More Blog.

MoreDrums, MoreThoughts, MoreSport.

Everything is more!
Read Blog Latest Post
Grafico statistiche Jetpack 2021-2025 che mostra la crescita costante del sito fino a 18k visualizzazioni
Cinque anni di cura invisibile riassunti in un grafico: la pazienza del bambù applicata al mio spazio digitale.

Cinque anni per sei settimane: l’essenza dietro i numeri del mio sito

Il primo anno in cui pianti un seme di bambù non succede nulla. Non fai altro che dargli acqua e smuovere leggermente il terreno. Ogni giorno. Non vedi nulla, eppure accetti il silenzio della terra: è appena iniziato, non potrebbe essere diversamente.

Il secondo anno continui: acqua, sole, attesa. Nessun movimento.

Il terzo anno è lo stesso. Ti sorprendi, ogni tanto, a cercare un segno: una crepa nel terreno, un filo verde. Niente. La delusione affiora, ma riesci ancora a tenerla a bada.

Il quarto anno, invece, la voce della delusione diventa più insistente. Ti chiede conto del tempo investito, ti mette in discussione, ti suggerisce che tu abbia sbagliato tutto: “Forse non sono capace. Forse questo terreno non è adatto alla mia pianta. Forse ho sprecato quattro anni”.

E poi accade.

Nel quinto anno, quasi per abitudine, versi ancora acqua. E appare un germoglio. Non cresce piano: il tuo germoglio, che hai curato per cinque anni senza vedere risultati, è in grado di raggiungere venticinque metri in sole sei settimane.

Guardandolo, ti viene da dire: «È cresciuto in sei settimane». Ma la verità è che stava crescendo da cinque anni — lì dove nessuno lo vedeva.

Quando ho guardato le statistiche del mio sito alla fine del 2025, mi sono sentito un po’ così: 18.355 visualizzazioni. Non è un numero che sposta gli equilibri della rete, ma cambia radicalmente il mio modo di guardare al percorso. È la conferma che l’entusiasmo di imparare e il desiderio di condividere — sottovoce, con lentezza — hanno trovato una casa.

Ricordo bene quando ho iniziato. Sentivo il bisogno di non essere più in balia dei social; l’idea che un algoritmo decidesse se e quando le mie parole potessero incontrare qualcuno mi toglieva libertà. Volevo uno spazio mio: lento, solido, abitabile.

Ho preso un quaderno e ho iniziato a progettare. Ho studiato, sperimentato, sbagliato e corretto. Ho imparato che per costruire qualcosa di vero bisogna saper selezionare le fonti e leggere non per consumare, ma per edificare. Ho scritto tanto, spesso solo per mettere ordine dentro me stesso. Scrivere, per me, è sempre stato questo: dire sottovoce: «Io c’ero, e questo è ciò che ho visto».

Con il tempo mi sono accorto che non stavo solo costruendo un sito: stavo imparando un modo diverso di stare al mondo, dove è l’azione stessa a rivelare chi siamo. Se la tecnologia mi spingeva verso l’immediatezza e la velocità, io sentivo che più correvo, meno riuscivo a vedere.

Ho sentito allora il bisogno di tornare a strumenti antichi: memoria, disciplina, logica, retorica e grammatica. Ho provato a declinare il Trivio nel XXI secolo non per nostalgia, ma per riconquistare quelle qualità che mi rendono autentico. Umano.

In questo percorso ho imparato che le nostre scelte sono ciò che ci dà forma. Viviamo con la tentazione che avere infinite possibilità significhi doverle vivere tutte. Non è così. Ogni decisione è una rinuncia — un concetto fondamentale per superare l’illusione delle scelte infinite — ed è proprio quella rinuncia a delineare una biografia, una direzione, un carattere.

Costruire questo sito, scrivere con lentezza e tornare alle arti liberali sono state scelte. Scelte che guardano avanti, ma che onorano anche chi è venuto prima di me.

Oggi, guardando quel numero sullo schermo, non vedo solo dati statistici. Vedo anni di cura, dubbi e tentativi. Vedo il mio bambù che, finalmente, cresce rigoglioso. Sento la gioia profonda di chi ha smesso di rincorrere il fuori per coltivare il dentro.

Ciò che conta davvero non è l’esplosione finale, ma la fedeltà quotidiana ai gesti piccoli: leggere, osservare, studiare, ricordare, scrivere.

Il 2026 è iniziato. Continuerò ad annaffiare, senza fretta e senza rumore.

  • Condividi questo articolo
un libro con allegoria della sapienza e evoluzione.

Cosa ho imparato nel 2025

Il 2025 è stato l’anno in cui ho imparato a scavare.

Jung diceva:

La vita vera inizia a 40 anni. Fino ad allora hai solo fatto ricerca.

La prima parte della vita è dedicata a costruire il proprio ego attraverso l’educazione, lo studio, il lavoro, le relazioni e i ruoli sociali. Facciamo di tutto per sentirci accettati, per appartenere al gruppo. Spesso a discapito dei nostri talenti e delle nostre qualità individuali.
A 40, secondo Jung, molte persone provano un senso di smarrimento, un’ansia indefinita, che troppo facilmente viene etichettata come crisi di mezza età, spesso con accezione negativa.

Invece questa fase di negativo non ha assolutamente niente. Al contrario, è un sintomo di una grande crescita interiore. Jung chiama questo processo “Individuazione”, in cui la persona volge la sua attenzione dentro di sé.

E per andare dentro di sé bisogna scavare.

Gennaio-Marzo

Le fondamenta del metodo

L’inizio dell’anno è stato dominato da un’esigenza concreta: dare ordine al pensiero.

Ho lavorato sulla gestione della conoscenza, sulla struttura del mio “secondo cervello”, sui flussi di lavoro per scuola, scrittura e ricerca. Ho iniziato a definire procedure, tempate, abitudini e routine. Non era ancora filosofia, ma più artigianato mentale.

Guardandomi indietro, capisco che stavo costruendo il terreno su cui avrei poi camminato.

Aprile

L’architettura del pensiero

Aprile è stato il mese della struttura.

Ho messo mano all’organizzazione dei contenuti del blog, alla pubblicazione multilingue (il sito è aggiornato in olandese e in italiano), alla pulizia dei sistemi. Ho studiato un po’ il formato YAML, per dare forma ad un ecosistema che potesse sostenere la complessità dei miei pensieri.

Ordine fuori, per creare spazio dentro.

Maggio

Il ritorno ai classici: il Trivio

Qui è avvenuta una svolta.

Ho scoperto di nuovo le arti liberali – Logica, Grammatica, Retorica – come una bussola per l’era digitale. Mi sono reso conto che senza questi strumenti rischiamo di perdere la capacità di pensare, parlare e scrivere con intenzione.

In un mondo che corre, tornare ai classici è stato un atto di resistenza.

Leggi anche: Il Trivio per il XXI secolo: pensare, parlare, distinguere

Giugno

La rivoluzione dell’attenzione

A giugno ho iniziato ad interrogarmi su come espormi come educatore e divulgatore.

Al lavoro mi hanno comunicato che intendevano investire su di me, finanziandomi un corso per diventare insegnante di olandese per stranieri.

