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Bambino di un mese insieme a un bassotto sul tavolo

Neo papà: il primo mese

Sono un neo papà. Da un mese. 31 giorni in cui la mia vita è diventata…un’altra vita. Mi chiedevo spesso “Chissà come sarà?” oppure “Da quand’è che di preciso ci si sente padre?” Sono sempre stato sensibile a queste sfumature sottili.

In questo articolo vi racconto le sfide, le gioie, le scoperte e le lezioni che ho imparato in questo primo mese da papà.

Le gioie da neo papà

Aver subito una grande perdita ti insegna a guardare la vita da un’altra prospettiva. L’intero paradigma si ridisegna. Mi sono ritrovato più sensibile alle cose che normalmente riteniamo piccole o semplicemente non degne di attenzione. Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun identificano questa dinamica come Post-traumatic growth.

Il calore di mio figlio sul mio petto. Il rumore dolce del suo respiro. Vederlo prendere consapevolezza del suo corpo. Cercarci con gli occhi o con il pianto. Sentirlo calmarsi dopo averlo preso in braccio.

Bambino addormentato in braccio al neo papàHo realizzato che in realtà sono proprio queste “piccole” cose che, incollate l’una all’altra dalla caducità della vita, formano le fondamenta della nostra salute emotiva.

Una delle sensazioni più belle la vivo quando sono lontano da casa per lavoro e ripenso ad Alexander, Carolien e alla vita che stiamo costruendo. Costruiamo ricordi e formiamo abitudini mentre cresciamo insieme. Sogno ad occhi aperti domandandomi cosa starà facendo. Il petto si gonfia d’amore all’idea di tornare a casa da lui e Carolien e stare finalmente insieme.

A proposito di abitudini: il mio giorno preferito è senza dubbio la domenica. La mattina è indiscutibilmente dedicata a noi. Ci alziamo, facciamo colazione, poi torniamo tutti e 3 a letto. A volte ascoltiamo musica, altre volte ci appisoliamo. Stiamo insieme. Ci abbracciamo. Il tempo allenta la presa nel vederci così pieni di noi. Mi sento bene, mi sento forte.

Poi ci sono i sorrisi. Quelle splendide esplosioni di gioia che finiscono sempre per commuovermi. Guardo mio figlio sorridere e mi sento insieme forte e vulnerabile. Oggi sono il suo mondo, domani sarò il suo eroe. Dopodomani sarò un suo amico.

Annego nel suo sorriso. Mi faccio piccolo davanti ai suoi occhi avidi di vita, dove vedo il riflesso della mia. I suoi occhi come un collo di una clessidra, guardano scendere i granelli del mio tempo. Lo fanno senza timore e senza paura. Silenziosamente mi spiegano che è così che è sempre stato e sempre sarà. Mi chiedono di accettarlo.

È allora che mi commuovo.

Leggi anche la Cronaca di Alexander, la nascita del nostro primo figlio.

Le sfide da neo papà

Diffidate di chi vi dice che essere neogenitori sia sempre facile e fighissimo. Mente spudoratamente.

Ti offro un cocktail:

Iniziamo con una parte di sistematica privazione del sonno. Ogni 3 ore (a volte anche meno) bisogna svegliarsi per allattarlo e cambiarlo.

Aggiungiamo due parti di pianto senza apparente motivazione. L’hai allattato, cambiato e aiutato nel caso di mal di pancia. Eppure il pianto continua e aumenta di intensità. Proprio come i segnali acustici di alcune auto quando non metti la cintura. Libretto d’istruzioni non pervenuto.

Completiamo con 2 parti di tempo decimato. Hai progetti per la serata o la mattinata? Hai un’idea che vorresti sviluppare? Dimenticatelo. C’è sempre un pannolino pronto a ricordarti l’imprevedibilità della vita.

Per un neonato volere e avere bisogno sono esattamente la stessa cosa. Piangere è l’unico modo per esprimersi. L’unico problema è che reagire al pianto di un neonato è un istinto che in quanto tale non può essere ignorato. Il desiderio – o meglio il bisogno – è quello di consolarlo il prima possibile. Quando questo non riesce, si forma una specie di corto circuito nel cervello.

Ovviamente questo succede sempre quando sei in hangover di cocktail di cui sopra. Una combinazione micidiale.

Nei primi 3 giorni di vita di Alexander ho dormito in totale 10 ore e ovviamente non di seguito. All’inizio si resiste grazie all’adrenalina, ma quando l’effetto svanisce arriva il conto da pagare. Il corpo deve riposare e lo comunica in maniera univoca facendoti appisolare dovunque o mettendoti di malumore.

Fortunatamente io e Carolien abbiamo un ottimo dialogo. Parliamo di tutto, da sempre. Anche in questo caso non siamo stati da meno. Ci siamo messi d’accordo fare i “turni” di notte per consentire all’altro di riposare.

Fare ciò ci ha consentito di riprenderci fisicamente, ma soprattutto ci ha fatto sentire ancora più uniti e complici. Una bellissima sensazione.

Alexander dorme bene la notte. Ha già un suo ritmo per cui si sveglia ogni 3 ore, a volte anche 4. Questo vuol dire che in una notte dobbiamo alzarci 2 volte e che in una delle due tranches possiamo dormire ben…4 ore di fila!

Ogni seduta dura in media 45 minuti, a volte di più. Se calcoli il tempo per tornare di sopra, metterlo a letto sperando che non si svegli di nuovo, metterti a letto e riprendere sonno, ecco che è passata almeno un’altra mezz’ora.

Svegliarsi riposati, con le belle 8 ore del passato, è un ricordo di una vita che per ora non esiste più.

Come tutte le cose, ci si abitua anche relativamente subito. Ciò che comunque noto è che l’efficienza del mio corpo è diminuita. Fare sport diventa più pesante, ho bisogno di più tempo per riprendermi dopo l’allenamento.

Una delle sfide più grandi nella mia vita da neo papà, è dover accettare che non posso risolvere sempre la situazione. Ci sono dei momenti in cui il pianto continua anche dopo aver escluso tutte le possibili cause.

Per non parlare del timing non ideale. Immagina una bella passeggiata nel verde, di sera, mentre il sole scende pigro e un vento fresco ci risolleva dopo una giornata molto calda. Il suono degli uccelli, lo stormire delle foglie e…

Un pianto inconsolabile, inarrestabile.

Le scoperte personali

L’errore più grande che un neopapà potrebbe fare, è continuare ad aspettarsi le stesse possibilità della vita precedente. Come dice qualcuno ben più saggio di me “Il dolore non viene dal cambiamento, ma dalla resistenza al cambiamento stesso”.

La cosa più sana (e giusta!) da fare, è accettare il prima possibile che per un periodo di tempo la lista delle priorità deve essere rivista e aggiornata. Dovrai parcheggiare qualche hobby, rinunciare a più uscite. Accordarti con il tuo partner per poter dormire un po’ di piu la mattina o riposare nel pomeriggio.

Mai come in questo momento mi sento legato a mia moglie. Affrontiamo tutto insieme, condividiamo gioie e momenti difficili in cui non sappiamo cosa fare. Ci consoliamo quando siamo stanchi e siamo sempre pronti a correre quando l’altro ha bisogno di qualsiasi tipo di aiuto.

Io l’amore di due genitori me lo immaginavo proprio così. Due adulti che fanno del loro meglio in una situazione completamente nuova e con un altissimo coefficiente di difficoltà.

È allora che ripenso ai miei genitori. Provo ad immaginarmeli nei primi momenti della mia vita, mentre spaventati e innamorati mi tenevano in braccio per le prime volte. Mentre spaesati non sapevano più cosa fare per calmare il mio pianto. Provo ad immaginarmi i loro sguardi stanchi ma pieni di amore che mi cullano, sperando che mi addormenti per provare a riposare.

Il cuore mi si stringe, la nostalgia si fa sentire.

A proposito di riordinare le priorità: ho preso l’abitudine di leggere mentre allatto Alexander. Una poppata dura in media 15 minuti, più altri 15 per far scendere tutto il latte. Prima di iniziare la poppata, apro l’app Kindle sull’iPad per poter leggere durante l’allattamento. Anche di notte. Anzi, di notte mi piace ancora di più. In questo primo mese ho letto già due libri e no ho iniziato un terzo.

Mi piace leggere con l’app Kindle per la facilità con cui posso evidenziare tratti del libro e appuntare idee o commenti. Questi estratti li esporto su un altro programma dove sto creando il mio…secondo cervello.

In breve: registro tutte le idee, informazioni, commenti o epifanie presi da qualsiasi fonte (libri, podcast, video, camminate e quant’altro) e creo una struttura basata sul metodo Zettelkasten. Ogni nota rimanda ad altre note che gli somigliano e note consigliate per procedere nella ricerca.

È un processo interessantissimo, sul quale scriverò un post a breve.

Mi piace pensare che sto lavorando ad un progetto che fra non so quanti anni sarà diventata una ricchezza per me, ma soprattutto per Alexander. A tempo debito, potrò passargli letteralmente tutta la mia conoscenza.

Consigli per i neo papà

A questo punto dovrei dare dei consigli. Provo a ripercorrere i momenti più critici di questo mese appena passato per isolarne i punti di interesse:

  • Pannolini e salviette umidificate sembreranno evaporare come neve al sole. Assicurati di avere una scorta (oltre la scorta) in ogni postazione di cambio e nella borsa della carrozzina.
  • Informati per tempo su come smaltire i pannolini. Qui nei Paesi Bassi ci sono dei container in determinati punti della città dove vengono raccolti.
  • Assicurati di creare una routine efficace per lavare biberon e misurini di cui avrai bisogno. Noi abbiamo trovato un equilibrio con 3 biberon diversi. Possiamo fare due sedute avendo ancora un biberon pulito di riserva, qualora non riuscissimo a lavare tutto prima. Una delle cose che non vuoi è doverti trovare a lavare biberon e misurini con tuo figlio/a che urla come se non ci fosse un domani.
  • Il bucato richiede anche una routine efficace. Il rischio è di ritrovarti di colpo senza vestitini puliti e questo succede sempre quando ne hai bisogno.
  • Ottimizza il sistema: prepara in anticipo ciò di cui avrai bisogno nella prossima poppata. Noi ad esempio lasciamo un biberon pulito, una tazza con l’acqua necessaria (lasciata direttamente nel microonde dove la scalderemo), il barattolo del latte in polvere, un cucchiaino per poterlo mescolare e poi acqua nel bollitore elettrico e una tazza più grande vuota per poter scaldare il latte materno a bagno maria. In questo modo, quando ci alziamo riusciamo a preparare la poppata senza lo stress di dover cercare o peggio ancora pulire le cose.
  • Leggi libri o articoli sulla psicologia dei neonati. Capire come funziona il loro mondo aiuta a reindirizzare le proprie reazioni.
  • Sapevi che tutti i bambini del mondo parlano la stessa lingua? Emettono suoni diversi per bisogni diversi. Guarda questo video sul Dunstan Baby Language per impararla.
  • Quando metti un pannolino nuovo, fai un risvolto verso l’interno sulla schiena. Aiuta a prevenire fuoriuscite di…chiaro no?
  • Non sottovalutare la privazione del sonno. Ascolta bene il tuo corpo e accordati con il tuo partner per poter dormire qualche ora in più.
  • Non interrompere mai la comunicazione con il tuo partner. Anche – e soprattutto – quando sembra la cosa più difficile da fare. State facendo entrambi del vostro meglio e discutere non aiuterebbe nessuno. Analizzare insieme le cose che vi irritano è un modo perfetto per elevare il vostro rapporto ad un livello superiore.

Conclusioni

Sono neopapà da appena un mese e non ricordo più come fosse la mia vita precedente. Mi sembra quasi di essere padre da sempre, nonostante debba ancora affrontare ed imparare praticamente tutto.

Sentirmi padre mi consente di vivere questo processo con profondità e consapevolezza, permettendomi di imparare e migliorarmi ogni giorno di più. Voglio diventare la versione migliore di me stesso, per essere in grado di accompagnare mio figlio e mia moglie in questo viaggio spettacolare che abbiamo il privilegio di fare.

Tutte le sfide che posso affrontare da neopapà non batterebbero mai la profonda felicità che mi da vedere mio figlio sorridermi. Anche se venissero tutte insieme, troverei sempre in quel sorriso sdentato la forza necessaria per rialzare la testa e la guardia.

