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Note di percorso – Settimana 14: Smettere di immortalare l’ombra

Ci sono stati due concetti che hanno segnato le riflessioni di questa settimana:

Non c’è nessuno che viva la propria vita sino in fondo, a parte i toreri.

e Burkeman:

Spending your days trying to get experiences ‘under your belt’, so as to maximise your collection of them, or to feel more confident about their future supply, means you never get to enjoy them properly because another agenda is at play.

In questi giorni di passaggio, una frase è rimasta incagliata nei miei pensieri come un monito: “Stai cercando di immortalare l’ombra mentre perdi la luce”. È la fotografia esatta di una tensione che mi porto dentro. Da una parte sento il bisogno viscerale di vivere consapevolmente. Ma dall’altra ho realizzato che, paradossalmente, scrivere, studiare e registrare note è diventato un modo per “meritarmi” il diritto di esistere o per esorcizzare la fine. Un percorso che ha finito per allontanarmi di più dalla vita vera e consapevole.

La luce — la vita vera, quella che accade mentre i bambini giocano o mentre curo il giardino — non ha bisogno di essere archiviata per essere reale.

L’architettura della paura: Giustificare l’esistenza

Attraverso le riflessioni di questi giorni e il confronto con Heidegger, ho dovuto ammettere a me stesso che il “motore” di molta della mia agitazione è la paura. Dopo aver perso cinque persone care in quattro anni, lo studio e la scrittura ossessiva sono diventati il mio scudo, il mio modo per dire: “Sono qui, sto facendo qualcosa di importante, lasciatemi ancora un po’ di tempo”.

È un meccanismo di difesa che stanca. Ho realizzato che questa “iper-produzione” mentale è un tentativo di spostare la pietra del sepolcro con le mie sole forze. Ma come ho sentito durante la veglia pasquale: “La buona notizia è che Dio ha già smosso quella pietra per voi”. Il compito non è più spingere, ma avere il coraggio di guardare dentro il vuoto che si è creato, con la fiducia che quel vuoto non è morte, ma spazio per altro.

Il primato della prassi: Dal monitor al giardino

Ho capito che la mia mente è ipnotizzata dagli schermi: MacBook, iPad e ReMarkable creano un’urgenza fittizia, come se dovessi sempre stare facendo “altro”.

Riprendendo il concetto di esistenza autentica, la lezione è chiara: la prassi ha il primato sulla teoria. Un’ora passata a fare Yin Yoga o a sistemare il giardino con i bambini vale più di mille note collegate tra loro. C’è una verità tangibile nel toccare la terra o nel sentire il respiro che si calma dopo aver smesso di bere caffè. È un ritorno al corpo che mette a tacere il rumore del “Sé” e lascia spazio a Dio.

Come sempre, la verità sta nel mezzo. Seneca lo diceva già:

Ogni giorno metti da parte qualcosa che ti serva contro la miseria e contro la morte e dei tanti libri che leggi conserva una frase o un pensiero sul quale riflettere ogni giorno.

Ma qui si tratta però di un’attività di supporto, il vero sensemaking, la riflessione sana che trovo anche nel Dhammapada:

La riflessione è la via all’immortalità, la leggerezza è la via alla morte. Coloro che vigilano riflettendo non muoiono mai; i superficiali, gli ignoranti, sono come morti.
Risvegliati, allora, difendendo e vigilando attentamente su te stesso, sarai immutabilmente felice.

Ci sono cascato quindi. Come diceva Ratzinger, sono preda del Verum quia faciendum – la verità è ciò che è possibile fare. Il mio scopo per questa settimana è tornare al Verum est ens: noi siamo già parte di una verità che non dobbiamo creare. Bisogna solo sentirla e abbracciarla.


I 3 Highlights della settimana

  1. Il digiuno dagli schermi: Togliere i dispositivi dalla visuale per riscoprire che nessuno sta controllando quanto produco. La libertà nasce quando si smette di essere i propri carcerieri.
  2. La lezione del caffè: Accettare il mal di testa del distacco per ritrovare una calma fisica più profonda. Il benessere è spesso un atto di rinuncia, non di aggiunta.
  3. La gratitudine del silenzio: Quel momento di commozione osservando i bambini dormire. Lì, nella totale assenza di “fare”, si trova il massimo dell’ “essere” e la vicinanza più autentica a Dio.
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Note di percorso – Settimana 13: Diventa ciò che sei

Il poeta greco Pindaro ci ha lasciato un imperativo senza tempo: Γένοιο οἷος εἷDiventa ciò che sei. Nella nostra società della prestazione, questo è stato distorto in: “Diventa tutto ciò che vuoi”. Sembra libertà, ma secondo il filosofo Byung-Chul Han è la radice del nostro malessere collettivo. Il lamento depressivo “nulla è possibile” può nascere solo in un mondo che grida che “nulla è impossibile”.

Questa settimana ho cercato quel confine: tra l’abbondanza di informazioni e la profondità della comprensione reale.

