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Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Contatto e nuovi suoni

Alexander sta ampliando il suo vocabolario con nuovi suoni. Lo sento sperimentare nel suo box, per poi esibirsi durante il cambio del pannolino. Negli ultimi giorni ci cerca molto di più. Inizia a seguirci anche con lo sguardo. Se ci avviciniamo al box, ci guarda prima che entriamo nel suo campo visivo.

Noi incoraggiamo il più possibile questi dialoghi, copiando ciò che fa lui e producendo suoni che somigliano a quelli che lui ha appena fatto. Il contatto visivo deve essere continuo. Distogliere lo sguardo toglie quel tono di dialogo che deve essere il più chiaro possibile per lui. Deve poter sentire che in quel momento c’è un interazione.

I suoi occhi diventano ancora più grandi e un sorriso si impossessa delle labbra. Le braccia e le gambe si muovono spasmodicamente, come se dovesse scaricare a terra l’energia che lo attraversa in quel momento. Ci sciogliamo nel vederlo scoprire nuovi suoni e nuove possibilità. Stupirsi delle sensazioni portate da un suono emesso in una certa maniera.

Ma soprattutto l’eccitazione. L’istinto di instaurare un contatto. Una comunicazione.

Il contatto verbale non è l’unica forma di contatto che ricerca. Negli ultimi giorni ha sempre più bisogno di contatto fisico, soprattutto quando sta per addormentarsi. Questo vuol dire che dopo la poppata, bisogna farlo addormentare in braccio e solo dopo che la respirazione si è stabilizzata, poggiarlo cautamente nel box o nel lettino.

Tip: quando lo poggi nel lettino, lascia per qualche minuto le mani sul suo petto o sui suoi fianchi. In questo modo avrà ancora la sensazione di essere in uno spazio ben definito. I neonati si svegliano quando vengono messi a letto perché non riconoscono più lo spazio in cui si trovano.

Non bisogna essere ipocriti: a volte può essere stancante. Ma è cruciale non cedere al nervosismo da stanchezza. I primi due anni sono fondamentali per la formazione dell’inconscio. A parte questo, sarebbe egoista non tenere conto di bisogni oggettivi del bambino.

Anche qui la comunicazione con il tuo partner è fondamentale. Se hai la sensazione di non farcela o di cedere, parlane apertamente. Non è affatto una vergogna né tantomeno deve essere un tabù. È ora di liberarsi di queste zavorre inutili.

Non credere a chi dice che essere genitori sia solo bello e facile. Mentono. Oppure, ancora peggio, stanno saltando delle fasi dello sviluppo del loro bambino.

Noi genitori cresciamo con i nostri figli. Dovremmo essere maturi abbastanza per essere onesti con noi stessi e – ancora più importante – con i nostri figli.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Tempesta Poly e fame

Oggi nei Paesi Bassi è arrivata la tempesta Poly. Il codice giallo precedentemente dichiarato è stato aggiornato a rosso. I danni maggiori sono stati registrati ad ovest del paese. Ad Harlem una signora di 51 anni è deceduta colpita da un albero mentre era in macchina. Le raffiche di vento sono arrivate a 146km/h. Come essere investiti da una macchina sull’autostrada.

Qui a Deventer non ci sono danni ingenti. Il vento ha rifatto l’acconciatura agli alberi, staccando pezzi di rami o rami interi. La pioggia ha contribuito a rinfrescare l’aria.

Noi tutto questo lo abbiamo vissuto nel lettone, tutti e tre insieme. Un’esperienza sublime. Trovarmi con l’essenza della mia vita sotto il tetto spiovente della nostra casa, con la tempesta che imperversa fuori. Gli scenari di Wuthering Heights sono di colpo molto più vicini.

Oggi Alexander sembra avere più fame del solito. Per la prima volta ha bevuto 180ml di latte in una seduta. Di solito si ferma a 120ml, altre volte a 90ml. Credevamo fosse una tantum. Nella poppata successiva è arrivato a 150ml. Stasera alle 21:30 lo stesso.

La formula per calcolare la quantità di ml giornalieri è 150 x peso del bambino. Dall’app che usiamo per registrare poppate e pannolini abbiamo visto che oggi ha bevuto in totale 800ml di latte. Quantità che dovrebbe bere pesando 5 chili.

Negli ultimi giorni siamo passati dal calcolare le 3 ore tra un pasto e l’altro all’alimentazione ‘a richiesta’. Teniamo sempre in considerazione le 3 ore, ma aspettiamo che si faccia sentire lui. Oggi ad esempio, è tornato dopo 4 ore. La notte dorme in media 4 ore e mezza tra una poppata e l’altra. Buon per noi che possiamo recuperare qualche ora di sonno.

Dopo la tempesta è uscito il sole, come nei migliori racconti romantici. Ho messo Alexander nel marsupio e siamo usciti con Carolien e Truus. Una bellissima passeggiata nel fresco dopo la pioggia. Difficile immaginare la pioggia e vento del mattino.

Eppure è così: tutto passa. Anche le cose più rumorose e spaventevoli. Arrivano e spazzano via tutto ciò che abbiamo sistemato con amore e dedizione. Ci fanno sentire piccoli. Soli.

Ma poi passano.

