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Note di percorso – Settimana 8

Questa settimana ho avuto una conferma: quella strana sensazione di “corsa a vuoto” che proviamo ogni tanto non è un malfunzionamento, ma un segnale di maturazione.

Oltre la linea del traguardo (Attività Ateliche)

Rileggendo alcune note nel mio “secondo cervello”, ho ritrovato una riflessione sul passaggio tra attività teliche (orientate a uno scopo) e ateliche (dove il valore è nel processo). Nei primi trent’anni di vita è facile saltare da un obiettivo all’altro senza sosta. Poi, però, iniziamo a sentire il peso di questo eterno correre. Ci rendiamo conto che la felicità non è mai “dietro il prossimo traguardo”. La svolta avviene quando il processo diventa più importante del risultato. Paradossalmente, è proprio quando smettiamo di ossessionarci per l’obiettivo che i risultati superano le aspettative. Come diceva Hunter S. Thompson, non si tratta di trovare un obiettivo, ma di trovare un modo di vivere che ci permetta di essere noi stessi.

Il “Metodo Oxford” e il valore della lentezza

Cercando un modo per nutrire questa creatività “senza scopo finale”, mi sono imbattuto nel sistema di studio di Oxford. Mi ha affascinato il rapporto uno-a-uno tra tutor e studente: ogni settimana un saggio, una domanda precisa e una discussione serrata per scovare ogni debolezza logica. Mi ha ricordato quanto sia vitale oggi recuperare il Trivio (grammatica, logica, retorica) per non naufragare nelle opinioni frammentate.

Il pilastro di tutto questo è la lettura analitica. Oggi leggere lentamente è visto come una perdita di tempo. Eppure, è solo leggendo poche pagine al giorno, rileggendole e abitandole, che entriamo davvero in comunione con l’autore. Le parole sono portatrici di memoria (filologia); se le consumiamo velocemente, ne assorbiamo solo una piccola parte. In un’era che demolisce la concentrazione, prendersi il tempo per “perdere tempo” davanti a un libro di 200 anni fa è un atto di ribellione.

L’illusione del Sé

Questa ricerca di profondità si è intrecciata con un articolo di Maria Popova sul “Senso del sé”. Lei definisce il Sé come “la storia del perché tu sei tu”. Un’illusione creata dalla memoria per darci un senso di continuità in un universo dominato dal caso.

Sono ormai tre anni che pratico la meditazione non-duale grazie a Sam Harris, ed è stato un punto di svolta. Quando senti “sulla tua pelle” l’inconsistenza dell’ego, la compassione per gli altri aumenta automaticamente. Si fa spazio a quello che Elias Amidon chiama “il primo momento”: quell’istante millimetrico tra l’attimo che muore e quello che nasce. È lo spazio in cui, per i Sufi, possiamo finalmente incontrare Dio.

Tra Pascal e Leopardi: lo stupore di esserci

Questo flusso di pensieri mi ha portato a rileggere Pascal e Leopardi. C’è una strana bellezza nell’angoscia che proviamo davanti all’infinito.

“Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell’eternità che la precede e la segue, il piccolo spazio che occupo e che vedo, inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che mi ignorano, io spaurisco e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non c’è ragione perché qui piuttosto che là, perché adesso piuttosto che allora.”

È la stessa sensazione che prova Leopardi davanti ai “sovrumani silenzi”:

“Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; over per poco
il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra quelle piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo’ comparando: e mi sovvien l’eterno.”

Questa non è depressione, è la pura natura umana che si risveglia. Siamo proteine accese da uno scopo, materia che anela al Senso.

Maria Popova vede nell’Amore la forza che ci spinge a sopravvivere a questo abisso: amore per la conoscenza, per il mistero, per la bellezza senza ambizione.
Ma forse hanno ragione Tolstoj e Lewis: l’amore non è la causa, è la conseguenza. La causa è la consapevolezza del divino in noi, che non può far altro che produrre amore verso tutto il resto.

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Note di percorso – Settimana 7

Dicono che crescere, in fondo, non sia altro che un lungo viaggio per tornare a essere chi eravamo da bambini. Avete presente quando rivedete un amico d’infanzia dopo anni e sembra che vi siate lasciati ieri? Ecco, ritrovare sé stessi è un processo simile: un lavoro di “esfoliazione” per lasciar andare le maschere e i miti che accettiamo solo per sentirci parte del branco.

Rimanere bambini per restare vivi

Sertillanges diceva che la garanzia di un bravo studioso è la sua capacità di rimanere bambino. È quel misto di curiosità, immaginazione e capacità di meravigliarsi davanti al mistero che ci salva dal diventare aridi. Forse la chiave per una vita meno venale e più spirituale è proprio questa: non sacrificare la magia del mondo sull’altare di una felicità che non raggiungeremo mai correndo.

