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due paia di scarpe di adulto e un paio di scarpe da bebè con attaccati dei palloncini

Quando verrai al mondo

Quando verrai al mondo…

Scrivo queste parole ed ho 8 anni. Aspetto trepidante che mamma e papá tornino a casa con la mia “nuova” sorellina. Rivedo il Moreno bambino che prende a calci un pallone sgonfio sotto casa. La polvere che si alza ad ogni calcio. Ricordo perfino il dolore del piede quando per sbaglio colpivo troppo in basso.

Ricordo l’emozione di poter uscire la sera d’estate. Da solo.

Di colpo sono diciottenne e sto salendo in macchina per la prima volta al volante. Un sorriso che cerca di nascondere la tensione.
Un attimo dopo sono mezzo addormentato sull’autobus che mi riporta a casa. Una giornata lunghissima di lavoro e studio. Il sedile dell’autobus si trasforma in un seggiolino e nelle mani mi ritrovo due bacchette. Il concerto sta per iniziare.

 

L’attimo successivo alzo lo sguardo e vedo entrare tua madre. La vedo entrare non solo nel locale, ma letteralmente nella mia vita. Nelle nostre vite. Lei neanche si accorge di me, io sono già perso. Scuoto la testa per riprendermi e mi ritrovo in un paese straniero, con una lingua nuova di imparare e una nuova vita da costruire.

Rivedo tutto il passato mentre col cuore in gola aspetto il futuro. Aspetto te.

armadio per vestitini bebè

In questi mesi ho ammirato tua madre fiorire con te. Una maestosità irraggiungibile. Devo raccogliere le energie per la sfida più importante di tutte: ringiovanire invecchiando.

 

Sai qual è la cosa che non vedo l’ora di fare? Ascoltarti. Mi sforzerò di percepire le ultime scaglie di quel mistero dal quale sei appena uscito. Proverò con tutto me stesso a sentirlo e farlo mio.
Per un breve momento, tu sarai il tramite verso il piano superiore. Magari avrai un messaggio per me da parte di nonna. E chi se lo perde.
E poi voglio parlarti. Raccontarti tante cose, scoprirne di nuove insieme mentre faremo insieme una parte del percorso.
Arriverai per fare un viaggio in questa dimensione e al contrario di quello che dicono, c’è così tanta bellezza che ne vale sicuramente la pena. La cercheremo insieme. La creeremo insieme.

Spesso mi perdo nei pensieri. Provo ad immaginare come ti senti adesso. Mi chiedo se tu sappia che tra qualche settimana farai il passaggio. Sai, in questa dimensione conosciamo solo il passaggio inverso e ne siamo molto spaventati. Tra le altre cose, perché non sappiamo quando avverrà.

Anche per questo voglio ascoltarti quando arriverai. Magari avrai qualcosa da sussurrarmi all’orecchio quando nessun altro ascolta.

Tre settimane. 21 giorni. Dovró spiegarti anche che il Tempo dobbiamo organizzarlo in minuti e ore invece che in momenti. Qualcosa con kairos e chronos. Io non voglio perdermi neanche un momento.

Quando verrai al mondo…nasceremo con te. Una mamma e un papá.

 

Logo percussive arts society

Percussive Arts Society: i rudimenti diventano 40

La Percussive Arts Society (PAS) ha raccolto e ampliato l’eredità del NARD (National Association of Rudimental Drummers).

Lo scopo di questa società, secondo quanto si legge sul loro sito, è quello di “ispirare, educare e supportare percussionisti e batteristi in tutto il mondo”. Un obiettivo ambizioso, verso il quale lavorano con pubblicazioni ed eventi regolari.

La società viene fondata nel 1961 da 14 esperti del settore: Remo Belli, Warren Benson, Mervin Britton, Robert Buggert, Don Canedy, Rey Longyear, Charles Lutz, Jack McKenzie, James L. Moore, Verne Reimer, Jim Salmon, Hugh W. Soebbing, Charles Spohn, and Robert Winslow.

L’opera di divulgazione inizia nel 1961 con la pubblicazione dei Percussive Arts Society Bulletins. Nel 1967 la rivista Percussive Notes diviene pubblicazione ufficiale del PAS.

Quasi quotidianamente vengono pubblicati post sul blog ufficiale PAS. A cadenza bimestrale viene rilasciato il Percussive Notes Journal (accesso a sottoscrizione).

Dal punto di vista degli eventi, PAS organizza un evento ormai divenuto mondiale, il Percussive Arts Society International Convention (PASIC) ad Indianapolis (Indiana).