L’architettura della mente: Dopamina e Stress

Grazie al mio nuovo Digital Garden (Logos), ho scavato nei meccanismi del cervello. Spesso pensiamo alla dopamina come alla molecola del piacere, ma è in realtà la molecola dell’anticipazione. In un mondo saturo di stimoli digitali, soffriamo del “Paradosso dell’Abbondanza”: riceviamo continui shot di dopamina che rendono i nostri recettori meno sensibili. Il risultato è una mancanza cronica di soddisfazione.

Ho anche approfondito come lo stress ci renda letteralmente “meno intelligenti”. Le ricerche di Amy Arnsten mostrano che, sotto stress, l’ipotalamo prende il sopravvento e disattiva temporaneamente la corteccia prefrontale (il nostro centro razionale). Torniamo a essere dominati dagli impulsi: ansia o ricerca di distrazioni veloci.

“Mixed Classroom” e culture di contesto

Nel mio corso NT2 ho scoperto il modello della Mixed Classroom. Non è solo una classe “mista”, ma una strategia attiva per imparare dalle diversità.

Questo si lega alla differenza tra culture ad alto contesto (comunicazione indiretta, come quella italiana, dove molto è lasciato all’intuizione e alla relazione) e culture a basso contesto (comunicazione diretta, come quella olandese). In Olanda, il messaggio è nelle parole; in Italia, è tra le righe. Capire questo è essenziale non solo per la lingua, ma per capire l’essere umano dietro la lingua.

Vivere le esperienze, non collezionarle

Una riflessione di Oliver Burkeman mi ha colpito molto: spesso approcciamo la vita come una collezione di “timbri” da mettere sotto la cintura. Heidegger chiamava questo trasformare la vita in Bestand (una riserva o un fondo). Non viviamo più l’esperienza, la “stocchiamo” per un uso futuro o per la nostra immagine.

Ma come scriveva Joseph Ratzinger: la verità è l’essere (ens), non solo il fare (faciendum). La sfida è smettere di “fabbricare” la propria vita e iniziare finalmente ad abitarla.


I 3 Highlights della settimana

  1. La strategia delle Sinapsi: L’intelligenza non sta nel numero di neuroni, ma nelle connessioni. Ogni link nel mio Obsidian è una sinapsi digitale che rafforza il mio pensiero.

  2. L’approccio ormetico: Per ripristinare l’equilibrio della dopamina, dobbiamo esporci a piccoli stress sani o alla noia consapevole. Questo fortifica la nostra corteccia prefrontale.

  3. Presenza sopra Produzione: Un’esperienza esiste per essere vissuta, non per essere aggiunta a una collezione. Il concetto di Sabato di Heschel resta la mia bussola.

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Note di percorso – Settimana 11: Il coraggio dell’attenzione

Questa settimana le mie letture si sono incrociate su un punto fondamentale: tutto parte dal pensiero. Ma non un pensiero qualsiasi, bensì un pensiero allineato a valori alti. Hemingway diceva che “il coraggio è la grazia sotto pressione”, e oggi mi rendo conto che quella grazia nasce solo da una profonda autoconsapevolezza. Senza chiarezza sui propri valori, l’ansia ci domina; con la chiarezza, l’ansia diventa una sfida da guardare a viso aperto.

Il primato del Sacro

Rileggendo Heschel e Ratzinger, ho riflettuto su un dettaglio della Genesi che spesso dimentichiamo: il “bene” arriva solo al secondo posto. Al primo posto c’è il sacro. Dio creò le cose in sei giorni e le considerò buone, ma solo il settimo giorno, il Sabato, fu reso santo.

Questo ci insegna che la vita non è fatta solo di “cose buone” da produrre o consumare. C’è bisogno di uno spazio sacro, un’apertura esistenziale dove, come dice Millerd, la preoccupazione per il futuro cede il posto allo stupore (wonder). Reclamare la propria attenzione è il primo passo per uscire dall’errore di percorso di una vita vissuta solo in funzione del fare. Ne ho parlato anche in Note di Percorso – Settimana 6.

L’AI nell’educazione: Tutor o Scorciatoia?

Questo bisogno di “presenza” si scontra violentemente con l’uso che stiamo facendo dell’intelligenza artificiale, specialmente nell’educazione. C’è molta confusione, figlia spesso dell’ignoranza tecnica.

Il rischio non è l’AI in sé, ma il Detrimental Offloading: delegare alla macchina proprio quei compiti che presentano “frizione” e che richiedono sforzo cognitivo. È qui che nasce il Paradosso della Performance: gli studenti producono risultati migliori a breve termine, ma a lungo termine le loro competenze reali crollano.

Un vero “AI Tutor” non dovrebbe essere una scorciatoia, ma un potenziatore del growth mindset. Dovrebbe agire come il sistema di tutoraggio di Oxford (l’effetto Protegé): fornire feedback personalizzati e scaffolding, senza però eliminare le Desirable Difficulties (le difficoltà desiderabili). Senza lo sforzo della memorizzazione e della comprensione profonda, il pensiero critico semplicemente non può nascere.

