sono qui, e questo è vero”.

Clicca qui per fare una donazione. Ogni importo fa la differenza!

Ride for the roses

Thoreau in Walden scrive: “Materialmente non aiutai mai il sole a sorgere, è vero; ma non c’è dubbio che essere presente quando sorgeva fosse di estrema importanza”.

La luce entra di taglio dalla finestra e sembra evocare la polvere come un incantatore di serpenti. Ha la tonalità calda del sole basso. Maxime è sdraiata sul comò mentre la cambio. Lei ride e gioca con un libro che le piace tanto.

 


 

Lo scopo di queste mie riflessioni è di aiutare o essere d’ispirazione per chi si trova ad affrontare la perdita di una persona cara. Ho sofferto tanto in questi due anni. Se non facessi qualcosa per aiutare gli altri, avrei sofferto invano. Ho raccolto le mie riflessioni in Presenza nell’Assenza: Diario di una Trasformazione. Qui troverai tra gli altri articoli:

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Note di percorso – Settimana 17: La Tavolozza dell’Essere e la custodia del cuore

“Nessun tempo può essere facile se lo si vive attraversandolo” dice James Baldwin. Possiamo vivere il presente solo con i mezzi – e quindi i limiti – che abbiamo. Questi mezzi migliorano e si evolvono solo grazie all’esperienza del presente.
Ho ripensato allora al concetto di Tavolozza dell’essere, di cui scrivevo nella mia prima lettera a mio figlio: ognuno di noi nasce con una tavolozza a disposizione, dove i colori rappresentano le esperienze, i pensieri e le informazioni disponibili in quell’epoca. Sarà la combinazione di questi elementi a dare forma e colore alle nostre vite. Se è vero che nasciamo avendo a disposizione solo i colori già “scoperti”, è anche vero che possiamo crearne degli altri. E quando inizieremo ad usarli, li mostreremo alle persone vicino a noi. Forse a qualcuno piaceranno e deciderà di includerli nella sua tavolozza, ripetendo a sua volta l’intero processo.

È solo nel silenzio e la serenità che troviamo lo spazio per creare questa Tavolozza. Tanto per noi, quanto per le persone intorno a noi.
In questa prospettiva, due passi della Bibbia mi hanno colpito. In Proverbi 4:23 leggo: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita.” In Giovanni 14:1 “Il vostro cuore non sia turbato“.


L’Anatomia del Controllo: Ipotalamo vs Corteccia Prefrontale

La vera “custodia del cuore” passa oggi per la comprensione del nostro cervello. La Corteccia Prefrontale (PFC) è il nostro amministratore delegato: gestisce concentrazione, pianificazione e inibizione degli impulsi. Evolutivamente è la parte più giovane e matura solo dopo i 20 anni.

Tuttavia, questo centro di comando è fragile. Quando avvertiamo uno stress, anche lieve ma incontrollabile, l’Ipotalamo (la nostra parte più antica e istintiva) segnala il rilascio di noradrenalina e dopamina.

Il Sequestro Emotivo e lo “Spegnimento”

Alti livelli di questi neurotrasmettitori indeboliscono temporaneamente le connessioni sinaptiche nella PFC, “spegnendo” il pensiero razionale. Senza il freno della PFC, l’ipotalamo e l’amigdala prendono il sopravvento. È il sequestro emotivo: ci ritroviamo in preda ad ansia paralizzante o impulsi incontrollati (distrazioni digitali, cravings) per compensare il disagio.

Se lo stress diventa cronico, il “reset” fisiologico non avviene. La PFC rimane indebolita, portando a perdita di resilienza e maggiore vulnerabilità alle dipendenze

Leggi anche Dopamine Nation: perché la tua felicità è in ostaggio (e come liberarla) ).

Proteggere la Sorgente: Bambini e Schermi

Questo meccanismo spiega perché la sovraesposizione agli schermi nei bambini sia così critica. Gli schermi agiscono sulla PFC in modo simile allo stress cronico, sovraccaricando la “RAM” mentale (Memoria di Lavoro) e compromettendo la capacità futura di regolazione emotiva. Proteggere i nostri figli dagli schermi significa proteggere la loro capacità di essere “presente mentre il sole sorge“.