A livello territoriale, organizzano clinics e workshops.

Un anno cruciale è stato senza dubbio il 1984, quando il PAS ha iniziato a lavorare all’ampliamento della lista dei  rudimenti.

40 rudimenti

Fino al 1984 i rudimenti ufficiali erano i 26 raccolti dal NARD. Dopo l’aggiornamento, i rudimenti ufficiali sono diventati 40.

Ho trovato molto interessante ed efficace il criterio di suddivisione della lista. I rulli vengono raggruppati in quattro categorie, in base alla composizione del rudimento stesso.

Abbiamo quindi:

  1. Roll rudiments, composti da rulli alternati, doppi o multipli. A loro volta vengono suddivisi in:
    1. Single stroke roll rudiments (rullo a colpi singoli)
    2. Multiple bounce roll rudiments (buzz roll)
    3. Double stroke roll (rullo a colpi doppi)
  2. Diddle rudiments, contenenti combinazioni di colpi singoli e doppi.
  3. Flam rudiments, composti da grace note e colpo principale.
  4. Drag rudiments, con una grace note raddoppiata e colpo principale.

I rudimenti aggiunti

Non si tratta affatto di uno stravolgimento della lista dei 26 rudimenti del NARD. I rulli aggiunti colmano degli spazi lasciati dalla prima lista.

Ecco qui la lista dei 40 rudimenti. Quelli in neretto sono quelli aggiunti dal PAS:

  1. Single stroke roll
  2. Single stroke four
  3. Single stroke 7
  4. Multiple bounce roll
  5. Triple stroke roll
  6. Double stroke roll
  7. Five stroke roll
  8. Six stroke roll
  9. Seven stroke roll
  10. Nine stroke roll
  11. Ten stroke roll
  12. Eleven stroke roll
  13. Thirteen stroke roll
  14. Fifteen stroke roll
  15. Seventeen stroke roll
  16. Single paradiddle
  17. Double paradiddle
  18. Triple paradiddle
  19. Single paradiddle-diddle
  20. Flam
  21. Flam accent
  22. Flam tap
  23. Flamacue
  24. Flam paradiddle
  25. Single flammed mill
  26. Flam paradiddle-diddle
  27. Pataflafla
  28. Swiss Army Triplet
  29. Inverted flam tap
  30. Flam drag
  31. Drag
  32. Single drag tap
  33. Double drag tap
  34. Lesson 25
  35. Single dragadiddle
  36. Drag paradiddle #1
  37. Drag paradiddle #2
  38. Single ratamacue
  39. Double ratamacue
  40. Triple ratamacue

Qui sotto trovi la lista come riportata sul sito del PAS. Puoi trovarla sul loro sito nella sezione resources nella barra del menú, alla voce rudiments. Il download è gratuito.

lista con i 40 rudimenti

lista dei 40 rudimenti PAS

La lista è arricchita da un link Soundcloud, dove i rudimenti vengono suonati.

 

Conclusioni

Essere consapevoli del perché suoniamo determinati rudimenti in una certa maniera mi ha aiutato moltissimo nel praticarli. Questo articolo è la conseguenza naturale delle ricerche iniziate con la storia del tamburo in Europa, proseguita con la nascita della batteria come strumento a sé stante.

In questo articolo sul NARD, trovi informazioni utili per contestualizzare le informazioni riportate qui sopra.

 

Baby Dodds seduto dietro al suo kit di batteria jazz

La batteria Jazz: nascita ed evoluzione

La storia della batteria come la conosciamo oggi e la storia del jazz sono indissolubilmente legate. In questo articolo sull’origine della batteria, abbiamo visto come questi due fattori si siano influenzati reciprocamente.

In questo articolo vedremo insieme 3 batteristi che sono stati cruciali per lo sviluppo della batteria jazz: Baby Dodds, William Johnson e Cozy Cole.

La batteria jazz: contesto

Il termine “Jazz” è entrato nel vocabolario comune intorno al 1915 ed è riconosciuto in tutto il mondo dal 1917, quando la “Original Dixieland Jazz Band” di Tony Sbarbaro e Nick LaRocca registrò quello che è considerato il primo disco jazz della storia.

Per onestà storica e scientifica non è possibile stabilire chi sia stato il primo batterista jazz, sia per la mancanza di prove tangibili (spesso ci sono solo testimonianze di altri musicisti) sia perché non esiste un unico “inventore” del linguaggio jazz. Possiamo invece nominare coloro che, influenzandosi a vicenda, hanno segnato la strada per lo sviluppo di un nuovo modo di suonare il neonato set di batteria.