E arriva il sole.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Wuthering Heights e Doom Thinking

Perdiamo così tanto tempo ed energia nel ricercare qualcosa che speriamo assomigliare alla felicità. Un vero peccato. Non parlo del fuoco della passione, quello che ci porta ad esplorare sensazioni, sentimenti e realtà nuove.

Parlo della distrazione con cui guardiamo alla nostra vita. A quanti dettagli ci lasciamo sfuggire.

Odio scrivere queste parole. Le odio già quando le penso, prima di scriverle. Suonano come un cliché trito e ritrito. Però signori, qui c’è da togliersi per un attimo il monocolo e il cilindro e guardare la realtà per quello che è. I cliché sono tali per un motivo.

Oggi pomeriggio, per l’ennesima volta, mi sono sentito profondamente contento.

Io e Alexander abbiamo ballato su Wuthering Heights. Il salone era la nostra sala da ballo.

Wuthering Heights è un brano di Kate Bush, pubblicato nel 1978 e ispirato al romanzo Cime Tempestose. Il ritornello mi ha sempre affascinato, con la sua costruzione 4/4+4/4+2/4+4/4+4/4+2/4+4/4. Suggestionato dal romanzo, mi fa pensare alle brughiere inglesi spazzate dal vento. A un maniero che resiste solenne.

La giornata non è iniziata nei migliore dei modi. Alle 5:30 Carolien stava accudendo Alexander. Io mi sono svegliato con un mal di testa molto fastidioso. Partiva dal collo e prendeva tutto l’emisfero destro. Ho preso due compresse di paracetamolo e sono ricaduto in un sonno agitato.

Verso le 11 una vicina di casa è venuta a farci visita. Una donna molto sensibile. Posso dirlo anche senza conoscerla bene. Ha contratto una forma pesante di Covid e soffre tutt’ora gli strascichi del Long covid. Ha avuto seri problemi con il lavoro. La sua vita si è ridimensionata considerevolmente.

La ascoltavo parlare del più e del meno e non ho potuto fare a meno di notare una nota di pessimismo in tutte le vicende che raccontava. Riusciva a trovarne anche in quelle che presentavano scenari positivi.

Purtroppo è una dinamica che riconosco. Se il doom thinking fosse una disciplina olimpica, mi qualificherei ad occhi chiusi.

Il doom thinking è un errore di produzione del tronco encefalico, la parte più “antica” del nostro cervello. Questa è completamente volta alla sopravvivenza. Per fare ciò, è in costante ricerca di probabili pericoli.

Questo sistema è stato creato e settato sulle condizioni di vita di migliaia di anni fa. Vivi in una grotta, il raccolto è a rischio e un tuo amico è appena stato sbranato da un orso. Il tronco encefalico analizzerà costantemente l’ambiente circostante per intercettare possibili minacce e tenerti in vita.

Il problema subentra quando questa sistema viene utilizzato in un mondo in cui vivi dentro quattro mura, fai la spesa al supermercato e la probabilità di essere sbranato da un orso è significativamente inferiore. Il numero di impulsi e stimoli a cui siamo sottoposti è, però, infinitamente più alto. Il tronco encefalico deve fare gli straordinari per scannerizzare tutte le possibili minacce. È al lavoro 24/7. Come risposta automatica, il livello di stress sale.

Combatto costantemente con il doom thinking. È uno dei demoni più grandi che mi accompagna in questo viaggio. Sento che lentamente ma costantemente, sto imparando a conoscerlo e farmelo amico. Non vorrei scacciarlo del tutto.

Quando ero piccolo rimasi colpito da una frase del film Dragon – La storia di Bruce Lee. Il protagonista aveva un incubo ricorrente, un samurai che terrorizzava anche me. Parlando con il suo maestro, questo gli dice “Se non vincerai le tue paure di sempre, non farai altro che trasmettere quel demone ai tuoi figli”.

Mi sento esattamente così. Devo neutralizzare questo demone per non passarlo ad Alexander. È una vera e propria responsabilità che sento.

Il futuro non esiste. Le preoccupazioni servono solo a derubarmi del presente.

Ciò che esiste, invece, è la sensazione di stringere mio figlio tra le braccia. Percepire la sua cieca fiducia in me. Sentire il suo corpo rilassarsi man mano che si arrende al sonno. Il suo sguardo che mi cerca e mi illumina con uno splendido sorriso. Non ho bisogno di nient’altro. Il tempo si riduce al collo di una clessidra in cui passa un granello alla volta.

Tutto succede nel salone di casa nostra, in un normalissimo martedì pomeriggio.

È per questo che oggi abbiamo ballato su Wuthering Heights.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Baby language e confessioni

Oggi Alexander ha avuto una giornata storta. Nel pomeriggio ha pianto molto più spesso del normale. I suoi suoni iniziano a cambiare. Non c’è più solo il pianto classico, ma anche altri suoni che spesso lo precedono.

Insieme con Carolien abbiamo fatto ear training analizzando il suo pianto e confrontandolo con tutte le possibilità del baby language. Priscilla Dunstan ha isolato una serie di suoni che i bambini di tutto il mondo producono in diverse situazioni. Un neh indica fame, un eair aria che deve uscire fuori, owh il bisogno di dormire, e così via. Guarda il video per approfondire.

