More Blog.

MoreDrums, MoreThoughts, MoreSport.

Everything is more!
Read Blog Latest Post
Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Permanenza dell’oggetto e lumaca gialla e rossa

Il sostegno di plastica verde è montato al lato corto del box. All’estremità superiore è appesa un’elica da cui pendono 3 peluche. Tramite dei pulsanti si può accendere la musica, avviare la rotazione dell’elica e proiettare delle luci sul soffitto. Da quando l’abbiamo montato, Alexander non fa altro che guardare questo giocattolo, anche quando è spento.

Nel pomeriggio, dopo il biberon, l’ho messo nel box e ho avviato l’elica senza musica. La velocità di rotazione è perfetta, né troppo veloce né troppo lenta. I tre peluche sono un’orsetto marrone, un uccellino celeste e una lumaca gialla e rossa. Quest’ultima è la preferita di Alexander. Ogni volta che entra nel suo campo visivo si eccita e si muove tutto. Appena ne esce, è come se non esistesse più.

Questo ha a che fare con la permanenza dell’oggetto studiata da Piaget. Il bambino non ha ancora la capacità cognitiva di riconoscere che un oggetto (o persona) continui ad esistere anche se fuori dal campo visivo. È la stessa dinamica per cui piange quando lo mettiamo nel box o a letto e ci allontaniamo. Nella sua esperienza, noi non esistiamo più e lui è stato abbandonato.

Oggi per la prima volta Alexander ha seguito un giro completo della lumaca gialla e rossa. Dall’inizio alla fine. Io lo osservavo senza farmi vedere, per non distrarlo.

Nei giorni scorsi avevo già notato che quando ci allontanavamo iniziava a seguirci con lo sguardo.

Naturalmente essere testimone di questa (seppur piccola) pietra miliare è stato bellissimo. Ma non è la cosa che mi ha colpito di più. È stato un pensiero che è scaturito mentre guardavo il modo in cui Alexander fissava la lumaca.

In quei momenti non esisteva nient’altro. L’atto di guardare ciò che lui in quel preciso momento riteneva interessante prendeva tutta la sua attenzione. Non c’era spazio per distrazioni. Dubbi.

Attenzione. Questa è la parola che ha continuato a ronzarmi in testa. Ci è rimasta perché sono mesi che lotto contro me stesso per riconquistarla.

Negli ultimi tempi ho la netta impressione di essere rinchiuso in una gabbia. La cosa che mi fa arrabbiare ancora di più, è dover ammettere che mi ci sono rinchiuso da solo. E ora non ritrovo più la chiave. Troppi stimoli, troppe cose a cui credo di dover prestare attenzione. Non riesco più a distinguere lucidamente cosa sia importante e cosa sembri essere importante.

Mai come negli ultimi giorni sono impegnato a disintossicarmi. Ho deciso di diminuire l’uso del telefono al minimo. Noto con piacere che i social diventano sempre meno attraenti. Dopo qualche minuto mi annoio e chiudo l’app. Una piccola conquista in questa guerra.

Sto leggendo molto di più. Sia libri normali che audiolibri. Quando allatto Alexander apro l’app Kindle e leggo (anche e soprattutto di notte). Quando devo cullarlo per farlo addormentare ascoltiamo insieme un audiolibro.

Quando sono a casa, quando sono con mia moglie e mio figlio, voglio esserci veramente. Non solo fisicamente.

Puoi dire lo stesso di te?

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

L’importanza delle pause

Uno dei momenti pivot nella mia carriera musicale accadde in un’aula del Saint Louis College of Music, a Roma. Durante una lezione di sezione ritmica l’insegnante di basso, uno dei miei idoli, disse una cosa molto semplice:

«Le pause sono molto più importanti delle note suonate. Se saprete suonare bene le pause, saprete suonare bene a tempo.»

Rimasi profondamente colpito dall’efficacia di questo consiglio. Non ci avevo mai pensato. Come tutte le cose geniali, suonano ovvie e logiche una volta condivise.

Le pause sono importanti. Non bisogna averne paura o identificarle come mancanza di audacia o coraggio. Al contrario, saper suonare le pause richiede una buona dose di maturità e autoconsapevolezza.