E’ emersa una consapevolezza dolorosa: gli algoritmi ci spingono verso la superficie. Ci sottraggono profondità, continuità, tempo lungo. Ho iniziato a parlare di rivoluzione dell’attenzione: non uno slogan, ma una pratica quotidiana.

Proteggere il proprio sguardo è una forma di libertà.

Leggi anche Manuale di sopravvivenza al tempo degli algoritmi

Luglio

La frizione del pensiero

Questo è stato uno dei mesi più importanti.

Ho capito che il pensiero vero nasce dall’attrito. Dalla lentezza. Dalla riscrittura. Dalla rilettura. All’inizio dell’anno ero in preda alla febbre da AI (Intelligenza Artificiale: le domande che non possiamo più ignorare). Ma quasi subito è nato il dubbio, che a luglio è diventata una certezza. Quella a cui stavo assistendo – su me stesso in prima persona oltre che a livello sociale – era quella conosciuta come delocalizzazione cognitiva. La rivoluzione industriale ha delocalizzato il lavoro fisico. L’era dell’informazione ha delocalizzato la memoria (Socrate lo pensava già della scrittura). L’era dell’AI sta delocalizzando il pensiero.

I miei rimedi sono stati Deep Reading e il Deep Listening, oltre che naturalmente il Journaling (sia analogico che digitale).

Agosto

Silenzio e attesa

Agosto è stato un mese di decantazione.

Pochi progetti, molta osservazione. Era la soglia prima dei 40 anni: non nostalgia, ma preparazione. Il tempo si è fatto più lento, più denso.

Anche il vuoto lavora. Nel silenzio si trova il divino.

Settembre

La soglia dei quarant’anni: essere, non apparire

Settembre è stato un punto di non ritorno.

Ho distillato 40 lezioni in 40 anni. Ciò che la vita mi ha insegnato finora. Non era un elenco motivazionale, ma un inventario di verità personali: il corpo come tempio, la centralità della spiritualità, la differenza tra essere in tempo (produttività) ed essere nel tempo (presenza).

La maturità per me non era più diventare “efficiente”, ma imparare ad essere. Un inno alla Vita Contemplativa.

Ottobre

Integrazione

In questo mese ho aggiornato totalmente il paradigma.

Ottobre è stato il mese della prova concreta: come tenere insieme il lavoro, la ricerca, la vita interiore, senza scivolare nel personaggio. Nessuna grande rivelazione, solo pratica quotidiana.

E’ lì che si misura la verità delle idee.

Novembre

Il paradosso della scelta

Il passo successivo è stato affrontare il paradosso più frequente: più possibilità di scelta abbiamo, più rischiamo di paralizzarci.

Ho compreso che decidere significa tagliare, nel vero senso della parola. Rinunciare. Dire no. Le attività ateliche – suonare, scrivere e allenarsi – mi hanno ricordato che non tutto deve produrre risultato. A volte il fine è l’azione stessa.

Un ritorno all’essenziale.

Dicembre

Cura, didattica, dono

L’anno si è concluso tornando alla pedagogia.

Ho approfondito didattica e pedagogia per i miei studenti A1 e A2, concentrandomi non solo sulla lingua, ma sulle competenze metacognitive. Capire come si impara, non solo cosa. Qui la mia ricerca interiore è diventata azione.

Trasmettere strumenti, non solo contenuti. Questo, oggi, mi sembra il gesto più onesto.

Conclusione

Guardando il 2025 dall’alto, vedo una direzione chiara:

  • Meno velocità
  • Più profondità
  • Meno accumulo
  • Più scelta consapevole
  • Meno rumore
  • Più presenza

Compiere 40 anni non è stato solo un traguardo, ma anche un passaggio di responsabilità: nei confronti del tempo, della conoscenza degli altri e di me stesso.

E’ stato facile? Assolutamente no.

Il 2025 mi ha portato via 3 nonni in 4 mesi, tra agosto e novembre. E’ tornata l’ansia, che mi ha irrigidito cuore e corpo, togliendomi (per il momento) il piacere dello sport.

Questo mio percorso è stato più un bisogno di adattamento. Lo vedo così. Perché in fondo questo è quello che mi fa sentire vivo: crescere, evolvermi, cambiare pelle. Sentire Dio dentro di me e ricercarlo in tutto ciò che mi circonda.

Un senso diverso, un senso vero. La prospettiva sulla quale è costruita la nostra realtà.

Se il punto di fuga è la nostra determinazione, il foglio di carta su cui è disegnato è Dio.

  • Condividi questo articolo
scrivania con libri e calamaio per riflessione filosofica

Quando l’Azione Rivela Chi Siamo

Negli ultimi giorni ho raccolto appunti leggendo un testo su Heidegger. Non avevo un obiettivo preciso: volevo semplicemente capire meglio perché il suo pensiero continua a tornare nelle conversazioni sulla libertà, l’autenticità, e il modo in cui abitiamo il mondo.

La prima cosa che mi ha colpito è il modo in cui rilegge Aristotele.
Praxis e Poiesis sono per Aristotele 2 delle tre forme di attività (la terza e l’attività teoretica).
Nella Praxis, l’attività ha il fine in sé stessa. L’esempio che lui porta è il suonare uno strumento musicale. In questo caso il fine dell’attività è l’attività stessa. Quando cessiamo di suonare, cessa anche il suono. Il manifestarsi del suono coincide quindi con il manifestarsi di colui che suona.
Nella Poiesis invece, il fine dell’attività è oltre gli atti stessi. Nel testo viene dato l’esempio del costruire un tavolo di legno. Il prodotto finale (il tavolino) compare soltanto quando l’attività del produttore è cessata.

Heidegger prende questi due concetti e li rivisita in chiave ontologica. Diventano due modi in cui l’essere umano si manifesta oppure si nasconde: se agiamo come produttori, l’azione svanisce nel risultato. È Poiesis: il gesto scompare nell’oggetto.
Se invece agiamo come agenti in senso proprio, l’azione si mostra. È Praxis: ciò che facciamo rivela qualcosa di noi.

Questa idea mi ha spostato il baricentro. Non è una questione morale o tecnica.

Heidegger collega questa dinamica alla distinzione tra esistenza autentica e inautentica.

L’esistenza inautentica non è una vita priva di valori, o immorale, ma una vita basata sull’attività poietica. L’uomo diventa completamente dipendente dagli strumenti che dovrebbero aiutarlo a vivere.

L’esserci si disperde nei mezzi di cui fa uso.

L’esistenza autentica, al contrario, è quella basata sulla Praxis. Secondo Heidegger infatti, la prassi (il fare) ha il primato sulla teoria. Una differenza sostanziale con i filosofi e pensatori passati (da Socrate a Husserl, passando per Seneca), secondo cui l’uomo accede a sé stesso grazie a un atto di riflessione interiore.

La seconda cosa che mi ha colpito è che, per Heidegger, sono i fenomeni esistenziali (stati d’animo) i modi in cui l’essere si rivela a sé stesso. Ed è qui che entrano in scena emozioni che di solito consideriamo negative.