I 3 Highlights della settimana

  1. Ritorno alla letteratura: Mentre la lettura di La stella del mattino (Knausgård) prosegue, ho sentito il bisogno di rientrare nel mondo della letteratura. Ho acquistato Le città invisibili e Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, insieme a Stoner di John Williams.
  2. Mi sono iscritto al mio primo ritiro di scrittura: dal 22 al 24 giugno frequenterò un corso di scrittura autobiografica all’abbazia di Sion a Diepenveen. Non vedo l’ora di riprendere la mia stilografica.
  3. L’Identità del Docente: Rileggendo Williams, ho capito che essere docente non è un ruolo, ma un’appartenenza. È testimoniare una passione che arde nel silenzio della ricerca, senza il bisogno di produrre per giustificarsi.
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Note di percorso – Settimana 16: La prassi e il dono della verità

“La prassi ha il primato sulla teoria”. Prendo in prestito da Heidegger questa descrizione perfetta della settimana appena passata. C’è una differenza enorme tra il fare e il pensare di fare. Me l’ha ricordato Thoreau in Walden:

“È vero che non ho mai aiutato il sole a sorgere materialmente, ma era comunque importante essere presente quando lo faceva.”

L’allenamento dell’Anima: Epitteto e il Controllo

Questa presenza mi ha riportato a Epitteto. La saggezza sta nel distinguere ciò che possiamo controllare (pensieri, azioni, desideri) da ciò che non possiamo (le azioni degli altri). Ho capito che “allenare l’anima” serve a non etichettare come sentimenti incontrollabili ciò che invece è sotto la nostra responsabilità. La consapevolezza offre chiarezza: agire su ciò che ci appartiene, accogliere il resto.

Le 5 Categorie delle Verità Nascoste

Rileggendo il mio quaderno di filosofia e Tolstoj, sono riemersi appunti sulle verità che non vediamo subito, ma che indicano la via:

  1. Verità Interiori: Le ferite da cui nascono i nostri bias e i desideri autentici che spesso neghiamo.

  2. Verità Spirituali: Il mistero del bene che cresce in segreto e la fiducia nell’Amore all’opera, anche nell’ordinario.

  3. Verità Relazionali: Il dolore nascosto dietro un gesto duro di chi ci sta vicino e il perdono che stiamo trattenendo.

  4. Verità Storiche: Le ingiustizie che sembrano trionfare ma che sono destinate a cadere. Una riflessione dolorosamente attuale.

  5. Verità Quotidiane: Uno sguardo dei figli o una frase letta per caso. Piccoli indizi di un senso più grande.

La Verità come Dono, non come Creazione

Ho riflettuto sulla differenza tra visione soggettiva e oggettiva della Verità. Nella visione soggettiva (Adequatio rei et intellectus), la cosa è vera perché la vediamo noi. Ma questo rimette l’uomo prepotentemente al centro. Nella visione oggettiva, invece, la Verità è un dono che ci precede (ne ho parlato in Note di percorso – Settimana 5). Non la creiamo noi guardandola; la abitiamo. Qui risiede l’importanza della vita contemplativa suggerita da Han e Heschel.

I 3 Highlights della settimana

  1. Presenza Fisica: La visita all’EduLab e l’iscrizione alla Ride for the Roses (più dettagli a breve): la prassi che si fa corpo e movimento.

  2. Architettura del Pensiero: L’uso degli aliases in Obsidian per collegare concetti distanti.

  3. Filippesi 4-8: “Tutto quello che è vero, nobile, giusto… sia oggetto dei vostri pensieri”. Un invito a nutrire la mente con le “Verità Nascoste” di cui sopra.