Sono un sostenitore dei transfer cognitivi. Un fanatico sostenitore a dirla tutta. Ogni volta che imparo qualcosa di nuovo, arricchisco il mio sistema e vado subito alla ricerca di nuove applicazioni in contesti diversi.

Oggi Carolien è andata con Alexander da sua sorella. Suo marito era fuori e lei era a casa con i figli. È partita prima di pranzo. Dopo averla aiutata a caricare la carrozzina in macchina, l’ho baciata e sono salito sulla mia bici da corsa. Avrei pranzato a Zutphen e fatto un giro lungo prima di rientrare a casa.

All’inizio mi sono sentito quasi in colpa nel vederli andare. Poi ho ripensato all’importanza delle pause. Quella parole ascoltate dieci o quindici anni fa in un aula di scuola. Ho ripensato alla prima volta a casa da soli con Alexander.

Oggi sarebbe stata una giornata per me.

Non bisogna aver paura di queste sensazioni. Rendersi conto dei propri limiti è il primo passo per la crescita personale e dei rapporti con chi ci sta vicino. Siamo sicuri che stando 24/7 insieme solo perché “è così che si fa”, creiamo buoni rapporti? Oppure cediamo sempre più spesso al nervosismo, minandoli o peggio ancora instaurando dinamiche che si dispiegheranno più in là negli anni?

No grazie, preferisco suonare una bella pausa, pregustandomi la bellezza delle note che suonerò quando Carolien e Alexander saranno di nuovo a casa.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Avremo un cuginetto!

Oggi Alexander ha compiuto 2 mesi. Sembra essere molto di più, a giudicare dalla stanchezza.

Per celebrare il suo complimese (Dio quanto odio questa parola, non posso credere che la stia usando), ha deciso di piangere tutto il giorno. In realtà non l’ha deciso perché non aveva di meglio da fare. Verosimilmente ha a che fare con il cambio di latte in polvere.

L’altro ieri abbiamo deciso di provare un altro tipo di latte in polvere, fatto a posta per evitare crampi e coliche. Alexander non era d’accordo, o meglio, la sua pancia aveva bisogno di tempo per digerire il cambiamento (simpatico eh?). La popò era diventata verde e più solida del normale. In più, Alexander si fermava a metà della poppata lamentandosi. Cosa che non succedeva mai.

Essendo questi i presupposti, è normale che fosse stranito oggi.

Abbiamo deciso di tornare al latte che usavamo prima. Una scelta che si è dimostrata azzeccata. Si è calmato, ha bevuto senza interruzioni e non si è lamentato più. Ha dormito talmente tanto che siamo riusciti a riposare sul divano anche noi.

La giornata si è conclusa con una notizia bellissima. Mia sorella e il compagno sono in dolce attesa. Stasera hanno comunicato a tutti che sarà un maschietto. Sappiamo già il nome ma non lo condividiamo prima che lo facciano i futuri genitori. Un nome bellissimo.

Qualche giorno fa ho avuto una sorta di illuminazione in cui ho chiaramente sentito che sarebbe stato un maschio.

Noi eravamo seduti sul divano, Alexander aveva quasi finito la poppata. Gliel’abbiamo detto subito.

Ho realizzato per la prima volta che dopo essere diventato padre, diventerò zio. Avrò un’altro pargoletto da viziare, incantare, far appassionare. Non vedo l’ora.

Come sempre i momenti di grande felicità portano con sé profonda tristezza. La tristezza di non poter condividere questo momento con nostra madre. Ma io lo so, così come è stato per Alexander, che lei sa già tutto. Che i suoi occhi dolci e pieni d’amore si saranno già posati su questa vita che sta crescendo.

La cercheremo come sempre e la sentiremo come sempre. Quando la tristezza colpirà, guarderemo i nostri figli.

L’ennesimo regalo che nostra madre ci ha fatto mettendoci al mondo.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Ascoltare Schubert

Sin dalla gravidanza abbiamo ascoltato tanta musica con Alexander. Gli abbiamo parlato molto. Carolien rideva quando mi vedeva avvicinarmi per parlare alla pancia.