Skill vs Knowledge: La trappola di Einstein AI

Recentemente è stato creato (e poi bloccato) “Einstein AI”, un bot in grado di seguire lezioni e prendere appunti al posto degli studenti. Questo solleva un punto cruciale: c’è una differenza abissale tra saper trovare un’informazione (una skill) e comprendere un concetto (knowledge).

Le skill secondarie — quelle che formano la nostra cultura — possono essere tramandate solo attraverso un processo di apprendimento che non accetta bypass. Se usiamo l’AI per saltare la fase della comprensione, otteniamo prestazioni brillanti ma menti vuote.

Come scriveva Ovidio nelle Metamorfosi e come ci ricorda Byung-Chul Han, siamo passati dalla “società disciplinare” alla “società della prestazione”. Siamo diventati imprenditori di noi stessi, schiavi dell’efficienza. Ma il pensiero critico non è efficiente: è lento, faticoso e richiede che le informazioni siano salvate nella memoria a lungo termine, non in un server esterno.


I 3 Highlights della settimana

  1. Il coraggio dei valori: L’autoconsapevolezza è l’unico scudo contro l’ansia moderna. Se sai cosa conta, la pressione non ti schiaccia.

  2. Attenzione al “Paradosso della Performance”: Non confondere un risultato veloce ottenuto con l’AI con l’apprendimento reale. La qualità a breve termine spesso maschera un vuoto a lungo termine.

  3. Difendere la fatica: Il pensiero critico esiste solo come conseguenza di una comprensione profonda. Saltare le “difficoltà desiderabili” significa rinunciare alla propria capacità di pensare.

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Note di percorso – Settimana 10: La gioia come conquista

È difficile parlare di bellezza quando il mondo fuori sembra andare a pezzi. Eppure, proprio in questi giorni di inquietudine per le notizie che arrivano dai fronti di guerra, mi sono imbattuto nella storia di come è nato l’Inno alla Gioia. Mi ha ricordato che nessuna epoca è mai “facile” per chi la sta attraversando.

L’illusione della linea retta

Siamo cresciuti con l’idea che la storia fosse una linea retta che ci allontana progressivamente dagli errori del passato. Studiamo i crolli dei mercati o le grandi guerre convinti che siano capitoli chiusi, risolti dai nostri predecessori. Poi accendi il telefono, guardi le notizie sui prezzi dei beni primari o sulle nuove tensioni globali, e scopri che quella linea retta era solo un’illusione. Siamo tornati al punto di partenza.

Il problema non è solo l’economia, è come gestiamo la realtà. Accettare che il sistema in cui viviamo sia fragile richiede una lucidità che non ci hanno insegnato a gestire. E qui scatta la trappola descritta da Schopenhauer:

“La differenza tra i veleni materiali e quelli intellettuali sta in ciò: la maggior parte dei veleni materiali ripugnano al gusto; quelli intellettuali, sotto forma di brutti libri [o feed social], sfortunatamente sono spesso allettanti.”

Mentre un veleno fisico lo sputeresti perché ha un sapore pessimo, il veleno intellettuale — le notifiche, il rumore di fondo, l’informazione frammentata — è fatto apposta per piacerci. Ci attrae proprio mentre ci avvelena, allontanandoci dalla verità.

L’Arte come ancora (Beethoven e il dovere)

In questo scenario di “veleni allettanti”, la storia di Beethoven diventa una bussola. C’è un momento terribile nella sua vita in cui tutto crolla: la sordità, la solitudine, la delusione politica. Eppure scrive: «Soltanto l’Arte mi ha trattenuto dal suicidio. Mi sembrava impossibile dover lasciare il mondo prima di aver compiuto tutto quello per cui sentivo di essere stato creato».

Beethoven non vedeva l’arte come una distrazione, ma come un dovere morale. Mi chiedo, rileggendo Tolstoj, se questa missione fosse la sua vera libertà o una condanna. Forse la libertà non è l’assenza di pesi, ma la capacità di scegliere quale peso portare per dare senso alla propria esistenza.

Il tempo dell’anima e la sublimazione

L’incontro tra Beethoven e la poesia di Schiller avviene a Bonn, ma passano ben 27 anni prima che diventi la Nona Sinfonia. È una gestazione che sopravvive a tutto. Schiller morì convinto che la sua poesia fosse un fallimento, spezzata dalla violenza della storia. Ma Beethoven ha preso quel “fallimento” e lo ha sciolto al sole della consapevolezza.

L’Inno alla Gioia non è un inno ingenuo. È una gioia conquistata attraverso il dolore. È la dimostrazione che l’opera d’arte non appartiene al tempo in cui viene concepita, ma al momento in cui un’anima è finalmente pronta a sostenerne il peso.

Una postura per tempi di crisi

La consapevolezza non è un lusso per tempi di pace; è l’unica postura possibile oggi. Smettere di nutrirsi di distrazione è un atto di sopravvivenza. Se il mondo esterno è fuori dal tuo controllo, l’unica cosa che resta sotto la tua giurisdizione è il tuo pensiero critico.