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Note di percorso – Settimana 15: L’oceano della coscienza e l’arte dell’essere

Questa settimana è stata dedicata all’approfondimento della natura della coscienza e all’integrazione di concetti filosofici nella vita quotidiana, con un focus particolare sul passaggio dalla teoria alla prassi.

Due citazioni hanno guidato i miei studi. La prima viene dal bel romanzo di Chandler, Il grande sonno:

Le onde si arricciavano schiumando… come pensieri che cerchino di prendere corpo sulla soglia della coscienza.

La seconda è una riflessione sulla meditazione non-duale:

“La coscienza è l’unico oceano; i pensieri e le emozioni sono solo increspature sulla sua superficie. L’acqua non è mai minacciata dalle onde.”

L’Oceano e le Onde: La Coscienza come Sostanza

“La vita è quello che si rivela attraverso la coscienza, ed essa c’è sempre e dovunque. Il nostro errore è di chiamare vita quel che ce la nasconde”, conferma Tolstoj. E qui ritorna la tendenza a “stare fuori”, quel Verum quia faciendum che ormai è diventata l’unica applicazione possibile della nostra realtà.

Tolstoj stesso ha vissuto un grandissimo periodo di crisi, che l’aveva portato quasi al suicidio. Da notare: il malessere è nato e cresciuto proprio quando è diventato l’uomo più ricco di tutta la Russia. Aveva scritto Anna Karenina (non dimenticherò mai questo libro) e Guerra e Pace, oltre ad altre perle più brevi. “Le mie ricchezze e possedimenti aumentano senza che io faccia niente” spiega. Eppure c’era qualcosa, un vuoto dal quale usciva un’eco assordante. Nel suo splendido libro Confessione, che consiglio vivamente a chi come me è alla ricerca di un senso, scrive:

“Oggi, ricordando quel tempo, vedo chiaramente che la mia fede – ciò che all’infuori degli istinti animali muoveva la mia vita – l’unica autentica mia fede in quel tempo era la fede nel perfezionamento. Ma in che cosa consistesse il perfezionamento e quale fosse il suo fine, non avrei potuto dirlo. Io mi sforzavo di perfezionarmi intellettualmente, imparavo tutto quel che potevo, tutto quello verso cui la vita mi spingeva; mi sforzavo di perfezionare la mia volontà: mi ero compilato delle regole che mi sforzavo di seguire; mi perfezionavo fisicamente, esercitando la forza e la destrezza con ogni specie di attività e allenandomi alla resistenza e alla pazienza con privazioni di ogni specie. E tutto ciò io lo consideravo perfezionamento.”

Questa riflessione anticipa già quanto dice Han in The burnout society: il motto della nostra società è diventato “Niente è impossibile“. Questo porta ad una lotta sfiancante non contro il prossimo, ma contro sé stessi.

Il Primato della Prassi: Dal Monitor alla Terra

Il lavoro su Heidegger e il concetto di esistenza autentica mi ha confermato alla conclusione che la prassi ha il primato sulla teoria.

  • Lo Yin Yoga non è stato solo esercizio, ma un esperimento di “ritorno al corpo” per mettere a tacere il rumore del Sé.
  • Sensemaking fisico: C’è una verità tangibile nel lavoro manuale e nella presenza fisica che la pura archiviazione digitale non può sostituire.

L’intuizione fondamentale è che ogni evento mentale non è un oggetto esterno osservato da un “io”, ma una modificazione della coscienza stessa.

  • Sostanza vs Forma: Comprendere che la “materia” di un pensiero ansioso o di una gioia è la stessa della pace profonda.
  • Il Fondale Nitido: La rimozione di stimolanti (caffè) e distrazioni mi ha permesso di osservare più chiaramente come i pensieri sorgano, raggiungano un picco e si riassorbano naturalmente, senza bisogno di intervento.