Ci sono delle scelte di base che pongono in essere determinati sistemi. A seconda di come questi vengono impostati, porteranno risultati più o meno positivi.

Io ho scelto di investire su me stesso come padre per poter essere sempre la migliore versione di me stesso. Questo è il dono supremo che posso e voglio fare a mio figlio e mia moglie.

neonato in posizione fetale

Cronaca di Alexander

Ti abbiamo aspettato tanto. Se ci penso bene, penso di averti aspettato da sempre. Domenica 14 maggio 2023 alle 21:20 hai deciso di venire da noi. 

La giornata è iniziata come tutte le altre. Ci siamo svegliati in relax, senza piani specifici per la giornata. Il 14 maggio è la festa della mamma e tua madre sperava moltissimo che saresti arrivato quel giorno. La mattina, dopo la colazione, mi ha detto: «Non penso che arrivi oggi. Ho solo qualche doloretto.»

La tarda mattinata è proseguita lenta e piacevole. Siamo usciti con Truus – negli ultimi giorni abbiamo preso l’abitudine di andare a passeggiare tutti insieme – camminando 2 chilometri. Sulla via del ritorno mamma ha iniziato a lamentare qualche crampo.
Una volta a casa ci siamo rilassati, ma questi “doloretti” erano sempre più ravvicinati.
Mamma ha deciso di andare sotto la doccia. Appena finito mi ha chiamato, dicendomi che i dolori erano aumentati di intensitá. Sono salito per vedere se potevo aiutarla in qualche modo. Potevo leggere nei suoi occhi che la situazione stava cambiando. Effettivamente il travaglio era iniziato.

L’ho aiutata a vestirsi e siamo scesi di sotto.

Mamma ha avuto l’ottima idea di scaricare un’app per misurare la durata delle contrazioni. Ogni volta che ne iniziava una, la vedevi prendere il telefono. All’inizio riusciva a farlo da sola, ma con l’aumentare dell’intensità delle contrazioni ha ceduto a me il compito di registrarle. 

app che misura la durata delle contrazioniapp che misura la durata delle contrazioniLe contrazioni arrivavano ogni 3 minuti circa e duravano una trentina di secondi. Per riceverle abbiamo provato diverse posizioni. Prima seduti sul divano, poi su una sedia al contrario. Poi sullo sgabello del pianoforte. Ad ogni contrazione, dopo aver attivato l’app per registrarla, provavo a massaggiare la schiena di mamma per darle un po’ di sollievo. Truus ha fatto del suo meglio per starle vicino.
Ci siamo resi conto che le contrazioni duravano di media 44 secondi ed arrivavano ogni 3 minuti. D’accordo con mamma ho telefonato all’ostetrica. 

«Buonasera Nadia, sono Moreno Maugliani, il marito di Carolien Kolhoop. Da un’oretta Carolien ha dei dolori che sembrano aumentare sempre di più. Abbiamo registrato le contrazioni. Arrivano ogni due minuti e mezzo e durano di media 44 secondi»

Mentre parlavo con l’ostetrica, mamma ha avuto una contrazione che per la prima volta ha toccato il minuto. Erano le 18:10. Lo comunico all’ostetrica che mi dice:

«Bene, sembra che ci siamo! Continuate a registrare le contrazioni. Se la situazione rimane costante per un’ora, richiamatemi. Nel frattempo mangio qualcosa e mi preparo per venire da voi.»

Le contrazioni non sono solo rimaste costanti per un’ora, sono addirittura aumentate di durata ma soprattutto di intensità. Quando arrivavano mamma riusciva a malapena a parlare. Nei brevi intervalli tra l’una e l’altra guardavamo la pancia e ti vedevamo muoverti. 

Alle 19:10 precise ho richiamato l’ostetrica:

«Le contrazioni durano in media un minuto e mezzo, con picchi di due minuti. L’intensità è anche aumentata. Carolien riesce a malapena a parlare.»

«Bene, prendo le mie cose e arrivo da voi.»

Stava effettivamente succedendo, Alexander, ti stavi preparando per venire da noi!

Arriva l’ostetrica

Suonano alla porta. Nadia entra con la sua borsa. Le contrazioni sono diventate molto forti. L’ostetrica ci propone un apparecchio per provare a renderle più sopportabili. Mamma può controllarlo tramite un telecomando. Quando lo aziona, delle scossette arrivano alla schiena con lo scopo di “distrarre” il cervello dal dolore delle contrazioni. Ci proviamo per 3 volte, poi mamma mi chiede di toglierlo. 

Seduti sul divano, l’ostetrica inizia a visitare mamma:

«Ora capisco perché hai dei dolori cosí forti. Sei giá a metá della preparazione. Il parto è già iniziato!»

Ci guardiamo con un misto di felicitá e paura. Abbiamo aspettato tanto questo momento, ma non possiamo sapere come andrá. Possiamo solo fare del nostro meglio. Per di più, bisognava porre fine a questi dolori che mamma aveva e l’unico modo per farlo era farti venire al mondo.

L’ostetrica chiama l’ospedale di Deventer e richiede la disponibilità della camera per fare il parto in acqua, secondo quanto discusso nel nostro piano di nascita. Una camera (ce ne sono 3 in totale) è ancora disponibile. Mentre Nadia parlava al telefono, io avevo già messo fuori le borse che avevamo preparato qualche settimana prima. Nadia finisce la telefonata e io vado a prendere la macchina dal parcheggio per venire davanti alla porta principale, per far camminare mamma il meno possibile. 

Quante sensazioni ho provato in quei pochi metri per arrivare alla macchina. Felicità, eccitazione, paura, tensione. Ciò che ha prevalso è stata la lucidità di cui avevo bisogno per aiutare te e mamma in maniera efficace. Dovevamo tutti fare del nostro meglio. 

Arrivo davanti alla porta e scendo per aiutare mamma a salire. Nadia andrà avanti e noi la seguiremo.
Appena saliti in macchina avvio una videochiamata con nonno Pietro e zia Giada. Li avviso in tempo reale che ci siamo. La chiamata dura poco. Le contrazioni di mamma sono ancora più forti e di un altro tipo. La sento prepararsi a spingere. Chiudo la telefonata in fretta e mi concentro sul tragitto.

L’arrivo in ospedale

Il viaggio in ospedale dura una decina di minuti, incluso un bel semaforo rosso. Entrati nel parcheggio, mi avvicino il più possibile all’entrata. Nadia, che aveva già parcheggiato, arriva con una sedia a rotelle. Aiutiamo mamma a scendere dalla macchina e a prendere posto sulla sedia. Io prendo in fretta la borsa di mamma. Nadia si offre di portarla, mentre io spingo mamma verso l’entrata. 

Arriviamo in reparto e prendiamo posto nella camera numero 14. Ricordami di spiegarti l’importanza del numero 14 nella nostra vita.

Mamma è completamente concentrata sul dolore che nel frattempo è aumentato. L’ostetrica ci chiede se vogliamo procedere a montare la piscina per il parto in acqua. Ci informa che per farlo ci vorranno più o meno 45 minuti. Le chiedo se abbiamo effettivamente quel tempo, viste le contrazioni di mamma. Le contrazioni sono molto forti e ha lo stimolo di spingere per farti uscire. Dopo una di queste spinte, ecco che si rompono le acque. Lei visita di nuovo mamma e ci dice: 

«Temo proprio che non facciamo in tempo. La dilatazione è ormai completa, siamo nella fase finale del parto.»

Nadia ci consiglia di metterci sotto la doccia con acqua tiepida. Noi eseguiamo. Io tengo la cipolla della doccia sulla schiena di mamma e le faccio dei massaggi per accogliere le contrazioni. L’ostetrica passa di tanto in tanto per controllare la situazione. 

Dopo un quarto d’ora mamma ci dice di aver bisogno di cambiare posizione. Ci asciughiamo e ci rispostiamo vicino al letto. Mamma si appoggia sul lato lungo del letto. 

Dopo una decina di minuti, mamma ci dice che ha bisogno di riposare le gambe. Le viene l’idea di sedere su uno sgabello pensato apposta per partorire. Ha uno spazio in mezzo per permettere al bambino di uscire. Lei si siede lí, io prendo una sedia e mi posiziono dietro di lei, per poterle sorreggere la schiena e massaggiarla. 

Il parto

Avresti dovuto vederla, Alexander. Da quel giorno, ogni volta che penso alla forza della Natura, penso a tua madre in quel momento. E mi emoziono. Mi emoziono profondamente di fronte a questa chiara manifestazione del Sublime.

Le contrazioni sono fortissime, mamma mi stringe forte e mi guarda. Io mi sento impotente ma allo stesso tempo responsabile di darle tanta più forza possibile. È quello che faccio. Le sussurro parole dolci all’orecchio, ci stringiamo le mani.

Ad un certo punto arriva una contrazione molto forte. Mamma accoglie il dolore e spinge forte. Nadia si accuccia e dice: 

«Ottimo Carolien, vedo una testolina!»

Una sensazione particolarissima da immaginare anche per me. Sentivo solo un gran desiderio di portare tutto a termine. La forza della Natura aveva preso possesso anche di me. Rimango concentrato e aiuto mamma. 

La magia ci avvolge completamente, potevo quasi assaporarla. Una sorta di elettricitá morbida e calda. Mi sembrava quasi di percepire l’apertura di un passaggio tra diverse realtà. L’ultima volta che ho sentito questa apertura è stato il 5 maggio dell’anno scorso. Te lo racconterò a tempo debito.

Mamma si prepara per la prossima contrazione. Poco prima che arriva ci dice: «Se questi dolori dureranno ancora molto, temo di svenire». Non facciamo neanche in tempo a realizzare quanto ci ha detto che la vedo: mamma cambia espressione, sembra raccogliersi in sé stessa. 

Concentrata in una sorta di estasi, spinge forte. Io tengo le mie mani sulla sua pancia, quasi a volerti accompagnare. 

Una spinta forte e poi…

Nadia ti accoglie e ti porta velocemente tra le braccia di mamma. Lei ti prende subito in braccio e ti parla. La prima parola che ti dice è: «Hallo». Un hallo cosí profondo, pieno di amore e di tanti significati che rischio di perdermi nel provare a riportarli tutti. Li ritroverai  negli sguardi innamorati che riceverai, ogni volta che ti guarderemo. 

Alle 21:20:12 siedi sulle ginocchia di mamma. Alle 21:20:32 arriva il tuo primo vagito. Nadia ti asciuga, mentre tu ti riempi i polmoni per la prima volta di ossigeno. Mamma, come se l’avesse sempre fatto, ti poggia sul suo seno. 

Ci spostiamo dallo sgabello al letto. Abbiamo stabilito di non tagliare il cordone ombelicale fino a che la placenta non smetterà di funzionare. Dopo qualche minuto Nadia ci avvisa che il momento era arrivato e prepara gli strumenti per tagliare il cordone ombelicale. 

Alle 21:33:12 ho le forbici ed il tuo cordone ombelicale in mano. Ti guardo e ti sussurro: «Amore mio, benvenuto» e taglio. Poi mi avvicino e ti bacio sulla fronte.

Sei del mondo ora, amore mio.

Il post-parto

Dopo il taglio del cordone, come richiesto da noi, vieni messo sul petto di mamma che è sdraiata a letto. Piangi e pian piano ti calmi. Che bella sensazione che deve essere. Vorrei potertela descrivere dettagliatamente, cosí da poterla rivivere quando vorrai, ma non è possibile. Rimarrà forse salvata in qualche area della nostra anima, dove non possiamo arrivare con le parole, ma solo con il cuore. 

Nadia e le infermiere si prendono cura di mamma. Io siedo vicino a voi, ammirandovi in tutta la vostra bellezza. 

Alle 23:37 ti prendo per la prima volta in braccio per metterti sulla bilancia. Sai Alexander, mi sono sempre sentito terribilmente imbranato con i bambini degli altri. Ho sempre avuto paura di farli cadere, piangere o fare qualcosa di sbagliato. Con te è stato assolutamente diverso. 

Non appena ti ho preso tra le mie braccia, tutto mi è sembrato perfettamente logico, pieno di senso. È stato come riprendere in braccio un pezzo di me che aspettavo da tanto. Una sensazione di appartenenza che non dimenticherò mai e che vorrò testimoniarti ogni giorno della nostra vita insieme. 

Pesi 3010gr. Nadia dice che sei un po’ piccolo rispetto alla media. Si consulta con il ginecologo di turno e decidono di tenerci in ospedale per due notti, cosí da poter monitorare i tuoi valori di glucosio e glicemia. 