In questi giorni riflettevo su quanto sia potente leggere le biografie dei grandi personaggi. Non è solo curiosità: è un modo per nutrire la nostra immaginazione. Vedere come altri hanno affrontato sfide giganti ci permette di “visualizzare” nuove strade per noi. È come circondarsi di amici saggi da cui imparare abitudini sane.

Un esercizio pratico che sto facendo: cercare personaggi storici che risuonano con la mia personalità e dedicarci un periodo di studio focalizzato (magari sei mesi). E no, non significa leggere un solo libro alla volta: in questo articolo spiego le tecniche di lettura efficace che uso per gestire più testi contemporaneamente.

L’arte come via di fuga e di contatto

Goethe mi ha ricordato una cosa bellissima: “Per sfuggire al mondo, non c’è mezzo più sicuro dell’arte; e niente è meglio dell’arte per tenersi in contatto col mondo”. L’artista, come spiega anche Heidegger, ha il dono di tradurre l’immateriale in qualcosa di reale. Ne abbiamo bisogno sempre, nel dolore più profondo come nella gioia più grande, perché ci permette di allontanarci dal caos quotidiano senza però perdere il contatto con l’essenza delle cose.

Gli scacchi e le attività “senza scopo”

Tutto questo mi ha riportato al concetto di attività ateliche: quelle cose che facciamo non per raggiungere un traguardo finale, ma per il piacere del processo stesso. Il mio studio degli scacchi è esattamente questo. Seguendo il manuale My System di Nimzovitsch e analizzando partite al circolo, so bene che non diventerò mai un campione mondiale. Eppure, sto imparando tantissimo su questa arte e, soprattutto, su lati del mio carattere che altrimenti resterebbero nascosti. È la mia palestra di consapevolezza.

A proposito, ho visto su Netflix il documentario su Judit Polgár, Queen of Chess. Ve lo consiglio. Mi ha fatto riflettere su quanto siamo veloci a giudicare altre culture, dimenticando che fino a pochi decenni fa anche da noi si pensava che le donne “semplicemente non fossero in grado” di giocare a scacchi. La sua storia è frutto di un esperimento educativo del padre: dimostrare che il genio si può costruire con il metodo giusto. Mi ha lasciato con una domanda aperta: quanto siamo disposti a “dedicare” della nostra vita per eccellere in qualcosa?

Disintossicare l’attenzione

Per riuscire a vivere tutto questo – la meraviglia, lo studio, l’arte – serve però una mente lucida. Questa settimana ho messo in ordine gli appunti sulla masterclass di Anna Lembke e ne è uscito un post molto pratico su come gestire la nostra “Dopamine Nation” e la dipendenza digitale.

Leggilo qui: Dopamine Nation: Guida pratica alla disintossicazione digitale

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Dopamine Nation: perché la tua felicità è in ostaggio (e come liberarla)

Ti è mai capitato di voler leggere un libro e ritrovarti, un’ora dopo, a scrollare video di ricette che non cucinerai mai? Non sei solo. Recentemente ho seguito una masterclass di **Anna Lembke**, psichiatra a Stanford ed esperta di dipendenze, e ho voluto unire le sue scoperte alle mie riflessioni su come la tecnologia stia riscrivendo il nostro cervello.

Il punto non è la “tecnologia cattiva”, ma come il nostro corpo reagisce alla **sovrabbondanza**.

I 5 campanelli d’allarme

Secondo la Lembke, ci sono cinque segnali inequivocabili che indicano un rapporto alterato con la dopamina:

1. Feedback esterno: Amici e parenti ti dicono spesso che passi troppo tempo al telefono.
2. Negazione: Ti ritrovi a mentire (anche a te stesso) su quanto tempo passi effettivamente online.
3. Instabilità emotiva: Ti senti ansioso, depresso o irritabile senza un motivo apparente.
4. Paralisi del desiderio: Non fai più le cose che ti piacciono (es. “vorrei leggere, ma non ho mai tempo”) perché l’energia viene assorbita dal consumo passivo.
5. Terrore dell’interruzione: Provi una sensazione di disagio profondo al solo pensiero di dover smettere o se qualcuno ti impedisce di continuare.

Il Paradosso dell’Abbondanza (Plenty Paradox)

Questo “disagio emotivo” è il sintomo di quello che la Lembke definisce Plenty Paradox: più una società è benestante e con un buon livello di welfare, più i suoi abitanti tendono all’infelicità. In questo scenario, la dipendenza digitale è un adattamento neurale: il nostro cervello cerca di gestire l’eccesso “spegnendo” i recettori del piacere per proteggersi.

Per contrastare questo fenomeno, la Lembke suggerisce un approccio ormetico: sottoporre intenzionalmente il corpo a stress moderati (sport, hobby analogici, socializzazione reale) per spingerlo a produrre naturalmente dopamina, noradrenalina e cortisolo, anziché riceverli passivamente da uno schermo.

Il Dopamine Detox Plan (in 7 passi)

Se senti di aver superato il limite, ecco il protocollo suggerito nella Masterclass, integrato con alcune mie considerazioni pratiche.

