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Mesotelioma pleurico – Verso l’epilogo

Il 5 maggio del 2022 nostra madre Giovanna di Giuseppe si è arresa al Mesotelioma pleurico. In questo articolo racconterò l’evoluzione della situazione fino all’epilogo. Abbiamo deciso di condividere tutto ciò che ci è successo. Le emozioni, paure, illusioni, ansie, speranze. In questo articolo trovi il racconto del primo contatto con questa malattia. La speranza è di aiutare chi come noi si trova o purtroppo si troverà a convivere con una realtà dura come il tumore. Se non trasformassimo il nostro Dolore in Amore, avremmo sofferto per niente. Questa è la nostra Storia. Aiutaci a condividerla.

La TAC di controllo dopo la prima chemio non ha dato i risultati sperati. La squadra di medici propone un nuovo ciclo con 3 sessioni ogni 7 giorni. Dopo di che 20 giorni di pausa, per poi ricominciare. Effettuata l’ultima sessione, di nuovo TAC di controllo.

Il percorso è quantomeno chiaro. La differenza la fa lo stato d’animo. Mamma inizia ad essere stanca, seppur motivata. I momenti di nervosismo arrivano sempre più velocemente, anche perché i dolori aumentano di settimana in settimana. La tosse pare essersi calmata (grazie a dei medicinali), ma la spalla ora da un dolore ancora più profondo. Mamma si lamenta anche del seno sinistro. Dapprima solo lateralmente, poi tutto il seno. Il lato destro sembra non darle problemi. Nella nostra ingenuità, ci diciamo che è positivo perché in ogni caso tutto è circoscritto in una zona ben precisa.

L’emoglobina diventa un problema sempre più importante. Vengono prescritti altri medicinali e cure per provare a rialzarla, incluse punture di eritropoietina. L’appetito non torna, anzi a volte sembra allontanarsi ancora di più. Proviamo ad incoraggiarla, cercando di cucinare i suoi piatti preferiti. Cerchiamo di spronarla. Ogni tanto colgo nel suo sguardo dei segni che mi turbano nel profondo. Diverse volte l’ho colta, credendo di non essere vista, a scuotere la testa in segno di diniego. Le chiedo “che c’è mamma?”. Le prime volte allenta la pressione spostando l’attenzione su altre cose. Più avanti invece la sentiamo dire “non doveva finire così però”. Inutile descrivere la sensazione di panico che queste parole possono provocare. La prima reazione è quella di tirarla su, facendo leva sull’orgoglio e sulle cose che ancora ha da fare e da vedere.

Lentamente questo suo stato d’animo prende il sopravvento sul resto.

Covid-19

I giorni passano tra un misto di calma apparente e ansia nascosta. La condizione fisica di mamma peggiora ancora un po’, la debolezza data dall’anemia chiede tributo. I dolori alla schiena e al seno diventano più importanti. Prendiamo contatto con l’oncologa che ci spiega che purtroppo se l’emoglobina non sale non è possibile iniziare il secondo ciclo di chemio. Non ci resta che aspettare dunque, sperando che l’appetito di mamma migliori così da rimetterla in forze insieme alle cure che parallelamente fa.

In due anni di pandemia, non abbiamo mai avuto casi in famiglia. In questo periodo, in cui mamma si preparava a iniziare la cura, c’è stato un contagio totale. Mamma si è contagiata per ultima. Gli appuntamenti iniziano a saltare, perché mamma è “contatto di un positivo”. Io inizio ad innervosirmi, perché mi sembra assurdo che una persona nelle sue condizioni debba rimandare delle cure così importanti in quanto contatto di un positivo. Mi aspetto che ci si siano delle soluzioni apposite per questi casi, visto che purtroppo mamma non sarà l’unica. Resta il fatto che gli appuntamenti continuano a saltare. Insieme a questi, il morale di mamma continua a scendere, fiaccato dai dolori che invece continuano ad aumentare.

Quando sembrava di essere arrivati alla svolta, è stato il turno di mamma a scoprirsi positiva. Fortunatamente non ha avuto sintomi forti. Il problema è stato che lo è rimasta per venti giorni circa. Ogni settimana passava aspettando e sperando che il prossimo tampone risultasse finalmente negativo. Nel frattempo, pur completamente asintomatica “la paziente non può recarsi in struttura”. Ora come allora, ritengo questa regola un indice dell’affaticamento del sistema sanitario. Mi sforzo con tutto me stesso di rimanere lucido, anche ora che scrivo queste parole. Realizzo che praticamente il problema di mamma è legato alle infrastrutture e ai protocolli. Non solo alla salute.

Resta il fatto che bisogna aspettare. Psicologicamente questa attesa è logorante. A tutto si somma la paura di vedere persone esterne, con tutte le conseguenze del caso.

Tentativi di trasfusione

Arriva il giorno in cui finalmente mamma si negativizza. Prendiamo appuntamento per rifare le analisi del sangue. La speranza è che l’emoglobina sia risalita. Purtroppo non è questo il caso. Davanti all’ennesima replica di questa dinamica, chiediamo un approccio diretto. L’oncologa stessa propone una trasfusione di globuli rossi perché “stiamo aspettando troppo”. In parte ci rassicura sapere che almeno questo problema sarà risolto. L’oncologa ci invita a fare la trasfusione in un ospedale vicino. “Se venite qui, può succedere che la signora debba aspettare 2 o 3 giorni in corsia prima di essere aiutata”. Altro segnale dell’affaticamento del sistema.

Decidiamo di rivolgerci a Tivoli, l’ospedale più vicino. Prendiamo appuntamento con il reparto di oncologia.

Gli spostamenti in auto sono sempre più difficoltosi per mamma. Stare seduta in quella posizione le risulta doloroso. Facciamo del nostro meglio per accompagnarla. Arriviamo in reparto e facciamo l’accettazione. Mamma utilizza una sedia a rotelle vista la difficoltà nel camminare. Viene portata dentro e ci rimane per un paio d’ore. La cosa ci fa ben sperare. Finalmente almeno questo problema verrà risolto, consentendoci di approcciare quello ancora più grosso. Mamma esce dal reparto portata da zio. Le chiedo come è andata. Mi risponde “mi hanno fatto le analisi, l’emoglobina è salita a 7,5 [ricordo che il minimo è 12]. Non mi fanno la trasfusione.” – “perché?” chiedo io. “Perché secondo il protocollo le trasfusioni si fanno con valori dal 7 in giù.” Rimango basito, stritolato dalla comprensione dei protocolli e l’assurdità a volte degli stessi. Stiamo sempre parlando di una persona con un quadro clinico molto compromesso. Eppure, a volte le regole sembrano essere al primo posto.

Ci viene consigliato di provare al Pronto Soccorso, spiegando la situazione. Mamma è stanca e nervosa, vuole andare via. Proviamo a farla ragionare. In fondo c’eravamo già, magari spiegando la situazione saremmo riusciti ad arrivare a questa benedetta trasfusione.

Andiamo quindi al Pronto Soccorso. Per prima cosa, le viene fatto un test rapido anti-covid e viene lasciata in attesa del referto. Questa attesa la sfianca ulteriormente. Quando è il suo turno, entra con mio zio per riuscire poco dopo. Il protocollo impedisce ai medici di fare una trasfusione. Provo a masticare la rabbia per impedirmi di fare delle sciocchezze. Ciò che ho imparato da quella situazione è che ci sono dei limiti oltre i quali la salute delle persone conta comunque meno di una regola. Questa regola è necessaria per appunto regolare la convivenza di più persone. Un pensiero logico, ma difficile da accettare in quelle situazioni. Tuttora non so bene cosa ne penso.

Mamma esce dal Pronto Soccorso ed è sfinita. Colorito ed energia pressoché assenti. Vuole andare via. Proviamo a prenderle qualcosa da mangiare ma non vuole mangiare. “Voglio andare a casa” è l’unica cosa che continua a ribadire. Vado a prendere la macchina e andiamo via.

Arrivati a casa, mamma dice “Se devo morire, che succeda in fretta. Queste giornate sono una tortura”. Fino a quel momento questo tipo di frasi hanno sempre fatto scattare una sorta di motivazione in me. Ero spinto a motivarla, tirarla su. Questo perché in un modo o nell’altro sentivo che queste esclamazioni erano più uno sfogo, un modo per esorcizzare la paura, che altro. Quel giorno per la prima volta, ho sentito un freddo dentro. Per la prima volta avevo sentito che mamma lo credeva veramente. Ora il fatto di morire rientrava realisticamente tra le soluzioni a questo problema. Non ricordo bene cose le risposi.

Telefoniamo ai dottori che la hanno in cura, spiegando la situazione. Finalmente viene proposto il ricovero in struttura (San Camillo) dove verrà effettuato la trasfusione.

Il 29 aprile, di venerdì, mamma viene ricoverata.

Il ricovero

Sabato ci organizziamo per andare a trovare mamma. È ricoverata nel reparto di chirurgia toracica. Il protocollo anti-covid è molto rigido. È ammesso un solo famigliare alla volta, munito di test negativo e green pass, dalle 18 alle 18:45 il martedì ed il sabato.

Io ero sceso da una settimana e sarei dovuto ripartire il 5 maggio. Spiego alle infermiere la situazione. Se non avessi visto mamma quel giorno, non so se avrei avuto modo di salutarla prima di ripartire. Fortunatamente comprendono la situazione e ci consentono di alternarci. Giada entra per prima e verso le 18:25 posso entrare io.

Mamma è in stanza con una signora. La trovo seduta sul letto, le avevano appena portato la cena. Sapendo che non le piaceva molto ciò che passavano, le avevamo portato della carne. Prendo il contenitore e faccio per tagliargliela. Lei mi blocca subito: “non tagliarla tutta perché tanto non me la mangio”. Io provo ad incoraggiarla. Mangia qualche boccone di carne e di sformato di patate. Mi chiede comunque di tagliarle la carne restante nel contenitore, perché eventualmente l’avrebbe mangiata più tardi. Lo faccio subito. Parliamo un po’, le chiedo come sta. In un paio di risposte la sento un po’ confusa. Penso che magari sia dovuto al ricovero, alle giornate tutte uguali e ad un ritmo sonno-veglia alterato. Mi chiede: “Quando riparti?” – “Non lo so, penso prossima settimana. Vediamo come va e poi decido”. Si arrabbia, noncurante delle altre persone: “Morè non mi fare arrabbiare. Tu devi tornare a casa tua. Lì hai una moglie e la tua vita. Lei ha bisogno di te e non voglio che sacrifichi quello che hai conquistato per stare qui. Io sto bene, non preoccuparti.” Sorrido pensando alla forza che solo le mamme hanno. Proteggere i figli senza se e senza ma. La rassicuro dicendole di non preoccuparsi. Arriva l’infermiera che ci chiede di lasciare il reparto. La saluto con tanti baci, le dico che la amo tanto e che non deve mai dimenticarlo. La stessa cosa che ci ha sempre detto anche lei.

La situazione precipita

È il primo maggio. Con papà non abbiamo voglia di unirci alle varie compagnie che ci hanno invitato. Ci mettiamo d’accordo con zio per andare da loro. Cerchiamo di ignorare i pensieri brutti e vivere una giornata rilassata per quanto possibile. Prepariamo un menù ricco e squisito. Parliamo e scherziamo negli spazi che la preoccupazione ci da.

La giornata passa fino ad arrivare alla sera. Facciamo una videochiamata con mamma. La troviamo attiva, scherzosa, piena di energia. Il colorito è tornato quello di sempre. Ci stupiamo e condividiamo questo stupore con lei. Una chiacchierata molto piacevole, con battute e scherzi. Chiudiamo la telefonata con un po’ più di serenità e fiducia che le cose stiano andando per il verso giusto.