I primissimi giorni dopo il nostro arrivo a casa, abbiamo sempre usato la musica per sottolineare certi momenti. Il brano che abbiamo utilizzato di più anche durante la gravidanza è stato A Thousand years di Christina Perri. Avevamo (e abbiamo ancora) un peluche che suona la melodia di questo brano. La ascoltavamo spesso la sera dopo esserci messi a letto. Ricordo ancora la felicità che mi stringeva la gola, mentre stretti sotto le coperte sognavamo di conoscere il nostro bambino. Provavamo ad immaginarci il suo volto. A chi sarebbe assomigliato. Che carattere avrebbe avuto.

Appena arrivati a casa abbiamo cominciato ad ascoltare anche altri brani e composizioni. Una delle preferite di Alexander è l’impromptu n. 3 di Schubert. Lo suonavamo spesso ogni volta che volevamo rilassarci. Beethoven sembra anche piacergli, se non altro perché trovo qualsiasi scusa per ascoltarlo e farglielo ascoltare.

Stasera aveva mal di pancia. Dopo averlo preso in braccio come piace a lui e camminato avanti e indietro, ho ripensato a quel brano. Ho preso il telefono e ho cercato un’interpretazione di Daniel Barenboim. Non so quanto sia suggestione o proiezione, ma i suoi occhi hanno cambiato forma. Ho visto che aveva sentito qualcosa che richiamava alla mente altre sensazioni. Dei ricordi, se possibile.

Proviamo a stimolare tutti i sensi. Oltre alla musica, ascoltiamo insieme anche degli audiolibri. Al momento abbiamo quasi terminato Cime Tempestose. Ma abbiamo anche ascoltato De middernacht bibliotheek in olandese e Sapiens in inglese.

Dalla sorella di Carolien abbiamo ricevuto un libricino con delle immagini ad alto contrasto. Alexander ci va pazzo. Il tummy time è diventato di colpo più interessante.

Stamattina gli abbiamo anche montato la palestrina regalata da mia sorella e il suo compagno. Lo vediamo diventare sempre più attivo, curioso. È bellissimo da vedere.

Teniamo anche conto del riposo di cui ha bisogno. Teniamo il box il più vuoto possibile. I giochini li mettiamo solo quando è il momento di giocare. La radio la spegniamo molto più spesso. Creiamo tanti momenti di silenzio.

Come con tutto, cresciamo insieme. Insieme capiamo cosa ci serve. Insieme costruiamo nuove abitudini.

Insieme viviamo la nostra nuova vita.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Freno a mano e Shaken baby

Oggi siamo andati a pranzo fuori. Io sono uscito un paio d’ore prima per andare a scrivere in biblioteca. Carolien e Alexander mi hanno raggiunto intorno alle 13:30. Abbiamo mangiato un ottimo carpaccio. Sicuramente da rifare. Il posto era molto bello, cucina aperta e personale giovane. Qualità del cibo veramente ottima.

Sin dalle prime settimane siamo usciti spesso con Alexander. Lo abbiamo portato a feste, pranzi e inaugurazioni. Vogliamo che si abitui a stare in mezzo alla gente e ai rumori. Oggi è stato bravissimo. Questa volta ci ha lasciato mangiare (di solito la pensa diversamente…) per poi prendere il biberon.

Dopo pranzo ci siamo fatti un giro per il centro, poi dopo un gelato da Talamini ci siamo divisi. Io sono andato a prendere la bici, Carolien e Alexander sono tornati alla macchina. Ero quasi arrivato a casa e vedo la chiamata di Carolien.

«C’è stato un incidente qui nel parcheggio, siamo ancora dentro. Alexander inizia a piangere.» Mi dice.
«Devo tornare indietro?» chiedo preoccupato.
«Non c’è bisogno. Qualcuno ha avuto la brillante idea di lasciare la macchina parcheggiata senza freno a mano e marcia inserita. La macchina si è sfrenata ed è andata a sbattere contro un’altra macchina parcheggiata. Ora stanno sgomberando.»
«Incredibile. E il proprietario della macchina?»
«Non c’è. Ora devo riattaccare, Alexander è ancora più arrabbiato.»