1. Identifica la tua droga: Chiediti onestamente cosa fai quando sei annoiato o stressato e di cosa ti vergogneresti a parlare con i tuoi cari.
2. Timeline Followback Method: Per una settimana, osserva i tuoi consumi senza giudicarti. Segna cosa, quanto e spesso. Come insegnava Drucker per la gestione del tempo, non puoi migliorare ciò che non misuri.
3. Analizza il “Perché”: Una volta ottenuti i dati, chiediti: “Perché l’ho usato?”. Era per divertimento o per anestetizzare noia e ansia?
4. Riconosci i Triggers: Individua gli stimoli che attivano il comportamento compulsivo e crea delle regole If-Then (es. “Se mi siedo a tavola, allora il telefono resta in un’altra stanza”).
5. Crea Barriere Fisiche: Non affidarti alla forza di volontà. Allontana gli oggetti (Spazio), stabilisci orari (Tempo) e circondati di persone che non condividono quelle abitudini (Socialità).
6. Stabilisci la durata: Inizia con 7 giorni, ma l’ideale sarebbe almeno un mese. Inserisci momenti di check-up per capire cosa sta funzionando.
7. Condividi l’intento: Dillo a chi ti sta vicino. Dichiarare un obiettivo aumenta drasticamente le possibilità di mantenerlo e riduce i conflitti legati ai tuoi eventuali sbalzi d’umore iniziali.

La mia opinione: oltre la biologia

I punti della Lembke sono concreti, ma credo che il problema sia anche filosofico.

Come diceva Blaise Pascal, la nostra irrequietezza nasce dal timore di restare soli con noi stessi. Invece di vedere l’angoscia come un segnale positivo — che per Heidegger è la porta verso un’esistenza autentica — la soffochiamo con un altro video, un altro scroll, un’altra notifica.

Sostituiamo la Techné (la tecnologia come strumento di creazione) con una tecnologia che ci illude di controllare la realtà.

Siamo terrorizzati dalla noia, eppure è proprio nel vuoto della noia che si attiva il Default Mode Network, il motore della nostra creatività e degli insights.
È fermandoci che facciamo spazio alla meraviglia e che, di conseguenza, torniamo ad essere presenti a noi stessi.

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libro di Sertilanges La vita intellettuale, con notebook e penna stilografica

Note di percorso – Settimana 6

Questa settimana il viaggio si è spostato su una coordinata diversa: non più lo spazio o la produttività, ma il ritorno. Il ritorno a casa, il ritorno al presente, il ritorno a un tempo che non sia solo “consumo”.

La distanza e il senso di “Casa”

Ascoltando The Open Path di Elias Amidon su Waking Up, sono rimasto folgorato dal suo concetto di “distanza”. Amidon racconta di come, da bambino, restando a letto a guardare il sole tra i rami, provasse un senso assoluto di appartenenza. Poi, alzandosi, iniziavano le distanze: colazione, scuola, e col tempo traguardi sempre più complessi. Abbiamo finito per scambiare questi traguardi per la felicità, diventando “esuli” che si allontanano sempre di più da quella sensazione iniziale. Quella casa, secondo Amidon, non è un luogo fisico da raggiungere: è sempre dentro di noi. Annullare le distanze significa, semplicemente, smettere di cercarle fuori. È un tema che tocca da vicino la nostra capacità di restare presenti, un concetto che avevo già sfiorato parlando di memoria tecnica e spirituale, dove il ricordo non è solo un file archiviato, ma l’atto di abitare la propria storia.

Il “Primo Momento” e la Frontiera

Amidon parla anche del first moment: quell’istante millimetrico tra l’attimo che muore e quello che nasce. Mi ha ricordato David Whyte e quanto l’uomo sia, intrinsecamente, una frontiera tra ciò che conosce e l’ignoto. Ed è qui che si scioglie l’illusione del Sé. Nella meditazione non-dualistica quel momento è la Consapevolezza. Per i sufisti quel momento è Dio. Per Sant’Agostino è la memoria intesa come consapevolezza innata di verità universali, che sono a loro volta uno specchio di Dio. È la spinta verso l’invisibile che ci riporta al Tutto – come dice anche il Talmud – una tensione tra spirito e realtà che ho ritrovato spesso riflettendo su Heidegger, Praxis e Poiesis.

Un palazzo nel Tempo: Il Sabato

Tutta questa riflessione sulla presenza è confluita nella lettura de Il Sabato di Abraham Joshua Heschel. Mi sono avvicinato a questo testo quasi per caso, studiando il calendario lunare e la tradizione giudaica, affascinato dall’idea di vedere la domenica non come la fine, ma come il primo giorno della settimana.
Nella tradizione ebraica, il Sabato non è un giorno per “ricaricare le pile” (quella pausa funzionale al sistema di cui parla Byung-Chul Han). È un “palazzo nel tempo“. È il momento in cui ci si ferma per riposare sul Senso.
E riprendendo Ratzinger, la fede è proprio questo: l’accettazione di un senso che non abbiamo fabbricato noi.