La paura, per lui, è uno dei fenomeni attraverso cui l’esserci può rivelarsi. Ma può anche diventare una fuga: ci libera temporaneamente dall’obbligo di essere liberi, dall’incombenza di scegliere (leggi a questo proposito L’illusione delle scelte infinite). L’angoscia è diversa. Non nasce da qualcosa che temiamo, ma dal modo in cui il mondo, improvvisamente, perde significato. È una scossa che disfa l’inautenticità e apre spazio a un nuovo modo di esistere.

Trovo sorprendente che per Heidegger siano proprio questi stati a offrire un varco verso l’autenticità. Non sono ostacoli: sono segnali.

Quello che non mi è ancora chiaro è come distinguere, nella vita quotidiana, i momenti in cui un’emozione mi rivela qualcosa da quelli in cui mi sta semplicemente spingendo a fuggire.
È un confine sottile. A volte penso che l’angoscia possa rivelare; altre volte mi sembra una forza che chiude.

Continuo però a tornare a questa immagine: l’azione che si mostra.
Mi chiedo come cambierebbe il mio modo di lavorare, di insegnare, di imparare, se osservassi più attentamente quando il mio fare è un vero gesto e quando invece è solo produzione.

Forse il primo passo verso un’esistenza più autentica è imparare a riconoscere la differenza. Non in astratto, ma nel ritmo delle nostre giornate.

È qui che intendo continuare la mia esplorazione: nel vedere se, e come, queste idee riescono a illuminare piccole decisioni quotidiane — quelle in cui spesso non ci accorgiamo nemmeno di esserci.

  • Condividi questo articolo
Photo by moren hsu on Unsplash
Photo by moren hsu on Unsplash

L’illusione delle scelte infinite

Mi infastidisce terribilmente il sentirmi bloccato e non in grado di scrivere, soprattutto perché scrivere è la cosa che mi piace di più in assoluto.

Questa frustrazione non è un problema di scarsa disciplina, e non è nemmeno solo l’ombra del perfezionismo. È una questione di presenza. Qualsiasi cosa io stia facendo, ho sempre la spiacevole sensazione che dovrei star facendo un’altra cosa. E non importa se tutte queste sono attività che ho scelto e che vorrei fare: praticare Bach al pianoforte, allenarmi per un triathlon, studiare il greco antico, curare il mio secondo cervello.

Il problema, in sintesi, è che ho sostituito l’idea di fare le cose con il farle. L’Idea ha sostituito la Praxis.

La Velocità Impossibile dell’Idea

L’Idea vince sulla pratica perché, per sua stessa definizione, richiede zero tempo di esecuzione. Posso pensare di voler imparare a memoria un minuetto di Bach in un secondo. La Pratica richiede ore e fatica.

Questa dinamica non è un nostro difetto individuale, ma un sintomo dell’era in cui viviamo. Abbiamo un rapporto sbagliato con il tempo, derivante dalla nostra percezione accelerata:

1. Confusione Temporale: Abbiamo confuso il tempo della vita (finito, esperito soggettivamente) con il tempo del mondo (oggettivo, potenzialmente infinito). Ci siamo illusi di poter controllare tutto e di poter accelerare ogni processo.
2. L’Illusione dello Smartphone: Abbiamo ereditato l’aspettativa di una connessione istantanea e onnicomprensiva. Se posso connettermi al mondo in ogni momento, perché non dovrei poter portare a termine la mia lista di cose da fare con la stessa velocità?
3. Il Paradosso di Jevon: Come ha esplorato Oliver Burkeman, vivendo in una società accelerata, la nostra reazione è di aumentare la nostra velocità e la nostra efficienza. Ma si verifica il paradosso di Jevon: il tempo che guadagniamo non viene speso per riposare; lo riempiamo immediatamente con altre cose da fare. E quando queste non riusciamo a farle, le riempiamo con l’idea delle cose da fare. Ed ecco che arriviamo al blocco.

Il risultato è un sovraccarico emotivo: ci sentiamo sempre in debito di produttività, costretti a correre per giustificare la nostra esistenza. Se contasse come attività fisica, sarei Usain Bolt.

L’Atto di “Tagliare Fuori”

Questo è il punto cruciale che la nostra mente accelerata non vuole accettare: il mondo ha troppo di più da offrire di quanto sia possibile sperimentare in una singola vita.

Un altro paradosso è che anche se fossimo immortali, non potremmo comunque sperimentare tutte le scelte possibili. L’etimologia stessa della parola “decidere” (dal latino decidere) significa “tagliare via” o recidere. Quando prendiamo una decisione, per definizione, rinunciamo ad infinite altre.

Queste infinite rinunce sono incommensurabili—non possono essere misurate, confrontate o rimpiante. Eppure noi, ossessionati dall’ottimizzazione, pensiamo che possiamo calcolare la perdita e viviamo costantemente nel timore di sbagliare la scelta.

Platone usa un concetto simile parlando del nostro essere: se esiste un solo modo di essere, esistono infinite possibilità di non-essere. L’ansia moderna deriva dal voler essere tutto, negando l’atto essenziale del “tagliare fuori” che, in realtà, è ciò che dà forma alla nostra vita.

Leggi anche: Ciò che Sai È il Risultato di Ciò che Hai Scelto di Ignorare

La Soluzione: Riconquistare la Praxis con le Attività Ateliche

Per spezzare il dominio dell’Idea sulla Praxis dobbiamo fare una scelta radicale. Non si tratta di una nuova tecnica di gestione del tempo, ma di un cambiamento esistenziale che riporta lo scopo nel presente.

La soluzione sta nel prediligere e ricercare le attività ateliche, cioè quelle attività che hanno uno scopo in esse stesse e non nel prodotto finito (come le attività teliche).

Un’attività atelica è suonare il pianoforte solo per il piacere del suono; è camminare solo per il piacere del passo; è scrivere perché si ama il processo di trovare le parole giuste. Non sono giustificate dal futuro (il concerto, la gara, l’articolo pubblicato), ma solo dal presente.

Questa filosofia è in linea con l’idea di esistenza autentica di Heidegger (ne ho scritto sul mio Substack). Nel momento in cui ci dedichiamo a un’attività atelica, non siamo più mossi dal debito di produttività o dalla paura di perdere il tempo. Il fare diventa il proprio scopo, l’Idea scompare, e la nostra presenza si ristabilisce.

Scegli di essere lo scrittore che si gode la frase, invece di pensare all’articolo finito. Scegli di essere la persona che prende in mano un libro invece di pensare di leggerlo.

Scegli di essere.

Solo allora la paura di perdere il tempo si dissolve, e lo spazio che ci sembrava occupato dal blocco si riempie finalmente di presenza e pratica.

  • Condividi questo articolo
Macchina da scrivere su scrivania con libro aperto, whisky e sigarette.

Le 5 regole di Hemingway per il journaling

Il journaling è parte della mia routine mattutina da anni. Ho iniziato nel 2018, semplicemente sedendomi a scrivere ciò che avevo vissuto quel giorno. Tutto qui: scrivere.

Leggi anche: Journaling: una guida per principianti

Scrivere è pensare su carta. Farlo a mano ci obbliga a scegliere. In un mondo che ci sommerge di stimoli, il journaling diventa un esercizio di sottrazione: distinguere il suono dal rumore (Ciò che Sai È il Risultato di Ciò che Hai Scelto di Ignorare).
Quando riapro quei diari ritrovo dettagli che altrimenti sarebbero svaniti. Ed è proprio in quei dettagli che riconosco la forma di me stesso.