Gli abbiamo dato da mangiare, fatto fare il ruttino, cambiato il pannolino. Tutto ciò di cui poteva aver bisogno. Eppure continuava a piangere. Alternava un lamento continuo a momenti di rabbia che non riuscivamo a spiegarci. Pur avendo provato tutte le possibili cause, avevamo la sensazione fastidiosa di aver dimenticato di controllare qualcosa.

Dopo un po’ ci è tornato in mente che intorno alle 8 settimane il bambino passa ad uno stadio successivo dello sviluppo. Il pianto più frequente ne è un segno distintivo. Lo vediamo prendere sempre più consapevolezza delle sue mani. Inizia ad afferrare oggetti (e capelli). Quando giochiamo e ci avviciniamo con il volto, prova a raggiungerlo con le mani.

Il mal di pancia è anche diminuito. Sembra che abbia capito come funziona il sistema. Ci sono meno “produzioni” in un giorno rispetto a qualche settimana fa, ma più sostanziose.

In queste fasi è ancora più importante comunicare col proprio partner. Il pianto continuo può non essere facile da gestire.

Ho preso in braccio Alexander per consolarlo un po’ e aiutarlo a calmarsi. Ho provato diverse posizioni prima di metterlo fronte mondo. Pian piano si è calmato.

Ho avuto una sorta di epifania, in cui ho sentito nel profondo che per quella piccola creatura noi siamo l’unica fonte di salvezza. Loro dipendono in tutto e per tutto da noi. Abbiamo una responsabilità e un privilegio importantissimi. Arrabbiarsi col bambino sarebbe la cosa più sbagliata da fare. Anzi più nociva, soprattutto a lungo termine.

Come scritto ieri, tutte le esperienze vengono salvate direttamente nell’inconscio. Qualora fossero esperienze spiacevoli, ci saranno collegamenti spiacevoli quando, più avanti nel tempo, quelle verranno richiamate alla memoria.

Ho guardato Alexander negli occhi, mi sono tolto ogni possibile armatura e gli ho detto molto candidamente che lo amo profondamente. Che noi non siamo mai stati genitori e che facciamo del nostro meglio per farlo stare bene. Che mi dispiace se a volte non capiamo subito di cosa abbia bisogno. Ma stiamo imparando. Lui a comunicare e noi ad interpretare.

È una fase che non vorrei perdermi per niente al mondo.

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Onde beta e primi ricordi

Questa sera l’abbiamo passata tutti e quattro sul divano. Abbiamo scoperto una serie islandese – Katla – che ci sta tenendo incollati allo schermo. Abbiamo appena terminato il sesto episodio, su otto totali. La storia è avvincente e l’intreccio è ben ponderato. Mi ricorda un’altra serie che ci ha appassionato tantissimo, Dark. Ve le consiglio entrambe.

Ti starai chiedendo cosa c’entri il guardare una serie con questo blog. Ebbene, lo spunto per questo articolo è arrivato proprio dall’ultimo episodio visto. Uno dei personaggi chiede:

«Qual è il tuo primo ricordo?»

“Già, qual è il mio primo ricordo?” mi sono chiesto di riflesso.

Ho dovuto pensarci. E ripensarci. Poi ripensarci ancora. Non lo so qual è il mio primo ricordo. Non me lo sono mai chiesto e quasi me ne dispiaccio.

Tra l’altro, non so se questa domanda possa avere una risposta oggettiva.

Dai 0 ai 2 anni, il cervello dell’essere umano produce onde delta. Queste sono le stesse raggiunte in stato di meditazione profonda. In questa fase siamo iper-ricettivi. Ma c’è un problema: tutte le informazioni, stimoli, impulsi ed esperienze vengono “salvate” direttamente nell’inconscio. E il cervello le ritiene verità oggettive, a prescindere che siano positive o negative.

Quando devi prendere una decisione richiami alla memoria sensazioni che hanno qualcosa in comune con la situazione che richiede quella decisione. Alcune di queste saranno sicuramente ripescate dal tuo inconscio. Questo è il motivo per cui alcune situazioni o dinamiche ti fanno arrabbiare o rattristire. O magari ti rendono euforico e felice.

Dai 2 ai 6 anni produciamo onde theta. La creatività prende il controllo e la capacità di apprendimento aumenta all’ennesima potenza. È in questa fase che siamo in grado di fissare i primi ricordi. Più o meno dai 3 anni di età.

Mentre scrivo e visualizzo il funzionamento del mio (nostro) cervello, continuo a strizzare la memoria per ricordarmi il mio primo ricordo.

Ho immagini isolate che sanno più di flusso di coscienza che di primi ricordi. Ho bisogno di tempo per rispondere a questa domanda. È lo farò, mi conosco.

Ma il messaggio qui è un altro: Alexander ha compiuto oggi 7 settimane. Rientra a pieno titolo nella prima fascia. Il suo cervello ora produce onde delta. È praticamente un tutt’uno con il suo inconscio, con il suo istinto.

La credenza che vede i neonati come staccati dal mondo e presi solo dal mangiare, dormire e fare bisogni è appunto…una credenza.