La domanda che mi pongo ogni mattina, e che lascio anche a voi, è questa: Quando il rumore di fondo si spegnerà, sarai capace di stare nel silenzio, o scoprirai che in quel silenzio non hai nulla da dire?

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Note di percorso – Settimana 9: Imparare a imparare

Note di percorso – Settimana 9: Imparare a imparare

Questa settimana il tema è stato uno solo: il processo. Siamo così ossessionati dal “prodotto” – il risultato, il titolo, il certificato – che ci dimentichiamo di come si costruisce il pensiero. E forse, proprio lì, nel mezzo del cantiere, sta la verità.

L’AI come specchio, non come sostituto

Ho approfondito il pensiero di Amy Webb sull’intelligenza artificiale in ambito lavorativo. Molti temono che l’AI scriva o disegni “al posto nostro”, ma Webb la vede come un’estensione della nostra conoscenza implicita. L’AI non è una macchina che crea dal nulla; è uno strumento capace di far emergere connessioni che noi possediamo già, ma che non abbiamo ancora formalizzato. Usarla non significa delegare il pensiero, ma dare finalmente forma a ciò che sapevamo di sapere.

Il paradosso dell’apprendimento

Ma avere uno strumento potente non serve a nulla se non sai come costruire la tua mente. L’errore più grande? Scambiare il prodotto (una nozione imparata a memoria) per l’apprendimento (un cambiamento organico nel modo in cui vedi il mondo). Per garantirlo, bisogna lavorare con modelli mentali che rendono tutto più fluido:

Problem solving: La soluzione è in uno “spazio”. Come in un labirinto, la conoscenza pregressa delimita i muri; se sai dove sono i muri, trovi prima l’uscita.

Recupero attivo: La memoria è un muscolo. La curva di Ebbinghaus ci insegna che, senza richiami frequenti, dimentichiamo quasi tutto in venti minuti.

Conoscenza esponenziale: Non vedere le materie come compartimenti stagni. Tutto si collega.

Creatività: Come diceva Charlie Parker, non puoi rompere le regole se non le conosci. La creatività è solo una modifica di un codice che hai già padroneggiato.

Carico cognitivo: La memoria di lavoro è piccola. Masticare poco e spesso è la chiave.

Automazione: La pratica ripetuta trasforma il pensiero in intuizione, ovvero in conoscenza implicita.

Tempo: un’illusione che noi creiamo

In mezzo a queste riflessioni, sono uscito in bici. Cielo blu, aria frizzante. Mi sono sentito parte di un Tutto, fuori dal tempo. Martedì ho letto un pezzo su New Scientist che mi ha fatto riflettere: e se il tempo non fosse un fiume che scorre, ma un’illusione?

La fisica quantistica suggerisce che il tempo non esista come entità esterna, ma emerga solo nell’interazione tra sistemi fisici. È il concetto di collasso della funzione d’onda: finché non osserviamo una particella, essa è in uno stato di infinita probabilità. Quando “guardiamo”, il valore si definisce.

Questa non è solo scienza, è una responsabilità esistenziale. Se il tempo emerge dalla nostra interazione col mondo, allora non siamo vittime di un orologio, ma creatori. La nostra attenzione è la matita che definisce i contorni di ciò che è “reale” e ciò che resta probabilità. Quando sono distratto, il tempo “scorre” ed è sprecato (entropia); quando sono presente, il tempo si “collassa” in un momento denso, reale, memorabile.

La necessità di verità

Dopo aver cercato di capire come funziona il tempo e come ottimizzare la mente, ho iniziato a leggere La stella del mattino di Karl Ove Knausgård. È stato come tornare a respirare.

Dopo Murakami, non mi capitava di sentirmi così “bisognoso” di un libro. Knausgård cerca una verità così cruda che ti costringe a fermarti. In un mondo che corre verso l’algoritmo perfetto, lui torna all’umano. È quel bisogno di realismo che mi ricorda perché studio i modelli mentali e perché rifletto sulla fisica: non per produrre contenuti, ma per avvicinarmi, il più possibile, alla verità delle cose.

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Note di percorso – Settimana 8

Questa settimana ho avuto una conferma: quella strana sensazione di “corsa a vuoto” che proviamo ogni tanto non è un malfunzionamento, ma un segnale di maturazione.

Oltre la linea del traguardo (Attività Ateliche)

Rileggendo alcune note nel mio “secondo cervello”, ho ritrovato una riflessione sul passaggio tra attività teliche (orientate a uno scopo) e ateliche (dove il valore è nel processo). Nei primi trent’anni di vita è facile saltare da un obiettivo all’altro senza sosta. Poi, però, iniziamo a sentire il peso di questo eterno correre. Ci rendiamo conto che la felicità non è mai “dietro il prossimo traguardo”. La svolta avviene quando il processo diventa più importante del risultato. Paradossalmente, è proprio quando smettiamo di ossessionarci per l’obiettivo che i risultati superano le aspettative. Come diceva Hunter S. Thompson, non si tratta di trovare un obiettivo, ma di trovare un modo di vivere che ci permetta di essere noi stessi.