Il giorno dopo, un lunedì, papà mi chiede di accompagnarlo al suo terreno per piantare 3 piante di ulivo. Accetto con piacere. Partiamo intorno alle 9. Papà mi dice che ha provato a chiamare mamma, ma senza successo. Provo anche io. Non risponde neanche a me. Pensiamo che magari stia facendo colazione, o che si sia semplicemente appisolata. Sento zio, che mi dice la stessa cosa. Mi chiama Giada, che dice che è riuscita brevemente a parlare con mamma. Una conversazione brevissima, dove mamma ha detto: “Giada non posso parlare, mi sento male.” La preoccupazione vola alle stelle. Papà inizia ad innervosirsi e imprecare. Cerco di rimanere lucido, mentre il cuore sembra voler uscire dal mio petto.

La mossa più logica è telefonare in reparto.

Senza metterci d’accordo, io e Giada telefoniamo quasi in contemporanea. Gli infermieri sono gentili e ci informano che mamma è stata portata a fare una TAC. Questa era fissata per il giorno successivo. Alle nostre domande, ci viene chiesto di chiamare direttamente i medici.

Giada riesce a parlarci e ci aggiorna. Mamma stamattina era in stato confusionale, per questo hanno deciso di farle una TAC al cervello e al torace. Al momento (erano più o meno le 11) non era ancora rientrata e quindi i risultati dovevano ancora arrivare.

Con papà finiamo quello che volevamo fare e torniamo a casa. L’attesa è lunghissima. Mantenere contatto con la realtà e non cedere alle preoccupazioni diventa difficile. Riesco a controllare il cervello, ma il corpo rimane in un perenne stato di agitazione.

Papà prepara il pranzo, riusciamo a mangiare e proviamo insieme ad esorcizzare le paure.

Arriva zio. Ha un’aria che non gli ho mai visto prima. “Mi ha telefonato Cardillo. Giovanna si era ripresa un po’, ma quando lui è andato in stanza per parlare del referto, lei era di nuovo in forte stato confusionale. Dice che è il caso che l’andiamo a trovare”. Detto questo, scoppia in un pianto profondo. Fino a quel giorno, io non avevo mai visto o sentito zio piangere. Mi sento come trafitto da qualcosa di indefinito. “Cosa ci stai dicendo, zio? Dobbiamo forse salutarla?” – chiedo scoppiando in lacrime a mia volta. “Non lo so Morè, non lo so!”. La forza di gravità sembra essersi decuplicata. Dobbiamo farci tutti un tampone per poter partire il prima possibile.

È il 2 maggio 2022.

Aiutaci ad aiutare

Nel corso della malattia di nostra madre, abbiamo realizzato quanto sia importante aiutare. Il dolore e la sofferenza che proviamo sarebbero inutili se non facessimo qualcosa per trasformarli.

Abbiamo preso contatti con il professor Filippo Lococo, dell’ospedale gemelli di Roma, per avviare una raccolta fondi. Il suo team svolge ricerca attiva con risultati molto promettenti (leggi questo articolo per saperne di più).

Qui sotto trovi il link per aiutarci ad aiutare. Con pochi semplici click puoi fare una donazione (non c’è un minimo e può essere anonima!).

L’inizio delle cure

Il 5 maggio del 2022 nostra madre Giovanna di Giuseppe si è arresa al Mesotelioma pleurico. In questo articolo racconterò l’inizio delle cure. Abbiamo deciso di condividere tutto ciò che ci è successo. Le emozioni, paure, illusioni, ansie, speranze. In questo articolo trovi il racconto del primo contatto con questa malattia. La speranza è di aiutare chi come noi si trova o purtroppo si troverà a convivere con una realta dura come il tumore. Se non trasformassimo il nostro Dolore in Amore, avremmo sofferto per niente. Questa è la nostra Storia. Aiutaci a condividerla. _________________________________________________________________________________ Dopo l’incontro con il professor Cardillo, era chiaro quali sarebbero stati i passi. Il percorso era sicuramente duro e spaventevole, ma eravamo tutti pronti, con la calma rassegnazione di chi in fondo non ha scelta. L’unica scelta è di combattere fino alla fine. Mamma è molto risoluta. Dice spesso “Io devo fare ancora un sacco di cose. Ora abbiamo questo problema, devo fare del mio meglio per risolverlo e riprendere la mia vita.” Noi riceviamo forza e riusciamo quindi a motivarla e tirarla su. Il problema di una malattia come il tumore, secondo la nostra esperienza, non sono i momenti in cui sei in compagnia, ma i momenti in cui sei solo. La disperazione è dietro l’angolo, la paura dell’ignoto. Sarà doloroso? Riuscirò davvero a farcela? Come sarà la chemio? Mi cadranno i capelli? Queste sono tutte domande che giravano nella testa di mamma e anche nelle nostre. Sin dall’inizio con Giada abbiamo favorito il dialogo e la comunicazione. I pensieri intrappolati nella testa di mamma dovevano uscire, per evitare di creare danni addizionali. Le proponiamo dei colloqui con una psicologa, proposta che lei accetta con sorprendente entusiasmo. Iniziano ad arrivare le medicine da prendere. La lista si allunga giorno dopo giorno sempre di più. l'inizio delle cure. Mesotelioma pleurico.Giada propone di integrare queste cure con sostanze naturali che aiutino il ripristino del sistema. Mamma ha il ferro basso, ma un’alta quantità di ferritina. I sintomi che ha sono stanchezza, tosse (una tosse secca e molto prolungata) e un senso di debolezza che non le permette di essere attiva come prima. Il tempo passato sdraiata a letto o seduta su una sedia inizia a superare di molto quello passato in piedi. Noi proviamo a motivarla, spronandola a fare delle passeggiate. Dopo una cinquantina di metri dobbiamo rientrare e mamma deve riposare. La preoccupazione, questa sorta di nube nera che oscura anche le giornate più belle, si ingrandisce ancora un po’. Dobbiamo essere saggi ed evitare i trucchetti della mente. Cedere alle fantasticherie che portano a dipingere scenari ancora più tragici della realtà risulta difficile a volte. Dobbiamo rimanere in costante contatto con la realtà. Nei momenti in cui mamma non ci vede, ci lasciamo andare. Ricordo nettamente quando arrivai a dicembre e vidi mamma per la prima volta dopo la diagnosi. I sintomi si erano già ingranditi. Lei era seduta a tavola e io le sorridevo, la tiravo su, giocavo e facevo proposte. Lei gentilmente mi lasciava fare. Poco dopo lei era in bagno per un attacco di tosse. Io la ascoltavo seduto sul divano. Di colpo ho iniziato a singhiozzare, mi sono lasciato andare in un pianto pieno di tristezza e spavento. La realizzazione che tutto ciò stava effettivamente succedendo a mia madre. Questo volevano dire le mie lacrime. Si, perché ciò che spesso succede è che ci si rifiuta di pensare che qualcosa del genere possa succedere a noi e ai nostri famigliari. Anche quando qualcosa del genere si avvicina alla nostra famiglia, subentra una sorta di strato protettivo che filtra la realtà, provando a convincerci che in fondo tutto si sistemerà per il meglio. È stato importante per me e i miei famigliari cercare e mantenere un equilibrio tra la positività e la realtà dei fatti. Non ci siamo fatti illusioni, o almeno abbiamo fatto del nostro meglio per evitarle.

Le giornate cambiano

Le giornate iniziano a diventare simili, se non uguali. Mamma non riesce a dormire la notte. Dorme un paio d’ore la sera, dopodiché si sveglia e deve sedersi, non riesce più a stare sdraiata. Al mattino è esausta. La spirale continua con la mancanza di appetito. Durante i pasti mamma mangia sempre meno. Dice di non avere appetito e che la sola idea di mangiare le dà la nausea. Noi proviamo in tutti i modi a incoraggiarla, ma ovviamente non è facile. Qui nasce uno dei sensi di colpa che ha accomunato me, mio padre, mia sorella e i miei zii: nel provare a spronarla a volte abbiamo usato dei toni più duri, con lo scopo di scuoterla un po’, di toccare il suo orgoglio per farla reagire. A volte ha funzionato, altre volte no. Ripensando a quei momenti, il dolore ci assale. Pensiamo che in fondo non siamo stati in grado di starle vicino come si deve. Che non abbiamo capito veramente quale fosse la situazione. Che avremmo potuto fare diversamente. Ci ho riflettuto tanto, così come i miei famigliari. Questo è e rimane un trucco della mente. Abbiamo sempre agito nel segno dell’Amore e soprattutto, siamo esseri umani. Siamo spaventati e addolorati anche noi. In quei momenti qualcuno che da una scrollata e sprona a tirare fuori il coraggio serve. Se tutti intorno al paziente si mettono solo a piangere e disperarsi, la situazione non migliora neanche qualora potesse. Abbiamo imparato ad essere più indulgenti con noi stessi.

Ossigeno-terapia

La respirazione di mamma è sempre più faticosa. Anche parlare le porta affanno. Dopo una visita con l’oncologa, le viene prescritta l’ossigeno terapia, 24 ore al giorno 2l/minuto. Una delle scene che non dimenticherò mai, è quando è arrivata la bombola a casa. Era il 25 dicembre, non un giorno qualunque. Mamma era sdraiata su un divano letto che avevamo sistemato nel salone. In maniera un po’ rudimentale, ma sicuramente funzionale, abbiamo rialzato lo schienale così che potesse stare sdraiata senza avere il senso di soffocamento che avvertiva sdraiandosi in camera da letto. Bussano alla porta, è un ragazzo sui quarant’anni che trasporta questa bombola. È molto grande, adatta alle terapie di 24 ore. Mamma si mette a sedere sul letto non appena sente bussare. Appena vede la bombola, inizia a piangere. Un pianto che non dimenticherò mai. Di colpo ho visto una bambina spaventata, che vede un segno tangibile di una realtà che fino a quel momento era rimasta relativamente astratta, lontana. Vederla piangere mi fa scontrare con un fattore che è stato molto difficile da accettare: l’impotenza. Mi sentivo pronto a qualsiasi cosa pur di sollevare mamma, pur di vederla stare bene. Volevo abbracciarla e rassicurarla. Piangere insieme e dirle che in fondo era tutto un brutto sogno. Poi torna la realtà. Io non posso fare un bel niente. Mio padre, mia sorella, mio zio e tutte le persone che sono vicine a mamma non possono fare niente. Ne abbiamo parlato spesso, avendo realizzato quasi estemporaneamente questa verità. La conclusione più logica e verso la quale tutti tendevamo era che si, non potevamo fare nulla di pratico per toglierle la malattia. Allo stesso tempo però potevamo (e dovevamo) fare del nostro meglio per aiutare mamma in tutto ciò che era in nostro controllo. Abbiamo stabilito di provare a non farci vedere tristi e impauriti da lei. Non ne avrebbe avuto bisogno. Spesso ci siamo trovati – insieme o in momenti diversi – con mamma che si lasciava andare alla rabbia o alla paura. Abbiamo sempre fatto del nostro meglio per farla sfogare, per farla continuare a comunicare con noi. Di colpo gli occhi di mamma, guardando la bombola appena portata, si fanno duri: “Questa sarà una cosa temporanea, mi serve ora, ma farò in modo che non mi serva più.” Io ascolto queste parole con estrema gratitudine e me ne sento rincuorato. Sento letteralmente la forza rifluire nelle vene. ‘Ok’ – penso – ‘questa può essere una battaglia persa, ma la guerra è ancora aperta’.