Insieme a Raymond Carver, Ernest Hemingway è uno dei miei scrittori moderni preferiti. Sono dipendente dal loro minimalismo quasi brutale. Le parole sono scelte con cura e parsimonia. Non spiegano: evocano. Come un odore, un suono, un’immagine improvvisa.

Quel modo di setacciare l’animo umano mi ha insegnato a dare un nome a tutto ciò che sento.
Da qui nascono i cinque consigli che ho tratto dalla routine di Hemingway, per chi vuole usare il journaling come pratica di consapevolezza.

1. Crea una routine definita

“When I am working on a book or a story, I write every morning as soon after first light as possible. There is no one to disturb you, and it is cool or cold, and you come to your work and you warm as you write.”
Ernest Hemingway

Hemingway mantenne questa routine per tutta la vita. Il journaling funziona davvero solo se diventa un’abitudine. Scrivere ogni giorno alla stessa ora lo trasforma da “una cosa da fare se riesco” a parte integrante della giornata. Come diceva William Faulkner:

“Io scrivo solo quando sono ispirato. Per fortuna, l’ispirazione mi colpisce ogni mattina alle nove.”

2. Inizia con una frase vera

A volte, all’inizio, trovare il flusso è difficile. Anch’io mi sentivo frustrato dopo alcune sessioni: avevo la sensazione di non aver scritto nulla di autentico.
Col tempo ho capito che era perché avevo mentito a me stesso. Scrivevo ciò che pensavo di dover scrivere, non ciò che avevo davvero dentro.

Hemingway consigliava di iniziare con una frase vera. Chiediti: “Cosa sto davvero pensando? Cosa mi preoccupa? Cosa desidero? Come mi sento, davvero?” Poi lascia che il cuore guidi la mano. All’inizio può essere scomodo, ma con la pratica la verità diventa naturale.

3. Scrivi senza giudicare

Trovata la frase vera, bisogna scrivere senza giudicare. Un grande scrittore — diceva Hemingway — sa osservare senza condannare. Solo così può entrare in un’altra realtà.

Quando giudichiamo ciò che scriviamo, lo forziamo nei limiti della nostra sensibilità. Il journaling serve a osservare, non a correggere.

Cercare dentro di noi significa incontrare pensieri che spaventano o feriscono.
Di solito li ignoriamo. Scriverli, invece, li rende visibili. E ciò che prende forma smette di infestare.

4. Descrivi i tuoi demoni

Scrivere senza giudizio porta in superficie ciò che nascondiamo, anche a noi stessi: dinamiche, ferite, paure che ci tengono in ostaggio.
A volte ci fanno credere di essere sbagliati.

Seneca scrive a Lucilio:

“Le cose che ci atterriscono sono più di quelle che in realtà ci affliggono.”

Dietro ogni malessere c’è un demone. Dargli un nome significa disarmarlo. Solo allora capiamo di essere noi al comando.

5. Fermati quando sai cosa scrivere

Hemingway si fermava quando sapeva già cosa avrebbe scritto il giorno dopo. Questo crea un ponte invisibile verso la sessione successiva.

Quando ti fermi, la mente continua. L’inconscio lavora sull’idea rimasta sospesa, la riempie di dettagli che la concentrazione non avrebbe mai visto. Non è romanticismo, si chiama Default Mode Network.

Conclusione

Il journaling non è un rituale di autoanalisi. È un esercizio di verità, di attenzione, di libertà. Scrivere ogni giorno significa imparare a vedersi con chiarezza — e a vivere con un po’ più di onestà verso se stessi.

“Se cerchi la verità, alla fine potrai trovare conforto; se cerchi conforto, non avrai né conforto né verità, bensì soltanto illusioni lusinghiere e fantasie consolatrici all’inizio, e disperazione alla fine.”
C.S. Lewis

Leggi anche: Dal Journaling Guidato al Secondo Cervello: Scrivere per Pensare Meglio

  • Condividi questo articolo
una bella torta di compleanno con una candela per il primo compleanno di una bambina.
Photo by Diliara Garifullina on Unsplash

Il primo compleanno di nostra figlia

Mi piace immaginare così la nostra vita insieme: tu Luna crescente, all’inizio avrai bisogno del nostro supporto per essere completa. Noi non faremo altro che rifletterti la luce dell’amore che a nostra volta abbiamo ricevuto e riceviamo.

Tu crescerai, fino a diventare Luna Piena. Noi ci ritireremo per lasciarti splendere, per tornare poi a completarti nella tua vita da adulta, in qualsiasi forma possibile.

Chissà, forse allora sarai in grado di leggere le parole che ti ho scritto sul cuore quando ti ho accolta sul mio petto.

Così scrivevo quando sei venuta al mondo. E il nostro primo anno insieme è andato proprio così. Ti abbiamo vista crescere ogni giorno di più, notando ogni tuo piccolo cambiamento. Tu con quegli occhioni marroni che osservavi tutto intorno a te.

Fuori piove. Il vento sferza la pioggia. Un vento freddo che soffia via l’autunno per far posto all’inverno. Ci godiamo il tempo insieme.

Vorrei chiederti cosa pensi quando mi guardi. Chi vedi davanti a te? Cosa pensi di quest’uomo con la barba sempre più brizzolata che ti cambia i pannolini, ti prepara da mangiare, balla come un pazzo e riempie te, tua madre e tuo fratello di baci e abbracci? Quello un po’ buffo che forse prende in mano troppi libri.

Potrei citarti Platone, Pascal, Ruskin, Tolstoj, Sant’Agostino, Marco Aurelio, Epitteto, Ovidio e troppi altri. Mi illumino e mi nutro della loro saggezza provando ad ampliare la mia. Mi insegnano a vedere la profondità, quella che purtroppo abbiamo imparato a ignorare. Sento un fuoco bruciarmi dentro, un bisogno di crescere, di evolvermi. E allora scrivo, cerco ancora, mi pongo domande e provo a dare risposte. Non le trovo sempre.

Poi alzo lo sguardo e vedo il tuo bel viso osservarmi incuriosito. Hai in mano una bacchetta verde e ti sei fermata dal suonare il tuo tamburo preferito. Appena i nostri occhi si incontrano tu mi lanci un sorriso così vero da fare quasi male ed è lì che la saggezza anziché leggerla la sento.

Tutte queste persone parlano di Te, di ogni forma di Amore che arriva sulla terra a ricordarci il nostro posto e il nostro ruolo. Il resto è semplicemente superfluo. Un esercizio di stile nella migliore delle ipotesi. Un peccato nella peggiore.

La Verità rappresenta il punto di fuga su cui è costruita la prospettiva della nostra vita. Se cercherai bene nella tua anima potrai riconoscerla. Costruiscici sopra la tua vita.  La vita è quello che si rivela attraverso la coscienza, ed essa c’è sempre e dovunque. Il nostro errore è di chiamare vita ciò che ce la nasconde.

Non caderci amore mio.

Secondo Jung lo scopo della vita non è essere perfetti, ma essere completi. Per essere completi dovrai cercare e raccogliere pezzi dentro e fuori di te. Chiunque incontrerai può dartene uno. Chiunque. Io ho iniziato 40 anni fa e ora finalmente inizio a vedere l’intero mosaico. E pensa un po’, è proprio l’immagine del tuo sorriso.