Iniziamo a formare ed educare i nostri bambini dal primissimo giorno. In questa fase non possiamo cancellare la lavagna e scrivere di nuovo. Dobbiamo essere estremamente consapevoli di ciò che facciamo, diciamo e sentiamo. E dobbiamo farlo a scatola chiusa. I risultati si vedranno solo dopo anni.

Se lo faremo bene, qualsiasi ricordo sarà fissato per primo dai nostri figli sarà sempre supportato da solide fondamenta. Questo è ciò che voglio passare ad Alexander.

Solide fondamenta. Poi l’architetto è lui. Amplierà la struttura come meglio crede.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Sushi e rito della Luce

Oggi è il nostro secondo anniversario di matrimonio. Il primo festeggiato con Alexander. Una giornata doppiamente speciale.

Una giornata che abbiamo deciso di passare a casa. Lentamente, senza obblighi o aspettative. Semplicemente insieme. Al mattino ci siamo presi del tempo per fare un bel bagnetto ad Alexander. Abbiamo sistemato la vasca sul sostegno in camera da letto. L’ho riempita con acqua a 38 gradi. Gli piace stare in acqua. Si rilassa ed è incuriosito dalle sensazioni che prova.

Nel pomeriggio mi sono dedicato alla scrittura. Per celebrare la giornata, ho deciso di raccontare la storia del nostro incontro. Ne è venuto fuori un bel testo. Puoi leggerlo qui.

Raccontare la nostra storia mi ha fatto rivivere di nuovo tutta la catena di casualità che ha reso possibile il nostro incontro. Gli eventi che ti cambiano la vita arrivano senza preavviso. Nel nostro caso in un innocuo mercoledì di ottobre.

Alexander piange molto meno, quasi esclusivamente quando a fame. Oppure quando lo mettiamo nel box. Per evitare di dover passeggiare tutto il giorno con lui in braccio, ho deciso di metterlo nel marsupio. Dopo un po’ di proteste iniziali è caduto in un sonno profondo. Mi sono trovato bene a lavorare in questo modo.

Per cena avevamo stabilito di ordinare il sushi. Riempiamo il carrello sul sito del nostro ristorante preferito. Non consegnano a domicilio, ma vista la bontà del loro sushi, siamo disposti ad ordinare da asporto.

Sorpresa: non accettano ordini per oggi. Decidiamo di rimandare a domani.

La sera dopo cena abbiamo fatto il rito della luce. Lo abbiamo fatto durante la cerimonia del nostro matrimonio e ci siamo promessi di farlo ad ogni anniversario. Il rito della luce simboleggia l’unione di due vite che si fondono per crearne una nuova. Ogni sposo ha una candela. Questa viene accesa dai genitori, a simboleggiare il passaggio di testimone. I due sposi avvicinano le fiamme delle candele (= unione di due personalità) per accenderne una più grande (= la famiglia che hanno creato).

Abbiamo spento la radio e ci siamo seduti a tavola con le stesse candele usate durante il matrimonio. Alexander riposava pacioso nel box. Sembrava capire che quello era un momento importante per mamma e papà.

Ho acceso la candela di Carolien. Lei ha acceso la mia. Le abbiamo avvicinate unendo le fiamme. Insieme abbiamo acceso la candela più grande. Dopo aver spento le nostre due candele, ci siamo presi le mani e rinnovato le nostre promesse personali guardandoci negli occhi.

Alexander decide che il tempo a nostra disposizione è stato sufficiente. Carolien lo prende in braccio, è quasi ora della poppata.

Il tempo ricomincia a fluire.

marito e moglie in abito da sposi fanno vedere gli anelli

Il giorno in cui ho conosciuto mia moglie

Il sole entra dalla finestra del salone illuminando scatole e valigie disposte sul pavimento. Ho appena raccolto la mia vita degli ultimi dodici anni. Mi siedo sul divano rosso, sul quale ho dormito nelle ultime settimane. Do un tiro di sigaretta e mi guardo intorno. Quell’appartamento una volta così caldo mi risulta ormai estraneo. Non c’è più traccia dell’amore, dei sogni, delle passioni e dei sorrisi che avevo portato in quelle scatole e valigie due anni addietro.

Sento vibrare il telefono. Rispondo ancora perso nei miei pensieri.

«Ciao Moreno, sono Vincenzo. Hai da fare questa sera? Abbiamo la serata all’Enoteca Barberini ma il batterista si è ammalato. Se ti va puoi sostituirlo. Suoneremo in trio, solito repertorio, iniziamo alle 20:30. Che ne dici?»

Butto fuori il fumo. Sono le dieci di mattina di mercoledì 19 ottobre 2016. Sto preparando le valigie per lasciare l’appartamento dove ho vissuto con la mia ex. Quella sera avrei dormito per la prima volta in una stanza presa in affitto in un appartamento in condivisione con dei compagni della palestra di boxe.

“Forse mi farà bene distrarmi. Cosa farei se restassi a casa? penso.

«Ci vediamo lì alle 20!» rispondo.

Passo il pomeriggio a trasportare scatole e valigie nella mia nuova stanza. Preparo il letto e sistemo le cose in bagno.

