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Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Miti greci e corsa

La giornata è cominciata con un sorriso bellissimo. Dopo la poppata, durante il cambio del pannolino. Alexander inizia a riconoscerci e cerca sempre più spesso il contatto.

È così bello iniziare ad interagire. Una cosa così semplice mi mette ogni volta di fronte alla magia della vita. Una vita che abbiamo letteralmente creato noi. Non esisteva e può esistere nelle fattezze di Alexander solo grazie a noi due.

Alexander era più suscettibile del solito. La combinazione crampi-caldo lo ha reso inquieto tutto il pomeriggio. Con Carolien  ci siamo dati il cambio per provare a calmarlo.

Ieri avevo stabilito che oggi sarei andato a correre. Ho dubitato un po’ vista il mood di Alexander. Carolien invece mi ha spinto ad andare. Quello in cui mi sono trovato in quel momento era un bivio importante del mio rapporto con Alexander. Una parte di me mi diceva di rinunciare alla corsa e rimanere con Alexander. Un pensiero responsabile, qualora fossi stato da solo. Un pensiero fallato, visto che c’era Carolien che voleva (e poteva) prendersi cura di Alexander se avesse continuato a piangere.

È importantissimo non dimenticarsi della propria vita. Annullarsi per un bambino non fa altro che attivare una bomba a tempo che prima o poi esploderà. E ovviamente, bisogna fidarsi dell’altra metà.

Appena messe le scarpe e chiusa la porta alle mei spalle ho capito di avere bisogno di un momento del genere. Ho corso 7 chilometri, sono stato in giro 49 minuti.

Mi piace alternare la corsa all’attività di scrittura e lettura. Durante la sessione ho finito di ascoltare On writing well di William Zinsser. Una bella lettura per gli interessati alla scrittura..

Leggere è sempre stata una grandissima passione. Una costante pura nella mia vita. Ricordo sempre con curiosità il primo libro ricevuto come regalo di cui ho memoria. Si tratta di Signori bambini di Daniel Pennac. L’ho ricevuto da una cugina di mia madre (hanno un rapporto stupendo). Ricordo ancora la copertina e l’odore delle pagine. Ricordo ancora il posto che aveva nella libreria di casa dei miei genitori. C’era addirittura una parolaccia nel testo.

Ho letto tanti libri. La mia consapevolezza e la mia vita ne hanno giovato profondamente.

È per questo che spero di passare questa passione ad Alexander.

Mi piacere leggere dei libri ad alta voce. Ora siamo impegnati con la lettura di Miti Greci. Abbiamo ricevuto una bella edizione del libro con delle illustrazioni fantastiche.

La prima reazione alla lettura della creazione del mondo è stata un’importante produzione di…beh hai capito no? E si, ovviamente guardandomi negli occhi.

Io non mi lascio scoraggiare (apprezza la mia resistenza al  gioco di parole) e continuo a parlargli tanto. Gli racconto tutte le storie che mi vengono in mente. Soprattutto storie di cose faccio o che succedono nella normalità di ogni giorno. Reagisco ad ogni suo suono, intavolando discorsi che solo noi due possiamo capire.

Qua e là rubo istantanee di Alexander e Carolien che giocano o che riposano insieme.

Sono stanco, ma inguaribilmente felice.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Tummy tub, a tavola insieme e contentezza

Stamattina mi sono goduto un po’ di riposo. Alle 6:25 siamo scesi con Alexander per mangiare. Dopo, nonostante mi piaccia alzarmi presto, ho deciso di tornare a letto.

Alexander aveva un po’ di mal di pancia e non riusciva a prendere sonno. L’abbiamo messo nel lettone. Ogni stimolo intorno a me è svanito. Il mondo esterno mi arrivava filtrato dall’aura che ci avvolgeva. Il tempo stesso sembrava sentirsi in imbarazzo a fare il suo corso.

Guardo mia moglie e mio figlio dormire e mi sento contento. Il significato delle parole è importante, perché è tramite le parole che facciamo esperienza della realtà. Contento vuol dire “soddisfatto di quanto si ha o si riceve”. È esattamente così che mi sento. Non ho bisogno di nient’altro.

La parola felicità bussa discretamente alla porta. Dice di essere stata invitata. La accolgo.

Perso nell’abbraccio di queste sensazioni, scivolo in un sonno profondo.

Dopo la sveglia abbiamo fatto il bagnetto nel tummy tub. Ad Alexander piace l’acqua. Non ne è affatto spaventato. Al contrario, si trova perfettamente a proprio agio. Lo vedo rilassato ma anche attivo, curioso dei movimenti e delle sensazioni che prova. Quanto sarebbe bello ricordare le prime sensazioni.

La nostalgia richiama alla mente tante sensazioni che mi sono rimaste impresse dentro senza apparente motivo: la luce delle giostre sotto il campo sportivo all’inizio dell’estate. Io che faccio scivolare una lettera d’amore nello zaino di una mia compagna di classe. Il rumore dei miei passi la prima volta che sono tornato a casa da solo. L’odore del pavimento della cantina. Il treno per Roma.

Tutti accadimenti che presi singolarmente non significano un bel niente. O meglio, descrivono solo qualcosa. Ma è grazie alla somma di questi (insieme ad altri che non sto qui a descrivere) e delle sensazioni che hanno provocato che sono diventato l’uomo che sono oggi.

Per pranzo ho preparato dei fusilli al pesto. Alexander ha un fiuto speciale per l’orario dei pasti. Non appena è pronto si sveglia anche lui per mangiare. Apprezzo la coerenza.

Per evitare di mangiare l’ennesimo pasto freddo, prendo il seggiolone e lo avvicino al tavolo. Sono seduto di fronte a mia moglie con la forchetta nella mano sinistra e il biberon nella mano destra. Alexander mi guarda dal seggiolone.

Senza quasi rendercene conto, ci ritroviamo per la prima volta seduti in tre a tavola.

Dopo pranzo Carolien è uscita con la bici da corsa. Sei settimane dopo il parto. Che donna.

Io ho badato ad Alexander, poi al ritorno di Carolien mi sono preparato per andare a dare lezioni alla mia scuola di batteria. Settimana prossima finisce l’anno accademico.

Durante le lezioni mi arriva un video da Carolien. Alexander è in vena di chiacchierare. Carolien gli chiede “Vuoi dire qualcosa alla telecamera?”

Lui in tutta risposta inizia a emettere dei suoi dolcissimi e – giuro – sembra dire “Hello”.

Il mio stomaco si stringe e la gratitudine mi inonda nuovamente.

Spero che un giorno tu ti possa sentire come mi sono sentito io oggi.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Peso specifico e coincidenze

Oggi appuntamento dalla pediatra.

Alexander ama stare in macchina e a noi piace tutto il processo dietro ad un semplice spostamento di 5 minuti. Arriviamo verso le 12:35 e ci prepariamo per pesarci. Alla nascita Alexander pesava 3010gr. Secondo medici e ostetrica, poco per un bambino di 41 settimane. Per escludere una causa medica, ci hanno fatto restare due notti. In realtà una sarebbe stata sufficiente, ma avendo partorito la sera (leggi qui il racconto del parto) ci hanno fatto restare la seconda notte per terminare con calma il giro dei controlli.