Il “Metodo Oxford” e il valore della lentezza

Cercando un modo per nutrire questa creatività “senza scopo finale”, mi sono imbattuto nel sistema di studio di Oxford. Mi ha affascinato il rapporto uno-a-uno tra tutor e studente: ogni settimana un saggio, una domanda precisa e una discussione serrata per scovare ogni debolezza logica. Mi ha ricordato quanto sia vitale oggi recuperare il Trivio (grammatica, logica, retorica) per non naufragare nelle opinioni frammentate.

Il pilastro di tutto questo è la lettura analitica. Oggi leggere lentamente è visto come una perdita di tempo. Eppure, è solo leggendo poche pagine al giorno, rileggendole e abitandole, che entriamo davvero in comunione con l’autore. Le parole sono portatrici di memoria (filologia); se le consumiamo velocemente, ne assorbiamo solo una piccola parte. In un’era che demolisce la concentrazione, prendersi il tempo per “perdere tempo” davanti a un libro di 200 anni fa è un atto di ribellione.

L’illusione del Sé

Questa ricerca di profondità si è intrecciata con un articolo di Maria Popova sul “Senso del sé”. Lei definisce il Sé come “la storia del perché tu sei tu”. Un’illusione creata dalla memoria per darci un senso di continuità in un universo dominato dal caso.

Sono ormai tre anni che pratico la meditazione non-duale grazie a Sam Harris, ed è stato un punto di svolta. Quando senti “sulla tua pelle” l’inconsistenza dell’ego, la compassione per gli altri aumenta automaticamente. Si fa spazio a quello che Elias Amidon chiama “il primo momento”: quell’istante millimetrico tra l’attimo che muore e quello che nasce. È lo spazio in cui, per i Sufi, possiamo finalmente incontrare Dio.

Tra Pascal e Leopardi: lo stupore di esserci

Questo flusso di pensieri mi ha portato a rileggere Pascal e Leopardi. C’è una strana bellezza nell’angoscia che proviamo davanti all’infinito.

“Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell’eternità che la precede e la segue, il piccolo spazio che occupo e che vedo, inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che mi ignorano, io spaurisco e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non c’è ragione perché qui piuttosto che là, perché adesso piuttosto che allora.”

È la stessa sensazione che prova Leopardi davanti ai “sovrumani silenzi”:

“Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; over per poco
il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra quelle piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo’ comparando: e mi sovvien l’eterno.”

Questa non è depressione, è la pura natura umana che si risveglia. Siamo proteine accese da uno scopo, materia che anela al Senso.

Maria Popova vede nell’Amore la forza che ci spinge a sopravvivere a questo abisso: amore per la conoscenza, per il mistero, per la bellezza senza ambizione.
Ma forse hanno ragione Tolstoj e Lewis: l’amore non è la causa, è la conseguenza. La causa è la consapevolezza del divino in noi, che non può far altro che produrre amore verso tutto il resto.


Se questo approccio ai modelli mentali e all’illusione dell’io ti ha incuriosito, nella Note di Percorso #6 approfondisco come l’intelligenza artificiale stia ridefinendo proprio questi schemi cognitivi.

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Note di percorso – Settimana 7

Dicono che crescere, in fondo, non sia altro che un lungo viaggio per tornare a essere chi eravamo da bambini. Avete presente quando rivedete un amico d’infanzia dopo anni e sembra che vi siate lasciati ieri? Ecco, ritrovare sé stessi è un processo simile: un lavoro di “esfoliazione” per lasciar andare le maschere e i miti che accettiamo solo per sentirci parte del branco.

Rimanere bambini per restare vivi

Sertillanges diceva che la garanzia di un bravo studioso è la sua capacità di rimanere bambino. È quel misto di curiosità, immaginazione e capacità di meravigliarsi davanti al mistero che ci salva dal diventare aridi. Forse la chiave per una vita meno venale e più spirituale è proprio questa: non sacrificare la magia del mondo sull’altare di una felicità che non raggiungeremo mai correndo.

In questi giorni riflettevo su quanto sia potente leggere le biografie dei grandi personaggi. Non è solo curiosità: è un modo per nutrire la nostra immaginazione. Vedere come altri hanno affrontato sfide giganti ci permette di “visualizzare” nuove strade per noi. È come circondarsi di amici saggi da cui imparare abitudini sane.

Un esercizio pratico che sto facendo: cercare personaggi storici che risuonano con la mia personalità e dedicarci un periodo di studio focalizzato (magari sei mesi). E no, non significa leggere un solo libro alla volta: in questo articolo spiego le tecniche di lettura efficace che uso per gestire più testi contemporaneamente.