19:58

Parcheggio la macchina in via San Nicola da Tolentino. Prendo piatti e rullante e mi incammino verso l’enoteca. È una bellissima serata, serena e fresca. Passo la fontana del Tritone e scendo in via degli Avignonesi, una parallela di via del Tritone. Vincenzo e Marco sono già lì fuori. Fumiamo una sigaretta mentre stabiliamo i brani da suonare.

«Montiamo velocemente gli strumenti. Alle 20:15 ceniamo e alle 20:30 iniziamo il primo set.» dice Vincenzo poggiando la sua chitarra sul palchetto.

L’enoteca ha due entrate, una su via del Tritone e l’altra su via degli Avignonesi. Il flusso di turisti è continuo. Guardo le loro facce e mi perdo ad immaginare le loro vite. Da dove vengono, che lavoro fanno. Qual è la loro marca di vestiti preferita. Cosa gli piace fare quando piove. Immagino la loro casa, il quartiere in cui vivono. Se hanno un bosco vicino casa.

È buffo come le vite immaginarie di perfetti sconosciuti mi sembrino sempre perfette. Non c’è traccia di dolore, non conoscono lutti o delusioni. Io invece ho nelle orecchie il suono della porta dell’appartamento che abbiamo appena lasciato con la mia ex. Quel “Buona fortuna” augurato sinceramente davanti all’ultimo caffè insieme al bar, prima di salire in macchina ognuno per la sua strada.

Sono le 20:30, il locale è quasi pieno. Solo due tavoli sono ancora liberi. Saliamo sul palchetto e iniziamo a suonare.

20:48

Suoniamo musica di intrattenimento. Un misto di successi pop internazionali e brani della tradizione italiana. Sentiamo grida di giubilo al riff di Get lucky e un coro appassionato su Volare. È divertente suonare e vedere il pubblico divertirsi con noi.

Poi succede.

La musica, il vociare, il rumore delle posate sui piatti. Tutto si allontana di qualche anno luce. Ne sento solo il riverbero. Ancora prima di accorgermi di cosa stesse succedendo, mi ritrovo a fissare una ragazza all’ingresso di via del Tritone. Non capisco il perché, non l’ho mai vista prima. Jeans chiari e una maglietta bianca mettono in risalto la pelle abbronzata. I capelli sono raccolti dietro la nuca.

Chiede qualcosa ad uno dei barmen al bancone, che annuisce e le fa cenno di accomodarsi. Una cameriera l’accompagna ad uno dei due tavoli rimasti liberi, alla destra del palchetto.

Sono turbato. Non capisco bene cosa mi stia succedendo. O forse lo capisco ma ho paura ad ammetterlo. “Non può essere” mi dico “non oggi”. Eppure non riesco a staccarle gli occhi di dosso. Voglio sapere come si chiama. Voglio sentire il suono della sua voce. Voglio guardare quegli occhi che non smetto di cercare con lo sguardo.

Un pensiero si insinua fastidioso:

“Credi davvero che una ragazza così bella sia qui da sola? Sarà venuta a vedere il posto ed ora chiamerà il ragazzo per dirgli di raggiungerla”.

Come se mi avesse sentito, lei prende in mano il telefono. “Appunto”, penso. Poi cerca nella borsa e tira fuori il caricabatterie. Lo attacca alla presa sotto il tavolo. La cameriera si avvicina per prendere un’ordinazione. Dopo pochi minuti torna con un Aperol spritz. Lei beve un sorso guardandoci divertita. I nostri sguardi si incrociano per la prima volta. Tutto mi arriva di nuovo ovattato. Esistono solo i suoi occhi.

Mi giro verso i ragazzi:

«Se quella ragazza dovesse andare via, io vado via con lei. Devo assolutamente parlarle.»

I miei amici ridono, credendo fosse una battuta.

«Sono serio, non posso lasciarla andare via senza sapere il suo nome.»

«E se viene il ragazzo?»

«Non mi importa. Voglio parlarle lo stesso.»

Sento queste parole arrivare da un posto profondo, da qualche parte dentro di me. Nessuna stronzata da maschio alfa. Io avevo bisogno di parlarle.

Arrivano due donne. Scambiano due parole con lei e prendono posto allo stesso tavolo. Nessuna traccia di eventuali partners. Sembrano conoscersi, parlano con entusiasmo. Poco dopo ordinano una bottiglia di rosé.

Arriva il primo break. Ho quindici minuti di tempo per provare a rompere il ghiaccio. Non ho idea di come fare. Il gestore dell’enoteca non vuole che i musicisti facciano contatto con i clienti. Devo stare attento, ma non ho intenzione di farne un problema.

Esco fuori su via degli Avignonesi e mi accendo una sigaretta. Provo ad intercettare il suo sguardo per attirarla fuori. Le altre due ragazze se ne accorgono, ma non succede assolutamente niente. Il break finisce e dobbiamo ricominciare a suonare.

C’è una bella atmosfera. La scaletta è ben assestata, il pubblico interagisce sempre di più. Dopo un paio di pezzi tirati iniziamo I’m yours di Jason Mraz. Arrivati al ritornello sento un bel contorcano venire dal pubblico. Mi guardo intorno per cercare la voce di donna che avevo appena sentito.

Era lei.

Finalmente avevo una scusa per approcciare. Appena finito di suonare mi avvicino al tavolo:

«Potevi dircelo che eri una cantante, avresti potuto cantare un pezzo con noi!». Qualasiasi cosa pur di iniziare un dialogo.