I 3 Apprendimenti Chiave della settimana

  1. La Filosofia dell’AI: L’incontro con professionisti del settore ha evidenziato che la vera competenza oggi non risiede solo nella padronanza tecnica, ma nell’impostazione filosofica dell’utilizzo dell’AI. Il divario non è generazionale, ma di profondità di visione.
  2. Successo attraverso il Distacco: La vittoria a scacchi contro un avversario storico ha dimostrato che quando si abbandona l’ossessione per il risultato (vittoria) e ci si concentra sulla bellezza della struttura (Nimzovitsch), la performance migliora spontaneamente.
  3. Verum est ens: Tornare alla consapevolezza di Ratzinger per cui noi siamo già parte di una verità che non dobbiamo “creare” o “produrre”, ma semplicemente abitare.
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Note di percorso – Settimana 14: Smettere di immortalare l’ombra

Ci sono stati due concetti che hanno segnato le riflessioni di questa settimana:

Non c’è nessuno che viva la propria vita sino in fondo, a parte i toreri.

e Burkeman:

Spending your days trying to get experiences ‘under your belt’, so as to maximise your collection of them, or to feel more confident about their future supply, means you never get to enjoy them properly because another agenda is at play.

In questi giorni di passaggio, una frase è rimasta incagliata nei miei pensieri come un monito: “Stai cercando di immortalare l’ombra mentre perdi la luce”. È la fotografia esatta di una tensione che mi porto dentro. Da una parte sento il bisogno viscerale di vivere consapevolmente. Ma dall’altra ho realizzato che, paradossalmente, scrivere, studiare e registrare note è diventato un modo per “meritarmi” il diritto di esistere o per esorcizzare la fine. Un percorso che ha finito per allontanarmi di più dalla vita vera e consapevole.

La luce — la vita vera, quella che accade mentre i bambini giocano o mentre curo il giardino — non ha bisogno di essere archiviata per essere reale.

L’architettura della paura: Giustificare l’esistenza

Attraverso le riflessioni di questi giorni e il confronto con Heidegger, ho dovuto ammettere a me stesso che il “motore” di molta della mia agitazione è la paura. Dopo aver perso cinque persone care in quattro anni, lo studio e la scrittura ossessiva sono diventati il mio scudo, il mio modo per dire: “Sono qui, sto facendo qualcosa di importante, lasciatemi ancora un po’ di tempo”.

È un meccanismo di difesa che stanca. Ho realizzato che questa “iper-produzione” mentale è un tentativo di spostare la pietra del sepolcro con le mie sole forze. Ma come ho sentito durante la veglia pasquale: “La buona notizia è che Dio ha già smosso quella pietra per voi”. Il compito non è più spingere, ma avere il coraggio di guardare dentro il vuoto che si è creato, con la fiducia che quel vuoto non è morte, ma spazio per altro.

Il primato della prassi: Dal monitor al giardino

Ho capito che la mia mente è ipnotizzata dagli schermi: MacBook, iPad e ReMarkable creano un’urgenza fittizia, come se dovessi sempre stare facendo “altro”.

Riprendendo il concetto di esistenza autentica, la lezione è chiara: la prassi ha il primato sulla teoria. Un’ora passata a fare Yin Yoga o a sistemare il giardino con i bambini vale più di mille note collegate tra loro. C’è una verità tangibile nel toccare la terra o nel sentire il respiro che si calma dopo aver smesso di bere caffè. È un ritorno al corpo che mette a tacere il rumore del “Sé” e lascia spazio a Dio.

Come sempre, la verità sta nel mezzo. Seneca lo diceva già:

Ogni giorno metti da parte qualcosa che ti serva contro la miseria e contro la morte e dei tanti libri che leggi conserva una frase o un pensiero sul quale riflettere ogni giorno.

Ma qui si tratta però di un’attività di supporto, il vero sensemaking, la riflessione sana che trovo anche nel Dhammapada:

La riflessione è la via all’immortalità, la leggerezza è la via alla morte. Coloro che vigilano riflettendo non muoiono mai; i superficiali, gli ignoranti, sono come morti.
Risvegliati, allora, difendendo e vigilando attentamente su te stesso, sarai immutabilmente felice.