Natale 2021

Il 19 dicembre mia moglie, la nostra bassottina ed io voliamo in Italia. Rimaniamo fino al 29. Ci preparavamo ad un Natale molto particolare. Nei giorni precedenti al Natale mamma si sforza di riprendere la sua vita, ma le difficoltà aumentano purtroppo a vista d’occhio. Soprattutto la stanchezza. Si sente molto stanca e ha bisogno frequente di sdraiarsi e riposare. Lamenta dolori alla spalla sinistra. Il tumore era localizzato all’altezza del polmone sinistro. Tuttavia, nella nostra ignoranza e nell’impossibilità dei medici di stabilirlo con certezza, abbiamo interpretato questo dolore come prettamente muscolare. Dal momento della diagnosi, infatti, mamma dormiva quasi sempre poggiata sulla spalla sinistra. Il polmone ‘sano’, cioè libero dalla morsa della pleura era quello destro. Questo doveva essere lasciato il più possibile libero, visto che il polmone sinistro aveva una capacità ridotta. I giorni e le notti cominciano ad assomigliarsi sempre di più. Mamma riposa spesso durante il giorno e la notte non riesce a dormire. “Stanotte mi sono vista tutte le Olimpiadi” – dice. Ci raccontava di come la notte passasse lentissima, di quanto tempo avesse passato a osservare le cose più impensabili, come ad esempio delle piccole crepe sul muro. Ho iniziato a pensare a cosa volesse dire a livello mentale passare la notte svegli consapevoli di ciò che stava succedendo. Spesso ho temuto di impazzire pensandoci. Ho realizzato quanta forza serva per rimanere semplicemente lucidi e in contatto con la realtà. Cedere alla paura a volte sembra quasi inevitabile e in qualche modo liberatorio. Solo che vorrebbe dire peggiorare o peggio boicottare il processo di guarigione. Durante le giornate di Natale mamma è triste. Si dispiace del fatto che normalmente è lei che prepara tutto per tutti e invece quest’anno non riesce a fare nulla. Noi ci scherziamo su e le spieghiamo che invece è molto bello per noi poterci prendere cura di lei e di loro. Facciamo tutto con il cuore, godendoci ogni singolo minuto. Non so se ho avuto mai un Natale intenso come quello del 2021. Purtroppo non ho il dono della Fede, nonostante mi prenda cura del mio lato spirituale. Mi rendo conto di quanto un ente come la Chiesa, con la sua comunità e i suoi appuntamenti possa dare una struttura e un sostegno alle persone che affrontano da malati o da famigliari una situazione simile. Ho provato diverse volte a seguire una messa, ma finisco sempre per sentire un distacco dato proprio dalle formule che bisogna recitare. Eppure, io ho pregato (e prego) ogni giorno per mamma e per tutte le persone intorno a me. A dire il vero, prego sempre affinché possa essere in grado di restituire tutto l’Amore e l’affetto che ho ricevuto e ricevo nella mia Vita con chiunque incontrerò sulla mia strada.

La prima chemio

Passano Natale e Capodanno. Torno nei Paesi Bassi e cerco di fare un punto della situazione su come la mia vita stia irrimediabilmente cambiando. Il 31 di quel mese mamma ha la prima chemio. Ha una leggera anemia, quindi l’oncologa prescrive una chemio più “leggera”. Mamma ne era spaventata, ma si ripeteva e ci ripeteva “Non vedo l’ora di poter fare qualcosa. Fino ad oggi ho dovuto solo subire, finalmente posso contrattaccare.” Dover associare nella mia mente mamma e la chemioterapia è stato molto duro. Era un lunedì ed ero al lavoro. Ricordo di essere riuscito per il rotto della cuffia a trattenere le lacrime in diverse occasioni durante la giornata. Lavoravo e mi dicevo ‘Io ora sono qui con questi ragazzi, mentre mia madre è seduta da sola in una stanza d’ospedale con i medicinali della chemio che le vengono iniettati.’ L’idea di non poter essere lì con lei, in un momento che sicuramente per lei era spaventevole mi torturava. Ovviamente c’erano mio padre e mio zio, che come due angeli non l’hanno lasciata sola neanche per un singolo istante. La prima sessione dura 4 ore, perché prima e dopo l’iniezione della chemio vengono iniettati degli altri farmaci che sono propedeutici ai medicinali. Queste sono due foto che mi ha mandato mamma, evidenziando quali sono i farmaci della chemio e quali i propedeutici. L'inizio delle cure. Mesotelioma pleurico.L'inizio delle cure. Mesotelioma pleurico. Le telefono per sentire come va, con mia sorpresa la trovo lucida e attiva. Mi rincuoro un po’, la speranza di riaccende. I due giorni successivi alla chemio mamma si sente sorprendentemente bene. A volte riesce addirittura a fare a meno dell’ossigeno. Il terzo giorno invece si sente debole e non riesce quasi ad alzarsi dal letto. Non ha eccessivi effetti collaterali. Principalmente spossatezza. Qualche giorno dopo inizia a riprendersi e con lei risalgono le nostre speranze. La seconda sessione è programmata per il 21 febbraio. Io in quella settimana ho le ferie e insieme a mia moglie e alla nostra bassottina ripartiamo un giorno prima, di domenica. Il viaggio va bene ma troppo lungo, arriviamo la sera molto stanchi. Io fremevo all’idea di poter essere al fianco di mamma il giorno dopo, quindi insisto per poter andare insieme a zio. Andiamo a dormire alle 23:30, la sveglia ci sarebbe stata alle intorno alle 6, per poter partire alle 06:30. Sono una persona molto mattiniera, mi piace svegliarmi presto e sono subito attivo. Salgo all’appartamento e mi metto a letto. Mi sveglio di soprassalto con il citofono. Guardo l’orologio e impreco. Erano le 6:30 e la sveglia non ha funzionato, o probabilmente l’ho spenta senza accorgermene, vista la stanchezza. Papà si era già preparato ed erano in partenza. Inutilmente mi sono vestito e precipitato di sotto, solo per vederli partire. Non mi restava altro che rientrare a casa e rendermi utile riordinando tutto e organizzando il pranzo. Mi sentivo deluso e affranto. Ho telefonato a mamma chiedendole di perdonarmi. Le ho spiegato che non mi succedeva da anni e che ero mortificato. Lei ovviamente mi ha capito, ma la sensazione di delusione non andava via. Sono riuscito ad attenuarla solo rendendomi utile il più possibile. La seconda chemio va più o meno come la prima. Mamma sembra avere timidi miglioramenti. I giorni continuano più o meno tutti uguali. Mamma ha molto meno appetito, fa fatica a mangiare. Poco prima dei pasti dice di avere fame, ma poi riesce a mangiare solo qualche boccone. Noi cerchiamo di adoperarci per farla mangiare di più. L’emoglobina scende, l’anemia inizia a diventare un problema. Il senso di stanchezza e debolezza che lei lamenta, vengono anche da questa.

Come mi sento

In quel periodo ho iniziato a rendermi conto che per ovvi motivi mi stavo lasciando andare, prendendomi meno cura del mio corpo. Ho realizzato che per quanto io lo maltratti, il mio corpo fa del suo meglio da 36 anni per tenermi in vita. Ne avrò solo uno, mai un altro. Non sarà sempre possibile aggiustarlo se qualcosa non funzionerà come si deve. Questa realizzazione era già nell’aria ed è stata rafforzata dalla situazione di mamma. Temevo l’idea di cedere a delle scorciatoie. Ricordo che alla sera, preso da mille pensieri e preoccupazioni, bevevo volentieri un whiskey, oppure un bicchiere di vino, o qualche birra. Non mi facevo problemi a prendere un altro pezzo di torta o a mangiare una fetta in più di pane. L’illusione che l’alcool o il cibo potessero alleviare la percezione dei problemi alzava la voce su di me. Ovviamente tutte le conseguenze del caso non hanno tardato a presentarsi. Ero ingrassato, mi sentivo gonfio ed ero molto più velocemente di malumore. Dovevo fare qualcosa, perché il burrone era li a pochi metri. Scrivere mi ha aiutato molto, insieme allo yoga e alla meditazione mattutina. Dopo aver chiarito e inquadrato il problema, ho deciso di buttarmi sullo sport. Ero intrigato dal Triathlon. Rappresentava una sfida che per quanto sembrasse dura, non si avvicinava minimamente alla sfida che combatteva mamma. Spesso pensavo ‘Se mamma può affrontare ciò che sta affrontando, io posso sicuramente allenarmi e portare a termine un triathlon.’ Questo ha rappresentato per me una motivazione infinita, tanto da riuscire ad allenarmi almeno 4 volte a settimana nonostante le lunghe giornate di lavoro. Lo sport, insieme al lavoro, mi ha aiutato tantissimo a rimanere in contatto con la realtà. La mia condizione fisica è migliorata, l’alcol non mi attirava più. Il cibo era di nuovo benzina e nutrimento.

TAC di controllo

Il 9 marzo mamma ha la TAC di controllo. Quanto è stato difficile gestire il tempo e l’attesa. Dover imparare a farlo è stata l’ennesima lezione imparata da questa esperienza. Siamo illusi dall’avere tutto sotto controllo. Spesso riusciamo ad avere tutto subito, esattamente quando lo vogliamo. In quel caso invece no. Dovevamo aspettare. E non potevamo fare niente. Niente. Ciò che in quei momenti ci riusciva molto bene invece, era preoccuparci. Mi sono torturato ore ed ore. Ricordo solo che a due giorni dalla TAC, sono finalmente riuscito a lasciare andare le preoccupazioni e l’ansia. L’esame sarebbe stato da lì a due giorni, quindi tanto valeva mettersi l’anima in pace ed aspettare. E pregare. I risultati arrivano. Non ci sono metastasi (più tardi impareremo che le metastasi non sono tipiche di questo tumore). Cervello, fegato e linfonodi sono puliti. La massa rimane ancora circoscritta al polmone sinistro. Una parte è diminuita ma un’altra parte è aumentata. Io mi trovavo al centro di Deventer quando sono arrivati i risultati. Ho chiamato mia sorella per parlarne. Mi sentivo molto deluso. Ingenuamente, proprio come un bambino che vede il genitore come un super eroe che supera tutto, speravo che questo trattamento potesse risolvere il problema. La delusione veniva proprio dal realizzare questa ingenuità. Un ennesimo scontro con la realtà dei fatti. Il team che ha in cura mamma si riunisce per discutere i risultati. Propongono un nuovo ciclo di chemio. Le sessioni saranno 3, una ogni 7 giorni. Dopo di che ci saranno 20 giorni di pausa, per iniziare un nuovo ciclo come quello appena descritto. Tutto è deciso. Faticosamente ci abituiamo all’idea. La malattia di mamma era seria. La strada sarebbe stata ancora lunga e tortuosa.


Aiutaci ad aiutare

Nel corso della malattia di nostra madre, abbiamo realizzato quanto sia importante aiutare. Il dolore e la sofferenza che proviamo sarebbero inutili se non facessimo qualcosa per trasformarli.

Abbiamo preso contatti con il professor Filippo Lococo, dell’ospedale gemelli di Roma, per avviare una raccolta fondi. Il suo team svolge ricerca attiva con risultati molto promettenti (leggi questo articolo per saperne di più).

Qui sotto trovi il link per aiutarci ad aiutare. Con pochi semplici click puoi fare una donazione (non c’è un minimo e può essere anonima!).

Mesotelioma pleurico – Primo contatto

Il 5 maggio del 2022 nostra madre Giovanna di Giuseppe si è arresa al Mesotelioma pleurico. In questo articolo racconterò l’inizio delle cure. Abbiamo deciso di condividere tutto ciò che ci è successo. Le emozioni, paure, illusioni, ansie, speranze.  La speranza è di aiutare chi come noi si trova o purtroppo si troverà a convivere con una realta dura come il tumore. Se non trasformassimo il nostro Dolore in Amore, avremmo sofferto per niente. Questa è la nostra Storia. Aiutaci a condividerla.

Ci sono notizie che ribaltano la vita. Non chiedono permesso. Una promozione, un nuovo lavoro, una gravidanza desiderata. La felicità ci inonda, il petto si gonfia di orgoglio, un sorriso si stampa nel cuore e di riflesso sulla faccia. Il mondo è bello, la vita è meravigliosa e nessuno può essere più felice.