Il Paradosso dell’Abbondanza (Dopamina e Ormesi)

Per riuscire a contemplare, però, bisogna pulire lo specchio dell’attenzione. Ho seguito una masterclass di Anna Lembke sul Dopamine Detox e mi ha colpito il “Plenty Paradox“: più un Paese è benestante, più i suoi abitanti sono infelici. Siamo drogati di stimoli che distruggono il nostro equilibrio.

La soluzione? L’ormesi: esporsi a piccoli stress controllati per spingere il corpo a produrre la propria dopamina.
Il problema infatti non è la dopamina in sé, ma il sovraccarico a cui ci siamo abituati dato da strumenti come smartphone e social media.

Mettere in pratica questo detox significa fare scelte radicali per la propria libertà mentale. È lo stesso principio che mi ha portato a fare scelte controcorrente, come quando ho deciso di lasciare Spotify per sottrarmi alla gratificazione istantanea dell’algoritmo e ritrovare il piacere (e la fatica) della scoperta musicale.

Appunti creativi: Scrivere Storie

In tutto questo “ritorno a casa”, ho ritrovato un vecchio sogno: la scrittura di storie brevi. Ho deciso di rimetterla al centro della mia vita creativa. È la mia poiesis personale. In questo percorso, rileggere momenti come questo con mio figlio, ha confermato ciò che diceva Amidon: per trovare il divino nel quotidiano, non serve percorrere distanze, ma guardare ciò che già c’è.

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Note di percorso – Settimana 5

Questa settimana la sensazione predominante è stata quella di voler forzare le sbarre di una gabbia. Una gabbia invisibile, fatta di produttività compulsiva, algoritmi e rumore mentale, che però abbiamo iniziato a chiamare “normalità”. Mi sono chiesto: quanto della nostra giornata è dedicato a essere e quanto a funzionare?

La trappola della “Rat Race” e il Gestell

Mi sono fermato a riflettere su un pezzo di Oliver Burkeman. Dice una cosa che sembra banale ma è spaventosa: ci siamo convinti che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in noi se non partecipiamo alla “corsa dei topi”. Questa fretta perenne, il bisogno di saturare ogni minuto, è spesso un paravento per non guardare in faccia la nostra finitezza e le domande ultime.

È il ritorno del Gestell di Heidegger: un “impianto” tecnico che ci incastra, trasformando il mondo e noi stessi in “Fondo”, in pura risorsa da spremere per uno scopo che non abbiamo nemmeno scelto. Ho capito che fare ciò che mi fa sentire vivo (come suggeriva Howard Thurman) non è un lusso o un atto di egoismo, è una necessità politica. Se l’uomo diventa solo un ingranaggio della tecnologia, perde la sua funzione poietica, ovvero la capacità di svelare la verità senza sfruttarla.

Il mare dei pensieri: identificazione e onde

Sempre su questa scia, ho ripreso le sessioni di Sam Harris su Waking Up. Mi è rimasta impressa l’immagine dei pensieri come onde. Quando cerco di combattere un pensiero o di scacciarlo (il classico “non pensare all’elefante rosa”), sto solo alimentando l’incendio. L’attenzione negativa è comunque una forma di identificazione: nel momento in cui dico “non voglio questo pensiero”, sono già diventato quel pensiero.

In realtà, ogni pensiero è fatto della stessa sostanza dell’oceano del mio inconscio: emerge, sembra un’entità solida e tagliente per un istante, e poi si rimescola nella massa d’acqua. Imparare a osservarli come fenomeni passeggeri, senza giudizio, è l’unico modo per non lasciarsi travolgere dalla tempesta mentale che alimenta la nostra ansia da prestazione.

Sapere vs Comprendere: la stabilità del Senso

Un passaggio di Ratzinger in Introduzione al Cristianesimo ha dato profondità a tutto il quadro. Spiega che la fede non è un affastellamento cieco di concetti incomprensibili da accettare “perché è un mistero”. Anzi, definire così il mistero è un’offesa all’intelligenza. La differenza sta nel passaggio dal “sapere” (accumulo di dati, il faciendum) al comprendere.

In sintonia con Pascal e Ruskin, Ratzinger ci ricorda che il sapere fine a se stesso può rendere ciechi e presuntuosi. Rigettare questa affermazione potrebbe esserne una riprova. Comprendere, invece, significa accettare il “fondamento come senso” (Verum est ens). È una forma di abbandono che paradossalmente fornisce una stabilità immensa: solo quando sento che c’è un senso ultimo che non devo “fabbricare” io, posso smettere di agitarmi e iniziare a svilupparmi davvero come uomo, nella mia totalità.