Quando sono arrivati a casa, Carolien mi ha raccontato che Alexander ha pianto per tutto il tragitto, dal garage a casa. Si è calmato solo quando sono rientrati a casa.

Resistere al pianto di un bambino richiede moltissima energia. Non bisogna sottovalutare la stanchezza che ne deriva. Questa, in combinazione con la stanchezza da privazione del sonno, può essere molto nociva per la salute dei genitori e quindi del bambino.

L’infermiera che è venuta ad aiutarci la prima settimana dopo la nascita ci ha spiegato che quando il bambino piange e non c’è modo di riuscire a calmarlo, è meglio darlo al partner oppure addirittura ai vicini, nonni o quant’altro. Qualora non fosse possibile, metterlo in un’altra stanza ed allontanarsi. Buona parte dei casi di shaken baby vengono proprio dal non seguire questo consiglio.

Come sempre, parlare ed aprirsi può aiutare a superare questi periodi. Non riuscire a calmare un bambino non vuol dire essere un cattivo genitore. Tutti i (neo) genitori hanno a che fare con crisi di pianto che sembrano infinite. Confrontarsi aiuta tutti.

Carolien è molto brava a chiudersi in una bolla e farsi scivolare addosso il pianto di Alexander. Io faccio del mio meglio per imparare da lei.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Un caffè alla casa di riposo

«Sai cosa sarebbe bello fare?» mi dice Carolien mentre ci avviciniamo alla macchina, «Andare a prendere un caffè lì.» Siamo appena usciti dallo studio della pediatra. Carolien mi indica con lo sguardo il bar della casa di riposo che si trova nello stesso edificio. «Ne sarebbero felicissimi. Che ne dici?» mi dice sorridendo.
«Dico che è una bellissima idea. Lo facciamo al prossimo appuntamento?» rispondo.

Quell’appuntamento c’è stato oggi alle 11:15. Alexander cresce bene. Pesa 4665 grammi ed è lungo 54,7 centimetri. Tutti i parametri rientrano nelle curve di riferimento. Notiamo un cambiamento nel suo comportamento. Prendendo 120ml di latte riesce a resistere tre ore prima di avere di nuovo fame. Essendo più sazio, dorme più a lungo. Ha bisogno di contatto, soprattutto per addormentarsi. Ora preferisce stare su un fianco. Si rannicchia tutto e gli piace se lo avvolgi con le braccia. Nei momenti di veglia è attivo, si guarda attorno con interesse e inizia a seguirci con lo sguardo. Durante il cambio-pannolino ci facciamo delle chiacchierate lunghissime.

La visita dura una mezz’ora. Usciamo dallo studio medico ed entriamo al bar della casa di riposo. Ci riceve una donna. Mezza età, capelli castano chiaro, un po’ di trucco. Le rughe formano un viso gentile ma abituato a dare ordini.

«Per chi siete venuti?»
«Ehm, in realtà per nessuno in particolare», risponde Carolien, «vorremmo prendere un caffè se possibile»
«Ma certo! Devo solo chiedervi di sedervi da quel lato della sala. I nostri ospiti stanno per pranzare.»
«Nessun problema. Ci dica lei dove.»
«Quel tavolo va bene, potete accomodarvi lì», ci dice indicando il tavolo vicino al bancone.

Poggio il seggiolino a terra e prendo Alexander in braccio. Una signora ci fissa sin dal nostro arrivo. Mi giro verso di lei e le sorrido. Come se non aspettasse altro inizia a parlarci. Mi avvicino con Alexander che nel frattempo si era addormentato.

«Ma che bel bambino! Deve essere ancora piccolo. Quanto ha?» ci chiede. Le sue mani nodose accarezzano i piedini di Alexander. Lui pare non accorgersi di niente, continua a dormire beato.
«8 settimane.» rispondo sorridendo.
«Oh, che piccolino. Ma è veramente bello, sa?»
«Grazie mille signora.» dice Carolien avvicinandosi. «Lei ha figli?»
«Si si, 4 figli. E tanti nipoti.»