«No, quale cantante! Mi piace semplicemente la musica. Mi piace giocare con le melodie e inventarne altre.»

Stiamo finalmente parlando. I miei amici si mettono a parlare con le altre due ragazze.

Ci spostiamo tutti insieme in un bar su Piazza Barberini. Kerry viene dall’Australia, Jess dagli Stati Uniti, Carolien dai Paesi Bassi. Viaggiano tutte e tre da sole. Jess e Kerry si sono conosciute nel pomeriggio e hanno deciso di andare a bere qualcosa di sera. Così sono arrivate all’enoteca dove hanno incontrato Carolien.

«Come mai Roma?» chiedo a Carolien.

«Avevo voglia di fare un viaggio da sola. Anzi, ad essere sinceri ne avevo bisogno. Ho da poco terminato una lunga relazione. Volevo vedere posti nuovi, volevo il sole. Roma mi è sembrata la meta perfetta. E quindi eccomi qua.»  mi risponde sorridendo.

Torno per un attimo a poche ore prima, con la macchina carica e la porta chiusa.

«Beh, hai fatto la scelta giusta. Qui c’è tantissimo da vedere e la temperatura ad ottobre è semplicemente perfetta. Non troppo caldo, né troppo freddo.» le dico tornando al presente.

«Verissimo. Solo oggi ho camminato 14 chilometri. Ho visto praticamente tutto il centro storico. Stasera ero di ritorno all’hotel. Stavo andando a prendere la metro quando ho visto che la batteria del cellulare aveva il 3% di carica. Ho pensato che sarebbe stato meglio fermarmi da qualche parte e ricaricarlo, prima di continuare.

Passando fuori all’enoteca vi ho sentiti suonare. Ho dato un’occhiata e chiesto al barman se ci fosse un tavolo con una presa di corrente vicino. Ne era rimasto uno, quello dove ero seduta.»

Continuiamo a parlare di tutto ciò che ci passa per la testa, come se ci conoscessimo da tanto e dovessimo raccontarci un sacco di cose. Il tempo sembra essersi fermato, ma l’orologio la pensa diversamente.

02:45

«Ora devo proprio andare. Voglio dormire un po’. Domani mattina ho ancora tempo per un giro al Colosseo. Nel pomeriggio ho il volo di ritorno.» dice Carolien alzandosi dal tavolo.

«Capisco. A quest’ora la metro è chiusa. Io ho la macchina parcheggiata dall’altro lato della piazza. Ti accompagno volentieri se vuoi.»

Ci incamminiamo verso la macchina continuando a chiacchierare. Il cielo gode della nostra felicità esponendo tutte le stelle più belle. Troppo in fretta arriviamo all’hotel di Carolien.

Era giunto il momento di salutarci. Non l’avrei rivista più. Lei mi ringrazia e fa per pagarmi la benzina.

«Non provarci» le dico «l’ho fatto molto volentieri. È stato bello chiacchierare ancora un altro po’.»

«Si è vero, ho passato una bellissima serata» mi dice. Colgo un po’ di esitazione a scendere dalla macchina.

«Se proprio vuoi ringraziarmi, perché non mi lasci un tuo contatto? Se domattina hai tempo potremmo prenderci un caffè». Ascolto queste parole come se fossero pronunciate da qualcun altro. Non sono mai stato intraprendente con le donne.

Carolien ci pensa un attimo e poi mi dice:

«Inviami un messaggio su Facebook messenger. Ho le richieste di amicizia bloccate sul profilo. Appena salgo in albergo accetto il tuo messaggio e ti do l’amicizia.»

Le porgo il mio telefono per farle inserire il suo nome e cognome. Scrivo un messaggio e lo invio. Ci auguriamo la buonanotte. Lei sale nella sua stanza, io guido verso la mia nuova stanza. Durante il tragitto non ho fatto altro che pensare a lei. Mi mancava già e questa sensazione mi spaventava e mi piaceva allo stesso tempo.

Il pensiero fastidioso arriva di nuovo:

“Pensi che ti invierà davvero la richiesta su Facebook? E se ti avesse detto così solo per potersela svignare il prima possibile?”

Una parte di me sentiva che non era così. Avevo visto la sua esitazione nello scendere dalla macchina.

03:29

Arrivo al mio nuovo indirizzo ed inizio a cercare parcheggio. Controllo e ricontrollo il telefono, in attesa di una notifica. Volevo solo quella.

Mezz’ora dopo ho girato 3 isolati. Guardo di nuovo il telefono. Una notifica risolverebbe tutto. O meglio, non avrei ancora trovato parcheggio, ma non me ne fregherebbe niente. Valuto l’idea di parcheggiare davanti ad un secchione dell’immondizia. Sono nervoso e scoraggiato.

Pling.

Afferro il telefono. Vedo l’icona di messenger. Poteva essere solo lei a quell’ora.

“Hey there, I’ll invite you in a sec” leggo. Il cuore sembra voler uscire per conto suo. Pochi minuti dopo, ricevo la richiesta su Facebook.

Il resto è storia.

La nostra storia.