Dopo la nascita il bambino perde peso, per poi recuperarlo. Nei primi quattro giorni Alexander ha perso 110 grammi. Otto giorni dopo aveva già superato il peso di nascita. Nelle settimane successive, continuava a prendere peso.

Allattando al seno, non possiamo sapere quanti millilitri di latte effettivamente beva. L’unica variabile utile è il peso, che deve aumentare in media di 150 grammi a settimana.

Siamo davanti all’assistente che mette un foglio di carta sulla bilancia. Carolien poggia Alexander e gli toglie il pannolino.

3945 grammi.

Ci guardiamo stupiti. Settimana scorsa pesava 3595 grammi. Lo sentivamo diventare più pesante, ma non ci aspettavamo una crescita così importante in una settimana. La pediatra si avvicina e guarda il grafico della curva di crescita sul computer accanto alla bilancia.

“Ottimo direi!” – Alexander la fissa, muove le mani e pronuncia qualche sillaba. Precoce per la sua età, ci dice. Lui, non ottenendo l’attenzione sperata pensa bene di liberarsi della pipì.

Dopo aver chiesto consigli riguardo l’allattamento (possiamo passare a 120ml 6 o 7 volte al giorno) salutiamo e ripartiamo. Saliti in macchina Carolien propone di andare a pranzo fuori. Effettivamente era un po’ che non lo facevamo. Mi sono lasciato convincere senza troppe proteste. Non bisogna mai stancarsi degli imprevisti che modificano un piano. Sono proprio quelli che creano i momenti da ricordare.

Arriviamo alla nostra caffetteria preferita e prendiamo posto ad un tavolo fuori. Alexander siede sul seggiolone posato una sedia. Ordiniamo e veniamo serviti abbastanza velocemente, visto il numero di clienti. Mentre mangiamo arrivano tre donne. Una di loro accompagna un bambino intorno ai 7-8 anni. Un’altra spinge una carrozzina.

Mangiamo con gusto fino a che Alexander decide di averne abbastanza. Inizia a piangere e cullarlo nel seggiolone è utile come tirare un sasso per colpire la luna. Mi alzo e lo prendo in braccio. Dopo pochi minuti riesco a calmarlo. I suoi occhi belli mi guardano curiosi, la bocca al sicuro dietro il ciuccio verde.

La ragazza con la carrozzina lo vede e dice:

“Che bell’ometto! Anche lui è piccolino. Quando è nato?”

“Domenica 14 maggio.” – risponde Carolien.

“Oh ma dai? Anche il mio, 14 maggio. Festa della mamma!”

Continuando a parlare esce fuori che sono nati lo stesso giorno, entrambi un parto veloce (meno di 4 ore) e quasi lo stesso peso. A chiudere il cerchio, sono stati fatti nascere dalla stessa ostetrica.

Che coincidenze.

Già, le coincidenze.

Mi viene da pensare a come il paradigma della mia vita sia cambiato nel giro di qualche secondo. Un po’ come la differenza tra l’essere e sentirsi padre.

Il peso specifico di un corpo è dato dal rapporto della sua sostanza e il suo volume.

Di che sostanza è fatto Alexander? Mi perdo affascinato nell’osservarlo. L’espressione suprema della Natura. Della Vita.

Vivere il momento in pieno contatto con sé stessi.

Una volta sapevo farlo anche io. Quand’è che l’ho dimenticato?

E tu?

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

La giornata più lunga

Oggi è la giornata più lunga dell’anno.

Per me e Alexander è iniziata di nuovo alle 3 del mattino. Dopo la poppata siamo tornati a letto, per rivederci alle 6. Sono rimasto direttamente di sotto. Ho fatto colazione con un buon libro, poi mi sono dedicato alla casa.

Alle 10:30 aspettavamo visite. Una coppia di signori, vecchie conoscenze di Carolien si presenta leggermente in anticipo. Ci accomodiamo in giardino e mettiamo su il caffè. No, non la moca, ma il caffè a filtro. Ho provato in tutti i modi a convincere mio padre che fosse buono. No way.

Dopo le domande di rito su Alexander e il parto, chiacchieriamo del più e del meno. Carolien chiede alla donna:

“Come stai ora? Cosa è successo di preciso?”

“Avevo la pressione alta da un po’ di giorni e la cosa mi insospettiva. Mi sono decisa ad andare dal dottore per parlarne. Sono andata sola, in macchina. Arrivata lì mi sono seduta tranquilla in sala d’attesa. Ho parlato con l’assistente. Poi il dottore mi chiama e entro nel suo studio. Appena entrata mi sono accorta che c’era qualcosa che non andava. Il dottore mi faceva delle domande. Io volevo rispondere ma le parole non mi uscivano dalla bocca. Potevo pensare, sapevo che avrei dovuto rispondere. Eppure non riuscivo ad emettere alcun suono. Potevo solo fare su è giù con le spalle. Sono stata ricoverata e hanno fatto una tac. Infarto cerebrale. Una vena otturata.”

La ascolto con Alexander che dorme pacioso in braccio. Lei continua:

“Grazie alle cure mi sono rimessa abbastanza velocemente. Ho ripreso praticamente tutte le attività che svolgevo prima. Mi domando sempre cosa sarebbe successo se mi fossi sentita male mentre ero a casa, o a fare la spesa.” – dice pensierosa.

Facciamo piani ventennali, mentre la nostra vita può essere decisa in pochi secondi.

Guardo il viso dolce di mio figlio e inizio a riflettere.

Io ho un obbligo morale verso di lui. Non parlo di quello ufficiale da padre e pater familias. Parlo di qualcosa ancora più importante, che di fatto rende i due ruoli possibili. Io devo esserci. Io ho l’obbligo morale di prendermi cura della mia salute, fisica e mentale, per fare sì che io possa esserci.

Mi ritorna in mente la frase “I figli imparano dal tuo esempio, non dalle tue parole”. Un mantra che mi porto dietro dall’inizio della gravidanza.

Nelle ultime settimane ho dovuto lasciare gli allenamenti per il triatlon. Sono stato male due volte, ma soprattutto temo di essermi allenato troppo. A tempo debito scriverò un articolo su quanto successo. Fatto sta che sono passato dall’allenarmi 4 volte a settimana a non allenarmi per niente. L’alimentazione non è stata delle più corrette. Da qualche giorno sentivo una sorta di senso di colpa rendermi inquieto. Ora capisco tutto.

Senza accorgermene stringo un po’ più forte Alexander, mentre so già cosa fare.

Alle 21 sono seduto sulle scale mentre mi allaccio le scarpe da corsa. Nelle orecchie le cuffie con l’audiolibro che sto “leggendo”. Nel cuore la certezza di dimostrare Amore a mio figlio e mia moglie.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Il primo temporale

Oggi abbiamo guardato insieme il nostro primo temporale.

Alla radio avevano comunicato che nella serata sarebbe arrivata una forte perturbazione dal sud. È stato dichiarato il codice arancione. Suona forse strano, ma avevo proprio voglia di un bel temporale.

Cade la prima goccia e apre un varco nello spazio-tempo.

Ho 6 anni sono in piedi davanti alla finestra di mia nonna. L’aria aveva già il colore tipico del temporale in arrivo. Ne sentivo chiaramente l’elettricità. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, chiedo:

“Nonna posso sedermi qui?”