Appunti pratici: Tra Cervello Bayesiano e Privacy

Sul blog questa settimana ho cercato di sviscerare questi concetti attraverso due lenti diverse:

  • La Biologia della Meraviglia: Nel post sul Cervello Bayesiano spiego come il nostro organo principale cerchi di prevedere tutto per risparmiare energia. La meraviglia interrompe questo automatismo. Non è un sentimento sciocco: quando ci meravigliamo, i livelli di infiammazione nel sangue scendono, il nervo vago si rilassa e l’ego si rimpicciolisce, lasciando spazio all’empatia.

  • La difesa dei confini: Il passaggio a Proton non è stato solo un cambio di provider mail. Vedere 12 tracker bloccati in una singola, innocente mail di LinkedIn mi ha fatto capire quanto territorio stiamo cedendo. Se tutto è “Fondo” (Heidegger), i nostri dati sono il carbone di questa epoca. Riprendersi la privacy è un atto di igiene mentale.

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meraviglia, verwondering

Quando hai smesso di meravigliarti?

Quando ho smesso di meravigliarmi? E soprattutto, perché?

Me lo sono chiesto la sera del 19 gennaio. Mia moglie si è avvicinata e mi ha mostrato una foto sul telefono. «Dovresti uscire adesso con il cane». Sul display c’era l’aurora boreale.

Non potevo crederci. Sono uscito con il cuore in gola, con quella foga che hanno i bambini quando devono correre a giocare, prima che qualcuno spieghi loro che il gioco non serve a niente. Fuori c’era un cielo sereno, un silenzio mai sentito prima e stelle che sembravano bucare il velo della notte. Poi, come nel momento che precede un terremoto, ho sentito l’aria rarefarsi.

È apparsa, per la prima volta.

La prima immagine che ho avuto è stata quella di un gigante invisibile che soffiava sabbia colorata dalle sue mani. Il freddo non esisteva più. Esistevano solo questi colori che inondavano il cielo e io ero lì, a inseguirli con lo sguardo, voltandomi da una parte all’altra, lottando contro il senso di delusione ogni volta che il colore sbiadiva, temendo che quel profondo momento di comunione fosse già finito.

Tutti abbiamo dei momenti in cui sentiamo di aver afferrato una verità immanente, il senso stesso della vita, salvo poi vederlo sfuggire come un riflesso sull’acqua appena proviamo a ingabbiarlo nelle parole. Eppure, lì fuori nell’inverno olandese, mentre il gelo mi intorpidiva le dita, mi sentivo parte del diaframma che regola il respiro dell’universo. Non esisteva l’ego, non esisteva il tempo. Esisteva solo una sorta di ricordo dimenticato, un’immanenza che sfuggiva alla verbalizzazione. Un senso di appartenenza lontano anni luce dal desiderio di inseguire le cose che crediamo possano renderci felici.

Sono rientrato in casa e mi sono chiesto: «Chi è stato?»

Da qualche parte, durante la crescita, qualcuno ci ha convinto che meravigliarsi fosse una cosa da stupidi. Ci hanno insegnato che la maturità risiede nel sapere, nel possedere la spiegazione pratica. Ma l’uomo che si limita a “sapere” è un uomo che si spegne. È un uomo che deve cercare la distrazione: lavoro, denaro, carriera, sesso, droghe. Tutto pur di non pensare. Analizziamo i venti solari, calcoliamo l’elettromagnetismo, misuriamo le latitudini spesso per non ammettere di non avere il minimo potere sul dispiegarsi degli eventi.

Esorcizziamo il mistero con la statistica perché abbiamo paura di ciò che non possiamo prevedere. Così finiamo per vivere in un mondo etichettato e sterile, dove la luna è solo un deserto di crateri e non più una faccia che ci osserva; dove la pioggia è un fenomeno atmosferico e non la corsa delle gocce sul vetro della finestra.

Siamo intossicati da questo bisogno di capire tutto. Ma la forma in cui l’uomo è tenuto ad affrontare la verità dell’essere non è il sapere, è il comprendere. Il sapere seziona, cataloga e neutralizza; il comprendere, invece, è un atto di accoglienza. È un arrendersi a ciò che ci sostiene senza pretendere di smontarne il meccanismo.

L’ho sentito chiaramente sotto quel cielo verde: la verità non era nell’attività elettromagnetica, ma nella mia apertura a farmi attraversare da essa. Ho ripensato a C.S. Lewis e a quel desiderio che nessuna cosa terrena può soddisfare. Forse i piaceri del mondo sono solo segnali che puntano all’oggetto vero, di cui la meraviglia è il riflesso più puro.

Se la nostra vita è una linea a matita che si affanna a tracciare forme, successi e ruoli, allora la meraviglia è il segno che ci rivela il foglio su cui siamo scritti.

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cervello di bayes con formule matematiche

Il Cervello Bayesiano. Perché non vediamo il mondo, ma lo prevediamo

Ti è mai capitato di scambiare un cappotto appeso nell’ombra per una persona? Per un istante, il tuo cuore accelera, finché non ti avvicini e l’illusione svanisce. Questo non è un semplice errore dei sensi: è il tuo Cervello Bayesiano all’opera.