Un’infermiera prende i vestitini preparati con cura da mamma. Come prima cosa, ti mettiamo la camicetta della fortuna, regalata da zia Giada. 

Ci prepariamo per passare la prima notte insieme. La prima notte della tua nuova vita. 

La prima notte della nostra nuova vita.

Un anno senza mia madre: riflessioni sulla percezione del Tempo e del Dolore.

Dipende tutto da come guardi le cose.

Gli antichi Greci avevano due parole per descrivere il tempo: kronos e kairos. Il primo rappresenta lo scorrere dei minuti. Il secondo rappresenta la qualitá dello stesso. Secondo Kairos, un’ora insieme alla persona amata può equivalere a cinque minuti di Kronos. Dieci minuti di attesa in un ospedale possono equivalere a un numero indefinito di ore.

Mamma è andata via 1 anno fa.

52 settimane. 365 giorni. 8760 ore. 525600 minuti.

Chiaro, no? Invece Kairos colpisce forte. Mi stordisce. Non è vero che un anno dura un anno. Se mi dicessero che è andata via dieci anni fa, ci crederei. Se mi dicessero che in realtà non è mai andata via, ma è semplicemente a casa che mi aspetta, ci crederei lo stesso.

Ho passato diverse fasi. Sono stato triste, perso, impaurito, arrabbiato con Dio e con il mondo. Ho pianto tanto, mi sono scoperto fragile, sensibile, forte. Mi sono sentito in colpa per ridere, per sentirmi felice, per fare l’amore. Mi sono sentito infinitamente grato per poter ridere, per potermi sentire felice, per poter fare l’amore.

Lentamente ho capito: non è vero che il Dolore governerà la vita di chi subisce una perdita. Può sembrare così, soprattutto all’inizio. O meglio all’inizio sarà così, fino a quando non si creerà un nuovo equilibrio. Il Dolore entra senza chiedere permesso ed esige tutte le attenzioni.
Diverrà un parte della vita e insieme ad altri elementi formerà la crescita e l’evoluzione di quella persona.

Realizzare ciò richiede una cosa molto difficile e altrettanto dolorosa: l’Accettazione. Accettare che la Vita continui. Accettare che la felicità continuerà ad esistere e a fare parte della nostra esistenza. Accettare che l’amore crescerà e creerà altro amore. Accettare che riderò a crepapelle, piangerò di tristezza, di gioia o di risate. Scoprirò nuovi interessi e seguirò nuove passioni. Accettare che tutto questo succederà, nell’assenza di mia madre.

Trovare la presenza nell’assenza. Questa espressione mi ha accompagnato nelle ultime settimane. Lenta ma ostinata si è fatta strada nei momenti di dolore più profondo, fino a diventare una sorta di imperativo.

Io un giorno non ci sarò più. Tu che leggi, un giorno non ci sarai più. Non puoi immaginare quante volte mi sono chiesto – torturato a volte – cosa si pensa quando si è consapevoli dell’inevitabile. Cosa avrà pensato mia madre? Avrà avuto paura? Cosa le sarà tornato in mente? Cosa si sarà sussurrata, quando nessuno poteva sentire?

Riflettendo su queste domande, ho capito che trovare la presenza nell’assenza è l’unico modo per andare avanti.
Il dolore per una vita che finisce ti mette davanti ad un bivio: vuoi vedere ciò che non c’è più, o vuoi celebrare ciò che (ancora) c’è?

Nel mio periodo di rabbia, mi sono trovato spesso la sera a casa sul divano con una birra. Quasi subito di più. Un paio di whisky a volte mi hanno aiutato a calmarmi. Stavo cadendo in una spirale. Il mio corpo si abituava e reagiva all’alcol. Il mio cervello seguiva a ruota. Il mio mondo diventava sempre più piccolo ed io mi sentivo sempre più soffocare.

Non so bene quale sia stata la chiave di volta. Una voce (che negli anni ho imparato a riconoscere e ad ascoltare) mi riportava sempre in mente tutto il dolore passato. E poi mi sbatteva in faccia, senza giudizio, la mia reazione. Il suo scopo era semplicemente quello di farmi vedere, di farmi ragionare.

Ricordo di aver pianto – e mi commuovo tutt’ora mentre scrivo – quando ho realizzato che la direzione che stavo prendendo non avrebbe fatto altro che aggiungere dolore al dolore. Ho pensato a mio padre, a mia sorella. Ho pensato a mia moglie. A mio figlio che arriverà tra pochi giorni. Alle persone intorno a me.
Non bisognerebbe mai sottovalutare l’entità del dolore che la nostra assenza porterebbe nella vita delle persone che ci amano.

Ho sentito una sorta di responsabilità crescere in me. Ho quasi interamente riscritto il paradigma secondo il quale guardavo alla vita. Per la prima volta, da adulto, ho accettato nel cuore che un giorno il mio tempo finirà. Non c’è assolutamente niente di garantito e quindi non c’è assolutamente tempo da perdere. L’ho capito solo duemila anni dopo Confucio: “L’uomo ha due vite. La seconda inizia quando scopre di averne solo una”.

Meglio tardi che mai.

La vita ha il 100% di mortalità, questo è certo un dato di fatto. Io non sono speciale e un giorno sarà il mio turno.
Fino a quel momento devo fare del mio meglio. Devo rendere onore alla possibilità che mamma mi ha dato mettendomi al mondo.

Forte di questa realizzazione, mi sono voltato indietro. Di colpo tutto il dolore provato sembra aver trovato un senso. Non mi guarda più spaventevole e minaccioso. Mi guarda come un insegnante severissimo ma dolce, che si rende conto che l’allievo ha imparato la lezione.

Allargo lo sguardo e vedo l’uomo che sono diventato. Intravedo il padre che sarò.

Ed è allora che ho nuovi occhi per guardarmi dentro. Vedo buchi enormi, portati dall’assenza di mia madre.
Esattamente gli stessi buchi che prima mi terrorizzavano per la loro profondità.

Questa volta non fuggo via in preda alle vertigini.

Mi avvicino.

Ci entro dentro.

Ed è lì, proprio nel buio pesto che ho tanto temuto che la trovo:

Mia madre.

La nostra storia. I suoi occhi belli che mi guardano pieni di amore. Le sue mani che mi coccolano mentre mi addormento. Le risate insieme. I pomeriggi di pioggia passati a giocare. Uscire insieme a fare la spesa, come se fosse la cosa più spettacolare del mondo. L’odore del soffritto. La morbidezza delle torte il giorno del compleanno. Insegnarmi a leggere. Il venirmi a prendere alla fermata dell’autobus. La musica alta di domenica mattina. La calma della domenica pomeriggio. La sua pelle. Il suo sguardo il giorno del mio matrimonio. La sua radiosa felicità. Il tocco della sua mano mentre aspettavamo mia moglie all’altare. I nostri “ti amo” e “mi manchi”. Il suo orgoglio nel parlare di noi. Il sapere di aver fatto un ottimo lavoro crescendoci come ha fatto insieme a papà.

Tutto questo era proprio lì. È sempre stato lì, dentro di me. Ma non potevo vederlo. Il Dolore ha dovuto scavare questi buchi profondi per portare fuori questo tesoro.

Ora ogni volta che la mancanza mi prenderà allo stomaco – perché è sicuro che continuerà farlo – saprò benissimo dove andare.

Vado da mamma mia.

Il 5 maggio 2022 nostra madre Giovanna Di Giuseppe si è arresa al Mesotelioma pleurico. Abbiamo deciso di condividere tutto ciò che ci è successo. Le emozioni, paure, illusioni, ansie, speranze.

La speranza è di aiutare chi come noi si trova o purtroppo si troverà a convivere con una realtà dura come il tumore. Se non trasformassimo il nostro Dolore in Amore, avremmo sofferto per niente.

Questa è la nostra Storia. Aiutaci a condividerla.

due paia di scarpe di adulto e un paio di scarpe da bebè con attaccati dei palloncini

Quando verrai al mondo

Quando verrai al mondo…

Scrivo queste parole ed ho 8 anni. Aspetto trepidante che mamma e papá tornino a casa con la mia “nuova” sorellina. Rivedo il Moreno bambino che prende a calci un pallone sgonfio sotto casa. La polvere che si alza ad ogni calcio. Ricordo perfino il dolore del piede quando per sbaglio colpivo troppo in basso.

Ricordo l’emozione di poter uscire la sera d’estate. Da solo.

Di colpo sono diciottenne e sto salendo in macchina per la prima volta al volante. Un sorriso che cerca di nascondere la tensione.
Un attimo dopo sono mezzo addormentato sull’autobus che mi riporta a casa. Una giornata lunghissima di lavoro e studio. Il sedile dell’autobus si trasforma in un seggiolino e nelle mani mi ritrovo due bacchette. Il concerto sta per iniziare.

 

L’attimo successivo alzo lo sguardo e vedo entrare tua madre. La vedo entrare non solo nel locale, ma letteralmente nella mia vita. Nelle nostre vite. Lei neanche si accorge di me, io sono già perso. Scuoto la testa per riprendermi e mi ritrovo in un paese straniero, con una lingua nuova di imparare e una nuova vita da costruire.

Rivedo tutto il passato mentre col cuore in gola aspetto il futuro. Aspetto te.

armadio per vestitini bebè

In questi mesi ho ammirato tua madre fiorire con te. Una maestosità irraggiungibile. Devo raccogliere le energie per la sfida più importante di tutte: ringiovanire invecchiando.

 

Sai qual è la cosa che non vedo l’ora di fare? Ascoltarti. Mi sforzerò di percepire le ultime scaglie di quel mistero dal quale sei appena uscito. Proverò con tutto me stesso a sentirlo e farlo mio.
Per un breve momento, tu sarai il tramite verso il piano superiore. Magari avrai un messaggio per me da parte di nonna. E chi se lo perde.
E poi voglio parlarti. Raccontarti tante cose, scoprirne di nuove insieme mentre faremo insieme una parte del percorso.
Arriverai per fare un viaggio in questa dimensione e al contrario di quello che dicono, c’è così tanta bellezza che ne vale sicuramente la pena. La cercheremo insieme. La creeremo insieme.

Spesso mi perdo nei pensieri. Provo ad immaginare come ti senti adesso. Mi chiedo se tu sappia che tra qualche settimana farai il passaggio. Sai, in questa dimensione conosciamo solo il passaggio inverso e ne siamo molto spaventati. Tra le altre cose, perché non sappiamo quando avverrà.

Anche per questo voglio ascoltarti quando arriverai. Magari avrai qualcosa da sussurrarmi all’orecchio quando nessun altro ascolta.

Tre settimane. 21 giorni. Dovró spiegarti anche che il Tempo dobbiamo organizzarlo in minuti e ore invece che in momenti. Qualcosa con kairos e chronos. Io non voglio perdermi neanche un momento.

Quando verrai al mondo…nasceremo con te. Una mamma e un papá.

 

Logo percussive arts society

Percussive Arts Society: i rudimenti diventano 40

La Percussive Arts Society (PAS) ha raccolto e ampliato l’eredità del NARD (National Association of Rudimental Drummers).

Lo scopo di questa società, secondo quanto si legge sul loro sito, è quello di “ispirare, educare e supportare percussionisti e batteristi in tutto il mondo”. Un obiettivo ambizioso, verso il quale lavorano con pubblicazioni ed eventi regolari.

La società viene fondata nel 1961 da 14 esperti del settore: Remo Belli, Warren Benson, Mervin Britton, Robert Buggert, Don Canedy, Rey Longyear, Charles Lutz, Jack McKenzie, James L. Moore, Verne Reimer, Jim Salmon, Hugh W. Soebbing, Charles Spohn, and Robert Winslow.

L’opera di divulgazione inizia nel 1961 con la pubblicazione dei Percussive Arts Society Bulletins. Nel 1967 la rivista Percussive Notes diviene pubblicazione ufficiale del PAS.

Quasi quotidianamente vengono pubblicati post sul blog ufficiale PAS. A cadenza bimestrale viene rilasciato il Percussive Notes Journal (accesso a sottoscrizione).

Dal punto di vista degli eventi, PAS organizza un evento ormai divenuto mondiale, il Percussive Arts Society International Convention (PASIC) ad Indianapolis (Indiana).

A livello territoriale, organizzano clinics e workshops.

Un anno cruciale è stato senza dubbio il 1984, quando il PAS ha iniziato a lavorare all’ampliamento della lista dei  rudimenti.