Ci sono cascato quindi. Come diceva Ratzinger, sono preda del Verum quia faciendum – la verità è ciò che è possibile fare. Il mio scopo per questa settimana è tornare al Verum est ens: noi siamo già parte di una verità che non dobbiamo creare. Bisogna solo sentirla e abbracciarla.


I 3 Highlights della settimana

  1. Il digiuno dagli schermi: Togliere i dispositivi dalla visuale per riscoprire che nessuno sta controllando quanto produco. La libertà nasce quando si smette di essere i propri carcerieri.
  2. La lezione del caffè: Accettare il mal di testa del distacco per ritrovare una calma fisica più profonda. Il benessere è spesso un atto di rinuncia, non di aggiunta.
  3. La gratitudine del silenzio: Quel momento di commozione osservando i bambini dormire. Lì, nella totale assenza di “fare”, si trova il massimo dell’ “essere” e la vicinanza più autentica a Dio.
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Note di percorso – Settimana 13: Diventa ciò che sei

Il poeta greco Pindaro ci ha lasciato un imperativo senza tempo: Γένοιο οἷος εἷDiventa ciò che sei. Nella nostra società della prestazione, questo è stato distorto in: “Diventa tutto ciò che vuoi”. Sembra libertà, ma secondo il filosofo Byung-Chul Han è la radice del nostro malessere collettivo. Il lamento depressivo “nulla è possibile” può nascere solo in un mondo che grida che “nulla è impossibile”.

Questa settimana ho cercato quel confine: tra l’abbondanza di informazioni e la profondità della comprensione reale.

L’architettura della mente: Dopamina e Stress

Grazie al mio nuovo Digital Garden (Logos), ho scavato nei meccanismi del cervello. Spesso pensiamo alla dopamina come alla molecola del piacere, ma è in realtà la molecola dell’anticipazione. In un mondo saturo di stimoli digitali, soffriamo del “Paradosso dell’Abbondanza”: riceviamo continui shot di dopamina che rendono i nostri recettori meno sensibili. Il risultato è una mancanza cronica di soddisfazione.

Ho anche approfondito come lo stress ci renda letteralmente “meno intelligenti”. Le ricerche di Amy Arnsten mostrano che, sotto stress, l’ipotalamo prende il sopravvento e disattiva temporaneamente la corteccia prefrontale (il nostro centro razionale). Torniamo a essere dominati dagli impulsi: ansia o ricerca di distrazioni veloci.

“Mixed Classroom” e culture di contesto

Nel mio corso NT2 ho scoperto il modello della Mixed Classroom. Non è solo una classe “mista”, ma una strategia attiva per imparare dalle diversità.

Questo si lega alla differenza tra culture ad alto contesto (comunicazione indiretta, come quella italiana, dove molto è lasciato all’intuizione e alla relazione) e culture a basso contesto (comunicazione diretta, come quella olandese). In Olanda, il messaggio è nelle parole; in Italia, è tra le righe. Capire questo è essenziale non solo per la lingua, ma per capire l’essere umano dietro la lingua.

Vivere le esperienze, non collezionarle

Una riflessione di Oliver Burkeman mi ha colpito molto: spesso approcciamo la vita come una collezione di “timbri” da mettere sotto la cintura. Heidegger chiamava questo trasformare la vita in Bestand (una riserva o un fondo). Non viviamo più l’esperienza, la “stocchiamo” per un uso futuro o per la nostra immagine.

Ma come scriveva Joseph Ratzinger: la verità è l’essere (ens), non solo il fare (faciendum). La sfida è smettere di “fabbricare” la propria vita e iniziare finalmente ad abitarla.


I 3 Highlights della settimana

  1. La strategia delle Sinapsi: L’intelligenza non sta nel numero di neuroni, ma nelle connessioni. Ogni link nel mio Obsidian è una sinapsi digitale che rafforza il mio pensiero.

  2. L’approccio ormetico: Per ripristinare l’equilibrio della dopamina, dobbiamo esporci a piccoli stress sani o alla noia consapevole. Questo fortifica la nostra corteccia prefrontale.