L’arte come via di fuga e di contatto

Goethe mi ha ricordato una cosa bellissima: “Per sfuggire al mondo, non c’è mezzo più sicuro dell’arte; e niente è meglio dell’arte per tenersi in contatto col mondo”. L’artista, come spiega anche Heidegger, ha il dono di tradurre l’immateriale in qualcosa di reale. Ne abbiamo bisogno sempre, nel dolore più profondo come nella gioia più grande, perché ci permette di allontanarci dal caos quotidiano senza però perdere il contatto con l’essenza delle cose.

Gli scacchi e le attività “senza scopo”

Tutto questo mi ha riportato al concetto di attività ateliche: quelle cose che facciamo non per raggiungere un traguardo finale, ma per il piacere del processo stesso. Il mio studio degli scacchi è esattamente questo. Seguendo il manuale My System di Nimzovitsch e analizzando partite al circolo, so bene che non diventerò mai un campione mondiale. Eppure, sto imparando tantissimo su questa arte e, soprattutto, su lati del mio carattere che altrimenti resterebbero nascosti. È la mia palestra di consapevolezza.

A proposito, ho visto su Netflix il documentario su Judit Polgár, Queen of Chess. Ve lo consiglio. Mi ha fatto riflettere su quanto siamo veloci a giudicare altre culture, dimenticando che fino a pochi decenni fa anche da noi si pensava che le donne “semplicemente non fossero in grado” di giocare a scacchi. La sua storia è frutto di un esperimento educativo del padre: dimostrare che il genio si può costruire con il metodo giusto. Mi ha lasciato con una domanda aperta: quanto siamo disposti a “dedicare” della nostra vita per eccellere in qualcosa?

Disintossicare l’attenzione

Per riuscire a vivere tutto questo – la meraviglia, lo studio, l’arte – serve però una mente lucida. Questa settimana ho messo in ordine gli appunti sulla masterclass di Anna Lembke e ne è uscito un post molto pratico su come gestire la nostra “Dopamine Nation” e la dipendenza digitale.

Leggilo qui: Dopamine Nation: Guida pratica alla disintossicazione digitale

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Dopamine Nation: perché la tua felicità è in ostaggio (e come liberarla)

Ti è mai capitato di voler leggere un libro e ritrovarti, un’ora dopo, a scrollare video di ricette che non cucinerai mai? Non sei solo. Recentemente ho seguito una masterclass di **Anna Lembke**, psichiatra a Stanford ed esperta di dipendenze, e ho voluto unire le sue scoperte alle mie riflessioni su come la tecnologia stia riscrivendo il nostro cervello.

Il punto non è la “tecnologia cattiva”, ma come il nostro corpo reagisce alla **sovrabbondanza**.

I 5 campanelli d’allarme

Secondo la Lembke, ci sono cinque segnali inequivocabili che indicano un rapporto alterato con la dopamina:

1. Feedback esterno: Amici e parenti ti dicono spesso che passi troppo tempo al telefono.
2. Negazione: Ti ritrovi a mentire (anche a te stesso) su quanto tempo passi effettivamente online.
3. Instabilità emotiva: Ti senti ansioso, depresso o irritabile senza un motivo apparente.
4. Paralisi del desiderio: Non fai più le cose che ti piacciono (es. “vorrei leggere, ma non ho mai tempo”) perché l’energia viene assorbita dal consumo passivo.
5. Terrore dell’interruzione: Provi una sensazione di disagio profondo al solo pensiero di dover smettere o se qualcuno ti impedisce di continuare.

Il Paradosso dell’Abbondanza (Plenty Paradox)

Questo “disagio emotivo” è il sintomo di quello che la Lembke definisce Plenty Paradox: più una società è benestante e con un buon livello di welfare, più i suoi abitanti tendono all’infelicità. In questo scenario, la dipendenza digitale è un adattamento neurale: il nostro cervello cerca di gestire l’eccesso “spegnendo” i recettori del piacere per proteggersi.

Per contrastare questo fenomeno, la Lembke suggerisce un approccio ormetico: sottoporre intenzionalmente il corpo a stress moderati (sport, hobby analogici, socializzazione reale) per spingerlo a produrre naturalmente dopamina, noradrenalina e cortisolo, anziché riceverli passivamente da uno schermo.

Il Dopamine Detox Plan (in 7 passi)

Se senti di aver superato il limite, ecco il protocollo suggerito nella Masterclass, integrato con alcune mie considerazioni pratiche.