Oggi è il tuo compleanno. Tante persone, tanti sorrisi. Tanti regali. Ma sappi che il regalo più grande lo hai appena fatto tu a me.

Buon primo compleanno amore mio!

  • Condividi questo articolo
40 lezioni di vita in 40 anni con tutti gli interessi che una persona può avere.

40 lezioni in 40 anni. Ciò che la vita mi ha insegnato finora

40 anni. 14.610 giorni. 350.640 ore. 21.038.400 minuti.

Il mio cuore ha battuto circa 1,26 miliardi di volte.

Ho fatto più o meno 252 milioni di respiri.

Ho camminato almeno 44000 km.

Ho pianto, ho riso.

Ho amato.

Amo.

Quarant’anni sono lunghi abbastanza per vedersi finalmente per ciò che si è. Non si ha più voglia di apparire, si ha bisogno di Essere. Non si ha più bisogno di essere in tempo. Si ha bisogno di essere nel Tempo.

Quarant’anni mi hanno rivelato tante risposte e nuove domande. Più difficili.

Condividere è un verbo particolare: di solito dividere riduce, ma a seconda dell’oggetto, il risultato si moltiplica.

Ho scelto di condividere 40 lezioni raccolte nei miei primi 40 anni. Per moltiplicarne le gioie e le scoperte, sommare ciò che arricchisce, dividere ciò che pesa, trasformando ogni esperienza in qualcosa che resti, che sia utile anche a qualcun altro.

Fondamenta interiori

1. Cerca sempre la Verità. È il punto di fuga su cui è costruita la prospettiva della vita. Riconoscerla non è difficile. Accettarla lo è.

2. Pensa con la tua testa. Noam Chomsky spiega come siamo passati dal consumare informazione a consumare le opinioni sull’informazione. È una differenza sottile ma sostanziale. Vai alle fonti, confrontale, approfondisci e giudica tu stessa/o.

3. Logica, Grammatica, Retorica. Pensare, Scrivere, Parlare. Nelle prime università facevano parte del Trivio, 3 delle 7 arti liberali. Rappresentavano la base degli studi per qualsiasi indirizzo. Se pensi di non averne bisogno, devi metterti a studiarle al più presto. (Leggi: L’importanza del Trivio nel XXI secolo)

4. Allena la memoria. Ciò che memorizzi influenza i tuoi pensieri. I tuoi pensieri influenzano le tue azioni. Le tue azioni danno forma alla tua vita. (Leggi: L’Arte della Memoria)

5. Diventa consapevole di come passi le tue giornate. “Osserva bene e vedrai che moltissima parte di vita si perde operando male, molta facendo nulla, e tutta operando a rovescio. Metti insieme tutte le tue ore. Padrone del presente, penderai meno dall’avvenire.” (Seneca, Lettere a Lucilio).

6. Organizza il tuo sapere. Quanto ricordi di quanto hai letto, visto o sentito? Crea un sistema per ritrovare tutto ciò che impari. Io ho creato un secondo cervello (Leggi: Come ho costruito un secondo cervello).

7. Pratica una Dieta Informativa. Scegli 1 libro di fiction, 1 articolo lungo a settimana, 1 libro non-fiction per approfondire l’interesse del momento. Elabora ciò che leggi, fallo tuo. Lascia andare il resto. (Leggi: Come impostare una Dieta Informativa)

Corpo e disciplina

8. Prenditi cura del tuo corpo. Fa del suo meglio per tenerti in vita. Non ne avrai un altro. Impara a vederlo come il Tempio della tua Anima. Scegli bene come nutrirlo.

9. Pratica sport di resistenza. Come il nuoto, la bici, la corsa. Magari tutti e tre insieme. Imparerai che non esistono altri avversari che i tuoi limiti. L’unico avversario da battere sei tu stesso. (Leggi: Perché ho scelto di allenarmi per il mio primo Triathlon)

10. Pratica sport da combattimento. Imparerai a gestire la rabbia e la paura, gli unici due nemici da sconfiggere.

11. Non sottovalutare il riposo. È lì che il corpo e l’anima crescono e si evolvono. Non avere paura di andare a letto presto.

12. Riscopri la noia. È nel Default Mode Network che succede la magia. Idee, possibilità e occasioni altrimenti sepolte sotto notifiche e shot di dopamina.

13. Abbi pazienza con te stesso. Viviamo in un mondo in cui tutto deve essere veloce. È una bugia. “C’è un tempo per ogni cosa”, conceditelo.

Sapere e cultura

14. Crea una biblioteca personale. “Quale enorme ricchezza vi può essere in una piccola, scelta biblioteca. La comunione con persone sagge e degne, appartenenti a tutte le civiltà nel corso di migliaia di anni”. (R.W. Emerson)

15. Tieni un commonplace book. Raccogli frasi, citazioni, poesie, riflessioni. Tutto ciò che ti colpisce e ti ispira. Portalo con te e abituati a consultarlo ogni volta che senti il bisogno di prendere in mano il telefono. (Leggi: Il potere del commonplace book nell’era dell’AI)

16. Impara almeno una lingua straniera. “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, diceva Ludwig Wittgenstein. Imparare altre lingue vuol dire conoscere altri modi di vivere, di percepire sé stessi e la realtà.

17. Impara a suonare uno strumento. Disciplina ed espressione si incontrano. Imparate a riconoscere le profondità delle vostre anime e le capacità del vostro corpo. Vi aiuterà a comprendere di più voi stessi e quindi gli altri.

18. Impara a giocare a scacchi. Un misto perfetto di Arte, Forza e Bellezza.

19. Approfondisci la filosofia. Le domande che provi ad ignorare in modi più o meno distruttivi sono le stesse domande di tutta l’Umanità. Ci sono centinaia di persone che hanno dato risposte. Apri un loro libro e parlaci.

20. Leggi i Grandi Classici. Non sono “storie”, sono istruzioni d’uso per la tua anima. Una ricchezza di cui andare fieri.

21. Tieni un Reading Journal. Analizza ciò che leggi. Riflettici sopra. Fissa i tuoi pensieri dialogando con l’autore. (Leggi: Come ricordare ciò che leggi)

22. Scrivi online. Per condividere ciò che stai imparando e comprendere ciò che non hai ancora capito. (Leggi: Il metodo Feyman).

23. Scrivi a mano. Connette mente e corpo abbassando la velocità dei pensieri, che ti saranno più chiari.

24. Tieni un diario. Incastonare la tua vita in vene di inchiostro su un corpo di carta. Una ricchezza incommensurabile per te e per chi verrà dopo di te. (Leggi: Journaling: una guida per principianti)

Bellezza e creatività

25. Ascolta la musica classica. Ti educa alla bellezza e all’ascolto attento. Ti insegna a ricercare e riconoscere le forme. Ti mostra come esporre un’idea portandola alla sua massima espressione. (Leggi: Come ho scoperto il Deep Listening)

26. Vai ai concerti. Impara a riconoscere la tensione prima che sfoci nella bellezza. Ascolta, guarda, tocca, usa tutti i sensi.