La musica di questo periodo era esclusivamente musica da ballo, per la quale il batterista aveva un ruolo specifico: tenere il tempo con la massima regolarità con il ritmo scandito dalla grancassa e accompagnare il brano con marce suonate sul rullante. Gli assoli di batteria non erano previsti né tantomeno richiesti.

Tuttavia, il ruolo del batterista implicava una visione musicale completa. Il batterista doveva accompagnare le melodie del brano, chiudendo la fine delle frasi e introducendo le melodie successive con grande pertinenza ritmica e stilistica.

I primi batteristi jazz: Baby Dodds

Warren “Baby” Dodds nacque a New Orleans il 24 dicembre 1898, fratello minore del clarinettista Johnny Dodds, da cui il soprannome “baby”.

Ha imparato a suonare nelle bande musicali, prima la grancassa, poi la batteria, per dedicarsi poi completamente alla batteria. Tra il 1913 e il 1921 fece molta esperienza suonando in varie orchestre.Baby Dodds seduto dietro al suo kit di batteria jazz

Con lo scoppio della prima guerra mondiale, il porto di New Orleans divenne militare, quindi la Marina decise di chiudere il quartiere a luci rosse di Storyville perché pericoloso per l’ordine pubblico.

Questa fu la causa del primo grande “esodo” di musicisti che si trasferirono da New Orleans a Chicago.

Nel 1921, Baby Dodds fu assunto da King Oliver nella sua orchestra, ottenendo il suo primo incarico professionale. Nel 1923 tra Richmond e Chicago con la “King Oliver’s Creole Jazz Band” incise pagine fondamentali della storia del jazz, introducendo elementi che, pur essendo in continuità con quello del drumming di New Orleans, mostrarono caratteristiche inedite.

Secondo le descrizioni dell’epoca, il suo set era composto da: grancassa con pedale, rullante, quattro cowbells, un woodblock, un piatto cinese, un tom turco e uno cinese.

Il suo stile prevedeva la grancassa suonata su tutte le quarti ma in modo leggero (tecnica che Kenny Clarke e Max Roach svilupperanno ulteriormente [feathering]). Il groove a base di rudimenti veniva suonato sul rullante, alternato a intuizioni del giovane Dodds.

Baby Dodds introdusse l’accompagnamento che prevedeva tutte le quarte suonate con la grancassa e con la mano sinistra sul rullante, mentre la mano destra accentuava i tempi deboli (seconda e quarta battuta) utilizzando il rullo di pressione (Figura 23). Il solco è noto come “Shimmy Roll”.

partitura dello shimmy roll di baby dodds

I tempi forti della musica di New Orleans erano il primo e il terzo movimento, ma la tendenza ad accentuare i tempi deboli (secondo e quarto movimento) era nell’aria.

Dotato di un intuito musicale molto sviluppato, Baby Dodds inizia a terminare l’accompagnamento delle melodie con un accento sul piatto sul quarto movimento. Questo accompagnamento è già presente in diversi esempi di musica di New Orleans e diverrá in seguito noto come Big Four.

In Willie the weeper (1927), Dodds usa il piatto per accentuare costantemente il secondo e il quarto movimento con la tecnica del choke [crash stoppato con la mano subito dopo il colpo].

Il kit di Dodds prevedeva anche drum trams. Fu proprio con l’uso del washboard (costituito da un foglio di lamiera ondulata attaccato ad un tavolo di legno e usato per fare il bucato) che sperimentò un accompagnamento destinato a diventare l’emblema del Jazz.

partitura ritmo swing

Questo ritmo entra definitivamente nel repertorio di Dodds che lo suona anche con le bacchette sul rullante o sui piatti.

Uno dei pilastri del Jazz drumming era appena stato edificato.

I primi batteristi jazz: Walter Johnson

Un secondo pilastro della batteria jazz è stato fondato da Walter Johnson.

Walter JohnsonTra il 1920 e il 1923 suonò con tutti i grandi dell’epoca: Louis Armstrong, Jelly Roll Morton, Fats Waller e Earl Hines. Ha raccolto molte delle innovazioni di Baby Dodds, come l’accompagnamento sul piatto con il pattern swing, l’accentazione del secondo e quarto movimento e l’uso dei break di batteria.