40 rudimenti

Fino al 1984 i rudimenti ufficiali erano i 26 raccolti dal NARD. Dopo l’aggiornamento, i rudimenti ufficiali sono diventati 40.

Ho trovato molto interessante ed efficace il criterio di suddivisione della lista. I rulli vengono raggruppati in quattro categorie, in base alla composizione del rudimento stesso.

Abbiamo quindi:

  1. Roll rudiments, composti da rulli alternati, doppi o multipli. A loro volta vengono suddivisi in:
    1. Single stroke roll rudiments (rullo a colpi singoli)
    2. Multiple bounce roll rudiments (buzz roll)
    3. Double stroke roll (rullo a colpi doppi)
  2. Diddle rudiments, contenenti combinazioni di colpi singoli e doppi.
  3. Flam rudiments, composti da grace note e colpo principale.
  4. Drag rudiments, con una grace note raddoppiata e colpo principale.

I rudimenti aggiunti

Non si tratta affatto di uno stravolgimento della lista dei 26 rudimenti del NARD. I rulli aggiunti colmano degli spazi lasciati dalla prima lista.

Ecco qui la lista dei 40 rudimenti. Quelli in neretto sono quelli aggiunti dal PAS:

  1. Single stroke roll
  2. Single stroke four
  3. Single stroke 7
  4. Multiple bounce roll
  5. Triple stroke roll
  6. Double stroke roll
  7. Five stroke roll
  8. Six stroke roll
  9. Seven stroke roll
  10. Nine stroke roll
  11. Ten stroke roll
  12. Eleven stroke roll
  13. Thirteen stroke roll
  14. Fifteen stroke roll
  15. Seventeen stroke roll
  16. Single paradiddle
  17. Double paradiddle
  18. Triple paradiddle
  19. Single paradiddle-diddle
  20. Flam
  21. Flam accent
  22. Flam tap
  23. Flamacue
  24. Flam paradiddle
  25. Single flammed mill
  26. Flam paradiddle-diddle
  27. Pataflafla
  28. Swiss Army Triplet
  29. Inverted flam tap
  30. Flam drag
  31. Drag
  32. Single drag tap
  33. Double drag tap
  34. Lesson 25
  35. Single dragadiddle
  36. Drag paradiddle #1
  37. Drag paradiddle #2
  38. Single ratamacue
  39. Double ratamacue
  40. Triple ratamacue

Qui sotto trovi la lista come riportata sul sito del PAS. Puoi trovarla sul loro sito nella sezione resources nella barra del menú, alla voce rudiments. Il download è gratuito.

lista con i 40 rudimenti

lista dei 40 rudimenti PAS

La lista è arricchita da un link Soundcloud, dove i rudimenti vengono suonati.

 

Conclusioni

Essere consapevoli del perché suoniamo determinati rudimenti in una certa maniera mi ha aiutato moltissimo nel praticarli. Questo articolo è la conseguenza naturale delle ricerche iniziate con la storia del tamburo in Europa, proseguita con la nascita della batteria come strumento a sé stante.

In questo articolo sul NARD, trovi informazioni utili per contestualizzare le informazioni riportate qui sopra.

 

Baby Dodds seduto dietro al suo kit di batteria jazz

La batteria Jazz: nascita ed evoluzione

La storia della batteria come la conosciamo oggi e la storia del jazz sono indissolubilmente legate. In questo articolo sull’origine della batteria, abbiamo visto come questi due fattori si siano influenzati reciprocamente.

In questo articolo vedremo insieme 3 batteristi che sono stati cruciali per lo sviluppo della batteria jazz: Baby Dodds, William Johnson e Cozy Cole.

La batteria jazz: contesto

Il termine “Jazz” è entrato nel vocabolario comune intorno al 1915 ed è riconosciuto in tutto il mondo dal 1917, quando la “Original Dixieland Jazz Band” di Tony Sbarbaro e Nick LaRocca registrò quello che è considerato il primo disco jazz della storia.

Per onestà storica e scientifica non è possibile stabilire chi sia stato il primo batterista jazz, sia per la mancanza di prove tangibili (spesso ci sono solo testimonianze di altri musicisti) sia perché non esiste un unico “inventore” del linguaggio jazz. Possiamo invece nominare coloro che, influenzandosi a vicenda, hanno segnato la strada per lo sviluppo di un nuovo modo di suonare il neonato set di batteria.

La musica di questo periodo era esclusivamente musica da ballo, per la quale il batterista aveva un ruolo specifico: tenere il tempo con la massima regolarità con il ritmo scandito dalla grancassa e accompagnare il brano con marce suonate sul rullante. Gli assoli di batteria non erano previsti né tantomeno richiesti.

Tuttavia, il ruolo del batterista implicava una visione musicale completa. Il batterista doveva accompagnare le melodie del brano, chiudendo la fine delle frasi e introducendo le melodie successive con grande pertinenza ritmica e stilistica.

I primi batteristi jazz: Baby Dodds

Warren “Baby” Dodds nacque a New Orleans il 24 dicembre 1898, fratello minore del clarinettista Johnny Dodds, da cui il soprannome “baby”.

Ha imparato a suonare nelle bande musicali, prima la grancassa, poi la batteria, per dedicarsi poi completamente alla batteria. Tra il 1913 e il 1921 fece molta esperienza suonando in varie orchestre.Baby Dodds seduto dietro al suo kit di batteria jazz

Con lo scoppio della prima guerra mondiale, il porto di New Orleans divenne militare, quindi la Marina decise di chiudere il quartiere a luci rosse di Storyville perché pericoloso per l’ordine pubblico.

Questa fu la causa del primo grande “esodo” di musicisti che si trasferirono da New Orleans a Chicago.

Nel 1921, Baby Dodds fu assunto da King Oliver nella sua orchestra, ottenendo il suo primo incarico professionale. Nel 1923 tra Richmond e Chicago con la “King Oliver’s Creole Jazz Band” incise pagine fondamentali della storia del jazz, introducendo elementi che, pur essendo in continuità con quello del drumming di New Orleans, mostrarono caratteristiche inedite.

Secondo le descrizioni dell’epoca, il suo set era composto da: grancassa con pedale, rullante, quattro cowbells, un woodblock, un piatto cinese, un tom turco e uno cinese.

Il suo stile prevedeva la grancassa suonata su tutte le quarti ma in modo leggero (tecnica che Kenny Clarke e Max Roach svilupperanno ulteriormente [feathering]). Il groove a base di rudimenti veniva suonato sul rullante, alternato a intuizioni del giovane Dodds.

Baby Dodds introdusse l’accompagnamento che prevedeva tutte le quarte suonate con la grancassa e con la mano sinistra sul rullante, mentre la mano destra accentuava i tempi deboli (seconda e quarta battuta) utilizzando il rullo di pressione (Figura 23). Il solco è noto come “Shimmy Roll”.

partitura dello shimmy roll di baby dodds

I tempi forti della musica di New Orleans erano il primo e il terzo movimento, ma la tendenza ad accentuare i tempi deboli (secondo e quarto movimento) era nell’aria.

Dotato di un intuito musicale molto sviluppato, Baby Dodds inizia a terminare l’accompagnamento delle melodie con un accento sul piatto sul quarto movimento. Questo accompagnamento è già presente in diversi esempi di musica di New Orleans e diverrá in seguito noto come Big Four.

In Willie the weeper (1927), Dodds usa il piatto per accentuare costantemente il secondo e il quarto movimento con la tecnica del choke [crash stoppato con la mano subito dopo il colpo].

Il kit di Dodds prevedeva anche drum trams. Fu proprio con l’uso del washboard (costituito da un foglio di lamiera ondulata attaccato ad un tavolo di legno e usato per fare il bucato) che sperimentò un accompagnamento destinato a diventare l’emblema del Jazz.

partitura ritmo swing

Questo ritmo entra definitivamente nel repertorio di Dodds che lo suona anche con le bacchette sul rullante o sui piatti.

Uno dei pilastri del Jazz drumming era appena stato edificato.

I primi batteristi jazz: Walter Johnson

Un secondo pilastro della batteria jazz è stato fondato da Walter Johnson.

Walter JohnsonTra il 1920 e il 1923 suonò con tutti i grandi dell’epoca: Louis Armstrong, Jelly Roll Morton, Fats Waller e Earl Hines. Ha raccolto molte delle innovazioni di Baby Dodds, come l’accompagnamento sul piatto con il pattern swing, l’accentazione del secondo e quarto movimento e l’uso dei break di batteria.

I “roaring Twenties” rappresentarono per gli Stati Uniti un periodo di forte sviluppo economico che portò al crollo della Borsa di Wall Street nel 1929. Alcuni fenomeni sociali, tra cui il Proibizionismo (1919-1933) e l’ascesa del Ku Klux Klan, hanno spinto i musicisti (soprattutto) neri a riunirsi nei locali notturni e nelle sale da ballo. L’incredibile aumento della disoccupazione ha portato a un aumento dei musicisti raggruppati in Big Band.

Joachim Ernst Berendt scrive:

‹‹Ad Harlem, e ancora di più a Kansas City, nel 1928-1929 si sviluppò un nuovo modo di suonare. Con lo Swing iniziò il secondo grande esodo della storia del jazz: il viaggio da Chicago a New York››

Inizia l’era delle grandi orchestre swing, con le orchestre di Duke Ellington e Count Basie, Cab Calloway e Chick Webb. Per rimanere nell’ambito di questo articolo, ci occuperemo dell’orchestra di Fletcher Henderson. Nel 1929 Walter Johnson ne era il batterista.

A differenza di Baby Dodds, Johnson ha uno strumento in più nel suo set, l’Hi Hat, che userà per portare il tempo. Questo viene portato sempre più frequentemente sull’hihat, invece che sul rullante.

L’effetto di questa scelta è dirompente, cambiando e affinando il suono dell’intera big band. L’intera orchestra gode di una timbrica che garantisce un accompagnamento ben marcato ma allo stesso tempo più leggero e raffinato.

Allo stesso tempo, la mano sinistra è libera e comincia ad essere usata per suonare accenti liberi sul rullante, mentre la mano destra portava lo swing sull’hi-hat.

I primi batteristi jazz: Cozy Cole

William Randoph “Cozy” Cole è nato nel New Jersey il 17 ottobre 1909. Nella sua carriera ha suonato con artisti del calibro di Jelly Roll Morton, Louis Armstrong, Benny Carte, Blanche Calloway e Cab Calloway. Nel 1947 entra a far parte dell’orchestra della CBS Radio, la prima formata da musicisti bianchi e neri.

Cozy Cole alla batteria jazz

L’approccio di Cole era quasi l’opposto di quello di Dodds. Riteneva che studiare per un batterista fosse fondamentale. Lui stesso dedicó moltissimo tempo alla formazione, prendendo lezioni di batteria, vibrafono e percussioni classiche, fino ad iscriversi alla Juillard School of Music.

Cole vedeva nello studio dei rudimenti il ​​mezzo attraverso il quale il batterista acquisiva piena consapevolezza delle mani, familiarizzava con i vari stickings e con il concetto di “beat”. La sua intelligenza musicale unita alla tecnica, gli hanno permesso di accompagnare con le spazzole i cinque ritornelli dal ritmo incalzante di “China Stomp” senza mai aggiungere un colpo, usando solo il groove delle spazzole.

Anche in “Groovin’ High“, registrata con il Dizzy Gillespie Sextet nel 1945, Cole accompagna la prima A con le spazzole, inserendo kicks per enfatizzare la melodia. La sua tendenza ad usare spesso il timpano come accompagnamento lo avvicina a Gene Krupa, con il quale aprirà una scuola di musica a New York nel 1954.

Merito di Cozy Cole è anche l’uso e l’interpretazione dello Shuffle, ponendo gli accenti sul secondo e sul quarto movimento.

L’approccio alla musica è più ampio dei suoi predecessori. Cole sosteneva che il batterista dovesse imparare a suonare il pianoforte, sia per migliorare la sua competenza musicale sia per accordare meglio la sua batteria. Anche imparare ad arrangiare era importante. Secondo Cole, il batterista doveva essere un musicista, proprio come gli altri membri della band.

Conclusione

Prendere coscienza della storia del nostro strumento mi ha aiutato molto. Ho iniziato con la storia del tamburo in Europa. Poi siamo andati in America per esplorare la storia della National Association of Rudimental Drummers (NARD). Insieme abbiamo visto come è nata la batteria.