Primo contatto

Poi ci sono le altre notizie. Quelle che non combaciano con una giornata serena di sole, perché di solare non hanno assolutamente nulla. La prima volta che ho saputo cosa stava succedendo con mia madre, mi trovavo sull’auto in direzione Arnhem per lavoro. Di li a 40 minuti avrei dovuto fare lezione ad una scuola elementare. Il tempo era uggioso, come spesso succede nei Paesi Bassi. Il sole si nascondeva dietro la foschia della mattina. Mamma lamentava da qualche settimana dolori al petto e soprattutto affanno. Non riusciva a prendere abbastanza fiato e soprattutto non poteva assolutamente dormire sdraiata. Dopo tante insistenze, si è finalmente decisa ad andare al Pronto Soccorso. “Ha una bella polmonite signora. Perché ha preso questi medicinali?” – “Me li ha prescritti il medico di famiglia” – risponde mamma. “Eh ecco come nascono le polmoniti nascoste. Va beh, non si preoccupi, facciamo degli accertamenti giusto per essere sicuri e in un paio di giorni la mandiamo a casa”. ‘Perfetto’ pensa mamma e pensiamo tutti. I dottori ritornano.
“Abbiamo i risultati della lastra signora. La causa del suo affanno e del non riuscire a sdraiarsi è un versamento. Dobbiamo aspirarlo. Dalla lastra si vedono delle cicatrici, probabilmente sono una conseguenza della tosse che ha e ha avuto. Per prassi procediamo con una TAC e biopsia. Alla sua età – (mamma ha 60 anni) – non succede molto spesso. Vogliamo vederci chiaro.”

Questo era l’ultimo aggiornamento che avevo ricevuto da mia madre, mentre guidavo nei pressi di Apeldoorn. L’inverno olandese è molto rigido e io volevo comprare dei guanti adatti per andare in bici. Mi sentivo preoccupato, ma fiducioso. Nel ventaglio delle possibilità che vedevo, mentre vivevo felicemente la regolarità della mia vita, questa era una sfortunata combinazione di eventi, che comunque si sarebbero risolti nel futuro prossimo. Era novembre, mi ero appena candidato per un nuovo lavoro e la mia scuola di batteria stava iniziando a prendere quota. Ero felice, fiducioso. I pensieri negativi – né tantomeno scenari negativi – semplicemente, non esistevano.
Torniamo a quel venerdì, in macchina verso Arnhem. Telefono a mamma per chiederle come sta. Vivo da 4 anni nei Paesi Bassi e il telefono è indispensabile per mantenere i contatti con i miei. Ci sentiamo spesso, almeno una o due volte al giorno. In quel periodo un po’ di più, visto che non si sentiva bene.

Qualcosa non mi torna, inizio a fare domande più mirate. Mamma prova a rispondere a tutte le mie domande, ma certi elementi si contraddicono e iniziano a dipingere uno scenario più preoccupante. Di indole tendo a preoccuparmi molto. È una caratteristica che ho sempre avuto. Inizio a torturarmi dipingendo scenari molto spaventevoli, creando ed interpretando collegamenti tra le informazioni ricevute dai miei.
Quel venerdì mattina scelgo di fare il salto e cercare di esorcizzare quegli scenari immaginati una volta per tutte. Dico a mamma: “Ma, io capisco che tu vuoi proteggerci, ma io ho 36 anni. Sono sposato. Sto iniziando una famiglia. Tendo a preoccuparmi molto e se non so la verità, tendo ad interpretare i fatti e questo finisce spesso per torturarmi senza motivo. Per favore, dimmi la verità.” – “Questo è ciò che so anche io Moré. Mi hanno chiesto se fumavo e se sono mai stata a contatto con l’amianto.”
Questa è stata la prima volta che ho sentito questa parola associata alla salute di mia madre. Ho sentito uno strano senso di calma, dovuto al fatto che almeno ora sapevo quale fosse il problema. Ricordo di essermi meravigliato di quella sensazione, perché mi sembrava fuori luogo e inappropriata. Come potevo essere calmo valutando l’ipotesi di una malattia legata all’amianto? Eppure ricordo chiaramente la calma che avevo. Come se finalmente sapessi chi fosse il nostro nemico e potessi lasciare cadere tutti gli scenari che mi infestavano il cervello.

 

Come mi sono sentito

Qui ha avuto principio una sorta di sdoppiamento nella mia vita. Da una parte – quella luminosa – c’erano tutti gli avvenimenti accaduti fino a quel momento: il recente matrimonio (1 luglio 2022), la mia scuola di batteria recentemente aperta, la carriera lavorativa che prendeva il volo. Tutte cose che rendevano onore agli innumerevoli sacrifici fatti fino a quel momento. Dall’altra quella ‘parallela’, come ho iniziato a descriverla. Nei momenti più disparati, avevo l’impressione di essere colpito così forte da qualcosa, tanto da venire spostato in una realtà parallela, dove la mia vita fluisce secondo il ritmo di sempre. Io però la guardo senza essere visto. In questa realtà parallela percepisco una sorta di urlo di sottofondo. Un suono a volte gutturale, a volte alto in frequenza che circonda come ovatta tutti gli avvenimenti in tempo reale.
Qualche giorno dopo quel venerdì, passeggiavo con il mio cagnolino. Era un pomeriggio. Chiedo a mamma se avesse novità riguardo la situazione. Al momento era ricoverata presso l’ospedale di Tor Vergata. Dopo un po’ di insistenza, mi viene detto che la malattia che ha è effettivamente legata all’amianto. “Sono andata da un altro medico. Inizierò un trattamento per l’esposizione all’amianto.”
Di nuovo quella sensazione di calma. ‘Bene, ora so di preciso di cosa si tratta’, penso.

Diagnosi e scelte

All’ospedale di Tor Vergata viene proposto un approccio invasivo. Il primario dice a mamma che in questi casi si procede alla rimozione della pleura e del polmone. Nell’ascoltare queste parole, mamma fatica a realizzare. Dice al dottore “Deve avere pazienza, sono entrata qui per una polmonite ed ora mi trovo ad ascoltare queste parole”. Il primario le chiede di rifletterci e prendere una decisione. Difficile stabilire un grado di empatia, anche irrilevante. Forse.

Mio padre e mio zio decidono in accordo con mamma di affidarsi ad un altro professore, specializzato in questa malattia. Ci spostiamo all’ospedale San Camillo Forlanini di Roma, presso il dottor Giuseppe Cardillo. L’approccio che loro propongono è più aggiornato: il paziente viene aiutato da una sinergia di esperti in diversi campi. Nello specifico, verrà seguita da un’oncologa (dottoressa Lombardi) e da un medico chirurgo (dottor Cardillo). Lo scopo di questo approccio è quello di ridurre la massa tumorale il più possibile, per poi rimuoverla insieme alla pleura. Seppur comunque duro, lo scenario appare più “umano” e sostenibile.

 

 

Cos’è il Mesotelioma Pleurico

Tutti, me compreso, sconsigliano di rivolgersi a dottor Google per cercare informazioni su malattie. È facile dirlo quando riguarda gli altri. Quando in gioco ci sono i tuoi affetti più cari, ti senti perfettamente in grado di discernere le notizie attendibili da quelle fake. Di riuscire a filtrare le informazioni sulla base di competenze che credi di avere.

Digito ‘Tumore dell’amianto’. Sul SERP di google escono link che parlano di Mesotelioma Pleurico. Faccio una veloce selezione delle pagine più affidabili e leggo.
Il Mesotelioma pleurico è un tumore raro che colpisce circa 1800 persone l’anno in Italia. La maggior parte di queste sono uomini, che tendenzialmente svolgono lavori che li mettono a contatto prolungato con l’amianto. Tramite gli abiti da lavoro, tracce di questo minerale vengono portate a casa. Così gli altri membri della famiglia ci entrano in contatto.

Questa malattia nasce esclusivamente come conseguenza dell’esposizione a fibre di asbesto. Queste vengono inalate e assorbite da bronchi e polmoni, per fermarsi tra questi e la pleura. Questo articolo spiega bene come funziona questa malattia.

 

Convivere con la diagnosi

Ciò che spesso viene sottovalutato o non preso in considerazione, è che un tumore non cambia soltanto la vita del paziente, ma di tutte le persone che gli sono intorno. Mia sorella Giada ha descritto questa dinamica molto bene in una sua riflessione:

«Il viaggio col tumore inizia quando scopri il suo nome, che di solito ti sembra impronunciabile e difficilissimo, ma poi diventa un nome comune come un altro. I primi giorni sono durissimi, lo shock emotivo, la negazione, la disperazione ti assalgono e ti travolgono in una centrifuga emotiva molto potente. L’istinto ti spinge a fare ricerche, a voler sapere dati, statistiche, tipologie della cura.
Ti crolla il mondo addosso.
Ti senti in una battaglia imparai perché senza armi. Inizi a pensare che non è giusto, che la vita non dovrebbe contemplare esperienze simili. Soprattutto se riguardano la persona che la vita te l’ha data.»

In quei momenti non avevo tempo per pensieri tipo ‘Ma perché di tante persone proprio lei? Se è così raro nelle donne, perché proprio a lei?’. Ero in una sorta di modalità sopravvivenza, dove dovevo selezionare le informazioni sulle quali investire energia. Quelle domande, figlie della paura, in quel momento non avrebbero portato nessun valore aggiunto. In quel momento, non volevo neanche sapere come e quando mamma fosse stata in contatto con l’asbesto. Che importanza aveva? Lo scopo era quello di inquadrare il problema il meglio possibile e stabilire la strategia necessaria.
Quelle domande troveranno una risposta.
Quello che in quel momento interessava, era che mia madre avrebbe dovuto iniziare un percorso molto duro.

 

Clicca qui per leggere com’è stato l’inizio delle cure.

 

 


 

Aiutaci ad aiutare

Nel corso della malattia di nostra madre, abbiamo realizzato quanto sia importante aiutare. Il dolore e la sofferenza che proviamo sarebbero inutili se non facessimo qualcosa per trasformarli.

Abbiamo preso contatti con il professor Filippo Lococo, dell’ospedale gemelli di Roma, per avviare una raccolta fondi. Il suo team svolge ricerca attiva con risultati molto promettenti (leggi questo articolo per saperne di più).

Qui sotto trovi il link per aiutarci ad aiutare. Con pochi semplici click puoi fare una donazione (non c’è un minimo e può essere anonima!).

 

 

Il mio primo Triathlon – Settimana 1

Grazie di essere venuto qui. In questo blog racconto la mia prima settimana di allenamenti per il Triami Sprint Triathlon. Se vuoi sapere come sono arrivato qui, leggi questo articolo. La prima settimana di allenamenti è iniziata il 28 febbraio, il giorno dopo il nostro rientro da una settimana in Italia.

28/02/2022 | 1° allenamento – Corsa

Il lunedì è una giornata molto impegnativa per me. Dalle 9 alle 15 lavoro presso il liceo “Het Stedelijk Lyceum Kottenpark” in Enschede. Appena finito vado direttamente al Kunstcircuit di Deventer, dove ho la mia scuola di batteria MoreDrums. Qui lavoro fino alle 18:45, dopo di che raggiungo l’A.V. Daventria dove alle 19:30 inizia l’allenamento di corsa. Vengo accolto da Maarten, che mi assisterà per tutto l’allenamento spiegandomi in grandi linee come funzionano i diversi appuntamenti. Tutto si svolge su una pista di 300m. Si inizia con dei giri di riscaldamento. Gli atleti arrivano e in ordine sparso iniziano a correre. Dopo qualche giro, ci si raggruppa in cerchio per fare esercizi di ginnastica. Si fa dello stretching, unito a movimenti per attivare le fasce muscolari che si andranno ad utilizzare. Inizia poi la parte tecnica. Viene creato un circuito per allenare un determinato tipo di tecnica, che varia di settimana in settimana. L’istruttore spiega le diverse stazioni e dirige una serie di ripetizioni. Al termine di questa fase, inizia l’allenamento a programma. Anche questo varia ogni settimana. Di seguito riporto l’allenamento in punti:
  • Riscaldamento ca 2 km
  • Stretching e ginnastica ca 10 minuti
  • Circuito tecnica ca 15 minuti
  • 1x900m (al termine ½ giro camminata, ½ giro jogging)
  • 2x600m (ogni ripetizione ½ giro camminata, ½ giro jogging)
  • 2x300m (ogni ripetizione ½ giro camminata, ½ giro jogging)
Come primo allenamento ho mantenuto un ritmo basso e fatto solo ciò che sentivo di poter fare. Gli altri atleti sono molto allenati e sarebbe impensabile oltre che sciocco cercare di stargli al passo. Nel quaderno ho scritto che è stato un allenamento pesante e che ho ricevuto importanti consigli sulla tecnica.