“Certo che puoi, ma perché proprio davanti alla finestra?”

“Sta per piovere e vorrei guardare la pioggia”

Senza farmi altre domande, nonna mi porta la mia sedia personale. Una versione in miniatura di una sedia impagliata. Ne andavo fiero. Se ricordo bene è arrivata anche a mia sorella.

Prendo posto accanto alle tendine bianche con la cucitura rossa sui bordi. Erano il sipario che celava lo spettacolo lì fuori.

La pioggia scendeva e io mi perdevo a guardare le corse delle gocce sul vetro. Partivano da un punto più o meno alto e si affrettavano ad arrivare in fondo al vetro. La cosa che mi affascinava di più era vedere come, durante il loro tragitto, lottassero con le altre gocce per arrivare prime. Prima verso destra, poi verso sinistra. Poi di nuovo verso destra prima di proseguire dritte per un po’. Ogni percorso era unico, sebbene alcune gocce condividessero pezzi di tragitto di altre gocce.

Alexander mi richiama al presente muovendosi tra le mie braccia.

Per un attimo, cerco le gocce che si rincorrono sul vetro di casa mia.

Allora non potevo sapere che ciò che fissavo era una metafora perfetta della vita umana. Un time-lapse dell’esistenza di una persona che nasce sola e procede verso il suo destino.

Non potevo sapere che quelle gocce non lottavano le une contro le altre. Non era uno sgomitare quello che vedevo. Era l’incontro di due persone che percorrono un pezzo del tragitto insieme, per poi accettare che il loro destino è di proseguire per un’altra strada. E allora ripartono per una nuova rotta, alla ricerca di qualcosa che non si sa quando arriverà.

Abbraccio mio figlio e lo bacio dolcemente.

Tra le cose che mi sono ripromesso di fare con te, spicca l’insegnarti a cercare la bellezza. Per farlo dovrai imparare ad ascoltarti e quindi ad ascoltare. Allora capirai che questo è il più grande gesto d’Amore, verso te stesso e verso gli altri.

Forse allora, un giorno mi chiederai di metterti una sedia davanti alla finestra, perché sta iniziando a piovere.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

I primi sorrisi

Oggi è stata una giornata magica.

Una giornata lunga, iniziata con la poppata delle 3 stanotte. Un altro paio d’ore di sonno prima di entrare nel ritmo “sociale”.

Oggi è il mio primo giorno di congedo di paternità. Qui nei Paesi Bassi, da un paio d’anni, il padre del neonato ha diritto a una settimana lavorativa (in base al contratto di lavoro) pagata al 100%, più 5 settimane lavorative pagate al 75% da utilizzare entro i primi sei mesi di vita del bambino.

Oggi è stato per me il primo giorno delle 5 settimane di congedo parentale.

Ma non è questo che ha reso la giornata magica. Non è neanche sapere che finite le 5 settimane di congedo, arriveranno le 6 settimane di ferie estive.

Stamattina dovevo portare la macchina dal meccanico per far riparare l’aria condizionata. Al ritorno a casa, un messaggio di Carolien:

‹‹Alexander sorride!››

Mi precipito di sopra e in tempo record sono sdraiato affianco a mia moglie e mio figlio. Questi sono esattamente i momenti che non voglio perdermi per nulla al mondo.

È lì che è cominciata la magia.

Dei sorrisi tanto grandi quanto sdentati che sembravano volermi ricordare cosa fosse di preciso la felicità. Occhi vigili che cercavano e seguivano i nostri sguardi. Reazioni alle nostre chiacchiere. Suoni che ricercavano una sorta di interazione.
Mi perdo cercando di interpretare questi sorrisi, ma mi arrendo quasi subito. Lascio riposare la mia mente e do spazio al mio cuore.

Ed è lì che lo sento. Sento amore puro fluire dentro e intorno a noi. La sensazione originale di contentezza, il non aver bisogno di nient’altro.

Vederlo crescere e cambiare letteralmente di giorno in giorno mi rende felice e malinconico allo stesso tempo. Questi momenti possono sembrare insignificanti, ma rappresentano esattamente le cose che mi mancheranno quando sarà passato del tempo.

Ripenso all’assenza di sonno, a quando sembra non esserci modo di farlo calmare. Alla rabbia furiosa quando non siamo iper veloci nel preparare il biberon. Ripenso a quando l’ho visto per la prima volta, a quando l’ho preso in braccio per la prima volta.

Questi sono momenti che accadono una volta sola. Una ed una soltanto. Se te li perdi, non li ritroverai più. Se li vivi, devi custodirli gelosamente, perché appunto non ce ne saranno altri.

Questo è il mio modo di farlo. Ho deciso di aggiornare più frequentemente questo mio blog (almeno nella sezione in italiano), per condividere la nostra crescita e le nostre esperienze.

Scrivo pubblicamente, ma in realtà scrivo per me. Per noi.

bambino appena nato e papà

La mia prima festa del papà

Nei Paesi Bassi la festa del papà viene celebrata il 18 giugno. Alexander è arrivato il 14 maggio, rendendoci la mamma e il papà più felici (e stanchi) del mondo. Oggi è quindi la mia prima festa del papà!

Le feste comandate mi portano sempre a riflettere sull’autenticità dei festeggiamenti. E a me piace guardare le sfumature. Ne ho bisogno. È il mio modo per assaporare appieno ogni singolo giorno.
Penso al momento in cui Alexander mi chiamerà papà per la prima volta. Due sillabe per lui. Un mondo nuovo per me.

Formalmente si è padre non appena si registra il neonato all’anagrafe. Ma quand’è che ci si sente padre? Anche qui, due verbi diversi, due universi di significato.

Sentirsi papà per la prima volta

Mi piace registrare gli eventi nel modo più accurato possibile e questa volta non sono stato da meno.

Il 25 agosto 2022 alle 17:16 mi sono sentito padre per la prima volta. Ero di sopra quando Carolien mi chiama chiedendomi di scendere.

Arrivo in sala e sul tavolo vedo un test di gravidanza. Sento una stretta allo stomaco e mi avvicino. Carolien è in piedi accanto al tavolo, il test ha ancora una tacchetta prima di dare il risultato.

Guardiamo l’ultimo trattino intermittente tenendoci per mano. Mi perdo nei pensieri, mentre mi sento pervaso da una nuova consapevolezza.

test di gravidanza clear blue positivoL’ultimo trattino smette di lampeggiare e arriva l’esito: “zwanger” (incinta in olandese).

Io e Carolien ci guardiamo, ci abbracciamo e ci baciamo commossi.

“Sei pronto Morè?” mi chiede Carolien tenendomi le mani. I suoi occhi mi si specchiano nei miei. Una felicità profonda riesce a tenere a bada la tensione.

Nella mia testa e nel mio cuore una miriade di emozioni lottano per prendere il controllo. Di sicuro mi prendono alla gola.