  3. Presenza sopra Produzione: Un’esperienza esiste per essere vissuta, non per essere aggiunta a una collezione. Il concetto di Sabato di Heschel resta la mia bussola.

scrivania di uno studioso con libri, quaderni, penne, occhiali, tablet e caffè

Note di percorso – Settimana 11: Il coraggio dell’attenzione

Questa settimana le mie letture si sono incrociate su un punto fondamentale: tutto parte dal pensiero. Ma non un pensiero qualsiasi, bensì un pensiero allineato a valori alti. Hemingway diceva che “il coraggio è la grazia sotto pressione”, e oggi mi rendo conto che quella grazia nasce solo da una profonda autoconsapevolezza. Senza chiarezza sui propri valori, l’ansia ci domina; con la chiarezza, l’ansia diventa una sfida da guardare a viso aperto.

Il primato del Sacro

Rileggendo Heschel e Ratzinger, ho riflettuto su un dettaglio della Genesi che spesso dimentichiamo: il “bene” arriva solo al secondo posto. Al primo posto c’è il sacro. Dio creò le cose in sei giorni e le considerò buone, ma solo il settimo giorno, il Sabato, fu reso santo.

Questo ci insegna che la vita non è fatta solo di “cose buone” da produrre o consumare. C’è bisogno di uno spazio sacro, un’apertura esistenziale dove, come dice Millerd, la preoccupazione per il futuro cede il posto allo stupore (wonder). Reclamare la propria attenzione è il primo passo per uscire dall’errore di percorso di una vita vissuta solo in funzione del fare. Ne ho parlato anche in Note di Percorso – Settimana 6.

L’AI nell’educazione: Tutor o Scorciatoia?

Questo bisogno di “presenza” si scontra violentemente con l’uso che stiamo facendo dell’intelligenza artificiale, specialmente nell’educazione. C’è molta confusione, figlia spesso dell’ignoranza tecnica.

Il rischio non è l’AI in sé, ma il Detrimental Offloading: delegare alla macchina proprio quei compiti che presentano “frizione” e che richiedono sforzo cognitivo. È qui che nasce il Paradosso della Performance: gli studenti producono risultati migliori a breve termine, ma a lungo termine le loro competenze reali crollano.

Un vero “AI Tutor” non dovrebbe essere una scorciatoia, ma un potenziatore del growth mindset. Dovrebbe agire come il sistema di tutoraggio di Oxford (l’effetto Protegé): fornire feedback personalizzati e scaffolding, senza però eliminare le Desirable Difficulties (le difficoltà desiderabili). Senza lo sforzo della memorizzazione e della comprensione profonda, il pensiero critico semplicemente non può nascere.

Skill vs Knowledge: La trappola di Einstein AI

Recentemente è stato creato (e poi bloccato) “Einstein AI”, un bot in grado di seguire lezioni e prendere appunti al posto degli studenti. Questo solleva un punto cruciale: c’è una differenza abissale tra saper trovare un’informazione (una skill) e comprendere un concetto (knowledge).

Le skill secondarie — quelle che formano la nostra cultura — possono essere tramandate solo attraverso un processo di apprendimento che non accetta bypass. Se usiamo l’AI per saltare la fase della comprensione, otteniamo prestazioni brillanti ma menti vuote.

Come scriveva Ovidio nelle Metamorfosi e come ci ricorda Byung-Chul Han, siamo passati dalla “società disciplinare” alla “società della prestazione”. Siamo diventati imprenditori di noi stessi, schiavi dell’efficienza. Ma il pensiero critico non è efficiente: è lento, faticoso e richiede che le informazioni siano salvate nella memoria a lungo termine, non in un server esterno.


I 3 Highlights della settimana

  1. Il coraggio dei valori: L’autoconsapevolezza è l’unico scudo contro l’ansia moderna. Se sai cosa conta, la pressione non ti schiaccia.

  2. Attenzione al “Paradosso della Performance”: Non confondere un risultato veloce ottenuto con l’AI con l’apprendimento reale. La qualità a breve termine spesso maschera un vuoto a lungo termine.