01/03/2022 | 2° allenamento – Nuoto

Il martedì è una giornata relativamente leggera. Lavoro al mattino ad Enschede dalle 8:10 fino alle 13. Di nuovo al Kunstcircuit per le lezioni di batteria, stavolta fino alle 15:15. Dopo di che sono libero fino alle 19:30, ora dell’allenamento di nuoto. Questo si svolge presso il centro De Scheg, a un paio di chilometri da casa. Dopo aver cenato intorno alle 18, lo piscina de schegraggiungo con la bici. Prima volta in questa piscina, vengo accolto da Simon, un istruttore che avevo visto anche il giorno prima. Insieme a me ci sono altri due neofiti alla prima lezione di nuoto. Prima di entrare in acqua Simon ci spiega bene quali sono i tratti tipici di questa disciplina applicata al Triathlon, dopo averci chiesto informazioni sulla nostra condizione fisica e vita sportiva. Si entra in acqua con gli occhialetti e si inizia il riscaldamento. Un paio di vasche (la piscina è di 25 metri) e mi illudo che non sia poi così male. Alla terza vasca ero già stanco, sentivo il respiro aumentare e spalle e gambe lamentarsi. E pensare che dovevamo ancora iniziare! Dopo avermi osservato, Simon mi spiega quali sono gli aspetti che devo migliorare per ottimizzare fatica ed energia. Innanzitutto, utilizzo troppo le gambe. Nel triathlon vengono usate meno, anche perché è la parte del corpo che richiede la maggior quantità di ossigeno. Se se ne fa un abuso, si è subito stanchi. Secondo aspetto da curare è la coordinazione del braccio sinistro quando respiro a destra. Tendo ad abbassarlo, iniziando già la bracciata successiva. Ciò in realtà interrompe la spinta che mi sono appena dato con la bracciata sinistra. Trovandosi per metà sott’acqua, forma un angolo che crea resistenza con l’acqua. Anche il movimento della bracciata in sé può essere ottimizzato. Anziché pensare a un movimento circolare, devo pensare a un movimento orizzontale (partendo dalla posizione orizzontale sull’acqua). Il polso si piega, poi viene il gomito. Insieme spostano la maggior quantità possibile di acqua per dare una spinta in avanti. Al termine della spinta, il braccio torna il più velocemente possibile in avanti. L’allenamento è stato pesante, anche se ho imparato moltissimo. La condizione fisica non è granché e lo sapevo già, quindi niente di cui meravigliarsi. A causa di un errore di impostazione (era la prima volta in acqua) non ho registrato l’attività con l’iWatch, quindi non ho dati a disposizione.

04/03/2022 | 3° allenamento – Ciclismo

Per il terzo allenamento ho creato un percorso su Komoot. Quest’app è stata una scoperta interessantissima. È perfetta per creare fuori strada, o misti asfalto e bosco. Ho creato quindi un percorso di 50 km nel parco nazionale vicino Deventer, Holterberg. Qui, strano a pensarsi, ci sono anche delle salite! Nell’uscita ho incluso tratti di single trail, gravel e asfalto. Questa è la bellezza di avere una bici come la Giant Advanced Defy 3. L’uscita è andata molto bene, il paesaggio era bellissimo. Ho avuto un po’ di mal di schiena (parte bassa), ma solo all’inizio. Le salite si sono fatte sentire, anche in combinazione con il vento. In un paese senza montagne, il vento può circolare liberamente raggiungendo in un attimo i 50 km/h. Un degno sostituto delle salite italiane. Qui trovate il resoconto di questa uscita: strava

05/03/2022 | 4° allenamento – Ciclismo

Per l’allenamento bonus ho scelto il ciclismo. Ho fatto un giro breve (24km registrati + 6 non registrati) con un altro membro di Triami. Non abbiamo spinto sulla velocità, potevo chiaramente percepire che avrei potuto fare di più. Dopo la prima settimana di allenamenti, non mi sembrava una cosa saggia da fare. Quindi mi sono solo goduto il paesaggio. Ecco il resoconto dell’uscita: strava   

Perché ho scelto di allenarmi per il mio primo Triathlon

Dopo tanti ripensamenti in una direzione o nell’altra, sono finalmente arrivato ad una decisione: mi allenerò per il Triathlon!

Si, ma perché?

La scelta è arrivata dopo l’avvicinamento in momenti diversi della mia vita a tutte e tre le discipline. Quando vivevo ancora in Italia ero già venuto a contatto con la corsa e il nuoto. Con il trasferimento nei Paesi Bassi, ho scoperto il ciclismo e me ne sono innamorato perdutamente.

E qui la domanda “Si, ma quindi perché un Triathlon anziché solo il ciclismo?” Domanda più che lecita, visto che me la sono posta anche io. La risposta è arrivata dopo mesi di tentennamenti e dubbi.

Voglio dimostrare a me stesso che posso scansare i miei demoni, scavalcare di netto la mia comfort zone e raggiungere un obiettivo che ho sempre ritenuto troppo difficile, quasi impossibile per me.

La pandemia mi ha impegnato molto psicologicamente, stravolgendo quelli che erano gli equilibri che a fatica mi ero costruito. La forma fisica guadagnata dopo tre anni di pugilato era definitivamente sparita e l’atteggiamento psicologico era assuefatto agli zuccheri e una dieta poco regolata.

Grazie al journaling (scopri di più qui), sono riuscito ad isolare e analizzare sempre più chiaramente il malessere crescente, fino alla decisione di agire. Ho iniziato a gennaio con la corsa, alternando camminata veloce e corsa blanda. Lentamente la chimica del mio corpo è iniziata a cambiare. Volevo fare sport. Ho ripreso la bici, sfidando il freddo e la pioggia olandesi. Il 5 febbraio è arrivato William, la mia seconda bici da corsa/gravel. Si le mie bici hanno un nome.

Motivazioni

A questo punto è tornato di nuovo il tarlo “ma perché non riprendere anche il nuoto? In questa maniera puoi allenare tre discipline, distribuendo il carico di lavoro.” C’era solo un ultimo ostacolo, in realtà l’unico: la mia testa. Nella mia immaginazione, il Triathlon è sempre stato uno sport inarrivabile, in realtà quasi incomprensibile. “Non potresti mai farcela” mi dicevo sempre. E per paura ci credevo.

Mi stavo privando di una cosa che una parte di me voleva, solo perché ero spaventato dal farla. Ma la vita bisogna viverla. Che vita avrei se rinunciassi a fare tutte le cose che risiedono fuori dalla mia comfort zone? Non è certo da me.

Ho contattato Triami un’associazione di Triathlon qui a Deventer. Offrono un periodo di prova di dieci (!) settimane, in cui puoi allenarti fino a 5 volte a settimana sotto la direzione di insegnanti specializzati in questo sport.

È così dunque che è cominciata. Il 28 febbraio 2022 ho iniziato il primo allenamento per correre il mio primo Sprint Triathlon il 1° maggio 2022.

Cosa è il Triathlon

Su www.triathlonworld.it si legge “Il triathlon è uno sport multidisciplinare individuale suddiviso su tre prove che si svolgono in successione basate su distanze differenti a seconda dell’evento. È uno sport giovane che sta riscuotendo un grosso successo negli ultimi anni. Le attività̀ sono il nuoto, il ciclismo e la corsa.” Queste tre attività vengono svolte nell’ordine su scritto sono tutte di tipo aerobico e presuppongono l’utilizzo di diversi distretti muscolari a seconda della disciplina. L’atleta di Triathlon viene chiamato Triatleta.

           

  • Supersprint: 400m nuoto, 10 km ciclismo, 2,5 km corsa
  • Sprint: 750m nuoto, 20km ciclismo, 5 km corsa
  • Olimpico: 1500m nuoto, 40km ciclismo, 10 km corsa
  • XTerra: 1500 m nuoto, 30 km mtb, 10 km corsa
  • Doppio Olimpico: 3000 m nuoto, 80 km ciclismo, 20 km corsa
  • Ironman 70.3 o Half Ironman: 1900 m nuoto, 90 km ciclismo, 21, 097 corsa
  • Lungo: 4000 m nuoto, 120 km ciclismo, 30 km corsa
  • Ironman: 3800 m nuoto, 180 km ciclismo, 42,195 corsa

La scelta più saggia per avvicinarmi a questo sport è sicuramente il Supersprint. Qui a Deventer dove vivo, ogni anno viene organizzato il Triami Sprint Triathlon. Basato sul supersprint, è pensato per i neofiti dello sport e per gli atleti che vogliono iniziare la stagione delle gare. L’unica differenza con lo sprint sopra elencato è la distanza del nuoto, 250m invece di 400.

Allenamenti

Gli allenamenti sono così suddivisi:

–               Lunedì: corsa

–               Martedì: nuoto

–               Giovedì: nuoto

–               Domenica: ciclismo

Non è obbligatorio allenarsi 4 volte a settimana, ma indubbiamente è consigliato allenare almeno una volta a settimana ogni disciplina. Personalmente mi alleno quattro volte a settimana. Il lunedì corsa, martedì nuoto, venerdì ciclismo e sabato alleno a turno una delle tre. Ogni settimana alleno una disciplina due volte quindi.

JOURNALING

Journaling

Sin dall’inizio ho sentito il bisogno di registrare i miei progressi. Questo mi aiuta a vedere i diversi passi e soprattutto ad essere più consapevole del percorso che sto facendo. Ogni sera, dopo gli allenamenti, prendo il quadernino A6 e riempio una pagina ogni allenamento. Registro data e numero dell’allenamento nella settimana (primo, secondo ecc.), quindi il tipo di allenamento che ho fatto. Per monitorare gli sforzi utilizzo un iWatch serie 7 per nuoto e corsa, Garmin Edge e fascia di frequenza cardiaca per ciclismo. Riporto fedelmente i dati collezionati da questi strumenti. Dopo di che commento in poche righe com’è andato l’allenamento, come mi sono sentito e quale schema di preciso ho utilizzato. A fondo pagina registro il numero della settimana e il lunedì il peso. Si, come vedete dalla foto, registro tutto in olandese.

Questo è diventato già una sorta di rituale che completa la giornata di allenamento.

 

Ho deciso di tenere questo blog in italiano, per condividere la mia esperienza fino al giorno della gara. Un tipico blog vecchio stile, pensato e scritto per condividere e non per attrarre. Qui leggerete di me e del mio percorso, senza fronzoli e imbellettamenti.

 

Supportatemi!

 

 

 

La Matrice di Eisenhower

Introduzione

In questo articolo imparerai cosa è la Matrice di Eisenhower e come puoi utilizzarla per aumentare la tua produttività gestendo al meglio il tuo tempo.

Una delle sfide più grandi è senza dubbio quella di utilizzare il tempo nella maniera più funzionale ed efficace. La vita lavorativa assorbe una gran parte del nostro tempo, spesso invadendo lo spazio della nostra vita personale. La connessione ad internet 24/7 spesso si traduce in un bombardamento di impulsi esterni, con il potere di distrarci a tal punto da minare la nostra stabilità psicologica e spirituale.

Il rischio è l’innesco di un circolo vizioso che finirà con l’abbassare la qualità della nostra vita.L’errore più comune che tutti facciamo è credere che dedicando più tempo ad una mansione, riusciremo ad ottenere più risultati. Niente di più sbagliato purtroppo.Per ottenere più risultati dobbiamo imparare ad organizzare i compiti da fare in funzione del tempo che queste richiedono.