All’improvviso gli esercizi su un foglio non erano solo esercizi, ma pezzi di una tradizione di centenaria. Un’evoluzione in cui migliaia di donne e uomini – batteristi – hanno svolto il loro ruolo nel plasmare la batteria così come la conosciamo oggi. Molto affascinante!

Hai domande? Contattami o commenta qui sotto!

5 cose che ho imparato nel 2022

Un anno è appena finito ed uno nuovo è alle porte. Ad ogni giro di boa mi piace fare una sorta di recap, un viaggio nei 12 mesi appena passati. Mi piace rivedere con gli occhi di un cronista tutto ciò che è successo, come mi sono sentito. Queste sono le 5 cose che ho imparato nel 2022:

1. Riportare l’attenzione su me stesso.

L’errore più comune e meno considerato in quest’era è il sottovalutare la quantità di stimoli e impulsi a cui siamo sottoposti ogni singolo giorno. Nell’arco di venti anni siamo passati da una realtà piccola,  circoscritta all’ambiente strettamente circostante (casa, famiglia, amici, sport, hobby, città/paese ecc.), ad un ambiente potenzialmente senza limiti geografici o temporali. 

Oggi possiamo parlare ed interagire con qualcuno dall’altra parte del mondo senza preoccuparci degli orari o dei costi. Gli smartphone sono diffusissimi e i social media sono diventati uno status symbol per sentirsi parte del gruppo.  

Come tutte le rivoluzioni, non è possibile prevedere i risvolti negativi. 

Mi sono trasferito nei Paesi Bassi nel 2017. Sono partito da solo, lasciando famiglia, amici e lavoro. 

C’è sempre una fase intermedia dopo il trasferimento, che segue l’entusiasmo iniziale. Ci si rende conto che la nuova realtà è appunto una nuova realtà, che per quanto affascinante non ci appartiene ancora. Allo stesso tempo, la realtà della vita precedente non ci appartiene più, perché riguarda il passato.

Una sorta di limbo. Non si è né l’uno né l’altro. Questa è la fase che molti expat non riescono a sopportare e superare. 

Nonostante fossi impegnato a costruire la mia vita qui (curare la relazione, cercare lavoro, imparare la lingua), sentivo sempre il bisogno di ricorrere ai social per rimanere in contatto con la realtà che già conoscevo e che avevo lasciato. 

Il tempo passato con il telefono in mano aumentava sempre più, fino a diventare un automatismo, una parte integrante della mia vita. 

Col senno di poi, questa dinamica è stata dannosissima. Avevo fatto mia l’equazione lasciare il telefono = rimanere solo. Questi sono i danni che ne ho avuto:

  • La mia capacità di concentrazione ha iniziato a diminuire (io che potevo leggere ore ed ore!).
  • Dovevo essere sempre impegnato in qualcosa, anche quando non avevo niente da fare.
  • La FOMO (Fear Of Missing Out) ha assunto dimensioni colossali.
  • Ho iniziato a dubitare della scelte fatte.
  • Qualsiasi risultato ottenessi, non era mai abbastanza.

Come una sorta di spirito di sopravvivenza, il mio inconscio mi chiedeva sempre più chiaramente di rompere questo circolo vizioso. Il primo passo era chiaro: staccarmi dallo smartphone e dal mondo dei social media.

Dopo questa prima disintossicazione, ho iniziato a vedere le cose da un’altra prospettiva. Una prospettiva che di colpo mi sembrava ovvia, scontata: mi ostinavo a confrontare i miei sacrifici quotidiani con la versione edulcorata della vita di altre persone. 

Come ero potuto cadere in un tranello simile? Perché sono stato cosí duro con me stesso da ignorare tutti i passi intrapresi, non ritenendoli mai all’altezza? Ma poi, all’altezza di chi e di cosa precisamente?

Liberarmi dall’oppressione delle solite 2 o 3 app mi ha ridato spazio e soprattutto tempo. Ho iniziato a guardarmi indietro, analizzando tutto ciò che avevo raggiunto in soli 4 anni. Lo riassumo brevemente qui:

  • Terminato un master al Prins Claus Conservatorium di Groningen
  • Iniziato lo studio dell’olandese
  • Superamento dell’esame di stato in lingua olandese
  • Iscrizione al conservatorio di Enschede
  • Laureato come insegnante di Musica e Arte (in olandese)
  • Scritto una tesi sulla progettazione di un’app di realtà aumentata per insegnare a suonare il piano (in olandese)
  • Assunto in un liceo come professore di Arte e Cultura
  • Fondato MoreDrums, la mia scuola di Batteria

Il tutto facendo lavori secondari che mi permettessero di mantenermi e sentirmi autosufficiente. Ho lavorato a lungo in un ristorante (iniziato come lavapiatti e finito come aiuto cuoco), preziosissimo tra le altre cose per imparare la lingua. Ho lavorato per PostNL con orari di lavoro importanti. I turni iniziavano alle 3:45 (si, di mattina), fino alle 9:30/10:00. 

Sui social continuavo a vedere i soliti contenuti iper selezionati per dare l’impressione di essere felici ed appagati. Io che invece ero felice ed appagato, lo ignoravo perché troppo impegnato a pensare agli altri. Agli amici che avevo lasciato e che andavano avanti senza di me. Ai lavori in cui venivo sostituito.

Poi ho iniziato a ribaltare il confronto: chi sarebbe in grado di fare ció che ho fatto io e raggiungere il livello che ho raggiunto fino ad ora?

Posso garantire che una, o ottimisticamente due mani saranno sufficienti per rispondere. 

Finalmente ho iniziato a guardare ai miei successi dandogli il peso che giustamente meritano. Cose vere fatte con disciplina e dedizione. Non foto e video ritoccati per far credere di essere felici.

L’autostima è salita vertiginosamente e con essa la motivazione a crescere ancora di più.

2. Adottare una routine mattutina

Prima della “disintossicazione” di cui ho appena parlato, la prima cosa che succedeva appena sveglio era prendere il telefono e andare sui social ancora prima di preparare la colazione.

L’incubazione e poi l’assuefazione a questa dinamica sono molto lente. Non ci si accorge subito dei danni che provocheranno. Soprattutto perché – e sembra paradossale – si arriverà ad un punto in cui non si avrà più la lucidità per fare certi tipi di riflessioni.

Dopo la disintossicazione da telefono e social media, ho realizzato di avere più tempo di quanto credessi. Tempo che fino a poco prima usavo per essere bombardato da impulsi e stimoli esterni. Il termine bombardato non è affatto esagerato, rappresenta effettivamente cosa succede nel nostro cervello quando prendiamo il telefono e apriamo le solite app. Nel frattempo il mio corpo diventava sempre meno flessibile e la mia testa sempre troppo piena.

Ho realizzato quasi subito che queste abitudini dovevano essere aggiustate quanto prima. Non combaciavano più con la persona che stavo diventando. Sentivo il bisogno di creare una routine che mi permettesse di iniziare la giornata raccogliendo il massimo delle energie.

La prima fase della giornata doveva essere incentrata su di me, non sugli altri. 

La mia routine mattutina prevede:

  • Sessione di yoga
  • Sessione di meditazione
  • Lettura durante la colazione (fiction o non fiction)
  • Journaling

Per tutto questo tempo, il telefono rimane comodamente in modalità aereo. Se lo utilizzassi cadrei nuovamente preda di ciò che le altre persone (per quanto spesso in buona fede) si aspettano o hanno bisogno da me.

È un po’ come in aereo: prima di aiutare gli altri, bisogna indossare la propria maschera di ossigeno.

Con questa routine ho ripreso contatto con il mio corpo e la mia mente. Non sono stato mai molto flessibile, eppure dopo qualche settimana mi sono ritrovato a toccarmi le punte dei piedi. Dopo qualche mese toccavo direttamente il pavimento. La meditazione mi ha permesso di riprendere consapevolezza dei pensieri che lasciavo entrare nella mia mente e degli effetti che questi avevano sul mio corpo. Ho riguadagnato l’autorità di scegliere a cosa dare spazio e a cosa no.

Leggere durante la colazione è una delle attività che mi da maggior piacere. Amo leggere e mi rendevo conto di dedicargli sempre meno tempo. Stabilire di leggere almeno 20 pagine al mattino mi garantiva quel tempo e la pace che un momento del genere porta con sé. Nel frattempo ho perso il conto di quanti libri abbia letto.

Il quarto step della mia routine mattutina prevede il journaling. Se vuoi saperne di più ed iniziare, ti consiglio di leggere questo articolo.

Il fine è molto semplice: riportare su carta tutti i pensieri, riflessioni, piani, idee o quant’altro che rischiano di sedimentare nella mia mente. È un po’ come svuotare la cache di sistema o liberare la RAM di un computer. 

Grazie a questo modo metodico di iniziare la giornata ho riguadagnato controllo sul mio umore e produttività. Ho realizzato quanta influenza possa esercitare su me stesso e l’ambiente che mi circonda, adattandolo ai miei bisogni, anziché viceversa. 

3. Migliorare il processo, non il risultato.

Siamo portati a pensare che il percorso più breve tra A e B sia sempre quello più efficace.

Niente di più sbagliato. Cosí come l’arciere di Machiavelli – che pare mirare più in alto del bersaglio, ma solo perché tiene conto della traiettoria – ho imparato a prendermi cura del processo e non del risultato.

Scelte sbagliate vengono sempre da sistemi fallati. È quasi impossibile fare scelte giuste in un sistema che non le favorisca.

Quest’anno ho sentito il bisogno di sistemare due aspetti della mia vita. Uno era la dieta e l’altro lo sport. Anziché farmi prescrivere una dieta e comprare l’abbonamento in palestra, ho iniziato ad esplorare i problemi, cercando di trovare il dente difettoso nell’ingranaggio.

Com’è costruita la mia giornata? E la mia settimana? Quando mangio? Cosa mi porta a scegliere un piatto piuttosto che un altro? Cosa posso fare affinché la forma fisica diventi una conseguenza del mio comportamento?

Le mie abitudini alimentari erano incastrate nelle sabbie mobili di una vita troppo sedentaria. Fino a che non avessi iniziato ad usare diversamente il mio corpo, non avrei visto cambiamenti degni di nota. 

Il mio inconscio (come spesso succede) ha iniziato a pungolarmi con l’idea del Triathlon. In questo articolo racconto come e perché ho iniziato.

5 cose che ho imparato nel 20225 cose che ho imparato nel 20225 cose che ho imparato nel 2022Ho iniziato ad allenarmi prima 3, poi 4 volte a settimana. Nuoto, corsa e ciclismo. I cambiamenti, come mi aspettavo, non sono tardati ad arrivare. La massa grassa ha iniziato a diminuire lasciando il posto ai muscoli. Ho guadagnato tonicità e forza. Il battito cardiaco si è abbassato (la notte sono arrivato a 35 battiti al minuto). Soprattutto, il mio corpo ha iniziato a chiedermi un altro tipo di nutrimento. Dolci e zuccheri non erano più richiesti perché relativamente inutili negli sport di resistenza.

Ho iniziato a perdere peso, innescando un circolo virtuoso che mi ha spinto a mantenere questo ritmo tutto l’anno.

Praticamente, ho raggiunto i mio obiettivi (dimagrire e migliorare la forma fisica) senza intervenire direttamente sui risultati, ma sui sistemi che mi portano a raggiungerli.

Voglio essere chiaro: questo approccio non è di certo semplice. Richiede dedizione e disciplina. 

È utile fare una distinzione per evitare confusione. C’è una differenza sostanziale tra motivazione e disciplina. La motivazione è ciò che ci spinge a fare qualcosa quando lo desideriamo, quando ne abbiamo voglia. La disciplina, d’altro canto, è ciò che porta a fare quella determinata cosa anche quando la motivazione non c’è. Possiamo controllare la disciplina, ma non la motivazione. 

L’agire costantemente con disciplina, porta alla dedizione, cioè il dedicarsi interamente al raggiungimento di un obiettivo.

4. Riordinare le priorità nella mia vita

Il 2022 sarà impresso a fuoco nella mia mente, perché è l’anno in cui ho dovuto salutare mia madre. Il 5 maggio di quest’anno mamma si è arresa al mesotelioma pleurico dopo soli 5 mesi. Ho deciso di raccogliere tutto ciò che ci è successo nella speranza di aiutare chi come noi si è trovato, si trova o si troverà nella nostra situazione. Qui ho parlato della diagnosi, qui dell’inizio delle cure, qui dell’ultimo periodo. In questo articolo ho raccolto tutto ciò che mi passava per la testa negli ultimi 3 giorni passati accanto a mia madre.