Di fronte a lei siede una signora sulla sedia a rotelle. «Posso tenerlo in braccio?» ci chiede senza mezzi termini. Io e Carolien ci guardiamo. «Ho 90 anni e so bene come si fa.» ci dice sorridendo.
Preferiamo glissare, se lo facessimo con lei, dovremmo farlo con tutti gli ospiti. Ospiti che nel frattempo si sono accorti della novità. Ci guardano sorridendo, invitandoci ad avvicinarci.

La donna che ci aveva accolto ci raggiunge. «Il caffè è pronto ed è sul tavolo. Ma se volete fare un giro e fare vedere il bambino, fate pure. Non succede così spesso e a vederli, sono tutti curiosissimi.»

Continuiamo il giro dei tavoli. Alexander continua pacioso a dormire.
«Come si chiama?» ci chiede un viso dolce incastonato in lunghi capelli grigi.
«Alexander.» rispondo.
«Come mio figlio!» gli occhi diventano grandi, pieni di orgoglio, ricordi, amore, vita.

Arriva una signora sulla sedia a rotelle accompagnata da un’infermiera.
«Buon pomeriggio» ci augura educata. La classe di una generazione passata.
«Salve signora, buon pomeriggio a lei» rispondiamo sorridendo. L’attenzione si sposta direttamente su Alexander, che nel frattempo si è svegliato.
«Ma che bel bambino, come si chiama?»
Iniziamo a chiacchierare. La signora è gentile. Le piace parlare. A volte dobbiamo ripetere le domande.
«Quanti anni ha signora?» chiede Carolien. Lei sembra doverci pensare un po’. L’infermiera le ripete la domanda e le suggerisce la risposta.
«102» ci risponde. Gli occhi le brillano.
«Ha figli?» le chiediamo ammirati.
«Due figli, un maschio ed una femmina»
Continuiamo a chiacchierare del più e del meno. Ci guardiamo attorno, tutti gli ospiti mormorano felici tra loro, guardandoci.

Poi arriva il colpo al cuore.

Inaspettato ma logico, col senno di poi. Ci avviciniamo a due signore sedute al tavolo vicino la finestra. Una delle due attira subito la mia attenzione. Capelli corti, guance piene, mento piccolo. Bocca piccola ma carnosa. Gli occhi vispi, ma velati di un qualcosa che non so definire.

Qualcuno mi scaraventa in un abisso. Qualcuno che si è tenuto il mio stomaco e lo stringe disinteressato.

Somiglia a mia madre.

Mi giro e tutte le donne sedute lì sembrano somigliare a mia madre. Poi capisco.

Il pensiero che io non vedrò mai mia madre anziana mi trafigge. Gli occhi si riempiono di lacrime e la gola si chiude. Provo a mascherarlo ma non ci riesco. Penso al tempo. A quanto tempo non abbiamo avuto. A quanto ne abbiamo avuto. A come sarebbe stato. Un flusso di ricordi mi affolla la mente. L’uno dopo l’altro vanno ad incastonarsi nel mosaico del mio dolore.

Mi giro verso Carolien e le chiedo di prendere Alexander. Mi allontano per ricompormi.

Il riflesso del sole sul vetro di una macchina che passa fuori mi distrae. Riprendo lentamente contatto con la realtà. Mi guardo intorno e vedo solo sorrisi. Tanti sorrisi pieni di gratitudine. Il dolore si fa più sopportabile.

Un gesto semplice come prendere un caffè ha generato tutti questi sorrisi. Sono sicuro che lassù un altro sorriso pieno di amore si sarà acceso per l’ennesima volta.

   

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Sport e lentezza

La lampada col fusto in legno fa da sentinella in mezzo a due finestre. Le veneziane bianche sono tirate giù. Il sole si rilassa nel fresco della sera, un altro turno è quasi giunto al termine. Il parquet chiaro si sposa benissimo con il bianco delle pareti. Insieme offrono un piacevole contrasto all’unica parete tinta di verde pastello. Le mensole marrone scuro sorreggono ricordi della nostra vita fino ad ora. Dal divano quattro cuscini ci guardano camminare lentamente avanti e indietro.