In quell’attimo di tempo che sembra infinito, mi chiedo se sarò in grado. Mi guardo dentro e mi vedo con il grembiule celeste a quadretti aspettare mamma nel piazzale dell’asilo. Mi vedo mostrare orgoglioso il primo ginocchio sbucciato. Le feste di compleanno con tutta la famiglia. Sono affacciato al balcone di mia nonna e vedo mamma e papà scendere dalla macchina con mia sorella appena nata. L’adrenalina della prima partita di pallone. Sento il sapore del primo caffè. Il morso del primo bicchiere di vino. Sulla pelle ho l’aria ferma dell’ultimo giorno di scuola, mentre arrabbiato aggredisco il futuro. Sento il legno delle bacchette per la prima volta nelle mie mani. Quel senso di appartenenza. Mi vedo prendere macchine, autobus, treni e aerei. Mi sento parlare un’altra lingua, sempre meno straniera. Sono lì, in quella stanza di ospedale. Benedico mia madre con uno squarcio nel petto.

È lì che capisco. In tutti i momenti che rivivo, vedo chiara e cristallina la presenza costante e silenziosa dei miei genitori. Mi sento pronto a condividere l’Amore che mi è stato donato.

Torno al presente e guardo mia moglie.

È proprio in quel momento che mi sono sentito padre per la prima volta. Nella sala di casa nostra, alle 17:16 del 25 agosto 2022.

“Non aspettavo altro” riesco a dirle mentre la stringo forte a me.

La prima festa del papà

Oggi – 18 giugno 2023 – è domenica e come ogni settimana, la mattina è sacra. A dire il vero, la giornata è iniziata alle 3, quando Alexander si è svegliato per la poppata. Siamo scesi di sotto e sono riuscito a preparargli il biberon in tempo record (per sapere come, leggi i consigli per neopapà in questo articolo). Ci siamo seduti a tavolino, Alexander alle prese con il biberon e io con il libro che sto leggendo.

Verso le quattro siamo tornati di sopra. Ho aiutato Alexander a riprendere sonno e mi sono messo a leggere un altro po’. Puntuale come un olandese provetto, si è ripresentato alle 6:30. Carolien era pronta per la seconda poppata. Io sono rimasto a letto, ma non posso dire di aver dormito.

Verso le 9 sono sceso per preparare la colazione a Carolien e gliel’ho portata a letto.

Dopo un’oretta di musica, coccole e chiacchiere, abbiamo deciso di attivarci. Alle 14 attendevamo visite e dovevamo ancora fare spesa e riordinare casa.

Ieri avevamo stabilito che oggi avremmo mangiato del pesce al barbecue. Dopo aver stabilito cosa mangiare nei prossimi tre giorni per pranzo e cena ed aver aggiornato la lista, sono uscito per fare spesa. Mi piace prendermi cura della mia famiglia.

Al ritorno abbiamo mangiato un paio di toast, in attesa dei nostri amici.

Dopo aver mangiato insieme i beschuit met muisjes (una tradizione olandese della quale scriverò a breve) e fatto due chiacchiere, i nostri amici sono andati via. La pioggia è venuta a farci visita dopo diversi giorni. Me la sono goduta tutta. Verso le 18 il cielo ha riaperto. Tempismo perfetto per accendere il barbecue.

Il menù prevede spiedini di salmone marinato, spiedini di gamberi all’aglio e due tranci di salmone fresco.

Scrivo mentre aspetto che siano cotti al punto giusto.

Come vedi, una giornata normalissima. Per alcuni forse noiosa. Io invece assaporo ogni singolo momento avidamente e con profonda gratitudine.

Ti auguro di sentirti così un giorno.

Tanti auguri a tutti i papà.

Tanti auguri a me.

Bambino di un mese insieme a un bassotto sul tavolo

Neo papà: il primo mese

Sono un neo papà. Da un mese. 31 giorni in cui la mia vita è diventata…un’altra vita. Mi chiedevo spesso “Chissà come sarà?” oppure “Da quand’è che di preciso ci si sente padre?” Sono sempre stato sensibile a queste sfumature sottili.

In questo articolo vi racconto le sfide, le gioie, le scoperte e le lezioni che ho imparato in questo primo mese da papà.

Le gioie da neo papà

Aver subito una grande perdita ti insegna a guardare la vita da un’altra prospettiva. L’intero paradigma si ridisegna. Mi sono ritrovato più sensibile alle cose che normalmente riteniamo piccole o semplicemente non degne di attenzione. Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun identificano questa dinamica come Post-traumatic growth.

Il calore di mio figlio sul mio petto. Il rumore dolce del suo respiro. Vederlo prendere consapevolezza del suo corpo. Cercarci con gli occhi o con il pianto. Sentirlo calmarsi dopo averlo preso in braccio.

Bambino addormentato in braccio al neo papàHo realizzato che in realtà sono proprio queste “piccole” cose che, incollate l’una all’altra dalla caducità della vita, formano le fondamenta della nostra salute emotiva.

Una delle sensazioni più belle la vivo quando sono lontano da casa per lavoro e ripenso ad Alexander, Carolien e alla vita che stiamo costruendo. Costruiamo ricordi e formiamo abitudini mentre cresciamo insieme. Sogno ad occhi aperti domandandomi cosa starà facendo. Il petto si gonfia d’amore all’idea di tornare a casa da lui e Carolien e stare finalmente insieme.

A proposito di abitudini: il mio giorno preferito è senza dubbio la domenica. La mattina è indiscutibilmente dedicata a noi. Ci alziamo, facciamo colazione, poi torniamo tutti e 3 a letto. A volte ascoltiamo musica, altre volte ci appisoliamo. Stiamo insieme. Ci abbracciamo. Il tempo allenta la presa nel vederci così pieni di noi. Mi sento bene, mi sento forte.

Poi ci sono i sorrisi. Quelle splendide esplosioni di gioia che finiscono sempre per commuovermi. Guardo mio figlio sorridere e mi sento insieme forte e vulnerabile. Oggi sono il suo mondo, domani sarò il suo eroe. Dopodomani sarò un suo amico.

Annego nel suo sorriso. Mi faccio piccolo davanti ai suoi occhi avidi di vita, dove vedo il riflesso della mia. I suoi occhi come un collo di una clessidra, guardano scendere i granelli del mio tempo. Lo fanno senza timore e senza paura. Silenziosamente mi spiegano che è così che è sempre stato e sempre sarà. Mi chiedono di accettarlo.

È allora che mi commuovo.

Leggi anche la Cronaca di Alexander, la nascita del nostro primo figlio.

Le sfide da neo papà

Diffidate di chi vi dice che essere neogenitori sia sempre facile e fighissimo. Mente spudoratamente.

Ti offro un cocktail:

Iniziamo con una parte di sistematica privazione del sonno. Ogni 3 ore (a volte anche meno) bisogna svegliarsi per allattarlo e cambiarlo.

Aggiungiamo due parti di pianto senza apparente motivazione. L’hai allattato, cambiato e aiutato nel caso di mal di pancia. Eppure il pianto continua e aumenta di intensità. Proprio come i segnali acustici di alcune auto quando non metti la cintura. Libretto d’istruzioni non pervenuto.

Completiamo con 2 parti di tempo decimato. Hai progetti per la serata o la mattinata? Hai un’idea che vorresti sviluppare? Dimenticatelo. C’è sempre un pannolino pronto a ricordarti l’imprevedibilità della vita.

Per un neonato volere e avere bisogno sono esattamente la stessa cosa. Piangere è l’unico modo per esprimersi. L’unico problema è che reagire al pianto di un neonato è un istinto che in quanto tale non può essere ignorato. Il desiderio – o meglio il bisogno – è quello di consolarlo il prima possibile. Quando questo non riesce, si forma una specie di corto circuito nel cervello.