Nelle neuroscienze, l’idea del cervello come “macchina predittiva” sta rivoluzionando il modo in cui intendiamo la mente.

Il cervello non è una telecamera, è uno scommettitore

Contrariamente a quanto pensiamo, la nostra percezione non è una registrazione passiva della realtà. Come sosteneva Hermann von Helmholtz già nel XIX secolo:

“Tutto quel che si vede e si tesse è prodotto dei nostri sensi e perciò solamente appare.”

Il cervello vive in una scatola buia (il cranio) e riceve segnali elettrici ambigui e “rumorosi”. Per navigare nel mondo, non aspetta di avere tutti i dati: formula ipotesi. La nostra realtà è, di fatto, l’ipotesi più probabile che il cervello ha generato per spiegare quegli stimoli.

Il Motore Matematico: Il Teorema di Bayes

Per aggiornare queste ipotesi, il cervello usa una logica simile al Teorema di Bayes. Immaginalo come un ciclo continuo tra ciò che sappiamo già e ciò che sta accadendo ora:

Concetto Chiave Cosa significa Esempio Pratico
Prior Beliefs (Convinzioni) La tua conoscenza passata e le tue aspettative. Sai che la luce di solito viene dall’alto (il sole/lampadine).
Likelihood (Prove sensoriali) I dati grezzi che arrivano dai sensi in questo momento. Vedi un’ombra strana su una superficie.
Posterior Belief (Aggiornamento) La nuova percezione nata dall’unione di dati e ricordi. Interpreti l’ombra come una buca, basandoti sulla direzione della luce.

Predictive Coding: Imparare dagli Errori

Come viene implementato tutto questo nei nostri neuroni? Attraverso la Codifica Predittiva (Predictive Coding):

Top-Down: I livelli superiori del cervello inviano previsioni verso il basso (“Mi aspetto di vedere questo”).
Prediction Error: Se c’è una discrepanza tra la previsione e la realtà, si genera un “errore di previsione”.
Apprendimento: Il cervello non ignora l’errore; lo usa per affinare il modello interno. È un ciclo di apprendimento continuo.

Il Ponte: Dal Cervello Bayesiano all’Insight

Qui si collega un punto fondamentale che ho trattato nel post precedente su Il piacere di capire.

Perché ricordiamo meglio le cose quando abbiamo un “insight” improvviso? In ottica Bayesiana, un insight è un massiccio aggiornamento del modello. Quando finalmente “capiamo” qualcosa di complesso, stiamo risolvendo un errore di previsione enorme che persisteva da tempo. Il cervello premia questa ristrutturazione dei nostri priors rendendo quel ricordo più vivido e duraturo. L’insight è il suono del sistema Bayesiano che si sintonizza sulla frequenza corretta.

Lees ook: Il piacere di capire. come l’Insight scolpisce la nostra memoria

Conclusione

Il Cervello Bayesiano ci insegna che non siamo spettatori passivi, ma costruttori attivi della nostra realtà. La prossima volta che impari qualcosa di nuovo, chiediti: quale vecchia convinzione sto aggiornando?

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libro di Sertilanges La vita intellettuale, con notebook e penna stilografica

Note di percorso – Settimana 4

Benvenuti in questo primo appuntamento. “Note di percorso” è la mia revisione settimanale: uno spazio dove raccolgo i frammenti di studio, le connessioni inattese e le riflessioni che nascono tra i libri, la musica e la vita quotidiana. Nessuna lezione cattedratica, solo il resoconto di un cammino in corso, che racconto più nel dettaglio in The Polymath Quest: Il mio viaggio verso la conoscenza.

Il Cantiere: Dalla Verità al “Fare” (Ratzinger e Heidegger)

Questa settimana sono immerso nella lettura di Introduzione al Cristianesimo di Ratzinger. Mi ha colpito il passaggio filosofico dal Verum est ens (la verità è l’essere) al Verum quia factum (la verità è ciò che è fatto). Nel mondo moderno, sembra che siamo capaci di credere solo a ciò che abbiamo costruito noi stessi.

Questa riflessione si è legata perfettamente ai miei appunti sul saggio di Heidegger sulla tecnologia. Heidegger avverte che siamo passati dalla techné come poiesis (un “fare” che aiuta la verità a svelarsi) alla tecnologia come strumento di puro controllo. Il rischio? Che tutto diventi “Fondo”, ovvero materiale disponibile all’uso. Compreso l’uomo, che da custode della verità diventa risorsa da sfruttare. È quella che Byung-Chul Han chiama la “scomparsa della vita contemplativa”, il motore della società del burnout.

La Connessione: La vita sostitutiva

Mentre approfondivo questi temi, ascoltavo Joko Beck su Waking Up. Lei parla della “vita sostitutiva”: una narrazione fatta di pressioni sociali e “dover essere” che ci allontana dalla vita autentica.