——————————

Scrivo queste parole il giorno del nostro secondo anniversario di matrimonio. Scrivo con nostro figlio in braccio. Lo guardo e mi sento esplodere di felicità ripensando a quella catena di casualità che il 16 ottobre 2016 hanno fatto incrociare le nostre strade.

“…And I’ll thank my lucky stars, for that night.”

Oggi come allora, come sempre, da sempre: ti amo amore mio.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Carpe diem

La caducità della vita. L’impermanenza della realtà. L’inter-essere di tutti gli elementi su questa terra.

Settimana scorsa ho finito di ascoltare Sapiens di Yuval Noah Harari. Un capolavoro che consiglio a tutti. In poche centinaia di pagine lo storico riassume la nascita e lo sviluppo dell’homo sapiens e della sua (nostra) civiltà. Una storia avvincente e spaventevole per la quantità di casualità che l’hanno posta in essere.

Ricevere una panoramica così esaustiva e chiara mi ha aiutato ulteriormente a riordinare le mie priorità. Ci siamo allontanati moltissimo dalla Natura e dal nostro essere animali. Ce ne siamo dimenticati. Alcune cose ci sembrano lontane migliaia di secoli, quando agli occhi della Storia sono successe solo l’altro giorno.

In un passato non troppo lontano, la vita umana durava molto meno ed era soggetta a molti più pericoli di quanto possiamo immaginarne oggi. Bisognava vivere il momento.

Carpe diem direbbero quelli fighi.

Io nel 2023 a 37 anni ancora non l’ho capito bene.

Ieri sera intorno alle 23 Carolien è salita di sopra con Alexander. Lui aveva mangiato alle 21:30. Secondo i miei calcoli infallibili, avrebbe dovuto mangiare di nuovo alle 00:30. Io ero ancora impegnato a scrivere delle cose e avevamo stabilito che io avrei fatto il prossimo turno. È allora che arriva il genio:

“Unisco l’utile al dilettevole” mi dico sentendomi produttivo. “Continuerò a lavorare fino a che si sveglia. Non mi conviene mettermi a letto e magari prendere sonno, per poi essere svegliato dopo mezz’ora.”

Quando uno è forte è forte.

Accolgo la mezzanotte al suono della tastiera. Ancora nessuno segno dai piani superiori. “Ho ancora mezz’ora” realizzo guardando l’orologio. Continuo a lavorare fino alle 00:30.

Silenzio.

Inizio a domandarmi se la mia scelta fosse poi così intelligente. Dopo una breve discussione con me stesso, concludo che lo era. “Lo sappiamo entrambi che non appena ti metterai a letto, Alexander si sveglierà” mi dice serio l’altro Moreno. Obiezione accolta. Aspetto ancora.

Mi metto a leggere, ogni tanto qualche partita a scacchi.

Arriva l’una e tutto tace. L’una e mezza non porta niente di nuovo. Mi decido a salire di sopra. Ieri è stata una giornata lunga e il mio corpo iniziava ad implorarmi di sdraiarmi.

“Mi sdraio a letto e aspetto sveglio. È chiaro ormai che si sveglierà tra pochi minuti” penso mentre salgo le scale.

Per rimanere sveglio assumo degli shot di dopamina sottoforma di partite di scacchi online. Guardo l’orologio: le 02:15. “Mmm ancora niente. Facciamo così,” mi dico saggiamente “rilassiamoci un po’ e vediamo cosa succede. Non possiamo stare svegli tutta la notte”. Non faccio neanche in tempo a registrare questo pensiero che, girato sul mio fianco preferito, crollo in un sonno profondo.

In lontananza percepisco dei suoni. Suoni particolari, che non c’entrano molto con lo stato in cui mi trovo. “Saranno parte di un sogno che sto per cominciare” mi dico. Mi metto ancora più comodo davanti allo schermo gigante del mio inconscio.

I suoni continuano e sembrano aumentare di volume e intensità. Ora si fanno più vicini. Mi stupisco della qualità dell’audio della mia immaginazione. Alta fedeltà.

Il mio corpo si rilassa nel dolce tepore del sonno che mi avvolge.

Dal suo lettino Alexander mette la quinta e butta fuori tutta l’aria che riesce a trasformare in suono.

Salto giù dal letto con il cuore pronto per uno scatto velocissimo. Faccio del mio meglio per non svegliare Carolien che dorme. Convinto di aver saltato un turno, prendo Alexander in braccio e scendo di sotto. Con la freddezza di un marine super addestrato preparo il latte con una mano, mentre provo a calmare Alexander che si dimena nell’altro braccio.  Scalda una tazza con 90ml di acqua per 8 secondi nel microonde. Aggiungi 3 misurini di latte in polvere. Mescola bene con un cucchiaino. Versa il contenuto nel biberon.”

In tempo record sediamo sulla sedia col biberon. Appena inizia a bere riesco a rilassarmi un pochino. Mi sento stanchissimo, ho l’impressione di non aver riposato per niente. Eppure avevo l’impressione di godere di un sonno profondo.

Mi giro per guardare l’orologio appeso al muro.

02:30.

Sono passati 15 minuti.

900 secondi.

Ho buttato via 4 ore di sonno. Anche di più calcolando che ne avrò per un’altra ora almeno.

Sono l’eccezione che conferma la regola.