Indossi una tutina verde scuro. Hai appena mangiato e mi guardi con degli occhi così grandi che potrei annegarci dentro. Negli ultimi giorni ricerchi molto di più il contatto fisico. Hai bisogno di sentirti avvolto da noi. È una fase che si passa intorno alle 8 settimane.

E io ti avvolgo tra le mie braccia. È una sensazione così bella.

Oggi è stata una giornata all’insegna dello sport. Stamattina, dopo averti dato il biberon, sono uscito con la bici da corsa. Erano troppe settimane che non lo facevo. Ho sottovalutato l’overtraining e sono dovuto stare fermo più di quanto avrei voluto. Ho fatto un bel giro. Sono arrivato al Castello Cannenburch in  Vaassen, nella provincia di Gelderland. La temperatura era perfetta e non c’era quasi nessuno in giro. Sono rientrato dopo 56 chilometri con una voglia matta di riuscire di nuovo. Mi mancava sentirmi così. Non vedo l’ora che tu cresca per andare in bici insieme.

Dopo pranzo tua madre ha inforcato i pattini in linea. È tornata dopo 12.5 chilometri. Al suo ritorno tu dormivi. Lei è andata a farsi una doccia veloce mentre io ho portato fuori Truus.

Verso le 18 ho acceso il barbecue. Con l’audiolibro di Wuthering Heights nelle orecchie ho tagliato con cura melanzane e zucchine e preparato la carne. La cena è stata deliziosa.

A piedi scalzi calibro ogni singolo passo con accuratezza.  Tu mi guardi e ogni tanto mi lanci dei sorrisi da dietro il ciuccio. Pochi passi più in là, tua madre si rilassa in giardino con una bella canzone ed un libro. Faccio dei respiri profondi, come se volessi trattenere dentro di me l’immensa sensazione di contentezza che la lentezza di questi momenti porta con sé.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Churros e cambio pannolini

La giornata di ieri è stata tanto bella quanto stancante, per tutti e tre. La nottata non ci ha aiutato a recuperare. Stamattina sia io che Carolien eravamo ancora stanchi.

Intorno alle 8 settimane il neonato passa (o si prepara a passare) ad una nuova fase. Inizia a scoprire e utilizzare patterns che riguardano sensazioni o movimenti che può fare. Le mani non sono più delle cose che a volte passano come meteore nel proprio campo visivo. Rispondono a dei comandi. Possono afferrare cose. Con la voce si possono produrre diversi suoni. Il viso può produrre diverse espressioni. Il labbro inferiore può diventare un arma di convinzione di massa, se piegato nella giusta maniera.

Il neonato riconosce la mamma e il papà e inizia a preferirli alle altre persone che non vede tutto il giorno. Il periodo di tempo in braccio a qualcun altro si riduce considerevolmente. In questa fase è normale che pianga di più.

Il problema è che questo arriva dopo 8 settimane di sistematica privazione del sonno dei genitori. Posso assicurarti che non è una passeggiata.

Non riuscendo a dormire bene, la stanchezza si accumula e la resistenza a stimoli esterni diminuisce. Ho letto di genitori che scoppiano a piangere insieme ai bambini. Non siamo arrivati fino a questo punto, ma comprendo molto bene quella sensazione di impotenza.

Ho già scritto della privazione del sonno e dell’importanza della comunicazione con il partner. Bene, in questa fase rimanere in contatto è ancora più importante.

Io e Carolien ci facciamo forza a vicenda. Interveniamo subito quando l’altro è in difficoltà. Rinunciamo a piccole libertà in cambio della gioia infinita che ci da un sorriso inaspettato, o un visetto rilassato che riposa tranquillamente.

Stiamo prendendo altre abitudini, una delle quali è abbastanza singolare: abbiamo un set con cuscino, pannolini e salviette umidificate nel salone di sotto, per non dover andare di sopra quando c’è bisogno di cambiare Alexander. Il nostro piano di lavoro è il tavolo, con beneplacito delle nostre schiene.

Per qualche ragione che non sappiamo spiegare, Alexander ama quel posto. È l’unica volta in cui lo metti giù e non piange o si calma se sta piangendo.