Vedi il collegamento? Se la nostra verità è solo ciò che “produciamo” (Ratzinger) e guardiamo al mondo solo attraverso l’impianto del controllo (il Gestell di Heidegger), finiamo per costruire una storia artefatta che ci distoglie dalla realtà pura. La salvezza sta nel tornare a vedere l’uomo non come risorsa, ma come mezzo indispensabile per lo svelamento della verità.

L’Ispirazione: Il prezzo della creazione (Puccini)

A chiudere il cerchio, ho guardato la serie sulla vita di Puccini. L’arte e la cultura sono esempi perfetti di attività poietiche: svelano qualcosa del mondo senza sfruttarlo. Vedere la lotta di un genio per tradurre l’autenticità in musica mi ha ricordato che, tra la “vita sostitutiva” e la “verità dell’essere”, c’è la disciplina della creazione. Puccini non aspettava solo l’ispirazione; la faceva accadere partendo da un’emozione reale, non artefatta.

Dal mio archivio

Tutto questo parlare di attenzione e sistemi mi ha fatto pensare a come organizziamo queste intuizioni per non perderle nel rumore quotidiano. Proprio oggi ho pubblicato un nuovo articolo che approfondisce questo tema:

Leggi: Il piacere di capire. come l’Insight scolpisce la nostra memoria

In questo post esploro come la gioia della comprensione possa essere trasformata in memoria duratura, evitando che lo studio rimanga un esercizio sterile.

Alla prossima settimana!

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un cervello che ha un'intuizione

Il piacere di capire. come l’Insight scolpisce la nostra memoria

Esistono due modi per risolvere un problema: il primo è quello iterativo, in cui seguiamo formule matematiche o passaggi logici lineari. Il secondo, invece, avviene tramite l’insight.

L’insight è l’intuizione istantanea, l’“eureka” di Archimede, quell’illuminazione che arriva all’improvviso, magari sotto la doccia. Durante i miei studi, mi è sembrato subito chiaro come questo fenomeno possa essere collegato al Default Mode Network, quella rete neurale che si attiva quando lasciamo vagare la mente.

L’esperimento: Decodificare l’invisibile

Il ricercatore Maxi Becker, presso l’Humboldt University di Berlino, ha analizzato questo processo utilizzando la Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI). Lo studio si è concentrato su come il cervello reagisce alle Mooney Images: immagini in bianco e nero ad alto contrasto dove il soggetto è inizialmente indistinguibile dallo sfondo.

Quando osserviamo queste immagini, attraversiamo diverse fasi:

1. Ricerca attiva: Il cervello cerca elementi per decodificare il caos visivo e ricondurlo a schemi noti (un processo simile al Fenomeno della Pareidolia).

2. Stallo: Questa fase può durare pochi secondi o diversi minuti.

3. Riconoscimento: Improvvisamente, il cervello “vede” la figura.

Questo momento è definito Representational Change (Cambio Rappresentazionale). L’immagine, prima priva di senso, sintonizza il cervello su un nuovo modo di interpretarla. Una volta riconosciuta, non è più possibile “non vederla”.

L’anatomia dell’Eureka: Tre aree in gioco

Dallo studio emerge che questo cambio di prospettiva è il risultato di una danza tra tre aree cerebrali:

VOTC (Corteccia occipitotemporale ventrale): L’area specializzata nel riconoscimento degli schemi visivi e delle forme.

Ippocampo: Funziona come un “rilevatore di discrepanze”. In un’ottica di Cervello Bayesiano (ne scriverò la prossima settimana), l’ippocampo si assicura che la realtà combaci con le nostre aspettative. Quando la previsione (“è un’immagine senza senso”) fallisce perché il VOTC trova uno schema, l’ippocampo si attiva prepotentemente.

Amigdala: Gestisce le emozioni. È la responsabile di quella scarica di piacere che accompagna l’insight.

sezione del cervello con amigdala, ippocampo e VOTC

Il “Superpotere”: L’Insight-memory advantage

La parte più affascinante di questa ricerca — e quella che più mi serve per il mio percorso di apprendimento — riguarda la memoria. Il processo si conclude così: con il “collante” fornito dall’amigdala (il piacere), il cervello salva l’insight nella memoria a lungo termine.

Questo fenomeno è noto come Insight-memory advantage.

Perché l’insight potenzia così tanto la memorizzazione?

1. Sforzo e Ricompensa: Il cervello premia la risoluzione di un enigma. La “fatica” cognitiva per decodificare l’immagine crea una tensione che viene rilasciata con l’insight.

2. Marcatura Emotiva: L’emozione positiva funge da segnale di importanza. Il cervello dice: “Se ci ho messo tanto a capirlo ed è stato così soddisfacente, allora deve essere un’informazione preziosa”.

In conclusione, questo studio suggerisce che per imparare in modo efficace non dobbiamo limitarci ad accumulare dati (processo iterativo), ma dobbiamo cercare attivamente quel “cambio rappresentazionale”. Spingersi oltre il primo momento di confusione è ciò che permette di fissare i concetti per sempre.