27. Sostieni la cultura. Fai volontariato, donazioni, qualsiasi cosa in tuo potere per difendere, condividere e accrescere questo patrimonio sconfinato e preziosissimo.

28. Crea i tuoi rituali. Il rituale celebra l’Essere e il Tempo declinando passato, presente e futuro. Ti aiuterà a mantenere la rotta.

Relazioni e amore

29. Parla con i tuoi nonni. Fatti raccontare della loro gioventù, della loro vita. Fallo prima che i ricordi si mescolino con i sogni. Fanno parte di te, di ciò che sei diventato.

30. Osserva i tuoi figli. La magia dell’infanzia è data dalla capacità dei bambini di vivere completamente nel presente. Impara da loro.

31. Di’ “Ti voglio bene. Ai tuoi amici, ai tuoi genitori, al tuo cane, gatto. Chiunque. Cambierà la tua vita e la loro.

32. Di’ “Ti Amo. Provare l’Amore vero permette di contemplare Dio. Per riceverne di più bisogna condividerlo. Cambierà la tua vita e quella degli altri.

33. Riconosci i tuoi errori. Per chiedere scusa. Per imparare da essi. O entrambi.

Tecnologia e tempo

34. Riduci al minimo l’uso del telefono. 3 ore al giorno passate a scrollare sono 45 giorni l’anno. Cosa potresti raggiungere in 45 giorni?

35. Fai un digital detox. Pianifica periodi più o meno di lunghi senza internet. L’Uomo ne ha fatto a meno per migliaia di anni. Non è necessario come credi. Ne ritroverai anche il valore aggiunto.

36. Lascia i servizi di streaming. Ci siamo abituati a noleggiare la cultura. La cultura va posseduta. Toccata con mano. Consumata un pezzo alla volta, non a colpi di shuffle. Compra i libri. Compra la musica (si può anche digitale). Sarà la tua dote, che un giorno potrai donare. Ecco perché ho deciso di lasciare Spotify.

Vita profonda

37. Impara dal dolore. Ti sembrerà di impazzire. Per non farlo dovrai lasciar cadere tutte le maschere che indossi e vederti nella tua “miseria”. Sei abbastanza forte per farlo? (Leggi: Cosa si pensa davanti a una madre morente?)

38. Cura la tua spiritualità. Molto difficile nell’era della velocità e degli algoritmi. Eppure mai come ora necessario.

39. Impara ad ascoltarti. Dentro di te c’è una consapevolezza costruita perfettamente sulla Verità. Sa sempre cosa sia giusto fare. (Re)impara ad ascoltarla e sii forte abbastanza da seguirla.

40. Segui la tua curiosità. Anche e soprattutto quando sembra portarti fuori strada. In realtà ti sta portando via da quella sbagliata. “Quod curiositate cogniverunt, superbia amiserunt” (Ciò che hanno imparato per curiosità, lo hanno perso per orgoglio).

  • Share:

Where is the life we have lost in living?

Ho ceduto anch’io.

All’inizio era solo curiosità. Poi è diventata efficienza, comfort, velocità. Ho iniziato a delegare piccole cose: un riassunto, un’idea, qualche parola in una lingua straniera. Ma, a poco a poco, ho delegato anche la fatica del pensiero.

Un giorno, ascoltando un video sull’“igiene cognitiva”, è comparsa una frase di T.S. Eliot che mi ha inchiodato:

Where is the life we have lost in living?
Where is the wisdom we have lost in knowledge?
Where is the knowledge we have lost in information?

Mi sono fermato. Perché ho capito che non stavo più pensando. Stavo solo processando. L’intelligenza artificiale non ci ha tolto il pensiero. Ma ci ha tolto qualcosa di più sottile: la frizione.

E con essa, la possibilità di scoprire chi siamo nel momento stesso in cui pensiamo davvero.

La frizione del pensiero

Pensare è una forma di resistenza. È il luogo dove si incontrano dubbio e desiderio. Il pensiero vero — quello che non segue una scorciatoia — nasce da una frizione: un attrito con la realtà, un’impasse, un gesto faticoso. Lo sa chi insegna, chi crea, chi ama.

Hannah Arendt scriveva che

“l’assenza di pensiero non è stupidità, ma assenza di dialogo.”

Quel dialogo è fatto di domande difficili, di attese, di errori.

È più facile chiedere a ChatGPT. Come dice Jamie Bartlett, è più facile pensare domande che cercare risposte. Questo dà anche un’illusione di competenza o pensiero critico, ma non dobbiamo dimenticare che il lavoro vero sta nell’analizzare informazioni e sintetizzarle.

Il paradosso della conoscenza

Secondo Nicholas Carr, le attività analogiche — leggere un libro, scrivere a mano, aspettare una risposta — allenavano il pensiero critico. Le abbiamo progressivamente eliminate in nome dell’efficienza.

Ma siamo davvero diventati più intelligenti?

Lo vedo più come un altro esempio del paradosso di Jevons: quando una risorsa diventa più abbondante e accessibile (come l’informazione), ne consumiamo di più, ma la usiamo peggio. Il risultato è un sapere superficiale, che non si sedimenta. Hai mai pensato a come ci siamo abituati ad affittare la cultura? Questa è stata una delle ragioni per cui Ho lasciato Spotify. Ecco perché.

Non abbiamo più bisogno di ricordare, né di cercare. Ci basta digitare, copiare, cliccare. Il sapere è ovunque. Ma la saggezza, quella che nasce dal tempo e dall’attrito, sembra altrove.

Leggi anche: Ciò che Sai È il Risultato di Ciò che Hai Scelto di Ignorare

La delocalizzazione cognitiva

Mi affascina la somiglianza con ciò che è accaduto nell’economia globale. La delocalizzazione industriale ha cambiato l’architettura del lavoro.

Oggi, stiamo assistendo a una delocalizzazione cognitiva: un trasferimento silenzioso del nostro pensiero verso strumenti che “pensano al posto nostro”. Non si tratta solo di outsourcing funzionale. È un cambiamento antropologico.

Più ci affidiamo a intelligenze esterne, meno alleniamo la nostra. Più ci separiamo dalla fatica del pensare, più ci allontaniamo da noi stessi.

E quando perdiamo contatto con la nostra identità, perdiamo anche la capacità di gestire l’ansia, la complessità, il limite.

Riconquistare il vivere

Questa riflessione non è una condanna dell’AI. Chi mi conosce sa quanto sia appassionato di tecnologia e come utilizzi l’AI per imparare meglio. Eppure proprio perché inizio a subodorarne le immense potenzialità mi rendo conto di quanto sia importante rafforzare le competenze personali e naturali.

È un invito a riconquistare il pensiero come gesto umano.

Possiamo scegliere — ancora — di:

Per i più arditi c’è sempre la possibilità di costruire un secondo cervello, come ho fatto io. Una struttura in grado di contenere molte più informazioni di quanto potrebbe fare il nostro cervello. Una struttura con la quale confrontarsi, farsi ispirare e continuare ad imparare, scoprendo cosa non sappiamo ancora.

metodo di studio zettelkasten

Uno screenshot del mio secondo cervello

Pensare è un atto sovversivo. Un gesto di libertà in un tempo di delega. Forse il futuro non ha bisogno solo di più risposte. Ha bisogno di domande migliori. Domande da porre a sé stessi. Domande che non vengono da un codice.