Ricordo chiaramente pochi istanti dopo l’ultimo respiro di mamma. L’infermiera ci chiede di lasciare la stanza, cosicché loro possano “prepararla”. Io passo davanti alla porta del bagno, guardo fuori dalla finestra e vedo un gruppo di ragazzi che fumano. In quel momento lo sento: qualcuno che mi strappa un velo da davanti gli occhi. Oltrepasso la porta della stanza e sento chiaramente che qualche pezzo di me è rimasto lí dentro, volatilizzandosi per sempre. Non mi appartiene più.

Tutto ci era crollato addosso senza preavviso. La reazione naturale che ho avuto è stata quella di arrendermi. Quando una delle persone più importanti e invincibili della tua vita deve lasciarti, ti accorgi che le cose non stanno effettivamente come credevi. Realizzi che in fondo, non c’è alcuna garanzia che lo stesso non succeda a te. Non sai quando, né come. 

Ogni singolo istante, per quanto inutile, noioso, scontato possa sembrare, è e rimarrà unico. Questa realizzazione può arrivare solo quando ci si trova di fronte alla natura delle cose. Solo allora la si comprende veramente. Prima di quel momento la si può afferrare, ma solo empiricamente. Manca quel senso d’urgenza che viene dalla mancanza di un’alternativa.

Ho deciso allora che mi sarei preso cura del mio corpo e della mia anima. Questo mio corpo fa del suo meglio da 37 anni per tenermi vivo e farmi fare questa esperienza al massimo delle potenzialità. È ora che inizi a prendermene cura davvero, mangiando e bevendo consapevolmente, allenandolo a rimanere il più a lungo possibile in forma. Voglio renderlo il tempio ideale per la mia mente, la mia anima, che allora avrà modo di spiegarsi al massimo.

Dall’inizio dell’anno ho iniziato ad includere momenti di gratitudine nelle mie meditazioni quotidiane. Ringrazio ogni giorno per l’Amore che ho ricevuto e riceverò nella mia vita e prego di essere in grado di condividerlo con le persone che incontrerò. 

Non c’è altra cosa che ritengo più importante e duratura, quando non ci sarò più. 

5. Preparami a donare

Il 2022 rimarrà impresso nella mia memoria anche per una grande gioia. Da agosto io e mia moglie siamo in dolce attesa. A maggio 2023 arriverà nostro figlio.

3 scarpe con 3 palloncini

 Diventare padre è un mio grande desiderio. Mentre scrivo ci troviamo a ridosso della ventiduesima settimana, oltre la metà dunque. Con l’aumentare delle settimane, è aumentata anche la consapevolezza di ciò che sta succedendo.

Ho realizzato che la responsabilità di un padre non è solamente quella di mettere un piatto davanti al bambino e fare in modo che abbia tutto ciò di cui ha bisogno. 

Dovrò educare mio figlio, accendere la curiosità, farlo innamorare della vita. Insegnargli a cercare il bello nelle cose, ad avere rispetto dapprima per sé stesso e quindi per gli altri. Donargli la parte più profonda del mio cuore senza chiedergli nessuna garanzia in cambio. Crescere insieme discutendo degli errori che immancabilmente faremo. Ridere insieme, ridere tanto. Dovrò insegnargli a non prendersi troppo sul serio. 

Dovrò donarlo alla vita, perché possa farne ciò che meglio crede. 

Conclusioni

Queste erano le 5 cose che ho imparato in questo 2022 che sta per finire. 

Cosa hai imparato tu in questo anno? 

due elfi seduti su una mensola
Foto di erin mckenna su Unsplash

Sul Natale 2022

Natale 2022 è stato senz’altro un Natale particolare. 

Quando perdi una persona cara inizia il giro de le prime volte. Questo è stato il primo Natale da quando mamma è andata via. Sette mesi fa. Sette mesi che pesano come una vita intera. A volte ho la sensazione che sia passato molto più tempo. Un rumore sordo ma costante che accompagna le nostre vite dal 5 maggio di quest’anno. In questo articolo ho raccontato la nostra storia, dalla diagnosi all’epilogo.

Il dolore può essere un grande maestro. Bisogna avere forza d’animo e intelligenza per capire che l’unica cosa da fare è accettarlo ed accoglierlo, per capire cosa può insegnarci. Il prezzo da pagare è smisurato, ma altrettanto smisurata è l’evoluzione che può portare con sé. 

La motivazione

Da quando mamma si è ammalata e tutto è successo cosí in fretta, ho capito tante cose. Questa esperienza ci ha esposto chiaramente alla fragilità della vita. Noi che ci sentiamo sempre più onnipotenti e immuni alle disgrazie e ai dolori. 

Abbiamo sentito il bisogno di condividere il nostro dolore, nella speranza di aiutare chi come noi si trova o si troverà ad affrontare la malattia o la perdita. Perché l’abbiamo fatto? Perché abbiamo realizzato quanto sia sottile il filo che ci unisce e accomuna. 

L’unica cosa che resta quando il tempo a nostra disposizione sarà finito, è ció che abbiamo donato, ció che abbiamo fatto  per gli altri senza aspettarci nulla in cambio. 

Questa realizzazione ha ribaltato completamente la mia vita. Per la prima volta ho capito quanta differenza possa fare un sorriso ad uno sconosciuto. Un complimento a chi prova a fare qualcosa. Un gesto gentile a chi è preda della rabbia o della tristezza. Mostrarsi vulnerabili, lasciando cadere una volta per tutte le stupide maschere che portiamo ogni giorno.

Cosa abbiamo fatto

Pur non essendo cattolico, trovo il periodo natalizio estremamente affascinante. Il senso (e bisogno) di rinascita si manifesta chiaramente, portandomi a riflettere su ciò che ho fatto durante l’anno e ciò che sento di voler/dover cambiare nell’anno che verrà. 

Quest’anno non ho sentito niente. Letteralmente. Mi sono ritrovato al 23 dicembre sera pensando “domani è il 24 dicembre ed io non ho la minima impressione che sia Natale”. Mai successo prima. Se non fosse stato per mia moglie, non avremmo neanche un addobbo natalizio dentro casa. 

Quest’anno non potevo quindi prendere. Avevo solo un desiderio profondo ed era quello di dare. Ho parlato con mia moglie della volontà di fare qualcosa per gli altri e insieme abbiamo trovato un’associazione qui a Deventer dove viviamo (Leger des Heils) che organizzava un cenone di Natale per persone povere, senzatetto o senza nessuno con cui poter passare questa serata. 

Abbiamo preso contatto e dato la nostra disponibilità. Il 25 dicembre alle 16:00 ci saremmo riuniti per preparare la sala.

Il 25 dicembre

A. dei Leger des Heils ci spiega che un privato ha donato la sua tredicesima e ha messo a disposizione un catering per gli ospiti di questo Natale. Ho pensato subito “certo, magari avrà uno stipendio a 4 zeri, facile permetterselo.”

La giornata non è delle più invitanti. Piove e il vento si fa sentire. Alle 16 puntuali entriamo nella sede dove si svolgerà la cena. A. ci accoglie insieme a sua moglie R.. Ci presentiamo e iniziamo a preparare l’addobbo per la cena. Qualche minuto dopo arrivano altri 3 volontari. Intorno alle 16:30 arriva una telefonata: la persona che aveva fatto la donazione aveva appena caricato il suo furgone ed era in viaggio. Quando arriva, ecco la sorpresa: il donatore è un mio conoscente. Ci eravamo conosciuti in una sala prove e per qualche tempo ho affittato il suo spazio per fare lezione e studiare. 

Non era esattamente l’immagine del donatore che avevo. Mi aspettavo una sorta di Bruce Wayne, che non si accorge neanche dei soldi che spende. Invece avevo davanti una persona normalissima, con uno stipendio normale. Per la prima delle tante volte in quella sera, mi sento stupido.

La sala è pronta e le pietanze sono sistemate. Il menú prevede:

  • Pasta fredda con funghi misti
  • Stufato di cervo
  • Purè di castagne
  • Patate al forno
  • Patate arrosto
  • Cavoletti di Bruxelles
  • Grand dessert

Gli ospiti sono attesi dalle 17:30. Abbiamo una mezz’oretta per rilassarci e fare conoscenza.

A. ci parla del Leger des Heils, un’associazione fondata da William Booth nel 1865 nel Regno Unito col nome Salvation Army ed esportata in tutto il mondo.

La matrice dell’associazione è cristiana, ma viene spiegato subito che chiunque è benvenuto, senza domande, richieste o aspettative. Alex ci spiega di aver lavorato molto più spesso con volontari di fede musulmana che cristiana.

“Lo scopo” ci dice “è quello di tornare effettivamente in mezzo alla gente, in mezzo agli ultimi e agli invisibili. Accogliere chi ne ha bisogno senza porre domande e senza dare giudizi.”

A. racconta storie di persone normalissime che si sono trovati di colpo in un effetto domino che le ha letteralmente cacciate via dalla società. Gente passata da vivere in una casa a vivere nelle pensiline dell’autobus. Storie di dolore (lutti, divorzi) o scelte sbagliate (alcol, droghe) o semplice sfortuna. Siamo convinti che queste cose succedano solo a persone…diverse da noi. Niente di più sbagliato. 

Con mia moglie rimaniamo profondamente colpiti. Queste cose si vedono nei film, o si sentono dalla bocca di chi vuole raccogliere consensi. Qui invece si fanno. 

Gli ospiti

Si sente il campanello dal piano di sotto. Il primo ospite arriva. Sale le scale con il sedile motorizzato. Camminare non è facile. Una tuta, un giubbotto, un sorriso senza qualche dente e un cappello di Natale che sfoggia con orgoglio. 

“Sono il primo? Oh allora me ne vado e torno dopo. Le persone più importanti si fanno sempre attendere”. 

Dopo arriva un ragazzo vestito bene. Camicia, giacca, scarpe eleganti. Telefono e iWatch. “Un altro volontario” penso io, sbagliando. O probabilmente una persona che non aveva un altro posto dove passare questa serata, con troppi pensieri e debiti. Non lo so e non c’è bisogno di saperlo.

La prossima ad arrivare è una donna siriana con il compagno. I due conoscono gli ospiti e gli organizzatori. A. ci racconta del loro primo incontro: durante una visita a casa loro, tutta la famiglia si alza di colpo e si ripara dietro al divano in preda al panico. A. non capisce, poi realizza: un aereo era appena passato su di loro. La donna spiega che ogni volta che sentono un aereo, rimangono pietrificati nell’attesa delle esplosioni.

Il campanello interrompe il racconto. Una coppia anziana arriva dopo aver faticato con le scale. Un volontario chiede al signore se vuole sedere accanto alla moglie. “Ma quella non è mia moglie, è mia sorella!” ci dice a metà tra lo stupito e il divertito. 

Arriva una madre con una figlia adolescente ed un uomo che non ho capito se sia il padre o lo zio della ragazza.

Il tempo non facilita l’afflusso. Se c’è brutto tempo e non hai una casa, avrai già trovato rifugio a quell’ora del pomeriggio. Lasciarlo per andare a mangiare può voler dire perdere il rifugio per la notte. A. ci spiega che raggiungere queste persone non è affatto facile come sembra. Non ci sono sempre telefoni o email da utilizzare. Si procede per passaparola. 

Il senso di orgoglio di queste persone gioca anche un ruolo. Non appena hanno la sensazione di essere “forzati” ad accettare qualcosa, si allontanano facendo perdere le loro tracce.

La cena

Iniziamo a mangiare con musica di sottofondo e luci soffuse. Tutti parlano con tutti. Rimango intimamente colpito dalla presenza di quelle persone. Siedono davanti a me, mangiano e parlano e sono presenti interamente. Non vorrebbero essere da nessun’altra parte. Non pensano al prima o al poi, ma godono di quel momento interamente.

Io guardo dentro me stesso e penso a quand’è stata l’ultima volta che sono stato presente veramente. Mi chiedo dove sia avvenuto l’errore, quando abbia preso la strada parallela che mi ha portato ad una vita basata su principi semplicemente sballati e insensati. 

Sento un bisogno impellente di smontare tutto e ricominciare da capo. E questa realizzazione avviene qui, in Rijkmanstraat 26 a Deventer intorno alle 18:10. 