Sei un neo genitore e hai la possibilità di dormire?

Carpe diem.

Sempre.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Privazione del sonno e comunicazione

Le prime settimane da neogenitori hanno una costante invariabile: la mancanza di sonno. Questa ha un effetto più o meno deleterio a seconda delle persone. Io personalmente ho capito per quale motivo la privazione del sonno viene usata come tortura.

In media, ci si deve alzare 2 volte a notte. Tre se ci si mette a letto prima. Ogni alzata prevede allattamento, ruttino e cambio del pannolino. In media 1 ora. Mettiamo il caso che ti sei messo a letto alle 23. Tuo figlio/a avrà mangiato almeno alle 22. Di solito passano 3 ore tra i pasti (spesso meno). Il prossimo turno sarà all’una di notte. Ti svegli all’una e torni a letto alle 2 (ottimista). Prima che ti riaddormenti passa almeno una mezz’oretta. Facciamo che ti riaddormenti alle 2:30 (molto ottimista).

Bene, il prossimo ‘turno’ è alle 4. Vuol dire che hai la bellezza di un’ora e mezza prima di doverti alzare di nuovo. La stessa cosa succederà col turno successivo.

Naturalmente questo ciclo va avanti per tutto il giorno, 24/7. Non c’è la possibilità di mettere pausa e fare un sonnellino. Anche la vita sociale va avanti. C’è da governare la casa, fare spesa, far uscire il cane, andare a lavorare, studiare, curare i rapporti, curare sé stessi.

In poche parole, si è stanchi. Di stanchezza vera.

Essere in grado di comunicare con il proprio partner è cruciale per superare indenni questa fase.

La comunicazione si ottiene dalla sublimazione della parola e dell’onestà. La facilità con cui questo succede nel nostro rapporto è una delle cose che mi ha fatto innamorare di mia moglie.

Parliamo di tutto, soprattutto delle cose ci fanno arrabbiare o ci mettono di cattivo umore. È stato logico analizzare questa situazione per trovare una soluzione funzionale per entrambi.

Il fatto che Carolien allatti al seno non mi esenta dal fare dei turni. Ci siamo organizzati con un tiralatte elettrico e dei contenitori per conservare il latte nel frigorifero. Così facendo mia moglie può rimanere a letto godersi un po’ di riposo. A seconda di quanto latte abbiamo a disposizione, potrò fare un biberon di solo latte materno, o un mix con latte in polvere.

Alternandoci riusciamo a dormire un po’ di più. Alexander dorme a volte più di 3 ore, il che ci regala del sonno bonus.

Questo stratagemma consente a Carolien di essere più libera nell’organizzazione delle sue giornate. Non essendo più legata all’allattamento diretto, può tranquillamente uscire senza problemi di orari o scadenze.

Affrontare la cosa in questo modo ci fa sentire ancora più uniti. Realizziamo che insieme siamo più forti. Farci i dispetti solo per sfogarci e poi finire a litigare sarebbe una sconfitta per entrambi.

In più, il mio rapporto con Alexander sta mettendo radici ancora più profonde. Questo è ciò che conta veramente.

E allora non c’è stanchezza che tenga.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

David di Michelangelo e burro d’arachidi

Sono i dettagli che fanno la differenza. Parole sante.

Ad esempio, la mano destra del David di Michelangelo ha un muscolo che si tende solo quando la mano prende la posizione della statua (standing ovation per la competenza di Michelangelo, per favore). Nessuno ne avrebbe notato la mancanza, eppure l’artista ha sentito il bisogno di aggiungere questo dettaglio.

Mettiamo il caso che tu stia cambiando il pannolino: togli quello vecchio, pulisci con cura tutto ciò che c’è da pulire e prendi il pannolino pulito. Ruoti il bambino su un fianco, poggi il pannolino sul cuscino e fai ruotare di nuovo il bambino. Con soddisfazione lo chiudi e allacci il body.

Hai appena tralasciato un dettaglio importantissimo. Cruciale. Un dettaglio che ti costerà caro, credimi. Visto che tengo questo blog per condividere la mia crescita come padre, voglio rivelarti questo dettaglio prima che sia troppo tardi.

Quando hai allacciato il pannolino, ruota di nuovo il tuo bambino e piega la parte anteriore verso l’interno.

Stamattina metto Alexander sul cuscino per cambiarlo. Lui mi guarda felice e spensierato, io lo guardo con gli occhi a cuoricino. Poi slaccio il body e sento che qualcosa non torna.

Velocemente ripasso tutte le preghiere che conosco in tutte le lingue che conosco.

Poi giro Alexander su un fianco. Ho pensato e ripensato ad un modo poetico di descrivere la scena che ho davanti. Ho prodotto una massima zen:

“Il contenuto non è più nel contenitore”

Oppure se ti piacciono le immagini:

“Come ci è finito del burro di arachidi qui?”

A proposito, c’è un trucchetto che non tutti conoscono. Se guardi bene i body dei neonati hanno delle pieghe sulle spalle. Qualora ti succedesse ciò che è successo a me stamattina, sfilare il body dalla testa ti qualificherebbe come sadico.

Quelle pieghe sulle spalle ti permettono di allargarlo, consentendoti di sfilarlo dal basso.

L’importanza dei dettagli.