Vengono da chi ha avuto il coraggio di pensare — anche quando faceva male.

  • Condividi questo articolo

Il Grande Inganno: Lusso, Necessità e il Costo Nascosto della Tecnologia

Ho letto recentemente un’intervista a Vauhini Vara, autrice e giornalista, su De Groene Amsterdammer 149/26. Vauhini è nata in Canada da genitori indiani. All’età di dieci anni si è trasferita negli Stati Uniti, prima in Oklahoma e poi a Seattle, dove il padre lavorava per la casa produttrice di aerei Boeing. Il punto centrale dell’articolo, che è poi ciò che l’autrice stessa si chiede, è come sia possibile riappropriarsi della propria individualità nell’era della tecnologia.

Per rispondere a questa domanda, Vara racconta dei grandi cambiamenti tecnologici che anch’io, come lei, ho vissuto in prima persona. Siamo la generazione a cavallo tra passato e futuro. Io ho conosciuto un’adolescenza senza telefoni: partite interminabili al campo da calcio, lunghe attese per treni e autobus che non passavano mai, andare a chiamare gli amici direttamente a casa o telefonargli sul telefono fisso. Poi è arrivato internet. Ricordo ancora il suono del modem a 56k e la prima volta che sono riuscito a installare il Wi-Fi a casa dei miei. Ricordo anche l’arrivo degli smartphone. Un mio amico se ne innamorò subito e rimasi colpito dal fatto che qualcuno volesse spendere così tanto per comprare l’iPhone. Non mi ispirava molta fiducia. Lo comprai di seconda mano un paio d’anni dopo, perché ormai me ne ero incuriosito e, in fin dei conti, non c’era molta altra scelta.

Ciò che mi ha colpito è questo: quando guardiamo al passato e lo confrontiamo con il presente, facciamo l’errore – peraltro comprensibile – di credere che tutto sia successo di colpo. I grandi cambiamenti in realtà sono l’effetto di tanti piccoli passi, ma compiuti a una velocità altissima.

Vara racconta di come, quando arrivò internet, credeva fosse uno spazio ideale per crescere e migliorarsi. Oggi invece realizza che anche allora, quando le aziende stesse forse ancora non realizzavano il potere che stavano accentrando nelle loro mani, l’intero sistema fosse già viziato, compromesso.

Non dobbiamo mai dimenticare che, dietro ai servizi veloci e apparentemente gratuiti, ci sono delle aziende che, come tali, seguono un preciso modello di business. Google, ad esempio, dà accesso a tutte le informazioni disponibili. Allo stesso tempo, però, guadagna sulla creazione – e successiva vendita – del nostro profilo personale con preferenze, interessi, spostamenti. Amazon punta sulla narrativa della trasparenza dei prezzi, ma di fatto utilizza strategie per escludere le aziende con minore disponibilità, annientando di fatto la concorrenza.

Vara, come Nicholas Carr, sostiene che ci sia bisogno di una presa di coscienza e quindi di responsabilità da parte dei consumatori. Non è vero che non possiamo cambiare le cose. È vero che durerà di più e sembrerà quindi più difficile. Non può essere altrimenti quando si ha a che fare con continue distrazioni e narrative che inibiscono il pensiero critico. Per questo, mai come oggi, è importante riappropriarsi di strumenti come il Trivium.

Leggi anche: Manuale di sopravvivenza al tempo degli algoritmi

Un altro aspetto da non dimenticare è che alcune di queste aziende, che promettono di collegarti con il mondo, possono allo stesso tempo controllare la diffusione di alcuni tipi di contenuti ritenuti arbitrariamente “non conformi alle direttive”. Non ci rendiamo conto del pericolo e del paradosso di questa situazione. Posso parlare in tempo reale con qualcuno che si è appena svegliato in Australia, ma qualcun altro può zittirmi oscurando il mio profilo o bloccando i miei contenuti. Questo, naturalmente, non succede alla luce del giorno. Non serve. Basta programmare un algoritmo in grado di “scoraggiare” certi contenuti.

Vara riflette su come persone come Zuckerberg o Altman con il suo Moore’s Law for Everything, non facciano altro che dipingere e descrivere minuziosamente un futuro che ancora non esiste e in cui “casualmente” i loro prodotti giocano un ruolo cruciale. Altman arriva a sostenere che grazie all’AI si arriverà al famoso Reddito di Base Universale per tutti, visto che l’intelligenza artificiale cambierà drasticamente la società. E se vuoi rimanere al passo, devi darti da fare. È una sorta di self-fulfilling prophecy, in cui ci si autoconvince che quello sarà il futuro e si comincia già ad agire di conseguenza. Yuval Harari spiega molto bene nei suoi libri l’importanza dei miti e delle storie condivise, gli unici collanti in grado di muovere milioni di persone.

Io sono un grande appassionato di tecnologia e di AI. Eppure, da un po’ di tempo, sento un campanello d’allarme che suona sempre più forte. C’è qualcosa che non mi torna, e per questo sento un bisogno sempre più grande di tornare alla base: scrivere a mano, pensare, riflettere, memorizzare. Alla base di tutto c’è la realizzazione di una dipendenza unilaterale. È iniziato tutto quando ho deciso di abbandonare Spotify. Questo cambiamento è arrivato non a caso intorno al 26 febbraio 2025. Quella data era la scadenza per scaricare i libri acquistati su Amazon. È stato allora che ho scoperto l’esistenza del DRM. Ho iniziato a chiedermi: ‘Ma quindi, cosa è davvero mio? Come è possibile che mi sia abituato a prendere in prestito la cultura?’ Di fatto, ero in una situazione in cui, se Amazon, Kobo, Spotify o chiunque altro decidesse di cambiare le condizioni, mi ritroverei a doverle accettare (quasi sicuramente a mio discapito, non dimentichiamo che si tratta di aziende private che hanno come mira il profitto, non certo il mio benessere), oppure a dover lasciare andare collezioni che mi ero illuso fossero mie.

Leggi anche: Ciò che Sai È il Risultato di Ciò che Hai Scelto di Ignorare

La stessa cosa sta succedendo nell’Educazione. Da insider, mi rendo conto dei vantaggi che l’AI può portare nel workflow e di come cambierà di fatto il modo di studiare. Mentre all’inizio, preso dall’entusiasmo della novità, guardavo solo le cose positive, ora mi preoccupo un po’ di più. Una tecnologia potente come questa si inserisce in una situazione in cui i giovani hanno già gravi problemi di concentrazione. L’accesso alla cultura e a contenuti più impegnativi è ormai visto come una perdita di tempo, una cosa obsoleta e inutile, anacronistica. Secondo Carr, le tecnologie che eliminano questa frizione eliminano di fatto la possibilità di interagire con le fonti primarie, di coltivare un pensiero critico e di sviluppare e coltivare un gusto personale (interessante: Il Trivio per il XXI secolo: pensare, parlare, distinguere). Tutte cose che, anche nella migliore delle ipotesi, non abbozzano scenari positivi.

Come afferma Yuval Harari in Sapiens:

Una delle poche ferree leggi della storia è che i lussi tendono a diventare necessità e a produrre nuovi obblighi. Una volta che ci si abitua a un certo lusso, lo si dà per scontato. Si comincia col farvi affidamento e si arriva al punto da non poter vivere senza di esso.”