Ovviamente questo succede sempre quando sei in hangover di cocktail di cui sopra. Una combinazione micidiale.

Nei primi 3 giorni di vita di Alexander ho dormito in totale 10 ore e ovviamente non di seguito. All’inizio si resiste grazie all’adrenalina, ma quando l’effetto svanisce arriva il conto da pagare. Il corpo deve riposare e lo comunica in maniera univoca facendoti appisolare dovunque o mettendoti di malumore.

Fortunatamente io e Carolien abbiamo un ottimo dialogo. Parliamo di tutto, da sempre. Anche in questo caso non siamo stati da meno. Ci siamo messi d’accordo fare i “turni” di notte per consentire all’altro di riposare.

Fare ciò ci ha consentito di riprenderci fisicamente, ma soprattutto ci ha fatto sentire ancora più uniti e complici. Una bellissima sensazione.

Alexander dorme bene la notte. Ha già un suo ritmo per cui si sveglia ogni 3 ore, a volte anche 4. Questo vuol dire che in una notte dobbiamo alzarci 2 volte e che in una delle due tranches possiamo dormire ben…4 ore di fila!

Ogni seduta dura in media 45 minuti, a volte di più. Se calcoli il tempo per tornare di sopra, metterlo a letto sperando che non si svegli di nuovo, metterti a letto e riprendere sonno, ecco che è passata almeno un’altra mezz’ora.

Svegliarsi riposati, con le belle 8 ore del passato, è un ricordo di una vita che per ora non esiste più.

Come tutte le cose, ci si abitua anche relativamente subito. Ciò che comunque noto è che l’efficienza del mio corpo è diminuita. Fare sport diventa più pesante, ho bisogno di più tempo per riprendermi dopo l’allenamento.

Una delle sfide più grandi nella mia vita da neo papà, è dover accettare che non posso risolvere sempre la situazione. Ci sono dei momenti in cui il pianto continua anche dopo aver escluso tutte le possibili cause.

Per non parlare del timing non ideale. Immagina una bella passeggiata nel verde, di sera, mentre il sole scende pigro e un vento fresco ci risolleva dopo una giornata molto calda. Il suono degli uccelli, lo stormire delle foglie e…

Un pianto inconsolabile, inarrestabile.

Le scoperte personali

L’errore più grande che un neopapà potrebbe fare, è continuare ad aspettarsi le stesse possibilità della vita precedente. Come dice qualcuno ben più saggio di me “Il dolore non viene dal cambiamento, ma dalla resistenza al cambiamento stesso”.

La cosa più sana (e giusta!) da fare, è accettare il prima possibile che per un periodo di tempo la lista delle priorità deve essere rivista e aggiornata. Dovrai parcheggiare qualche hobby, rinunciare a più uscite. Accordarti con il tuo partner per poter dormire un po’ di piu la mattina o riposare nel pomeriggio.

Mai come in questo momento mi sento legato a mia moglie. Affrontiamo tutto insieme, condividiamo gioie e momenti difficili in cui non sappiamo cosa fare. Ci consoliamo quando siamo stanchi e siamo sempre pronti a correre quando l’altro ha bisogno di qualsiasi tipo di aiuto.

Io l’amore di due genitori me lo immaginavo proprio così. Due adulti che fanno del loro meglio in una situazione completamente nuova e con un altissimo coefficiente di difficoltà.

È allora che ripenso ai miei genitori. Provo ad immaginarmeli nei primi momenti della mia vita, mentre spaventati e innamorati mi tenevano in braccio per le prime volte. Mentre spaesati non sapevano più cosa fare per calmare il mio pianto. Provo ad immaginarmi i loro sguardi stanchi ma pieni di amore che mi cullano, sperando che mi addormenti per provare a riposare.

Il cuore mi si stringe, la nostalgia si fa sentire.

A proposito di riordinare le priorità: ho preso l’abitudine di leggere mentre allatto Alexander. Una poppata dura in media 15 minuti, più altri 15 per far scendere tutto il latte. Prima di iniziare la poppata, apro l’app Kindle sull’iPad per poter leggere durante l’allattamento. Anche di notte. Anzi, di notte mi piace ancora di più. In questo primo mese ho letto già due libri e no ho iniziato un terzo.

Mi piace leggere con l’app Kindle per la facilità con cui posso evidenziare tratti del libro e appuntare idee o commenti. Questi estratti li esporto su un altro programma dove sto creando il mio…secondo cervello.

In breve: registro tutte le idee, informazioni, commenti o epifanie presi da qualsiasi fonte (libri, podcast, video, camminate e quant’altro) e creo una struttura basata sul metodo Zettelkasten. Ogni nota rimanda ad altre note che gli somigliano e note consigliate per procedere nella ricerca.

È un processo interessantissimo, sul quale scriverò un post a breve.

Mi piace pensare che sto lavorando ad un progetto che fra non so quanti anni sarà diventata una ricchezza per me, ma soprattutto per Alexander. A tempo debito, potrò passargli letteralmente tutta la mia conoscenza.

Consigli per i neo papà

A questo punto dovrei dare dei consigli. Provo a ripercorrere i momenti più critici di questo mese appena passato per isolarne i punti di interesse:

  • Pannolini e salviette umidificate sembreranno evaporare come neve al sole. Assicurati di avere una scorta (oltre la scorta) in ogni postazione di cambio e nella borsa della carrozzina.
  • Informati per tempo su come smaltire i pannolini. Qui nei Paesi Bassi ci sono dei container in determinati punti della città dove vengono raccolti.
  • Assicurati di creare una routine efficace per lavare biberon e misurini di cui avrai bisogno. Noi abbiamo trovato un equilibrio con 3 biberon diversi. Possiamo fare due sedute avendo ancora un biberon pulito di riserva, qualora non riuscissimo a lavare tutto prima. Una delle cose che non vuoi è doverti trovare a lavare biberon e misurini con tuo figlio/a che urla come se non ci fosse un domani.
  • Il bucato richiede anche una routine efficace. Il rischio è di ritrovarti di colpo senza vestitini puliti e questo succede sempre quando ne hai bisogno.
  • Ottimizza il sistema: prepara in anticipo ciò di cui avrai bisogno nella prossima poppata. Noi ad esempio lasciamo un biberon pulito, una tazza con l’acqua necessaria (lasciata direttamente nel microonde dove la scalderemo), il barattolo del latte in polvere, un cucchiaino per poterlo mescolare e poi acqua nel bollitore elettrico e una tazza più grande vuota per poter scaldare il latte materno a bagno maria. In questo modo, quando ci alziamo riusciamo a preparare la poppata senza lo stress di dover cercare o peggio ancora pulire le cose.
  • Leggi libri o articoli sulla psicologia dei neonati. Capire come funziona il loro mondo aiuta a reindirizzare le proprie reazioni.
  • Sapevi che tutti i bambini del mondo parlano la stessa lingua? Emettono suoni diversi per bisogni diversi. Guarda questo video sul Dunstan Baby Language per impararla.
  • Quando metti un pannolino nuovo, fai un risvolto verso l’interno sulla schiena. Aiuta a prevenire fuoriuscite di…chiaro no?
  • Non sottovalutare la privazione del sonno. Ascolta bene il tuo corpo e accordati con il tuo partner per poter dormire qualche ora in più.
  • Non interrompere mai la comunicazione con il tuo partner. Anche – e soprattutto – quando sembra la cosa più difficile da fare. State facendo entrambi del vostro meglio e discutere non aiuterebbe nessuno. Analizzare insieme le cose che vi irritano è un modo perfetto per elevare il vostro rapporto ad un livello superiore.