1. Identifica la tua droga: Chiediti onestamente cosa fai quando sei annoiato o stressato e di cosa ti vergogneresti a parlare con i tuoi cari.
2. Timeline Followback Method: Per una settimana, osserva i tuoi consumi senza giudicarti. Segna cosa, quanto e spesso. Come insegnava Drucker per la gestione del tempo, non puoi migliorare ciò che non misuri.
3. Analizza il “Perché”: Una volta ottenuti i dati, chiediti: “Perché l’ho usato?”. Era per divertimento o per anestetizzare noia e ansia?
4. Riconosci i Triggers: Individua gli stimoli che attivano il comportamento compulsivo e crea delle regole If-Then (es. “Se mi siedo a tavola, allora il telefono resta in un’altra stanza”).
5. Crea Barriere Fisiche: Non affidarti alla forza di volontà. Allontana gli oggetti (Spazio), stabilisci orari (Tempo) e circondati di persone che non condividono quelle abitudini (Socialità).
6. Stabilisci la durata: Inizia con 7 giorni, ma l’ideale sarebbe almeno un mese. Inserisci momenti di check-up per capire cosa sta funzionando.
7. Condividi l’intento: Dillo a chi ti sta vicino. Dichiarare un obiettivo aumenta drasticamente le possibilità di mantenerlo e riduce i conflitti legati ai tuoi eventuali sbalzi d’umore iniziali.

La mia opinione: oltre la biologia

I punti della Lembke sono concreti, ma credo che il problema sia anche filosofico.

Come diceva Blaise Pascal, la nostra irrequietezza nasce dal timore di restare soli con noi stessi. Invece di vedere l’angoscia come un segnale positivo — che per Heidegger è la porta verso un’esistenza autentica — la soffochiamo con un altro video, un altro scroll, un’altra notifica.

Sostituiamo la Techné (la tecnologia come strumento di creazione) con una tecnologia che ci illude di controllare la realtà.

Siamo terrorizzati dalla noia, eppure è proprio nel vuoto della noia che si attiva il Default Mode Network, il motore della nostra creatività e degli insights.
È fermandoci che facciamo spazio alla meraviglia e che, di conseguenza, torniamo ad essere presenti a noi stessi.

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libro di Sertilanges La vita intellettuale, con notebook e penna stilografica

Note di percorso – Settimana 6

Questa settimana il viaggio si è spostato su una coordinata diversa: non più lo spazio o la produttività, ma il ritorno. Il ritorno a casa, il ritorno al presente, il ritorno a un tempo che non sia solo “consumo”.

La distanza e il senso di “Casa”

Ascoltando The Open Path di Elias Amidon su Waking Up, sono rimasto folgorato dal suo concetto di “distanza”. Amidon racconta di come, da bambino, restando a letto a guardare il sole tra i rami, provasse un senso assoluto di appartenenza. Poi, alzandosi, iniziavano le distanze: colazione, scuola, e col tempo traguardi sempre più complessi. Abbiamo finito per scambiare questi traguardi per la felicità, diventando “esuli” che si allontanano sempre di più da quella sensazione iniziale. Quella casa, secondo Amidon, non è un luogo fisico da raggiungere: è sempre dentro di noi. Annullare le distanze significa, semplicemente, smettere di cercarle fuori. È un tema che tocca da vicino la nostra capacità di restare presenti, un concetto che avevo già sfiorato parlando di memoria tecnica e spirituale, dove il ricordo non è solo un file archiviato, ma l’atto di abitare la propria storia.

Il “Primo Momento” e la Frontiera

Amidon parla anche del first moment: quell’istante millimetrico tra l’attimo che muore e quello che nasce. Mi ha ricordato David Whyte e quanto l’uomo sia, intrinsecamente, una frontiera tra ciò che conosce e l’ignoto. Ed è qui che si scioglie l’illusione del Sé. Nella meditazione non-dualistica quel momento è la Consapevolezza. Per i sufisti quel momento è Dio. Per Sant’Agostino è la memoria intesa come consapevolezza innata di verità universali, che sono a loro volta uno specchio di Dio. È la spinta verso l’invisibile che ci riporta al Tutto – come dice anche il Talmud – una tensione tra spirito e realtà che ho ritrovato spesso riflettendo su Heidegger, Praxis e Poiesis.

Un palazzo nel Tempo: Il Sabato

Tutta questa riflessione sulla presenza è confluita nella lettura de Il Sabato di Abraham Joshua Heschel. Mi sono avvicinato a questo testo quasi per caso, studiando il calendario lunare e la tradizione giudaica, affascinato dall’idea di vedere la domenica non come la fine, ma come il primo giorno della settimana.
Nella tradizione ebraica, il Sabato non è un giorno per “ricaricare le pile” (quella pausa funzionale al sistema di cui parla Byung-Chul Han). È un “palazzo nel tempo“. È il momento in cui ci si ferma per riposare sul Senso.
E riprendendo Ratzinger, la fede è proprio questo: l’accettazione di un senso che non abbiamo fabbricato noi.

Il Paradosso dell’Abbondanza (Dopamina e Ormesi)

Per riuscire a contemplare, però, bisogna pulire lo specchio dell’attenzione. Ho seguito una masterclass di Anna Lembke sul Dopamine Detox e mi ha colpito il “Plenty Paradox“: più un Paese è benestante, più i suoi abitanti sono infelici. Siamo drogati di stimoli che distruggono il nostro equilibrio.

La soluzione? L’ormesi: esporsi a piccoli stress controllati per spingere il corpo a produrre la propria dopamina.
Il problema infatti non è la dopamina in sé, ma il sovraccarico a cui ci siamo abituati dato da strumenti come smartphone e social media.