Cosa fare?

  • Condividi questo articolo
il continente americano e europeo ad una svolta epocale.

Il “dominio americano” e la crisi d’identità europea

Ho letto un articolo di Catherine De Vries, docente di Scienze Politiche alla Bocconi, che mi ha fatto riflettere profondamente. La relazione tra gli Stati Uniti e l’Europa, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, si è basata su un patto di difesa reciproca e sulla salvaguardia di valori comuni: democrazia, libero mercato e stato di diritto. Un accordo che, di fatto, ha sempre favorito entrambe le parti, sia politicamente che economicamente. Ma siamo sicuri che sia ancora così?

Con la caduta del Muro di Berlino, gli equilibri si sono rimescolati, dando vita a due visioni opposte per il futuro dell’Europa. Da un lato, Margaret Thatcher sosteneva il mantenimento del “dominio americano” sul continente. Dall’altro, François Mitterrand, sulle orme di Charles de Gaulle, spingeva per un’Europa indipendente, con la Francia a guidare il polo di potere. La NATO divenne l’organo di controllo principale, e solo la Francia ne uscì, permettendo, secondo George W. Bush, di “mantenere gli ex-satelliti dell’URSS nel mondo libero”.

Un paradosso militare e una visione di un secolo fa

Secondo un articolo di Tom Stevenson su De Groene Amsterdammer (DGA 149/25), a distanza di oltre 35 anni dalla fine della Guerra Fredda, la presenza militare americana in Europa è ancora imponente: ci sono circa 39.000 soldati in Germania, 15.000 in Polonia, 13.000 in Italia, e migliaia di altri sparsi in basi militari dalla Norvegia a Creta. In Paesi come il Belgio, i Paesi Bassi, l’Italia e la Germania, ci sono persino bombe nucleari B-61 che possono essere usate solo su ordine diretto degli USA.

Charles de Gaulle

Questo solleva una domanda cruciale: se lo scopo della NATO fosse quello di mantenere gli ex satelliti sovietici nel mondo libero, come spiegava George W. Bush, perché ci sono ancora così tanti soldati e basi americane in Paesi che sono già liberi e democratici? In Ungheria, Bulgaria e Slovacchia ci sono circa 150 (!) soldati americani. La risposta, temo, ci riporta a una visione che un tempo sembrava anacronistica, ma che oggi si sta rivelando in tutta la sua attualità: quella di Charles de Gaulle.

 

Già negli anni Sessanta, l’ambasciatore americano in Francia, Charles Bohnen, avvertiva il ministro degli Affari Esteri Dean Rusk che la visione di De Gaulle rischiava di far diventare l’Europa un terzo polo di potere. Era questo, in effetti, uno dei punti chiave del Memorandum di De Gaulle del 1958, che proponeva una direzione tripartita della NATO con USA, Regno Unito e Francia. Questa proposta, che mirava a dare maggiore peso all’Europa nelle decisioni strategiche globali, venne rifiutata.
De Gaulle reagì con coerenza e determinazione: ritirò le sue forze navali dal Mediterraneo dal comando NATO nel 1959, poi dalla Manica nel 1963. Rifiutò di immagazzinare armi nucleari straniere in Francia e costrinse gli USA a trasferire 200 aerei militari fuori dalla Francia. Nel 1966, ritirò ufficialmente la Francia dalla struttura militare della NATO, chiedendo la rimozione di tutte le basi NATO dal territorio francese. Fu una grande prova di carattere e coerenza, e nonostante i vari tentativi, gli Stati Uniti non riuscirono a isolare la Francia in Europa.

Destabilizzare per mantenere il controllo

Questa strategia di destabilizzazione, volta a prendere il controllo attraverso influenze più o meno dirette, è una costante della politica estera statunitense. Basti pensare alla Crisi di Suez del 1956, un atto imperialista di Gran Bretagna, Francia e Israele. Seguendo il Protocollo di Sèvres, i tre Stati fecero un accordo per cui Israele avrebbe invaso l’Egitto. La Gran Bretagna e la Francia sarebbero intervenute per mettere pace e riprendere intanto il controllo sul canale di Suez, nazionalizzato da Nasser. Per riprendere il controllo della situazione, gli USA, sotto la presidenza Eisenhower, ricattarono i due Paesi europei minacciando di vendere le loro riserve di sterline e di bloccare i fondi del Fondo Monetario Internazionale se non si fossero ritirati. Per De Gaulle, che allora non era ancora presidente, fu la prova definitiva dell’inaffidabilità dell’America e della necessità di puntare a un’indipendenza europea. Per la Gran Bretagna, invece, fu la conferma che non bisognava mai mettersi contro gli Stati Uniti.

Oggi ci troviamo in una dinamica simile. Già con l’amministrazione Obama si erano visti i primi segnali di un distanziamento dall’Europa a favore di un’apertura alla Cina. Con un possibile secondo mandato di Trump, questo distanziamento si sta trasformando in una vera e propria rottura, con i toni tipici dell’autoritarismo attuale.

Leggi anche: Manuale pratico per affogare la verità

Un’Europa unita e forte, con una moneta unica e un mercato autosufficiente, sarebbe l’incarnazione della visione di De Gaulle. È per questo che assistiamo a tentativi sempre più espliciti di disgregazione del continente: da Musk che incoraggia i tedeschi a votare per l’AfD, a JD Vance che alla Munich Security Conference afferma che il pericolo non viene dalla Russia o dalla Cina, ma dall’Europa stessa. La narrativa di figure come Peter Hegseth, nel famoso scandalo Signalgate, dipinge l’Europa come “superata, disarmata e non autosufficiente”, un continente da abbandonare al suo destino.

La cosa più preoccupante è che gli Stati Uniti si trovano in una posizione che permette loro di agire in modo impunito. Secondo il Financial Times, i diplomatici europei temono che gli USA utilizzino l’offerta di appoggio militare come ricatto per ottenere concessioni in ambito economico, ad esempio sulla regolamentazione di AI e Big Tech. A questo si aggiunge la dipendenza economica e infrastrutturale dell’Europa da software e cloud americani. Qualche anno fa, dopo l’elezione di Trump, un direttore di un ospedale all’Aia confessava di essere preoccupato: “Se Trump decidesse di spegnere quei server, non avremmo più accesso ai dati dei nostri pazienti”.

Un cambio di mentalità come propellente

Nonostante non condivida le sue idee di egemonia e grandeur francese, mi viene da pensare che forse De Gaulle aveva ragione. La sua visione sulla pericolosità del controllo americano sull’Europa, anche per mano della NATO, si sta rivelando in tutta la sua durezza.

L’unico modo per superare questo periodo è usarlo come propellente per un’unione ancora più profonda. Un’unione che parta dalla cultura che condividiamo da secoli e che ha portato alla creazione del pensiero occidentale. Si tratta di un cambio di mentalità che può essere difficile, perché ci siamo abituati così tanto all’influenza americana da non riuscire quasi a immaginare una vita indipendente, sia economicamente che culturalmente. Forse dovremmo tornare indietro nel tempo e ripassare la Storia, per capire chi è venuto prima di chi.

  • Condividi questo articolo