Conclusioni

Sono neopapà da appena un mese e non ricordo più come fosse la mia vita precedente. Mi sembra quasi di essere padre da sempre, nonostante debba ancora affrontare ed imparare praticamente tutto.

Sentirmi padre mi consente di vivere questo processo con profondità e consapevolezza, permettendomi di imparare e migliorarmi ogni giorno di più. Voglio diventare la versione migliore di me stesso, per essere in grado di accompagnare mio figlio e mia moglie in questo viaggio spettacolare che abbiamo il privilegio di fare.

Tutte le sfide che posso affrontare da neopapà non batterebbero mai la profonda felicità che mi da vedere mio figlio sorridermi. Anche se venissero tutte insieme, troverei sempre in quel sorriso sdentato la forza necessaria per rialzare la testa e la guardia.

Ci sono delle scelte di base che pongono in essere determinati sistemi. A seconda di come questi vengono impostati, porteranno risultati più o meno positivi.

Io ho scelto di investire su me stesso come padre per poter essere sempre la migliore versione di me stesso. Questo è il dono supremo che posso e voglio fare a mio figlio e mia moglie.

neonato in posizione fetale

Cronaca di Alexander

Ti abbiamo aspettato tanto. Se ci penso bene, penso di averti aspettato da sempre. Domenica 14 maggio 2023 alle 21:20 hai deciso di venire da noi. 

La giornata è iniziata come tutte le altre. Ci siamo svegliati in relax, senza piani specifici per la giornata. Il 14 maggio è la festa della mamma e tua madre sperava moltissimo che saresti arrivato quel giorno. La mattina, dopo la colazione, mi ha detto: «Non penso che arrivi oggi. Ho solo qualche doloretto.»

La tarda mattinata è proseguita lenta e piacevole. Siamo usciti con Truus – negli ultimi giorni abbiamo preso l’abitudine di andare a passeggiare tutti insieme – camminando 2 chilometri. Sulla via del ritorno mamma ha iniziato a lamentare qualche crampo.
Una volta a casa ci siamo rilassati, ma questi “doloretti” erano sempre più ravvicinati.
Mamma ha deciso di andare sotto la doccia. Appena finito mi ha chiamato, dicendomi che i dolori erano aumentati di intensitá. Sono salito per vedere se potevo aiutarla in qualche modo. Potevo leggere nei suoi occhi che la situazione stava cambiando. Effettivamente il travaglio era iniziato.

L’ho aiutata a vestirsi e siamo scesi di sotto.

Mamma ha avuto l’ottima idea di scaricare un’app per misurare la durata delle contrazioni. Ogni volta che ne iniziava una, la vedevi prendere il telefono. All’inizio riusciva a farlo da sola, ma con l’aumentare dell’intensità delle contrazioni ha ceduto a me il compito di registrarle. 

app che misura la durata delle contrazioniapp che misura la durata delle contrazioniLe contrazioni arrivavano ogni 3 minuti circa e duravano una trentina di secondi. Per riceverle abbiamo provato diverse posizioni. Prima seduti sul divano, poi su una sedia al contrario. Poi sullo sgabello del pianoforte. Ad ogni contrazione, dopo aver attivato l’app per registrarla, provavo a massaggiare la schiena di mamma per darle un po’ di sollievo. Truus ha fatto del suo meglio per starle vicino.
Ci siamo resi conto che le contrazioni duravano di media 44 secondi ed arrivavano ogni 3 minuti. D’accordo con mamma ho telefonato all’ostetrica. 

«Buonasera Nadia, sono Moreno Maugliani, il marito di Carolien Kolhoop. Da un’oretta Carolien ha dei dolori che sembrano aumentare sempre di più. Abbiamo registrato le contrazioni. Arrivano ogni due minuti e mezzo e durano di media 44 secondi»

Mentre parlavo con l’ostetrica, mamma ha avuto una contrazione che per la prima volta ha toccato il minuto. Erano le 18:10. Lo comunico all’ostetrica che mi dice:

«Bene, sembra che ci siamo! Continuate a registrare le contrazioni. Se la situazione rimane costante per un’ora, richiamatemi. Nel frattempo mangio qualcosa e mi preparo per venire da voi.»

Le contrazioni non sono solo rimaste costanti per un’ora, sono addirittura aumentate di durata ma soprattutto di intensità. Quando arrivavano mamma riusciva a malapena a parlare. Nei brevi intervalli tra l’una e l’altra guardavamo la pancia e ti vedevamo muoverti. 

Alle 19:10 precise ho richiamato l’ostetrica:

«Le contrazioni durano in media un minuto e mezzo, con picchi di due minuti. L’intensità è anche aumentata. Carolien riesce a malapena a parlare.»

«Bene, prendo le mie cose e arrivo da voi.»

Stava effettivamente succedendo, Alexander, ti stavi preparando per venire da noi!

Arriva l’ostetrica

Suonano alla porta. Nadia entra con la sua borsa. Le contrazioni sono diventate molto forti. L’ostetrica ci propone un apparecchio per provare a renderle più sopportabili. Mamma può controllarlo tramite un telecomando. Quando lo aziona, delle scossette arrivano alla schiena con lo scopo di “distrarre” il cervello dal dolore delle contrazioni. Ci proviamo per 3 volte, poi mamma mi chiede di toglierlo. 

Seduti sul divano, l’ostetrica inizia a visitare mamma:

«Ora capisco perché hai dei dolori cosí forti. Sei giá a metá della preparazione. Il parto è già iniziato!»

Ci guardiamo con un misto di felicitá e paura. Abbiamo aspettato tanto questo momento, ma non possiamo sapere come andrá. Possiamo solo fare del nostro meglio. Per di più, bisognava porre fine a questi dolori che mamma aveva e l’unico modo per farlo era farti venire al mondo.

L’ostetrica chiama l’ospedale di Deventer e richiede la disponibilità della camera per fare il parto in acqua, secondo quanto discusso nel nostro piano di nascita. Una camera (ce ne sono 3 in totale) è ancora disponibile. Mentre Nadia parlava al telefono, io avevo già messo fuori le borse che avevamo preparato qualche settimana prima. Nadia finisce la telefonata e io vado a prendere la macchina dal parcheggio per venire davanti alla porta principale, per far camminare mamma il meno possibile. 

Quante sensazioni ho provato in quei pochi metri per arrivare alla macchina. Felicità, eccitazione, paura, tensione. Ciò che ha prevalso è stata la lucidità di cui avevo bisogno per aiutare te e mamma in maniera efficace. Dovevamo tutti fare del nostro meglio. 

Arrivo davanti alla porta e scendo per aiutare mamma a salire. Nadia andrà avanti e noi la seguiremo.
Appena saliti in macchina avvio una videochiamata con nonno Pietro e zia Giada. Li avviso in tempo reale che ci siamo. La chiamata dura poco. Le contrazioni di mamma sono ancora più forti e di un altro tipo. La sento prepararsi a spingere. Chiudo la telefonata in fretta e mi concentro sul tragitto.