Negli ultimi giorni lo lasciamo sempre più spesso sul cuscino, in mezzo al tavolo, anche dopo averlo cambiato.

Stasera abbiamo mangiato dei churros seduti al tavolo, con Alexander sdraiato nel mezzo.

Guardavo lui muoversi alla scoperta di quelle cose buffe attaccate alle braccia, mentre inscenava un monologo con la lampada attaccata al soffitto.

Poi spostavo lo sguardo su mia moglie. I nostri sguardi stanchi annullati da quella manifestazione d’amore che avevamo davanti a noi, sul tavolo della cucina.

Domenica sera, ore 20:35.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

La prima volta a casa da soli

Oggi siamo stati per la prima volta a casa da soli. Carolien è andata con una sua cara amica al Volkspark Festival ad Enschede. È partita subito dopo pranzo. Tornerà a casa stanotte tardi.

Non rinunciare alla vita “normale” è una delle promesse che io e Carolien ci siamo fatti. Non vogliamo assolutamente diventare una di quelle coppie che disdice tutti gli appuntamenti o rifiuta di fare cose che prima della gravidanza avrebbe fatto con piacere.

L’idea del genitore che sta a casa, fa da mangiare, fa il bucato e va a letto alle 21 è anacronistica, oltre che fallata. I genitori continuano ad avere una propria vita anche dopo l’arrivo di un figlio. Questo è un dato di fatto che va accettato senza dubbio alcuno.

Inizio dalla fine: è stata una delle più belle esperienze che abbia mai fatto. Una colata di cemento nel mio legame con Alexander e una pietra angolare nella mia relazione con Carolien.

La vita con un neonato di quasi otto settimane è costruita su blocchi di tre ore. In teoria, questo è l’intervallo di tempo in cui dovrebbe prendere il biberon. In pratica ci sono così tante variabili, che le tre ore rimangono un’indicazione.

Oggi è stata una giornata molto calda qui nei Paesi Bassi, con picchi di 34 gradi. In questi casi (era già successo due settimane fa), Alexander chiede il biberon ben prima delle 3 ore. Facciamo due conti: inizia a bere alle 14. Impiega almeno 30 minuti, spesso 45, per finire 120ml. A volte ha bisogno di ulteriori 30ml. Una volta finito bisogna far uscire l’aria in eccesso. Dopodiché provare ad addormentarsi. Sono le 15:30 quando lo metti giù. Alle 16 si ricomincia. Hai avuto 30 minuti per lavare il biberon, preparare le cose per la prossima poppata, eventualmente andare in bagno e sistemare qualcosa in casa.

Senza quasi accorgertene ti ritrovi seduto col biberon in mano. “Ma come è possibile che succeda tutto così velocemente?” Mi sono posto molte volte questa domanda, irritandomi non poco. Credevo che il tempo volasse solo di notte.

Mi ero riproposto di finire delle ricerche per un articolo che sto preparando e di scrivere questo blog prima delle 23. Non sono riuscito a fare nessuna delle due cose e questo mi stava mettendo di cattivo umore. Avevo la fastidiosa sensazione di dover rincorrere il tempo. Il caldo serviva solo a peggiorare le cose.

Di colpo mi sono ricordato di un pensiero che ho avuto qualche giorno fa. In questa fase della nostra vita, il paradigma è rovesciato. È completamente basato sui bisogni di nostro figlio. Aspettarsi di poter controllare i suoi bisogni è quanto di più sbagliato si possa fare. Per noi ma soprattutto per lui.

Allora ho mollato la presa. Ho messo da parte il Mac, messo via l’iPad. Non disturbare sul telefono. Ho acceso la tv e guardato un bel documentario con Alexander in braccio. Mentre passeggiavo per farlo addormentare, abbiamo ascoltato l’audiolibro di  Wuthering Heights. Abbiamo chiacchierato tanto tra un cambio di pannolino e l’altro. Ci siamo fatti più volte il giro della casa. Verso le 20 l’ho messo nel marsupio e siamo usciti insieme con Truus. Una bella camminata senza AirPods, in completo contatto con l’ambiente circostante, col momento presente.