La matrice di Eisenhower (ripresa più tardi da Covey nel libro 7 habits of highly effective people) è un mezzo perfetto per lavorare in questa direzione.

Vediamo insieme come funziona.

Gestione del tempo e procrastinazione

Quante volte abbiamo la sensazione di “non avere tempo”? Quante volte ci ritroviamo a ridosso di una scadenza avendo fatto poco o niente? Le cause possono essere le più varie, dalla mancanza di organizzazione, alla tendenza alla procrastinazione. Imprevisti e distrazioni fanno anche la loro parte. La notizia negativa può essere rivedersi in uno di questi quattro fattori. Quella positiva è che la matrice di Eisenhower si basa esattamente su queste quattro variabili e le utilizza per ottimizzare processo e risultati.

Spesso si tende a identificare il concetto di produttività con quello di stress e lavoro continuo. Questa definizione risuona più con un’idea ormai superata. La verità è che ognuno di noi può e deve stabilire il proprio paradigma di produttività. Questo è basato sul tipo di attività o obiettivo che si vuole raggiungere, sia questa la gestione di un’azienda o l’organizzazione della settimana. Il tipo di attività per la quale viene utilizzata, non ha nessuna influenza sulla modalità di utilizzo e funzionamento della matrice di Eisenhower.

Come funziona la matrice di Eisenhower

Come detto, la matrice di Eisenhower si basa su quattro variabili:

  1. Urgente
  2. Non Urgente
  3. Importante
  4. Non importante

Nella letteratura e su internet, questa matrice viene spesso raffigurata in quadranti. L’asse delle y riporta l’urgenza, quello delle x l’importanza. I quadranti che nascono dall’intersezione di questi fattori sono quindi:

  1. Importante e urgente
  2. Importante e non urgente
  3. Non importante e urgente
  4. Non importante e non urgente

Matrice di Eisenhower spiegazione

Q1 – Importante e urgente

Le attività che rientrano in questo quadrante sono spesso non pianificabili, frutto di problemi ed imprevisti. Queste richiedono un’attenzione profonda e immediata. Le attività di questo tipo nella maggior parte dei casi non richiedono troppo tempo per essere portate a termine. La risoluzione nel minor tempo possibile disinnesca la sensazione di urgenza che, qualora rimandassimo l’attività, inquinerebbe la qualità del tempo e attenzione per il resto degli obbiettivi. È bene dunque provare ad esaminare e liquidare queste tasks come prima cosa nell’arco della nostra giornata.

Q2 – Importante e non urgente

Queste attività sono di sicuro le più importanti che abbiamo. L’importanza sta nel fatto che queste attività, se ben ponderate e pianificate, sono quelle che ci portano alla conquista dei nostri obiettivi settimanali, poi mensili e quindi annuali. Sto preparando un articolo sulla pianificazione a 1, 3 e 5 anni. Quando sarà pronto comparirà qui un link.

Al contrario delle precedenti, queste attività sono (e dovrebbero essere) pianificabili. Ciò vuol dire riservare degli slot nell’agenda giornaliera per esaminarle e lavorarle. Siamo portati a pensare che si debba pianificare un momento della giornata solo per attività pratiche. Niente di più sbagliato: le mansioni pratiche sono spesso frutto di decisioni e/o pianificazioni. Riservare una parte della giornata per prendere queste decisioni e pianificarle al meglio, ridurrà il tempo necessario per la mansione pratica (tutte le variabili sono già state sciolte), garantendo una qualità maggiore del prodotto finale. Cionondimeno, dedicare tempo alla decisione e pianificazione potrebbe anche portare all’evidenza che la mansione pratica non è in realtà necessaria, o magari è delegabile.

Q3 – Non importante e urgente

In questo quadrante rientrano due tipi di attività, entrambe richiedono di solito poco tempo. Il primo riguarda compiti che, dopo un’attenta analisi e pianificazioni, si rivelano urgenti ma non importanti. Questo li rende quindi delegabili.

L’altro tipo di attività proviene invece dall’esterno, da distrazioni e interruzioni. Queste possono essere chiamate, messaggi, e-mail. È importante giudicare lucidamente quando una chiamata rappresenta una priorità (e quindi rientra in Q1) e quando invece solo una distrazione. Questa scelta è resa difficile da diverse variabili, su tutte gli shots di dopamina che riceviamo quando portiamo a termine un’attività semplice ma non importante. La sfida, anche secondo Brian Tracy, è quella di resistere alla tentazione di lavorare a queste attività come prima cosa durante la nostra giornata. “Le piccole cose si moltiplicano” dice Tracy “e finiscono per occupare molto tempo e consumare molta energia.”

Q4 – Non importante e non urgente

Come lascia già presumere il nome, queste attività hanno il grado più basso di priorità. In questo quadrante possono rientrare tanto le distrazioni (internet, social ecc.), tanto quanto attività pratiche ma che non aiutano direttamente al raggiungimento degli obbiettivi prefissati. Non credo nell’assolutismo, nello specifico ritengo questo tipo di attività utili per bilanciare il carico di lavoro di una giornata o di un determinato periodo. Va da sé che per utilizzarlo in questo modo, sia necessaria una buona dose di onestà intellettuale e autodisciplina. È facilissimo cadere di nuovo nel tranello della dopamina e procrastinazione.

Come stabilire la tua lista di priorità

Intorno al 1895 Vilfredo Pareto (1848-1923), sociologo ed economista italiano, riuscì ad isolare una costante: in Italia l’80% dei possedimenti era posseduto dal 20% della popolazione. Allo stesso modo, l’80% della ricchezza era in mano al 20% della popolazione.

Questo concetto è stato ripreso in più momenti da diverse discipline, con la dicitura 80/20. Come ci torna utile nella gestione del tempo? Semplice, facendo in modo che l’80% dei risultati che desideriamo provengano dal 20% del tempo ad essi dedicato.

Brian Tracy propone un modo molto semplice quanto efficace di applicare la regola 80/20 nella stesura dei nostri obiettivi: come prima cosa stila una lista di 10 obiettivi che vuoi raggiungere alla fine della giornata. Poi scegline solo uno, secondo te il più importante, cancellalo da quella lista e scrivilo su un altro foglio. Tra i nove rimanenti scegli un altro obiettivo che ritieni importante. Cancellalo da quella lista e scrivilo sul foglio dove hai annotato l’altro. In totale hai quindi 2 obiettivi su 10, ossia il 20%. Quelli sono gli obiettivi che sicuramente devono stare nei quadranti 1 o 2. La scelta sarà dettata dall’urgenza. Gli altri otto possono essere suddivisi nei quadranti che ritieni più opportuni. Lavorerai a questi solo dopo aver risolto i primi due.

Come applicare la matrice di Eisenhower nella tua vita quotidiana

Per arrivare ad avere una lista di 10 obiettivi da raggiungere, dobbiamo aver chiaro quali sono i nostri obiettivi a medio e lungo termine. Ciò richiede una buona dose di autoconsapevolezza, nonché di indagine. Personalmente, ho giovato moltissimo dell’aiuto del journaling (leggi questo articolo per sapere di cosa parlo). In questo modo, una volta stabiliti i miei obiettivi a medio e lungo termine, ho potuto registrare i miei progressi e fallimenti. Sono riuscito ad evidenziare abitudini e tendenze positive e soprattutto quelle negative. Il passo successivo è stato quindi riuscire a formulare obiettivi realistici e soprattutto cruciali, utili per arrivare alle mete prefissate.

Quindi il mio primo consiglio è: prendete l’abitudine di registrare tutto ciò che fate nell’ambito dei progetti che scegliete di portare a termine.

Il passo successivo, una volta fissati gli obiettivi a lungo termine, sarà quello di stilare obiettivi mensili. Da questi si ricaveranno gli obiettivi settimanali e di conseguenza quelli giornalieri. Ecco qui che sarà più facile scegliere obiettivi realmente utili e realisticamente ottenibili.

Una volta fatto questo, potete applicare il suggerimento di Tracy, scegliendo prima l’obiettivo più importante, poi il secondo più importante.

A questo punto sarà solo una logica prosecuzione quella di suddividere i restanti obiettivi della lista nei quadranti della matrice di Eisenhower.

Conclusione

È la gestione degli impegni che definisce quanto tempo impiegheremo per portarli a termine. L’idea secondo cui dedicare più tempo voglia dire realizzare più obiettivi è un falso mito che dobbiamo allontanare dalla nostra mentalità. A guadagnarne saranno sicuramente la nostra produttività, il senso di soddisfazione e soprattutto lo stato di salute della nostra attività, impresa o progetto.

 

Prova ad applicare questi consigli nella tua vita quotidiana e fammi sapere nei commenti come ti sei trovato. Funziona? Hai dovuto rivoluzionare il tuo modo di fare?

 

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Questa è una guida sul journaling per principianti. Qui troverai nomi, suggerimenti e trucchi su come iniziare una nuova e splendida abitudine.

Oscar Wilde, la regina Vittoria, Benjamin Franklin, Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau, Victoria Woolf, Franz Kafka, Marcus Aurelius, Eugène Delacroix, Winston Churchill, Leonardo Da Vinci, Ludwig van Beethoven, Ernest Hemingway. Cosa hanno in comune queste persone straordinarie? Non solo il talento e la bellezza che hanno donato al mondo, ma una semplice abitudine.

Tenere un diario. Sì, hai capito bene. Tutte queste persone trovavano il tempo per scrivere idee, pensieri, riflessioni, in alcuni casi più volte al giorno.

In questo articolo imparerai cos’è il journaling e come potresti usarlo per migliorare la tua vita.

I. Journaling per principianti: un po’ di storia

La parola journal deriva dal tardo medio inglese, che a sua volta deriva dal francese antico jurnal, dal tardo latino diurnalis: appartenente al giorno.
L’uso primordiale di un diario era infatti la registrazione di attività o dati quotidiani, che altrimenti erano difficili da tracciare o memorizzare.
Con il passare del tempo, si iniziarono a registrare non solo attività e dati, ma anche pensieri, idee e riflessioni.
Charles Darwin iniziò il suo diario all’età di 29 anni. La prima cosa che fece fu scrivere tutto ciò che ricordava della sua vita fino a quel momento.
Thomas Edison ha registrato dettagli sulla sua vita quotidiana, anche alcuni che potrebbero sembrare insignificanti (l’acquisto di caramelle in un negozio di dolci, per esempio). Allo stesso tempo, registrava e faceva brainstorming sulle sue idee.
Mark Twain aveva una sezione nel suo diario in cui scriveva barzellette sporche.
Beethoven annotava tutto ciò che avrebbe voluto dire in una conversazione passata. Portava sempre con sé il diario, anche quando era fuori a bere. Nel caso fosse colpito da una buona idea, la buttava giù con poche parole per poterci lavorare in seguito.
Benjamin Franklin ha usato il suo diario per tenere traccia dei suoi progressi.
Marco Aurelio iniziava la giornata con una riflessione per descrivere come sarebbe la sua giornata.
Seneca scriveva sul diario la sera, riflettendo su come è andata la giornata e cosa sarebbe potuto andare meglio.

II. Journaling per principianti: come utilizzarlo

Come vedi, ci sono un sacco di usi diversi che potresti fare, ma tutti indicano la stessa direzione: la chiarezza.
Mettere su carta pensieri ed emozioni provati in un determinato momento, li rende chiari e visibili. La nuvola di sentimenti (spesso anche distruttivi) che essi portano con sé svanisce a contatto con la lucidità con la quale li verbalizzi.

Come riportato da The Daily Stoic, Eugène Delacroix lo ha descritto in modo molto esplicito:

“La mia mente è continuamente occupata in inutili complotti… Mi bruciano e sprecano la mia mente. Il nemico è entro le mie porte.”

E ancora:

“Riprenderò il mio diario dopo una lunga pausa. Penso che possa essere un modo per calmare questa eccitazione nervosa che mi preoccupa da così tanto tempo”.