Mi vedo pieno di cose che non mi appartengono, cose di cui non ho bisogno. Cose che credo essere importanti perché il resto delle persone le ritiene tali. Il malessere che a volte provo, viene dal mio inconscio che prova a scrollarsi di dosso questi ammennicoli che mi ostino a portarmi appresso. Ora mi è chiaro, logico. 

Sento il peso del telefono nella mia tasca. Ripercorro nella mia mente i gesti che mi portano sulle solite app, per vedere le vite fasulle di chi prova ad autoconvincersi di essere felice. Penso al tempo – unico bene prezioso – buttato dietro a contenuti che rischiano di appiattirmi il cervello, invece di usarlo per rendere onore ai milioni di anni di evoluzione che ci hanno portato ad avere un organo del genere.

Ripenso al primo anno dopo il trasloco. La paura di aver fatto la scelta sbagliata. Gli amici che iniziano a scomparire dietro a una telefonata, poi ad un messaggio, poi ad un like su un post. L’unica che cosa che conta è esserci. Il resto sono solo chiacchiere.

Una leggerezza diversa sembra essersi posata su di me. Una leggerezza che viene da una consapevolezza nuova. 

Penso a nostro figlio che arriverà a maggio. Dal momento in cui lo conoscerò non ci saranno più scuse, non potrò più barare. Devo arrivare a quel momento al massimo della mia evoluzione, consapevole di ciò che veramente conta. E qui, in Rijkmanstraat 26 intorno alle 18:20, realizzo che ciò che veramente conta è esserci, essere veramente presenti, e dare senza aspettarsi nulla in cambio. 

Gli ospiti hanno finito di mangiare e continuano a chiacchierare. Io mi alzo con gli altri per iniziare a sparecchiare e preparare per il dessert. 

Gli ospiti vanno via

Pian piano gli ospiti salutano e vanno via. È avanzato molto cibo. Prepariamo delle porzioni da portar via per chi vuole. Penso al ritornello “è peccato buttare il cibo” mentre guardo negli occhi chi quel cibo non può metterlo in tavola ogni giorno. Mi sento piccolo piccolo.

Gli ospiti ci ringraziano sinceramente e ci sorridono – di nuovo quella capacità di essere presenti al 100%! – prima di andare via. Io ringrazio loro di cuore mentre provo a tenere a bada le emozioni che si scatenano nel mio cuore. Vorrei dirgli tutte le cose che ho realizzato questa sera. Vorrei dirgli che ho capito.

Provo a distrarmi lavando i piatti insieme a mia moglie.

Insieme agli altri volontari sistemiamo la sala e aiutiamo il donatore a ricaricare il furgone con i contenitori ormai vuoti.

Prima di andare via, ci sediamo insieme con A., R. e gli altri volontari. Una bellissima sensazione, un appagamento che ho provato solo quando sono stato in grado di dare senza aspettarmi nulla.

Penso a mia madre, penso al Natale dell’anno scorso. Penso all’amore che ci ha donato, senza mai chiedere o aspettarsi nulla in cambio.

Salutiamo tutti e camminiamo verso la macchina. Nel cuore la consapevolezza – e la speranza – di aver fatto qualcosa di bello.

traps kit met snare drum, bekkens, tom en pedaal

Com’è nata la batteria?

Com’è nata la batteria? Molte persone sanno descrivere e riconoscere un set di batteria, ma poche sanno come siamo arrivati al set così come lo conosciamo oggi.

Ripercorriamo insieme le fasi salienti della formazione del nostro splendido strumento.

Com’è nata la batteria: Origine ed evoluzione

La nascita e lo sviluppo della batteria è indissolubilmente legato alla storia ed evoluzione del Jazz.

Il centro nevralgico della nascita ed evoluzione del Jazz è la città di New Orleans. Fondata il 1° novembre 1718 dai coloni francesi, divenne dopo 4 anni la capitale della Louisiana Francese. Nel 1763 fu ceduta alla Spagna, sotto il cui dominio crebbe di importanza grazie allo sviluppo dell’industria dello zucchero e soprattutto grazie ad un accordo siglato con gli Stati Uniti che garantiva agli americani l’utilizzo del porto della città. Nel 1803 venne definitivamente venduta agli Stati Uniti. Fu teatro della Guerra di Secessione fino al 1865, anno in cui finì. La fine della guerra coincise con un aumento vertiginoso dell’immigrazione, favorendo la nascita di un ambiente cosmopolita. Aumentò la presenza di italiani, irlandesi, tedeschi, francesi ed inglesi, oltre alle comunità di ex schiavi africani. 

La Musica è profondamente radicata in questo contesto, come riportato da Eileen Southern: 

‹‹Nei canti degli scaricatori, dei rematori, in quelli che accompagnano la battitura del riso o la mondatura del granturco, la melodia era sempre sostenuta da effetti di percussione, coordinati con i movimenti del corpo impegnato nel lavoro. I suoni della percussione erano probabilmente ispirati da rumori bene evidenziati, come quelli del magio, del machete o del correggiato, o da altri più sottili, come quelli dei remi che si immergono nell’acqua, e per il cantante costituivano una parte importante dell’esecuzione. Lo schiavo accompagnava il suo canto tambureggiando su un asse; il suonatore di banjo batteva il tempo con il piede suonando e cantando›› 

Per la prima volta dopo la fine della Guerra di Secessione, l’amministrazione di New Orleans emise un’ordinanza concedendo una parte della città come punto di aggregazione sociale dove persone di ogni etnia potevano esprimersi con musiche, canti e balli. Congo Square diviene il luogo di incontro di tutte le culture presenti in città. 

Questo elemento subentra in una situazione già fertile musicalmente. Retaggio dei costumi francesi, le strade di New Orleans ospitano le Brass Bands, le famose fanfare da parata, a cui si affiancavano le Spasm Bands, formate da Neri che suonavano strumenti costruiti con materiali di fortuna (banjo costruiti con scatole di formaggio, contrabbassi ottenuti con parti di botti…). 

La convivenza di queste realtà è così fotografata da Eileen Southern: 

‹‹Da un lato la musica degli schiavi liberati e dei “creoli di colore”, istruiti musicalmente e ben formati, che suonavano a tutti i balli e a tutte le sfilate di ogni strato sociale, e che interpretavano con talento la musica classica europea […]. E dal lato opposto c’era la musica africana degli schiavi negri in Congo Square, istintiva e molto ritmata, che dopo l’abolizione [1848] delle danze in questa piazza scese nelle taverne, nei cabaret e negli altri luoghi malfamati della città. Le due correnti si fusero dopo la Guerra di Secessione [1865]››

Lo studioso Frank Tenòt nel suo lavoro “Le style New Orleans en Jazz” scrive: 

‹‹Così su un fondamento ritmico sorto dalle orge dei tamburi dell’antica Congo Square, si sono amalgamati i materiali più diversi: marce militari, quadriglie, polche scozzesi, mazurche, canzoni latino-­‐‑americane, canti religiosi, arie operistiche, ballate celtiche, filastrocche dei mercanti ambulanti […]. 

L’apporto bianco (occidentale) fu quello della strumentazione, dell’infrastruttura ritmica e del material tematico. L’apporto nero (africano) consiste nell’interpretazione, nel lavoro “vocalizzato” dei timbri e dei suoni, nell’importanza della percussione e nell’adattamento delle variazioni modali pentatoniche alla scala occidentale tradizionale.››

L’emblema del contatto di questi sistemi è la musica conosciuta come Ragtime, uno stile principalmente pianistico che vede il rapporto tra la mano sinistra del piano portatrice di un tempo di marcia in 2/4 rappresentante la matrice europea, e la mano destra che costruisce su di essa melodie sincopate tipiche della cultura africana. 

Com’è nata la batteria: il pedale

Tutte le mutazioni sono il risultato dell’adattamento delle caratteristiche primarie ad un nuovo ambiente. Stesso discorso per la Batteria. Il passaggio da Fanfare da Parata a band che suonavano in locali obbligò i musicisti ad adattare strumenti ed organici alle nuove situazioni. Il suonatore di tamburo inizia a suonare contemporaneamente il Tamburo, la Grancassa ed il Piatto e riportando le parole di Georges Paczynski: 

‹‹Decidendo di suonare seduto, il suonatore di tamburo è diventato un Batterista››

Nasce la tecnica del Double Drumming, che permette al batterista di suonare la grancassa ed il rullante esclusivamente con le mani, limitando di conseguenza il suo raggio d’azione. Il repertorio era quello delle Marching Bands, quindi costruito sui tempi forti 1 e 3, con l’andamento che successivamente sarà definito “in 2”. La tecnologia non tardò a sopperire a questa mancanza. 

jazz orkest met alle bandleden

Robichaux orchestra

Edward “Dee Dee” Chandler (1870ca-­?) batterista della John Robichaux Orchestra è ritenuto il primo musicista ad includere un pedale nel suo set. Nella foto soprastante, in una foto dell’orchestra di Robichaux (con il violino, secondo da destra seduto) Dee Dee Chandler posa con il suo set in cui è riconoscibile un pedale. 

pedale sospeso su cassa di batteria con piatto

I primi esemplari di pedale per grancassa venivano chiamati “Overhanging pedals” [pedali sospesi]ottenuti con un battente sospeso sul bordo superiore della cassa ed azionato da un pedale a terra. Tuttavia la loro funzionalità non era apprezzata dai batteristi che spesso preferivano ricorrere al Double Drumming. 

Nel primo decennio del ‘900 una famiglia si propose come costruttrice di pedali per batteria, la Ludwig Drum Company. Lo strumento doveva essere leggero, maneggevole ma allo stesso tempo affidabile. Ludwig propone il suo modello segnando una tappa fondamentale nello sviluppo dello stile batteristico americano. L’asticella attaccata al battente permetteva di colpire un piatto attaccato al bordo laterale della cassa quando veniva colpita la pelle. 

Il pedale doveva essere di facile trasporto e come si riportato nella foto qui sotto, William Ludwig illustra la soluzione. 

Com’è nata la batteria: i toms 

Originari della Cina, questi tamburi venivano usati nelle rappresentazioni teatrali sotto la dinastia Ch’ing (1644-1911). Con la fine della Guerra d’Indipendenza americana molti migranti cinesi arrivarono a New Orleans, portando con loro i loro usi e costumi, fra i quali quelli musicali.

tom cinesi

Tom cinesi

batteria con woodblock, piatti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Insieme ai woodblocks e ai piatti (caratteristici ed in uso ancora oggi con il nome di “china”), entrarono a far parte del set base della fine del XIX secolo.

Com’è nata la batteria: l’hihat

Introdotto negli anni ’20, l’hi hat è il responsabile di un’altra rivoluzione del drumming. Fino ad allora il groove veniva portato sul rullante con la cassa che suonava tutti i quarti, e gli accenti principali venivano suonati su un piatto con la tecnica del “choke”, ossia colpendo con una bacchetta e smorzando il colpo subito dopo con l’altra mano. 

vecchio esemplare di hihat

vecchio esemplare di hihat

Low boy

L’antenato del moderno Hi Hat veniva chiamato “Snow Shoe”, racchetta da neve, per via della somiglianza con la stessa. Consisteva in due superfici di legno alle cui estremità venivano attaccati due piccoli piatti che venivano suonati spingendo il piede a terra. 

Emanazione diretta dello Snow Shoe fu il “Low Boy”, che prevedeva la stessa meccanica dell’odierno Hi Hat ma posta a 20 cm da terra ed utilizzato per suonare gli offbeat con il piede sinistro. Sempre più batteristi iniziarono ad avvertire l’esigenza di alleggerire l’accompagnamento; il Low Boy venne alzato divenendo quindi “Hi Hat”, dando la possibilità ai musicisti di suonare i piatti sia con il piede sinistro che con entrambe le bacchette. Le prime coppie di piatti utilizzati tanto per il low boy quanto per l’hi hat prevedevano un piatto da 10” come bottom ed un piatto più piccolo ma dotato di una campana in media di 5” come top, dando la conformazione di un vero e proprio cappello, da cui il nome Hat. 

pagina di rivista con disegno di un'asta hihat

Hihat

Com’è nata la batteria: i piatti

L’utilizzo dei piatti ha tracce antiche nella storia dell’Uomo. Il Bronzo, la più antica lega di metalli, è presente sin dal 5000 a.C. in Asia. Descrizioni di strumenti costruiti con questo materiale sono presenti nell’Antico Testamento, così come nella cultura Greca e Romana (Cerimonie di Bacco e Cibele). Il termine inglese Cymbal deriva proprio dal Greco kymbos con l’equivalente latino cymbalum che vuol dire “coppa, recipiente” data la forma concava dei primi esemplari.