L’arrivo in ospedale

Il viaggio in ospedale dura una decina di minuti, incluso un bel semaforo rosso. Entrati nel parcheggio, mi avvicino il più possibile all’entrata. Nadia, che aveva già parcheggiato, arriva con una sedia a rotelle. Aiutiamo mamma a scendere dalla macchina e a prendere posto sulla sedia. Io prendo in fretta la borsa di mamma. Nadia si offre di portarla, mentre io spingo mamma verso l’entrata. 

Arriviamo in reparto e prendiamo posto nella camera numero 14. Ricordami di spiegarti l’importanza del numero 14 nella nostra vita.

Mamma è completamente concentrata sul dolore che nel frattempo è aumentato. L’ostetrica ci chiede se vogliamo procedere a montare la piscina per il parto in acqua. Ci informa che per farlo ci vorranno più o meno 45 minuti. Le chiedo se abbiamo effettivamente quel tempo, viste le contrazioni di mamma. Le contrazioni sono molto forti e ha lo stimolo di spingere per farti uscire. Dopo una di queste spinte, ecco che si rompono le acque. Lei visita di nuovo mamma e ci dice: 

«Temo proprio che non facciamo in tempo. La dilatazione è ormai completa, siamo nella fase finale del parto.»

Nadia ci consiglia di metterci sotto la doccia con acqua tiepida. Noi eseguiamo. Io tengo la cipolla della doccia sulla schiena di mamma e le faccio dei massaggi per accogliere le contrazioni. L’ostetrica passa di tanto in tanto per controllare la situazione. 

Dopo un quarto d’ora mamma ci dice di aver bisogno di cambiare posizione. Ci asciughiamo e ci rispostiamo vicino al letto. Mamma si appoggia sul lato lungo del letto. 

Dopo una decina di minuti, mamma ci dice che ha bisogno di riposare le gambe. Le viene l’idea di sedere su uno sgabello pensato apposta per partorire. Ha uno spazio in mezzo per permettere al bambino di uscire. Lei si siede lí, io prendo una sedia e mi posiziono dietro di lei, per poterle sorreggere la schiena e massaggiarla. 

Il parto

Avresti dovuto vederla, Alexander. Da quel giorno, ogni volta che penso alla forza della Natura, penso a tua madre in quel momento. E mi emoziono. Mi emoziono profondamente di fronte a questa chiara manifestazione del Sublime.

Le contrazioni sono fortissime, mamma mi stringe forte e mi guarda. Io mi sento impotente ma allo stesso tempo responsabile di darle tanta più forza possibile. È quello che faccio. Le sussurro parole dolci all’orecchio, ci stringiamo le mani.

Ad un certo punto arriva una contrazione molto forte. Mamma accoglie il dolore e spinge forte. Nadia si accuccia e dice: 

«Ottimo Carolien, vedo una testolina!»

Una sensazione particolarissima da immaginare anche per me. Sentivo solo un gran desiderio di portare tutto a termine. La forza della Natura aveva preso possesso anche di me. Rimango concentrato e aiuto mamma. 

La magia ci avvolge completamente, potevo quasi assaporarla. Una sorta di elettricitá morbida e calda. Mi sembrava quasi di percepire l’apertura di un passaggio tra diverse realtà. L’ultima volta che ho sentito questa apertura è stato il 5 maggio dell’anno scorso. Te lo racconterò a tempo debito.

Mamma si prepara per la prossima contrazione. Poco prima che arriva ci dice: «Se questi dolori dureranno ancora molto, temo di svenire». Non facciamo neanche in tempo a realizzare quanto ci ha detto che la vedo: mamma cambia espressione, sembra raccogliersi in sé stessa. 

Concentrata in una sorta di estasi, spinge forte. Io tengo le mie mani sulla sua pancia, quasi a volerti accompagnare. 

Una spinta forte e poi…

Nadia ti accoglie e ti porta velocemente tra le braccia di mamma. Lei ti prende subito in braccio e ti parla. La prima parola che ti dice è: «Hallo». Un hallo cosí profondo, pieno di amore e di tanti significati che rischio di perdermi nel provare a riportarli tutti. Li ritroverai  negli sguardi innamorati che riceverai, ogni volta che ti guarderemo. 

Alle 21:20:12 siedi sulle ginocchia di mamma. Alle 21:20:32 arriva il tuo primo vagito. Nadia ti asciuga, mentre tu ti riempi i polmoni per la prima volta di ossigeno. Mamma, come se l’avesse sempre fatto, ti poggia sul suo seno. 

Ci spostiamo dallo sgabello al letto. Abbiamo stabilito di non tagliare il cordone ombelicale fino a che la placenta non smetterà di funzionare. Dopo qualche minuto Nadia ci avvisa che il momento era arrivato e prepara gli strumenti per tagliare il cordone ombelicale. 

Alle 21:33:12 ho le forbici ed il tuo cordone ombelicale in mano. Ti guardo e ti sussurro: «Amore mio, benvenuto» e taglio. Poi mi avvicino e ti bacio sulla fronte.

Sei del mondo ora, amore mio.

Il post-parto

Dopo il taglio del cordone, come richiesto da noi, vieni messo sul petto di mamma che è sdraiata a letto. Piangi e pian piano ti calmi. Che bella sensazione che deve essere. Vorrei potertela descrivere dettagliatamente, cosí da poterla rivivere quando vorrai, ma non è possibile. Rimarrà forse salvata in qualche area della nostra anima, dove non possiamo arrivare con le parole, ma solo con il cuore. 

Nadia e le infermiere si prendono cura di mamma. Io siedo vicino a voi, ammirandovi in tutta la vostra bellezza. 

Alle 23:37 ti prendo per la prima volta in braccio per metterti sulla bilancia. Sai Alexander, mi sono sempre sentito terribilmente imbranato con i bambini degli altri. Ho sempre avuto paura di farli cadere, piangere o fare qualcosa di sbagliato. Con te è stato assolutamente diverso. 

Non appena ti ho preso tra le mie braccia, tutto mi è sembrato perfettamente logico, pieno di senso. È stato come riprendere in braccio un pezzo di me che aspettavo da tanto. Una sensazione di appartenenza che non dimenticherò mai e che vorrò testimoniarti ogni giorno della nostra vita insieme. 

Pesi 3010gr. Nadia dice che sei un po’ piccolo rispetto alla media. Si consulta con il ginecologo di turno e decidono di tenerci in ospedale per due notti, cosí da poter monitorare i tuoi valori di glucosio e glicemia. 

Un’infermiera prende i vestitini preparati con cura da mamma. Come prima cosa, ti mettiamo la camicetta della fortuna, regalata da zia Giada. 

Ci prepariamo per passare la prima notte insieme. La prima notte della tua nuova vita. 

La prima notte della nostra nuova vita.

Un anno senza mia madre: riflessioni sulla percezione del Tempo e del Dolore.

Dipende tutto da come guardi le cose.