La maggior parte delle persone è intimidita dal tenere un diario per diversi motivi. Alcuni pensano che mostri debolezza, nel contesto di una società che ti vuole sempre forte e senza difetti. La verità non è mai stata così lontana dalla realtà. Chiunque, anche la persona più fredda o dura sulla terra, ha i suoi momenti di debolezza, difficoltà, paura e incertezza. Semplicemente perché fa parte dell’essere umano.

Il più grande vantaggio che otterresti iniziando a tenere un diario sarebbe diventare consapevole di come appare il tuo lato nascosto. Potrebbe essere come aprire il vaso di Pandora, è vero. Ma la verità è che ognuno di noi è già più o meno succube del proprio lato inconscio. Ognuno di noi trova il suo modo per convivere con gli elementi che ne fuoriescono. Qualcuno sceglie lo sport, qualcun altro l’uso di droghe o alcol. Alcuni si rifugiano nella violenza e aggressività. Altri sono in perenne ricerca di distrazioni per tenere occupata la mente.

Altri – e potresti diventare uno di questi – affrontano il problema analizzandolo il più da vicino possibile.

Come ho detto prima, scrivendo pensieri ed emozioni diventano tangibili. Le difficoltà che si possono riscontrare all’inizio (vergogna, paura, superficialità) svaniscono già dopo qualche pagina. Come mai? Perché riduci ogni evento, sentimento o idea ai minimi termini, osservandoli forse per la prima volta per ciò che in realtà sono. Spesso realizzi che il 99% di ciò che ti ha torturato in realtà… non esiste. O che le paure o i sentimenti che temevi possono essere scomposti in un modo che li rende più facili da assimilare.

John Dewey lo spiega molto meglio di me:

“Non impariamo dall’esperienza, impariamo riflettendo sull’esperienza”

Registrando costantemente i pensieri ricorrenti che hai, la tua mente fa una chiara distinzione tra ciò che è reale e ciò che è solo proiezione, anticipazione.

La mia esperienza con il journaling

Personalmente, tenere un diario mi ha aiutato tantissimo ad affrontare ed elaborare la perdita di mia madre. Scrivere mi ha permesso di verbalizzare sensazioni e stati d’animo che sono potenzialmente in grado di travolgerti. Chi ci è passato purtroppo lo sa.
All’epoca decisi di condividere quelle parole, senza ritoccarle o aggiustarle. È stato bellissimo ricevere messaggi da sconosciuti che si sono sentiti meno soli, meno persi nel dolore.

Questa esperienza ha anche alimentato il mio progetto The Polymath Quest, in cui esploro come pratiche come il journaling possano aiutare a collegare idee, riflettere sulle proprie esperienze e creare una struttura di conoscenze interdisciplinari. Utilizzando strumenti come Obsidian, sono riuscito a trasformare il journaling in un mezzo per stimolare la creatività e organizzare le informazioni in modo efficace.

Alcune persone sono intimidite perché tenere un diario potrebbe sembrare un compito pesante da portare avanti. Finora, sappiamo che ci sono diversi motivi per tenere un diario. Inoltre, ci sono diverse tecniche e suggerimenti per farlo.

III. Da dove cominciare

Come per molte altre cose: inizia con poco.Perché pensare che il journaling riempia dozzine di pagine bianche? Puoi iniziare con 1 riga al giorno, in cui annoti cosa ti ha colpito o cosa devi fare.
Potresti tenere traccia di qualcosa, che si tratti dei tuoi allenamenti, della tua dieta, dei libri che leggi.
Potresti rivedere la giornata, riportando cosa è successo, cosa hai fatto e cosa avresti potuto fare diversamente.
Potresti impostare un timer. Ad esempio, 5 minuti al giorno. Non importa cosa, hai cinque minuti per scrivere nel diario.
Come variazione, puoi impostare un timer e annotare il tuo flusso di coscienza. Scrivi tutto ciò che in quel lasso di tempo passa per tua testa. Non preoccuparti degli errori, nessun altro dovrà leggerlo.
Potresti scrivere 3 cose per cui sei grato. Non potresti mai immaginare quanto possa essere potente un diario della gratitudine.

IV. Frequenza ideale del journaling per principianti: quanto scrivere?

Una parte importante della creazione di una nuova abitudine è ovviamente la costanza. Ripetendo un’azione più volte ne ottimizzi il processo e quindi i risultati. Vale anche per il journaling, ma non è inciso nella pietra. Puoi anche sederti e scrivere una volta in un paio di giorni, o una volta alla settimana se vuoi avere più costanza. Tra le soft skills che imparerai, come già intuisci, ci sarà sicuramente l’autodisciplina.

In fin un diario è uno strumento. Ognuno lo usa nel miglior modo possibile.

Sperimenta e trova il tuo.

V. Strumenti e idee utili per il journaling per principianti

Anche in questo caso, non c’è assolutamente uno strumento che funziona meglio di un altro. Sta a te trovare quello che si addice di più al tuo stile di vita e che ti permette trascrivere le tue idee in maniera naturale. Un foglio di carta bianco? Un quaderno? E perché non un’app?

Di seguito ho raccolto un po’ di idee, vedi se c’è qualcosa che fa al caso tuo:

Se invece stai cercando un sistema ibrido che unisca il journaling cartaceo e digitale, nel prossimo articolo ti racconterò come strutturo la mia routine di journaling ibrido. Ti mostrerò come utilizzo un semplice quaderno per le riflessioni quotidiane e come organizzo tutto su Obsidian, il mio secondo cervello digitale, con revisioni settimanali e mensili per mantenere ordine e produttività.

Conclusioni

Il journaling è uno degli strumenti più potenti che possiamo utilizzare per liberare la mente, migliorando la nostra salute e la nostra produttività. Molte menti illuminate avevano questa abitudine e la usavano in diversi modi.

Iniziare è più facile di quanto pensi. Sbarazzati dell’idea che dovresti riempire dozzine di pagine. Tutto può e deve essere adattato alle tue esigenze e ai tuoi obiettivi.
Nessun altro lo leggerà, quindi sii gentile con te stesso e non preoccuparti troppo degli errori, della grammatica o della forma. Se ci tieni davvero, sarà comunque un modo infallibile per migliorarti.

Se questo articolo ti è piaciuto, leggi questo:

La Matrice di Eisenhower

Schilling, prayer for the bernese, battle of laupen

Breve storia del Tamburo in Europa

La storia del tamburo in Europa attraversa secoli, paesi e culture. Una storia iniziata con tamburi in metallo, arrivata ai modelli moderni. Abbiamo visto insieme il ruolo cruciale che ha avuto nell’evoluzione del jazz drumming e come si sia integrato nella nascita della batteria.

La mia curiosità mi ha spinto a saperne di più sulla storia del tamburo. Attraverso la ricerca ho scoperto come siamo arrivati ​​fin qui, come è nato il repertorio e come questo sorprendente strumento è stato utilizzato negli anni. La ricerca coprirà una linea temporale che va dalla preistoria al ventesimo secolo e riguarderà principalmente gli sviluppi in ambito europeo.

Che il nostro viaggio abbia inizio!

A drum’s history

Strumento della categoria dei membranofoni, il tamburo è uno dei primi artefatti musicali ad entrare nella storia dell’Uomo. Reperti archeologici ne testimoniano la presenza a partire dal 6000 a.C. nelle zone dell’odierna Cina. Emblema dell’espressione non parlata più atavica (la percussione del corpo viene utilizzata anche nel mondo dei Primati per stabilire le gerarchie del gruppo), il Tamburo ha ricoperto diversi ruoli tra i quali spiccano agli albori quelli legati ai contesti religiosi. I primi esemplari di tamburi in metallo risalgono all’Età del Bronzo, con spettacolari ritrovamenti nell’area dell’odierno Vietnam. I tamburi di Dong Son, espressione artistica dell’omonima cultura, sono artefatti che denotano una grandissima manualità nella lavorazione dei metalli. Il tamburo di Ngoc-­‐‑Lu, ritrovato in una spedizione del 1893 presenta una superficie battente, anch’essa in metallo, suddivisa in tre pannelli concentrici dove sono riportate scene di animali e uomini, intervallate da motivi geometrici che insieme alle figure umane con strumenti musicali apparentemente nell’atto di celebrare un rituale, evidenziano il carattere religioso dell’artefatto

Il tamburo arriva in Europa

Il primo contatto con la cultura Occidentale passa per l’antica Grecia, dove grazie ai rapporti con l’Asia Minore lo strumento chiamato Danbara in Persia, entra nella ritualità greca con il nome di Tympanon arrivando nell’antica Roma con il nome di Tympanum. E’ l’unico strumento a percussione riportato nell’iconografia romana.

La cultura Araba è stata tra le prime ad attribuire un ruolo militare al tamburo, prevedendo dei reparti specializzati all’interno dei propri eserciti. E’ con queste caratteristiche che il nuovo ruolo del tamburo subentra nella storia Europea medievale con la conquista musulmana della penisola iberica nell’VIII secolo d.C.

Al ruolo spirituale del tamburo all’interno della Società, inizia ad affiancarsi con crescente autorevolezza il ruolo temporale. Il tamburo fa sicuramente parte di ensemble musicali, ma i primi secoli dell’Anno Mille vedono l’ascesa di una figura importante per il nostro percorso: il suonatore di Pipe and Tabor. Una sola persona che suona contemporaneamente un flauto e un tamburo. I primi esemplari di flauto prevedevano tre fori che consentivano l’impugnatura con una sola mano utilizzando pollice, indice e medio per ottenere melodie. L’altra mano era quindi libera di impugnare una mazza per suonare il Tabor tenuto mediante corda al musicista, permettendo l’esecuzione anche in piedi o in movimento.

Vi sono esempi di queste figure nell’iconografia iberica ed inglese, a partire dal XII secolo, entrambi in ambiente ecclesiastico.
In Gran Bretagna, nella Cattedrale di Lincoln, abbiamo uno dei primi esemplari di scultura di un Angelo che suona flauto e tamburo.

La scuola di Basilea

 

Discendenti dei Pipe and Tabor sono le Fife and Drums, apparse per la prima volta nell’iconografia europea nel 1332 nelle Cronache di Basilea. La differenza tecnica sta nella conformazione del Fife, che diviene un flauto traverso ad almeno 6 fori, in metallo, tale da consentire un volume più elevato.

Nel XIV secolo l’odierna Svizzera era rappresentata dalla Vecchia Confederazione Svizzera, un insieme di territori che si avviavano lentamente verso l’autoaffermazione contro il dominio austriaco degli Asburgo. La Battaglia di Sempach (1336) consacra alla storia il ruolo delle Fife and Drums all’interno dell’esercito. Composto di reparti di fanteria armate di alte picche difficili da gestire in un contesto di manovre di guerra, gli svizzeri inclusero nelle truppe un reparto di suonatori di tamburo e flauto che avevano un ruolo schiettamente organizzativo. Al ruolo di stabilire le cadenze di marcia, se ne aggiunge uno tanto più elaborato quanto efficace: la comunicazione ai vari reparti degli spostamenti tattici mediante codici ritmici ben precisi.

 

In “The New Grove Dictionary of Music and Musicians” Howard Mayer Brown afferma:

<<Nel tardo Medioevo e primo Rinascimento i reparti di Fife and Drums suonavano per la fanteria, quelli di Trumpets and Drums per la cavalleria. A partire dal XV secolo questi reparti vennero associati agli omologhi mercenari svizzeri che li introdussero nel resto dell’Europa Occidentale…I doveri dei suonatori militari erano di dare il tempo per la marcia così come segnali ai reparti durante la battaglia>>

Lo stesso autore però denota come a fianco dei doveri militari dei Fife and Drums, gli stessi rivestissero anche ruoli sociali come musica per la Danza.
La grandissima efficacia delle tattiche di guerra utilizzate fece sì che le altre potenze europee ingaggiassero le truppe svizzere come mercenari. Questo evento partorì due effetti peraltro concatenati: se da una parte i reparti (e quindi i repertori) dei Fife and Drums entrarono in contatto con altri contesti culturali, dall’altra per trasmettere le proprie conoscenze tanto in ambito militare che musicale crebbe il bisogno di fissare quelli che erano i loro codici. Conosciute nel mondo come “Rudimenti di Basilea” presero forma decine di figure ritmiche, o rudimenti, che diedero un’identità precisa alla Scuola di Basilea. L’utilizzo del Tamburo era presente nell’ambito della vita sociale della popolazione di Basilea, con un ruolo predominante nelle cerimonie, festeggiamenti, riti religiosi e civili. La tradizione del Fasnacht, ancora oggi celebrata a Basilea, rappresenta in modo inequivocabile l’importanza di questo strumento nella vita sociale della cittadina svizzera.