  3. Difendere la fatica: Il pensiero critico esiste solo come conseguenza di una comprensione profonda. Saltare le “difficoltà desiderabili” significa rinunciare alla propria capacità di pensare.

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Note di percorso – Settimana 10: La gioia come conquista

È difficile parlare di bellezza quando il mondo fuori sembra andare a pezzi. Eppure, proprio in questi giorni di inquietudine per le notizie che arrivano dai fronti di guerra, mi sono imbattuto nella storia di come è nato l’Inno alla Gioia. Mi ha ricordato che nessuna epoca è mai “facile” per chi la sta attraversando.

L’illusione della linea retta

Siamo cresciuti con l’idea che la storia fosse una linea retta che ci allontana progressivamente dagli errori del passato. Studiamo i crolli dei mercati o le grandi guerre convinti che siano capitoli chiusi, risolti dai nostri predecessori. Poi accendi il telefono, guardi le notizie sui prezzi dei beni primari o sulle nuove tensioni globali, e scopri che quella linea retta era solo un’illusione. Siamo tornati al punto di partenza.

Il problema non è solo l’economia, è come gestiamo la realtà. Accettare che il sistema in cui viviamo sia fragile richiede una lucidità che non ci hanno insegnato a gestire. E qui scatta la trappola descritta da Schopenhauer:

“La differenza tra i veleni materiali e quelli intellettuali sta in ciò: la maggior parte dei veleni materiali ripugnano al gusto; quelli intellettuali, sotto forma di brutti libri [o feed social], sfortunatamente sono spesso allettanti.”

Mentre un veleno fisico lo sputeresti perché ha un sapore pessimo, il veleno intellettuale — le notifiche, il rumore di fondo, l’informazione frammentata — è fatto apposta per piacerci. Ci attrae proprio mentre ci avvelena, allontanandoci dalla verità.

L’Arte come ancora (Beethoven e il dovere)

In questo scenario di “veleni allettanti”, la storia di Beethoven diventa una bussola. C’è un momento terribile nella sua vita in cui tutto crolla: la sordità, la solitudine, la delusione politica. Eppure scrive: «Soltanto l’Arte mi ha trattenuto dal suicidio. Mi sembrava impossibile dover lasciare il mondo prima di aver compiuto tutto quello per cui sentivo di essere stato creato».

Beethoven non vedeva l’arte come una distrazione, ma come un dovere morale. Mi chiedo, rileggendo Tolstoj, se questa missione fosse la sua vera libertà o una condanna. Forse la libertà non è l’assenza di pesi, ma la capacità di scegliere quale peso portare per dare senso alla propria esistenza.

Il tempo dell’anima e la sublimazione

L’incontro tra Beethoven e la poesia di Schiller avviene a Bonn, ma passano ben 27 anni prima che diventi la Nona Sinfonia. È una gestazione che sopravvive a tutto. Schiller morì convinto che la sua poesia fosse un fallimento, spezzata dalla violenza della storia. Ma Beethoven ha preso quel “fallimento” e lo ha sciolto al sole della consapevolezza.

L’Inno alla Gioia non è un inno ingenuo. È una gioia conquistata attraverso il dolore. È la dimostrazione che l’opera d’arte non appartiene al tempo in cui viene concepita, ma al momento in cui un’anima è finalmente pronta a sostenerne il peso.

Una postura per tempi di crisi

La consapevolezza non è un lusso per tempi di pace; è l’unica postura possibile oggi. Smettere di nutrirsi di distrazione è un atto di sopravvivenza. Se il mondo esterno è fuori dal tuo controllo, l’unica cosa che resta sotto la tua giurisdizione è il tuo pensiero critico.

La domanda che mi pongo ogni mattina, e che lascio anche a voi, è questa: Quando il rumore di fondo si spegnerà, sarai capace di stare nel silenzio, o scoprirai che in quel silenzio non hai nulla da dire?

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