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Spes seduta sul trono

Ho trovato la chiave della speranza in un opuscolo di paese

Siamo abituati a cercare la speranza nei grandi cambiamenti, nei nuovi inizi o nelle risposte degli esperti. Io l’ho trovata in un opuscolo della chiesa protestante qui in paese. Sfogliandolo sono stato colpito da questa frase: “La speranza inizia non dalle risposte, ma dall’attenzione”.

È una frase profondamente controtendenza. Viviamo in un’epoca che ci bombarda di risposte preconfezionate, tutorial per ogni problema e soluzioni veloci. Eppure, nonostante questa abbondanza di istruzioni per l’uso, la speranza sembra scarseggiare. Perché?

La trappola del “tutto è possibile”

Il filosofo (e futuro papa) Joseph Ratzinger, già nel 1968, aveva individuato un problema che spiega perfettamente il nostro malessere moderno. Un tempo credevamo che la verità fosse qualcosa da contemplare, una realtà solida in cui siamo immersi: Verum est ens, la verità è l’essere, in tutta la sua complessità.

Con il tempo, invece, siamo passati alla concezione che sia vero solo ciò che possiamo produrre: Verum quia factum, la verità è ciò che è fatto. Infine, la mentalità tecnica ha trovato terreno fertile e ci ha convinti che la verità risieda nel “Verum quia faciendum”: la verità è in ciò che è possibile fare, riprodurre, manipolare e quindi spiegare.

Siamo passati dal guardare il mondo come un dono, al guardarlo come un cantiere infinito di cui ci sentiamo unici proprietari e costruttori. Questa è la trappola del fare: l’illusione che tutto sia possibile e che, di conseguenza, tutto debba essere fatto. Se puoi farlo, devi farlo. Questa corsa all’efficienza continua ci toglie il respiro e, paradossalmente, ci ruba la speranza. Il nostro nuovo mantra è diventato: “(Ri)Produco, quindi sono”.

Perché preferiamo i social alle grandi domande?

L’attenzione è la chiave per capire chi siamo, ma è terribilmente faticosa. È per questo che è così facile perdersi per tre ore a guardare reels. Non è semplice pigrizia; è una strategia di fuga.

Fermarsi a guardare la realtà richiede coraggio, perché solleva domande enormi. I Greci chiamavano questa sensazione “Thauma”: uno stupore che è anche un po’ terrore, la vertigine che proviamo davanti all’infinito. Il poeta e filosofo David Whyte ci ricorda che l’essere umano non è altro che l’incontro tra ciò che crede di essere e ciò che gli è ancora sconosciuto.

Per non sentire questo corto circuito interiore, preferiamo la distrazione. Ma così facendo, rimaniamo intrappolati in quello che Platone definiva il “non-essere”: per ogni singolo modo di essere realmente, esistono infatti infiniti modi di non-essere.

Guardare oltre ciò che si tocca

Essendo convinti che il “vero” sia solo ciò che è tecnicamente riproducibile o razionalmente spiegabile, cadiamo nell’errore — se ci pensate, piuttosto grossolano — di credere che il reale sia solo ciò che possiamo misurare, replicare o comprare. Basterebbe già la fisica quantistica ad evidenziare questo errore.

Lev Tolstoj ci ricorda qualcosa di rivoluzionario: le cose più vere sono proprio quelle che non si vedono, ma si percepiscono chiaramente. Le cose tangibili sono prodotti dei nostri sensi, che possono essere alterati. Il tuo “io”, la tua coscienza, non è qualcosa che è apparso improvvisamente quando sei nato. Come scrive Tolstoj: «È come se io non fossi mai apparso, ma fossi sempre esistito».

Qui sorge la domanda di Ratzinger: e se la nostra mania di voler solo constatare i fatti ci stesse impedendo di vedere la Verità intera? Se limitiamo la realtà solo a ciò che produciamo o riproduciamo, finiamo per falsificare noi stessi. Non possiamo applicare le regole della profondità solo quando ci fa comodo.

La speranza come ritorno a casa

Tutto questo ci riporta a Sant’Agostino e alla sua splendida idea del “ricordo di Dio“.

Immagina di avere dentro di te un’impronta: un ricordo sbiadito ma potente di una perfezione e di una pace che non riesci a trovare nel “fare” quotidiano (un concetto caro anche a C.S. Lewis). La speranza è proprio questo: non è l’attesa che succeda qualcosa di nuovo, ma l’atto di prestare attenzione a quel riflesso che portiamo già dentro.

Se sei onesto con te stesso, lo senti anche tu. È la parte di noi che vuole ritornare al Tutto. La speranza non nasce quando troviamo la soluzione ai nostri problemi, ma quando finalmente smettiamo di distrarci e iniziamo a prestare attenzione a ciò che siamo veramente.

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