La luce entra di taglio dalla finestra e sembra evocare la polvere come un incantatore di serpenti. Ha la tonalità calda del sole basso. Maxime è sdraiata sul comò mentre la cambio. Lei ride e gioca con un libro che le piace tanto.
Il primo maggio di quattro anni fa ho parlato per l’ultima volta con mia madre. Il 5 maggio 2022 l’ho vista per l’ultima volta. Stamattina mi sono svegliato con la sensazione di avere qualcosa di pesante addosso. Ci ho messo un po’ a riconoscere questi pensieri. Quattro anni senza una madre possono essere molto lunghi o molto brevi. Nel mio caso, hanno il sapore e lo sfinimento di una lunga vita.
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Sono successe tantissime cose in questi quattro anni. L’anno dopo è nato nostro figlio Alexander. Quello successivo è arrivata Maxime. Tre anni dopo ci siamo trasferiti nella nostra nuova casa. Quattro anni dopo… è arrivata la mia resa.
In quest’ultimo anno il mio corpo è arrivato al limite e mi ha presentato il conto. L’inverno mi è sembrato più lungo per la prima volta nella mia vita. Ero spesso malato o stanco. I miei muscoli si sono tesi tanto da bloccarsi. L’ansia mi ha stretto di nuovo il petto, stancandomi ancora di più. “Non ho tempo” era ciò che mi ripetevo più spesso, “devo fare“. Credevo che questo fosse l’unico modo per giustificare il mio diritto ad esistere. Le lancette dell’orologio erano come spade di Damocle sulla mia testa. Denti che spuntavano ai bambini e scarpe nuove non erano più pietre miliari di cui essere grati, ma memento mori: “Il tempo passa e anche tu passerai”.
La spirale mi ha risucchiato prima che me ne rendessi conto. È iniziata come “ottimizzazione” del tempo a disposizione, poi come voglia di “andare a un livello superiore”. Era calda e profumata come la resina di un pino al sole. Poi però la resina si è seccata e io non potevo più muovermi.
Sono stati mesi in cui credevo di aver perso la bussola. Facevo tutto ciò che secondo me c’era da fare — studiare, leggere, scrivere — eppure vedevo la meta allontanarsi sempre di più. “Molti prima di me hanno cercato di rispondere a queste domande. Vediamo cosa dicono”, mi dicevo. Ho letto testi importanti, difficili. Li ho sezionati da bravo scolaro raccogliendo citazioni e concetti, collegandoli tra loro. Eppure, niente da fare. La meta si allontanava ed io dovevo fermarmi a tirare il fiato, come sfinito da una lunga corsa.
Grazie ai libri e ai miei studi avevo trovato tutte le risposte. Eppure quelle domande rimanevano lì, come quando inserisci il PIN sbagliato. Come era possibile?
In alcuni momenti, i più disparati, mi sembrava di sentire un’eco dentro di me. Mi sussurrava qualcosa che non riuscivo a capire. Era come sentire il proprio nome in mezzo a una ressa. L’ansia che sentivo era, in realtà, la richiesta di ascolto di questa eco. Mi chiedeva di fermarmi e osservare. Impossibile. L’eco chiedeva semplicemente: “Perché?”.
In effetti, perché no? Cosa avevo paura di trovare? La Paura. Ecco cosa volevo evitare. Stavo elegantemente scappando da ciò che non volevo accettare. Dovevo accettare che prima o poi sarei morto, che un giorno mi sarei spento e tra un paio di generazioni nessuno parlerà più di me. Che la stessa cosa succederà alle persone che amo. E, come se non bastasse, non mi è dato di sapere né quando né come. “Non ha senso,” mi dicevo, “niente ha senso così. Deve esserci una risposta sui libri. Devo trovare la Verità”. E via di nuovo alla fuga travestita da studio.
Ma anche qui, più mi avvicinavo alla Verità, più correvo forte per allontanarmene. Quella che cercavo era una risposta che mi tranquillizzasse, non la Verità. Che poi, cosa è la Verità? Per me, fino a quei momenti, era una corrispondenza tra la realtà e il mio intelletto. Ciò che capisco, che posso spiegare e oggettivare secondo principi primi, quella era la verità. In altre parole, è come se dovessi “fabbricare” la verità, spiegandola. Pazienza se così facendo sottintendessi che le cose che non capivo non fossero vere.
Una breccia si è aperta quando ho letto del Verum est Ens. “La verità è l’essere”. Per la prima volta, l’eco ha urlato di gioia. La verità non è qualcosa che l’uomo fabbrica, ma una realtà solida e oggettiva in cui siamo immersi. Si trova proprio nelle cose più piccole e “scontate”. Da quelle più umili, come la nascita di una larva, a quelle infinite, come il respiro di una galassia, passando per il canto del pettirosso, l’esplosione della primavera, questa luce che entra di taglio e illumina il piedino di Maxime, il sorriso – quello sì che è vero! – di Alexander che corre per il gusto di correre e non per arrivare velocemente da qualche parte. Quel bisogno di appartenenza è in realtà il richiamo che ci ricorda di “tornare a casa”. Come se Dio stesso — o meglio, la scintilla che proviene da lui — ci ricordasse cosa cercare e ci dicesse: “Qui, guarda qui”.
In questa luce, la resa non è più un capitolare, ma un deporre le armi perché, in fondo… non c’era nessuno da combattere, se non la Paura dentro di me. Era lì che dovevo cercare. E l’unico modo per sconfiggere la Paura non è combatterla, ma abbracciarla.
Ed è qui che ho ritrovato mia madre. Nel riscoprirmi fragile, imperfetto, mortale e proprio per questo umano. Questo mi indicava quella voce dentro di me: dovevo guardare e accettare queste cose senza giudizio, ma con gratitudine. La breccia era diventata un’inondazione.
Svegliarsi non ha niente a che fare col dormire.
Se la verità è l’essere, allora l’essere deve tradursi in atto. Ho deciso di dare una direzione fisica a questo dolore e a questa crescita, trasformando la fatica dei miei muscoli — quegli stessi muscoli che l’ansia aveva bloccato — in un gesto di speranza. Parteciperò alla Ride for the Roses: 100 km sulla mia bici da corsa per raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro. È il mio modo per onorare il ricordo di mia madre non più con la paralisi, ma con il movimento. Pedalare, sentire il vento e la stanchezza, è per me un modo per dire: “Io sono qui, e questo è vero”.
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Thoreau in Walden scrive: “Materialmente non aiutai mai il sole a sorgere, è vero; ma non c’è dubbio che essere presente quando sorgeva fosse di estrema importanza”.
La luce entra di taglio dalla finestra e sembra evocare la polvere come un incantatore di serpenti. Ha la tonalità calda del sole basso. Maxime è sdraiata sul comò mentre la cambio. Lei ride e gioca con un libro che le piace tanto.
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