È stato come cambiare frequenza alla radio. Di colpo tutto mi sembrava ovvio, logico. Ho iniziato veramente ad ascoltare mio figlio e fare del mio meglio per dargli ciò di cui aveva bisogno in quell’esatto momento. I suoi pianti, che prima mi sembravano immotivati e irritanti visto che avevo fatto tutto secondo le regole, ora mi risultavano comprensibilissimi.

Niente più orologi da guardare. Ma tempo da condividere.

Carolien mi ha mandato dei messaggi e delle foto. Si sta divertendo. Io mi sento felicissimo nel vederla felice. Non vedo l’ora che torni a casa per riabbracciarla e farmi raccontare come è stato il festival.

È stata una delle più belle esperienze che abbia mai fatto. Una colata di cemento nel mio legame con Alexander e una pietra angolare nella mia relazione con Carolien.

Foto di ciottoli sul bordo di un fiume

Disturbo della quiete pubblica

Tra le sfide più difficili rientra sicuramente l’accettare che il pianto del neonato, per quanto disperato possa essere, sia il suo modo di comunicare e non un suo vezzo per farci un dispetto.

Parlando con mia moglie ci siamo accorti che entrambi ci sentiamo quasi ‘responsabili’ se Alexander piange in presenza di ospiti. Lei l’ha notato ieri, quando si è fermata in un locale all’aperto per far mangiare Alexander. Sapendo che avremmo passato l’orario della poppata mentre eravamo fuori, ci siamo portati tutto l’occorrente. Io ero già andato al lavoro, Carolien era quindi sola con Alexander. Quando lui ha fame, sa essere molto teatrale e soprattutto molto convincente.

Parlando stasera Carolien mi ha detto di essersi sentita in colpa perché il pianto stava disturbando (secondo lei) gli ospiti del locale. Stessa dinamica oggi, ma a casa e con un’ospite venuta a trovarci.

È chiaro che bisogna fare delle distinzioni. Ci sono genitori che lasciano i bambini a loro stessi, rendendoli obiettivamente un fastidio per gli ospiti. Ce ne sono altri che invece fanno del loro meglio per dargli le attenzioni che tramite il pianto stanno richiedendo. Spesso non si fa in tempo ad anticipare la tempesta, possiamo solo giocare di rimessa.

È come negli scacchi: a meno che non risponda con la difesa siciliana (pedone c5)  o la Alechin (cavallo f6), il nero dovrà sempre reagire alla mossa del bianco.

Col passare del tempo io e Carolien stiamo imparando ad anticipare gli eventi e fare in modo da avere tutto pronto quando arriva il momento del biberon. Proviamo a fare noi la prima mossa.

Se siamo a casa, prepariamo 60ml di acqua in una tazza e la mettiamo nel microonde. Nel frigo abbiamo flaconcini con 30ml di latte materno. Il biberon e il barattolo di latte liofilizzato sono pronti in cucina. E siccome i dettagli sono importanti, lasciamo sempre un cucchiaino pronto accanto al biberon, per mescolare il latte in polvere che uniremo all’acqua scaldata al microonde.

Tutto per minimizzare al massimo il tempo di pianto di Alexander.   

Nei primi sei mesi di vita è impossibile viziare il neonato. Pensare quindi che lui o lei pianga perché vuole stare in braccio perché gli gira così è quindi inaccurato, oltre che sbagliato.

Tutti i bambini piangono, in media 3 ore al giorno. Il fatto è che il pianto scatena l’istinto umano di aiutare il neonato. Non riusciamo a rilassarci fino a che questo non si calma.

È per questo che il pianto del proprio figlio sembra durare tantissimo. La paranoia di dare fastidio alle altre persone, non ha quindi motivo di esistere. Dovremo imparare ad accettarla e conviverci. Ci ripetiamo che il pianto è la sua unica forma di comunicazione per ora e che in quanto tale deve essere trattata più oggettivamente possibile, così da capire di cosa abbia effettivamente bisogno.

Se poi qualcuno dovesse irritarsi per il pianto…