Orchesographie – Methode et Theorie

 

La notazione musicale come la conosciamo oggi non esisteva ancora, l’obiettivo princpale era quello di avere un’uniformità di linguaggio. I primi esempi di scrittura musicale per tamburo risalgono al XVI secolo e confermano la funzione di supporto ad altre attività. Nell’Orchesographie – Methode et Theorie di Thoinot Arbeau (pubblicato nel 1589), trattato sulla Danza ed altre discipline musicali scritto sottoforma di dialogo tra maestro ed allievo, sono contenute 76 tavole dove sono spiegati le figure ed i colpi principali a disposizione del suonatore di tamburo, associati a passi e movimenti da compiere. Arbeau presenta 3 figure principali, che chiama Tan (1 colpo), Tere (2 colpi) e Fre (4 colpi), a cui associa la descrizione dei movimenti e passi da compiere contemporaneamente ai colpi suonati.

Le note utilizzate hanno le sembianze delle moderne minime, semiminime e crome, ma presentano durate diverse. Uno schema contenuto nell’Encyclopedia of Percussion Instruments and Drumming, a cura di Bradley Spinney riporta le trascrizioni di 4 delle 76 tavole di Arbeau nella notazione moderna alla breve ed in 2/4 insieme alla coordinazioni dei movimenti da compiere.

L’ultimo colpo di ogni sequenza, su specifica di Arbeau, deve essere suonato con entrambe le bacchette all’unisono. Lo sviluppo di questa consuetudine porterà all’utilizzo della Grace Note (Flam), così come già specificato nelle trascrizioni di Spinney.

Nella stessa opera abbiamo la prima testimonianza della formazione di uno strumento che inizia a differenziarsi sempre di più dal Tabor. Arbeau parla di un tamburo che ha due corde su una delle due pelli, non più una, e che viene suonato in orizzontale; inizia a delinearsi il profilo del tamburo Rullante. Questa non rappresenta una sostituzione completa del Tabor, ma una separazione. L’utilizzo di questi strumenti sopravvive ai giorni nostri in Gran Bretagna, Provenza e territori Baschi.

Pistofilo Bonaventura – Il Torneo

 

Nel manoscritto pubblicato nel 1627, Bonaventura Pistofilo include una sezione chiamata “De Tamburi, e di simili voci di Strumenti di Guerra”, dove opera un’interessante distinzione:

<<…Di questi strumenti ne considero di tre specie: di Vocali, di Semivocali e di Muti. Per lo strumento vocale s’intende l’Huomo, perché mediante la Voce, e della mercè di questi Strumenti Naturali, lingua palato e labbra, ordina, e comanda, quanto vuole, ed intende…Lo strumento semivocale sarà il suono di qualche strumento, per mezo del quale altri comandano ed altri ubbidiscono, si com’è il fischio del Piloto, tutti gli strumenti che servono per le danze, le Trombe e i Tamburi e tutti gli altri strumenti che servono in Guerra, i tirri dell’artiglieria, di archibugi, il suono delle campane e simili, e questi mediante l’udito.

Il Muto sarà poi qualsivoglia altro strumento che dal moto o dal segno, mediante la vista l’Huomo intende i significati e i comandamenti…>>

La sezione presa in esame contiene tutte le regole da osservare dal Tamburino, che deve conoscere il linguaggio musicale militare dei principali Paesi Europei in maniera da adattarsi alla provenienza del Cavaliere che parteciperà al Torneo. Per ogni Chiamata, Bonaventura descrive precisamente i colpi del Tamburo ed i movimenti associati del Soldato. La figura 7 riporta l’originale del manoscritto illustrando proprio questa interazione e specificando per la prima volta nella Storia, lo sticking esatto da utilizzare, indicando con la gamba in giù le note da suonare con la mano destra, ed in su quella con la mano sinistra.

I primi due pentagrammi sono scritti per il Tamburino, la terza illustra al Cavaliere quando muovere passi rispetto alla chiamata. Tutto questo processo è minuziosamente spiegato dal Bonaventura, includendo anche le variazioni delle chiamate alla Francese, Alemanna o Spagnola.

Anche in questo caso il valore delle note non corrisponde a quello moderno. A destra riporto una trascrizione nella notazione moderna. Da notare come i punti posti sopra le note corrispondano ai moderni accenti.

Le principali scuole di Tamburo europee

 

A partire dal XVI secolo, il Tamburo Militare si diffuse in tutta Europa, adattandosi alle necessità dei singoli Paesi e creando diverse Scuole di Tamburo tra cui spiccano sicuramente quella Scozzese, quella Inglese e quella Francese.

In Francia, intorno al 1500, erano previsti fino a 5 tamburini ogni 1000 uomini di truppa9. Sebbene venisse sempre chiamato tabour, entrò in uso una nuova denominazione “caisse”, poi suddiviso in “caisse claire” e “caisse roulante”.

Il XVII secolo vede una grandissima fioritura della cultura del tamburo militare, rivestendo un ruolo molto importante sotto il regno di Luigi XVI. Nel 1705 Andrè Phillidor scrive una raccolta intitolata “Partitions de plusieur marches et batterie de tambour” nella quale figurano marce di tamburo con oboe e piffero.

Nel 1754 viene pubblicato “L’instruction de Tambours et diverse Batterie de l’Ordonance” contenente istruzioni per accordare i tamburi, accorgimenti per l’impostazione delle braccia ed il posizionamento del tamburo, oltre che una raccolta di 12 segnali per tamburi e pifferi ed i tempi per il passo (60 al minuto per il passo e 120 per la carica).

Nel periodo della Rivoluzione nacque la Garde de Paris, da cui deriva la famosa Garde Republicaine formata nel 1802. Nel periodo Napoleonico il livello tecnico dei tamburini della Garde Republicaine, dovuto alla lunga durata del servizio di leva, è altissimo10.

Da ricordare il lavoro di Alexandre Raynaud, percussionista della seconda metà dell’800, che raccoglie e trascrive buona parte del repertorio dell’epoca, tra cui spiccano “Le 3 Dianes”, “La Marche du Pere Lafon”, “La Tordue” e “Le Rigodon”

Il Tamburo rullante nel XIX e XX secolo

 

Il XIX secolo vede l’ingresso definitivo del Tamburo nelle orchestre di musica classica, confermando la convivenza di ruolo militare e civile. Già nel 1706, Marin Marais nella sua Opera “Alcione” prevede l’utilizzo di rullanti, la cui funzione era quella di evocare il suono di una tempesta. In questo caso il Tamburo non viene utilizzato coerentemente con la tradizione militare, ma solo per produrre effetti.

Bisogna attendere il 1817 con Gioacchino Rossini per assistere alla reintroduzione del tamburo all’interno della musica colta. Dato il retaggio militare, lo strumento veniva utilizzato per la rappresentazione in musica di scene belliche. Nell’overture de “La Gazza Ladra”, Rossini utilizza le percussioni per illustrare il ritorno dalla battaglia di Giannetto, uno dei personaggi principali. L’importanza storica di questa Overture, che fu la prima ad essere concepita come parte integrante dell’Opera e non più come avvertimento dell’imminente inizio della stessa, contribuì ad innalzare il ruolo del Tamburo d’Orchestra.

Questa evoluzione comportò il bisogno di adattare il metodo di scrittura per tamburo. Se ne introduce uno che riprende e sviluppa il sistema di gamba in giù per la mano destra e gamba su mano sinistra, adattandolo sul pentagramma.

La mano destra verrà indicata nel FA del primo spazio, la sinistra nel MI dell’ultimo spazio. I rulli (long roll ing., roulement fr.) vengono invece indicati nello spazio del DO al centro del pentagramma.
La scarsa facilità di lettura in caso di figure ritmiche complesse portò gradualmente all’abbandono di questo metodo in favore della scrittura solo sul DO del terzo spazio o in alcuni casi all’utilizzo di un solo rigo, dove lo sticking veniva indicato dal posizionamento sopra (mano sinistra) o sotto (mano destra) dello stesso.

Europa e America: punti di contatto

 

Il rapporto tra le Isole Britanniche e gli Stati Uniti è il canale di importazione della tradizione rudimentale in America. Anche in questo caso, il materiale venne adattato alle esigenze culturali nel Nuovo Continente.
Nel 1778, a 3 anni dall’inizio della Guerra d’Indipendenza americana, il Barone Friedrich von Steuben pubblicò su emendamento diretto di George Washington “Regulations for the Order and Discpline for the Troops of the United States” con lo scopo di regolare ed addestrare le truppe rivoluzionarie. Il suo lavoro è uno dei primi libri che contiene elenchi di rudimenti e chiamate militari in terra americana.

Il 16 gennaio 1812 Charles Ashworth pubblica “A new useful and complete system of Drum Beating”, una raccolta di tutti i rudimenti, le chiamate, i doveri di campo (camp duties ing.) in uso presso l’Esercito e la Marina degli Stati Uniti. Nello specifico, contiene una lista di 28 rudimenti che hanno caratteristiche simili a quelli moderni, come ad esempio l’inizio della figura con la mano sinistra.

Nel 1862 George B. Bruce e Daniel D. Emmett pubblicano “The Drummers’ and Fifers’ Guide”. Questo è il primo libro in cui compare l’accentazione del secondo beat del Long Roll. A questo si aggiunge nel 1869 “Drum and Fife Instructor” di Gardiner Strube, scritto su mandato della Guardia Nazionale degli Stati del New England.

Il bisogno di uniformare il numero e la tipologia di rudimenti iniziava ad avere un peso sempre maggiore. In ordine cronologico molti personaggi provarono a dare il loro contributo: nel 1886 John Philip Sousa pubblica “The Trumpet and Drum”; con l’inizio del nuovo secolo, nel 1925, Sanford Moeller pubblica con la Ludwig Drum Company “The Moeller Book: the Art of Snare Drumming”.

Per avere una risoluzione bisogna attendere il 1933 quando a Chicago 13 musicisti si riunirono formando la National Association of Rudimental Drummers (N.A.R.D.) con lo scopo di fissare i rudimenti basilari comuni a tutti i musicisti.

Il risultato fu una selezione di 13 rudimenti fondamentali, completati con una lista di ulteriori 13 rudimenti per un totale di 26.

Conclusioni

 

E’ stato un viaggio piuttosto lungo, con tantissime informazioni raccolte e condivise. Conoscere la storia del nostro strumento ci permette di comprenderne a fondo i diversi linguaggi e sviluppi. In questo articolo abbiamo visto insieme l’evoluzione del tamburo rullante in Europa. Il passo successivo sarà vedere come questo si è integrato nel drumset, passando da tamburo a “batteria”.

Segui i link qui sotto per continuare il viaggio!

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SWISS ARMY TRIPLET PERMUTATIONS

Swiss Army Triplet è un double stroke con un flam sulla prima nota, seguito da un single stroke con l’altra. Come suggerisce il nome, viene spesso suonato in terzine, ma è possibile utilizzare diverse suddivisioni (ad esempio sedicesimi o terzine di sedicesimi).

Somiglia ad un flam accent, l’unica differenza è il doppio colpo invece del singolo.

La sfida di questo warm up è permutare gli accenti spostando in avanti l’intera cellula ritmica. Dopo 3 battute ripeteremo l’intera sequenza con la mano opposta.

Ecco come suona:

Scarica qui la partitura.