Mettere in pratica questo detox significa fare scelte radicali per la propria libertà mentale. È lo stesso principio che mi ha portato a fare scelte controcorrente, come quando ho deciso di lasciare Spotify per sottrarmi alla gratificazione istantanea dell’algoritmo e ritrovare il piacere (e la fatica) della scoperta musicale.

Appunti creativi: Scrivere Storie

In tutto questo “ritorno a casa”, ho ritrovato un vecchio sogno: la scrittura di storie brevi. Ho deciso di rimetterla al centro della mia vita creativa. È la mia poiesis personale. In questo percorso, rileggere momenti come questo con mio figlio, ha confermato ciò che diceva Amidon: per trovare il divino nel quotidiano, non serve percorrere distanze, ma guardare ciò che già c’è.

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Note di percorso – Settimana 5

Questa settimana la sensazione predominante è stata quella di voler forzare le sbarre di una gabbia. Una gabbia invisibile, fatta di produttività compulsiva, algoritmi e rumore mentale, che però abbiamo iniziato a chiamare “normalità”. Mi sono chiesto: quanto della nostra giornata è dedicato a essere e quanto a funzionare?

La trappola della “Rat Race” e il Gestell

Mi sono fermato a riflettere su un pezzo di Oliver Burkeman. Dice una cosa che sembra banale ma è spaventosa: ci siamo convinti che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in noi se non partecipiamo alla “corsa dei topi”. Questa fretta perenne, il bisogno di saturare ogni minuto, è spesso un paravento per non guardare in faccia la nostra finitezza e le domande ultime.

È il ritorno del Gestell di Heidegger: un “impianto” tecnico che ci incastra, trasformando il mondo e noi stessi in “Fondo”, in pura risorsa da spremere per uno scopo che non abbiamo nemmeno scelto. Ho capito che fare ciò che mi fa sentire vivo (come suggeriva Howard Thurman) non è un lusso o un atto di egoismo, è una necessità politica. Se l’uomo diventa solo un ingranaggio della tecnologia, perde la sua funzione poietica, ovvero la capacità di svelare la verità senza sfruttarla.

Il mare dei pensieri: identificazione e onde

Sempre su questa scia, ho ripreso le sessioni di Sam Harris su Waking Up. Mi è rimasta impressa l’immagine dei pensieri come onde. Quando cerco di combattere un pensiero o di scacciarlo (il classico “non pensare all’elefante rosa”), sto solo alimentando l’incendio. L’attenzione negativa è comunque una forma di identificazione: nel momento in cui dico “non voglio questo pensiero”, sono già diventato quel pensiero.

In realtà, ogni pensiero è fatto della stessa sostanza dell’oceano del mio inconscio: emerge, sembra un’entità solida e tagliente per un istante, e poi si rimescola nella massa d’acqua. Imparare a osservarli come fenomeni passeggeri, senza giudizio, è l’unico modo per non lasciarsi travolgere dalla tempesta mentale che alimenta la nostra ansia da prestazione.

Sapere vs Comprendere: la stabilità del Senso

Un passaggio di Ratzinger in Introduzione al Cristianesimo ha dato profondità a tutto il quadro. Spiega che la fede non è un affastellamento cieco di concetti incomprensibili da accettare “perché è un mistero”. Anzi, definire così il mistero è un’offesa all’intelligenza. La differenza sta nel passaggio dal “sapere” (accumulo di dati, il faciendum) al comprendere.

In sintonia con Pascal e Ruskin, Ratzinger ci ricorda che il sapere fine a se stesso può rendere ciechi e presuntuosi. Rigettare questa affermazione potrebbe esserne una riprova. Comprendere, invece, significa accettare il “fondamento come senso” (Verum est ens). È una forma di abbandono che paradossalmente fornisce una stabilità immensa: solo quando sento che c’è un senso ultimo che non devo “fabbricare” io, posso smettere di agitarmi e iniziare a svilupparmi davvero come uomo, nella mia totalità.

Appunti pratici: Tra Cervello Bayesiano e Privacy

Sul blog questa settimana ho cercato di sviscerare questi concetti attraverso due lenti diverse:

  • La Biologia della Meraviglia: Nel post sul Cervello Bayesiano spiego come il nostro organo principale cerchi di prevedere tutto per risparmiare energia. La meraviglia interrompe questo automatismo. Non è un sentimento sciocco: quando ci meravigliamo, i livelli di infiammazione nel sangue scendono, il nervo vago si rilassa e l’ego si rimpicciolisce, lasciando spazio all’empatia.

  • La difesa dei confini: Il passaggio a Proton non è stato solo un cambio di provider mail. Vedere 12 tracker bloccati in una singola, innocente mail di LinkedIn mi ha fatto capire quanto territorio stiamo cedendo. Se tutto è “Fondo” (Heidegger), i nostri dati sono il carbone di questa epoca. Riprendersi la privacy è un atto di igiene mentale.

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