Gli antichi Greci avevano due parole per descrivere il tempo: kronos e kairos. Il primo rappresenta lo scorrere dei minuti. Il secondo rappresenta la qualitá dello stesso. Secondo Kairos, un’ora insieme alla persona amata può equivalere a cinque minuti di Kronos. Dieci minuti di attesa in un ospedale possono equivalere a un numero indefinito di ore.

Mamma è andata via 1 anno fa.

52 settimane. 365 giorni. 8760 ore. 525600 minuti.

Chiaro, no? Invece Kairos colpisce forte. Mi stordisce. Non è vero che un anno dura un anno. Se mi dicessero che è andata via dieci anni fa, ci crederei. Se mi dicessero che in realtà non è mai andata via, ma è semplicemente a casa che mi aspetta, ci crederei lo stesso.

Ho passato diverse fasi. Sono stato triste, perso, impaurito, arrabbiato con Dio e con il mondo. Ho pianto tanto, mi sono scoperto fragile, sensibile, forte. Mi sono sentito in colpa per ridere, per sentirmi felice, per fare l’amore. Mi sono sentito infinitamente grato per poter ridere, per potermi sentire felice, per poter fare l’amore.

Lentamente ho capito: non è vero che il Dolore governerà la vita di chi subisce una perdita. Può sembrare così, soprattutto all’inizio. O meglio all’inizio sarà così, fino a quando non si creerà un nuovo equilibrio. Il Dolore entra senza chiedere permesso ed esige tutte le attenzioni.
Diverrà un parte della vita e insieme ad altri elementi formerà la crescita e l’evoluzione di quella persona.

Realizzare ciò richiede una cosa molto difficile e altrettanto dolorosa: l’Accettazione. Accettare che la Vita continui. Accettare che la felicità continuerà ad esistere e a fare parte della nostra esistenza. Accettare che l’amore crescerà e creerà altro amore. Accettare che riderò a crepapelle, piangerò di tristezza, di gioia o di risate. Scoprirò nuovi interessi e seguirò nuove passioni. Accettare che tutto questo succederà, nell’assenza di mia madre.

Trovare la presenza nell’assenza. Questa espressione mi ha accompagnato nelle ultime settimane. Lenta ma ostinata si è fatta strada nei momenti di dolore più profondo, fino a diventare una sorta di imperativo.

Io un giorno non ci sarò più. Tu che leggi, un giorno non ci sarai più. Non puoi immaginare quante volte mi sono chiesto – torturato a volte – cosa si pensa quando si è consapevoli dell’inevitabile. Cosa avrà pensato mia madre? Avrà avuto paura? Cosa le sarà tornato in mente? Cosa si sarà sussurrata, quando nessuno poteva sentire?

Riflettendo su queste domande, ho capito che trovare la presenza nell’assenza è l’unico modo per andare avanti.
Il dolore per una vita che finisce ti mette davanti ad un bivio: vuoi vedere ciò che non c’è più, o vuoi celebrare ciò che (ancora) c’è?

Nel mio periodo di rabbia, mi sono trovato spesso la sera a casa sul divano con una birra. Quasi subito di più. Un paio di whisky a volte mi hanno aiutato a calmarmi. Stavo cadendo in una spirale. Il mio corpo si abituava e reagiva all’alcol. Il mio cervello seguiva a ruota. Il mio mondo diventava sempre più piccolo ed io mi sentivo sempre più soffocare.

Non so bene quale sia stata la chiave di volta. Una voce (che negli anni ho imparato a riconoscere e ad ascoltare) mi riportava sempre in mente tutto il dolore passato. E poi mi sbatteva in faccia, senza giudizio, la mia reazione. Il suo scopo era semplicemente quello di farmi vedere, di farmi ragionare.

Ricordo di aver pianto – e mi commuovo tutt’ora mentre scrivo – quando ho realizzato che la direzione che stavo prendendo non avrebbe fatto altro che aggiungere dolore al dolore. Ho pensato a mio padre, a mia sorella. Ho pensato a mia moglie. A mio figlio che arriverà tra pochi giorni. Alle persone intorno a me.
Non bisognerebbe mai sottovalutare l’entità del dolore che la nostra assenza porterebbe nella vita delle persone che ci amano.

Ho sentito una sorta di responsabilità crescere in me. Ho quasi interamente riscritto il paradigma secondo il quale guardavo alla vita. Per la prima volta, da adulto, ho accettato nel cuore che un giorno il mio tempo finirà. Non c’è assolutamente niente di garantito e quindi non c’è assolutamente tempo da perdere. L’ho capito solo duemila anni dopo Confucio: “L’uomo ha due vite. La seconda inizia quando scopre di averne solo una”.

Meglio tardi che mai.

La vita ha il 100% di mortalità, questo è certo un dato di fatto. Io non sono speciale e un giorno sarà il mio turno.
Fino a quel momento devo fare del mio meglio. Devo rendere onore alla possibilità che mamma mi ha dato mettendomi al mondo.

Forte di questa realizzazione, mi sono voltato indietro. Di colpo tutto il dolore provato sembra aver trovato un senso. Non mi guarda più spaventevole e minaccioso. Mi guarda come un insegnante severissimo ma dolce, che si rende conto che l’allievo ha imparato la lezione.

Allargo lo sguardo e vedo l’uomo che sono diventato. Intravedo il padre che sarò.

Ed è allora che ho nuovi occhi per guardarmi dentro. Vedo buchi enormi, portati dall’assenza di mia madre.
Esattamente gli stessi buchi che prima mi terrorizzavano per la loro profondità.

Questa volta non fuggo via in preda alle vertigini.

Mi avvicino.

Ci entro dentro.

Ed è lì, proprio nel buio pesto che ho tanto temuto che la trovo:

Mia madre.

La nostra storia. I suoi occhi belli che mi guardano pieni di amore. Le sue mani che mi coccolano mentre mi addormento. Le risate insieme. I pomeriggi di pioggia passati a giocare. Uscire insieme a fare la spesa, come se fosse la cosa più spettacolare del mondo. L’odore del soffritto. La morbidezza delle torte il giorno del compleanno. Insegnarmi a leggere. Il venirmi a prendere alla fermata dell’autobus. La musica alta di domenica mattina. La calma della domenica pomeriggio. La sua pelle. Il suo sguardo il giorno del mio matrimonio. La sua radiosa felicità. Il tocco della sua mano mentre aspettavamo mia moglie all’altare. I nostri “ti amo” e “mi manchi”. Il suo orgoglio nel parlare di noi. Il sapere di aver fatto un ottimo lavoro crescendoci come ha fatto insieme a papà.

Tutto questo era proprio lì. È sempre stato lì, dentro di me. Ma non potevo vederlo. Il Dolore ha dovuto scavare questi buchi profondi per portare fuori questo tesoro.

Ora ogni volta che la mancanza mi prenderà allo stomaco – perché è sicuro che continuerà farlo – saprò benissimo dove andare.

Vado da mamma mia.

Il 5 maggio 2022 nostra madre Giovanna Di Giuseppe si è arresa al Mesotelioma pleurico. Abbiamo deciso di condividere tutto ciò che ci è successo. Le emozioni, paure, illusioni, ansie, speranze.

La speranza è di aiutare chi come noi si trova o purtroppo si troverà a convivere con una realtà dura come il tumore. Se non trasformassimo il nostro Dolore in Amore, avremmo sofferto per niente.

Questa è la nostra Storia. Aiutaci a condividerla.