Avedis Zildjian fuori dal suo negozio in America

Avedis Zildjian III

Oltre ai piatti cinesi già discussi, gli altri omologhi inclusi nel drumset erano di origine Turca. La Zildjian Cymbal Company of Istanbul nacque nel XVII secolo sotto l’Impero Ottomano. Avedis Zildjian I, in un tentativo di ottenere oro mescolando metalli semplici, ottenne una lega con grandissime proprietà sonore. L’utilizzo musicale non era neanche immaginato, tanto che la compagnia vendeva le sue produzioni all’esercito turco. Avedis Zildjian II cambiò la destinazione d’uso dei prodotti, aprendo al mercato della musica classica e dell’Opera, in vertiginosa crescita nel XIX secolo.

Nel XX secolo, Avedis Zildjian III importò la fabbrica in America ed i piatti Zildjian divennero una parte integrante del drumset. 

Com’è nata la batteria: equipaggiamento professionale

Alla luce di quanto esplicato, il Set ritenuto “professionale” agli inizi del XX secolo è riportato nella figura 22, dove sono visibili tutti gli strumenti sopracitati, eccezion fatta per l’Hi Hat, che come detto, subentrerà negli anni ’20. Gli strumenti attaccati al bordo superiore della grancassa vengono chiamati “Traps” e rappresentano un ampliamento del range sonoro a disposizione del batterista. L’exploit dei Traps si avrà con l’avvento del Cinema, quando film senza sonoro venivano musicati dal vivo. In questa circostanza il batterista era quasi obbligato ad avere a disposizione un’ampia scelta di strumenti accessori oltre al Drumset. Dagli anni ’20 in poi il processo si inverte portando ad una stabilizzazione di strumentazione formata da grancassa, rullante, hi hat, piatti ed i primi esemplari di tom con pelli accordabili, che sostituiranno in via definitiva quelli cinesi. I traps spariscono dal set e contestualmente a questo si identifica il Batterista come suonatore del set sopracitato. 

vecchio esemplare di batteria con grancassa, rullante, hihat, tom e piatti

Traps kit

Conclusioni

Un viaggio relativamente corto se pensiamo alla nascita e allo sviluppo del tamburo. Leggi questo articolo per sapere com’è nato il tamburo rullante (snare drum).

viaggio in bici

Viaggiare in bici nei Paesi Bassi: l’Elfstedentocht

Viaggiare in bici vuol dire conoscere il mondo e sé stessi.
Il mio primo viaggio si è concluso martedi 2 agosto, quando dopo 210 chilometri ho percorso l’Elfstedentocht.

Sono partito lunedì 1 agosto alle 11 da Leeuwarden. Martedì 2 agosto alle 17:55 ero di ritorno, attraversando 11 città. Appena arrivato ho mandato un messaggio a mia moglie: “Sono a Leeuwarden. Ce l’ho fatta…”.

Non riuscivo quasi a crederci. L’emozione mi ha preso lo stomaco e la gola bagnandomi gli occhi di lacrime piene di felicità, orgoglio e malinconia.

Sapevi che sul mio canale YouTube ho pubblicato tutti i video fatti in questo viaggio in bicicletta? Segui questo link per vederli!

Viaggiare in bici, il mio perché

Il 5 maggio di quest’anno mamma è andata via. L’abbiamo vista arrendersi al dolore e alla malattia in soli 5 mesi dalla diagnosi. Mia madre. La donna che mi ha messo al mondo. È chiaro che non sono né il primo né l’ultimo uomo a dover salutare la propria madre. Potremmo addirittura intavolare la dubbia discussione se sia meglio una morte improvvisa o una morte da malattia. Siete davvero sicuri che una delle due possa attenuare il dolore? Non è un caso che queste domande le pongano spesso persone che non hanno perso un caro. Sapete perché? Perché in fondo non importa! Ció che conta è il fatto che la persona amata semplicemente non c’è più. Non sarà più possibile parlarci, toccarla. Il suono della sua voce diventerà un ricordo. Le sue abitudini diventeranno un appiglio per tenerla nella propria vita. Come se si volesse pagare un tributo al Tempo, dimostrando che le azioni della persona che è andata via hanno lasciato un segno indelebile nella vita di un’altra persona che quel Tempo ancora ce l’ha.

La mancanza non è recuperabile. In questi tre mesi ho capito che devo imparare a vivere nella mancanza. Perchè per quanto la invochi, non potrò rivedere mamma in questa vita. Dovrò ancora aspettare.

Mentre sono annebbiato da questa foschia appiccicosa e pesante, succede il miracolo della Vita. Sento una spinta cristallina e pura provenire da qualche parte dentro di me. Un sole gentile ma potente mi illumina dentro. Un sorriso benevolo squarcia la realtà in cui credo di trovarmi, mostrandomi la Verità. Il sacrificio di mamma diventa a quel punto una lezione. Il Tempo, così scontato, sottovalutato e ignorato, diventa immediatamente un Dono. Un vero e proprio Dono, reso ancora più prezioso dal fatto che io non l’ho mai richiesto. Mi è stato appunto donato.

Seduto accanto a mia madre nei suoi ultimi giorni, ho sentito che l’unico modo possibile per onorare questo Tempo è riempirlo di Amore. Amore per me stesso e per gli altri. Le ho promesso che avrei fatto tante cose. Che avrei continuato a stupirmi, a conoscere, a condividere. A riempire il Tempo che mi rimane di cose belle, per poterle condividere con lei quando sarà il momento di incontrarla di nuovo.

Lei ora è dall’altro lato delle cose belle. Lei fa parte delle forze che le pongono in essere. A noi è dato di apprezzarle solo secondo le leggi della nostra realtà. I più sensibili però lo sentono che c’è di più dietro un paesaggio, un tramonto, un sorriso di un bambino, una tempesta o lo sguardo della persona amata.

Io lo sento mamma, io ti sento. Per questo ho deciso di andarti a cercare nei posti più disparati.

Elfstedentocht giorno 2

Non ho dormito benissimo, l’adrenalina era ancora in circolo e ha battuto la stanchezza senza troppo sforzo. L’unico segno del giorno precedente erano le gambe di cemento. Per il resto mi sentivo sveglio e soprattutto con tantissima voglia di ripartire.

Robert (il padrone di casa) ha preparato una colazione con i fiocchi. Abbiamo chiacchierato molto ed ho saputo che anche lui è un ciclista. Il secondo giorno di pentecoste (qui nei Paesi Bassi una festa comandata) c’è l’usanza di fare l’Elfstedentocht in un giorno soltanto. Si parte al mattino verso le 5:30, per tornare 230 chilometri dopo, intorno alle 16:30 del pomeriggio.

In quanto ciclista su grandi distanze, Robert sapeva benissimo di cosa avessi bisogno per la colazione. Sul tavolo c’era di tutto: dal dolce al salato.

Ho mangiato di cuore, saziando il bisogno di energia che il corpo chiaramente mi chiedeva.

Dopo i saluti e gli arrivederci era giunto il momento di rimettermi in sella. Mi aspettava la seconda meta del percorso. Avrei raggiunto e visitato Harlingen, Franeker, Dokkum e Leeuwarden.

Harlingen

La prima tappa si trovava a pochi chilometri dalla partenza. Come raccontato nel primo articolo (leggilo qui) ho un debole per le città di mare e Harlingen rientra sicuramente tra queste. Subito dopo l’ingresso si arriva direttamente al porto. Il vento rendeva tutto ancora più affascinante, ma mi ha impedito di alzare il drone come avrei voluto.

viaggio in bici

nave ormeggiata vicino al faro

La fontana di Harlingen è senza dubbio una delle più originali: si trova letteralmente nel mare ed ha la forma di un capodoglio. Mentre mi avvicinavo per fotografarla ho sentito diverse volte lo sbuffare tipico di questi animali. Non sono riuscito a capire se ciò accadesse ad intervalli regolari o meno.

fontana a forma di balena nel porto di harlingen

Per raggiungere la fontana dal lato della foto, bisognava percorrere un bel tratto sul molo. Dopo aver raggiunto la fontana ho proseguito fino ad arrivare alla fine. Davanti a me solo mare e in lontananza le Waddeneilanden. Mi sono preso qualche minuto per contemplare questo spettacolo per me sublime, per poi voltarmi e ricominciare a pedalare.

Franeker

Lasciata Harlingen, mi sono diretto verso Franeker. Questa si trova nell’entroterra. Il paesaggio qui è diventato molto più monotono. Il tempo incerto e la stanchezza non mi hanno certo aiutato.

La città si svegliava da una notte di festa, a giudicare dal numero di tendoni che venivano smontati. La fame è arrivata quasi senza preavviso. Mi sono sentito di colpo molto più stanco e debole. Per tutto il viaggio ho fatto molta attenzione a bere spesso (in media 4 litri d’acqua al giorno!) e a mangiare barrette energetiche ad intervalli regolari. Eppure arrivato a Freneker, il mio corpo ha fatto presente che aveva bisogno di qualcosa sostanzioso.

Trovo un locale con tavoli all’aperto e ordino mezza baguette con brie, carne e verdure che sazia la fame con la quale mi ero seduto. L’energia ha iniziato a risalire velocemente, fino a che ho sentito di nuovo la spinta a voler rimettermi in sella e pedalare.

Prima di lasciare la città, tappa immancabile con video alla fontana.

In bicicletta verso Dokkum

Il paesaggio della tratta Franeker-Dokkum era semplicemente monotono. Non ricordo nulla, se non l’inizio della lotta contro il vento. A tratti qualche goccia di pioggia mi ha fatto compagnia. La mia motivazione non ne ha risentito, sebbene fosse stata messa a dura prova.

Il percorso passava nelle vicinanze di Leeuwarden, per poi salire verso nord. Da lì il percorso è diventato sicuramente più interessante. Una pista ciclabile molto stretta che fiancheggiava il canale fino ad arrivare a Dokkum.

Mentre pedalavo pensavo che ce l’avevo quasi fatta. Mi stupivo di quanta energia avessi ancora, mentre spensierato, godevo del vento a favore. In più di qualche momento, riflettevo che quello stesso vento che ora mi aiutava, lo avrei avuto contro al ritorno verso Leeuwarden. Quel pensiero sembrava non avere troppa importanza allora. Ho deciso di lasciarlo andare mentre mi godevo il panorama e speravo di essere più veloce del temporale che vedevo avvicinarsi.

Speranza vana. Dopo qualche chilometro la pioggia si era fatta sempre più importante fino a spingermi ad una pausa forzata. Ho deciso di onorarla con un caffé e un’immancabile torta di mele.

Dokkum l’ho trovata affascinante nella sua austerità. La piazza della fontana vista dall’alto è senza dubbio particolare.

piazza con alberi e fontana vista dall'alto

Il viaggio in bici si conclude: Leeuwarden

Ce l’avevo quasi fatta, mi mancavano solo i 25 chilometri di ritorno a Leeuwarden. Mi sono rimesso in sella fiducioso ed emozionato. Questo stato d’animo mi ha accompagnato fino all’uscita dalla città. Appena ripresa la pista ciclabile lungo il canale, ho realizzato che quell’ultima tratta non sarebbe stata affatto una passeggiata di gloria. Il vento era fortissimo, con raffiche tra i 40 e i 50 chilometri orari. Nelle discese dai diversi ponticelli non avevo neanche bisogno di frenare, tanto era forte il vento.

Dopo due soste (!) il canale ha lasciato man mano spazio all’area urbana. Ho riconosciuto il parco che avevo attraversato uscendo da Leeuwarden.

La testa alternava momenti di ebbra felicità a concentrazione sullo sforzo fisico che comunque ancora era in atto.

Fino a che, eccola lí. La fontana di Leeuwarden. Precisamente di fronte alla stazione da cui ero partito il giorno prima. Avvicinandomi sentivo l’emozione salire. Un misto di gioia, orgoglio e tristezza che si trasformava in lacrime che mi bagnavano gli occhi stringendomi la gola.

Ce l’avevo fatta, avevo portato a termine il mio primo viaggio in solitaria con la bici. Un caleidoscopio di emozioni che ancora oggi, mentre scrivo questo articolo, mi riportano indietro a quei due fantastici giorni, spesi in completa comunione con la mia bici e la mia anima.

Se vuoi leggere come sono arrivato qui, leggi questo articolo.