I “roaring Twenties” rappresentarono per gli Stati Uniti un periodo di forte sviluppo economico che portò al crollo della Borsa di Wall Street nel 1929. Alcuni fenomeni sociali, tra cui il Proibizionismo (1919-1933) e l’ascesa del Ku Klux Klan, hanno spinto i musicisti (soprattutto) neri a riunirsi nei locali notturni e nelle sale da ballo. L’incredibile aumento della disoccupazione ha portato a un aumento dei musicisti raggruppati in Big Band.

Joachim Ernst Berendt scrive:

‹‹Ad Harlem, e ancora di più a Kansas City, nel 1928-1929 si sviluppò un nuovo modo di suonare. Con lo Swing iniziò il secondo grande esodo della storia del jazz: il viaggio da Chicago a New York››

Inizia l’era delle grandi orchestre swing, con le orchestre di Duke Ellington e Count Basie, Cab Calloway e Chick Webb. Per rimanere nell’ambito di questo articolo, ci occuperemo dell’orchestra di Fletcher Henderson. Nel 1929 Walter Johnson ne era il batterista.

A differenza di Baby Dodds, Johnson ha uno strumento in più nel suo set, l’Hi Hat, che userà per portare il tempo. Questo viene portato sempre più frequentemente sull’hihat, invece che sul rullante.

L’effetto di questa scelta è dirompente, cambiando e affinando il suono dell’intera big band. L’intera orchestra gode di una timbrica che garantisce un accompagnamento ben marcato ma allo stesso tempo più leggero e raffinato.

Allo stesso tempo, la mano sinistra è libera e comincia ad essere usata per suonare accenti liberi sul rullante, mentre la mano destra portava lo swing sull’hi-hat.

I primi batteristi jazz: Cozy Cole

William Randoph “Cozy” Cole è nato nel New Jersey il 17 ottobre 1909. Nella sua carriera ha suonato con artisti del calibro di Jelly Roll Morton, Louis Armstrong, Benny Carte, Blanche Calloway e Cab Calloway. Nel 1947 entra a far parte dell’orchestra della CBS Radio, la prima formata da musicisti bianchi e neri.

Cozy Cole alla batteria jazz

L’approccio di Cole era quasi l’opposto di quello di Dodds. Riteneva che studiare per un batterista fosse fondamentale. Lui stesso dedicó moltissimo tempo alla formazione, prendendo lezioni di batteria, vibrafono e percussioni classiche, fino ad iscriversi alla Juillard School of Music.

Cole vedeva nello studio dei rudimenti il ​​mezzo attraverso il quale il batterista acquisiva piena consapevolezza delle mani, familiarizzava con i vari stickings e con il concetto di “beat”. La sua intelligenza musicale unita alla tecnica, gli hanno permesso di accompagnare con le spazzole i cinque ritornelli dal ritmo incalzante di “China Stomp” senza mai aggiungere un colpo, usando solo il groove delle spazzole.

Anche in “Groovin’ High“, registrata con il Dizzy Gillespie Sextet nel 1945, Cole accompagna la prima A con le spazzole, inserendo kicks per enfatizzare la melodia. La sua tendenza ad usare spesso il timpano come accompagnamento lo avvicina a Gene Krupa, con il quale aprirà una scuola di musica a New York nel 1954.

Merito di Cozy Cole è anche l’uso e l’interpretazione dello Shuffle, ponendo gli accenti sul secondo e sul quarto movimento.

L’approccio alla musica è più ampio dei suoi predecessori. Cole sosteneva che il batterista dovesse imparare a suonare il pianoforte, sia per migliorare la sua competenza musicale sia per accordare meglio la sua batteria. Anche imparare ad arrangiare era importante. Secondo Cole, il batterista doveva essere un musicista, proprio come gli altri membri della band.

Conclusione

Prendere coscienza della storia del nostro strumento mi ha aiutato molto. Ho iniziato con la storia del tamburo in Europa. Poi siamo andati in America per esplorare la storia della National Association of Rudimental Drummers (NARD). Insieme abbiamo visto come è nata la batteria.

All’improvviso gli esercizi su un foglio non erano solo esercizi, ma pezzi di una tradizione di centenaria. Un’evoluzione in cui migliaia di donne e uomini – batteristi – hanno svolto il loro ruolo nel plasmare la batteria così come la conosciamo oggi. Molto affascinante!

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5 cose che ho imparato nel 2022

Un anno è appena finito ed uno nuovo è alle porte. Ad ogni giro di boa mi piace fare una sorta di recap, un viaggio nei 12 mesi appena passati. Mi piace rivedere con gli occhi di un cronista tutto ciò che è successo, come mi sono sentito. Queste sono le 5 cose che ho imparato nel 2022:

1. Riportare l’attenzione su me stesso.

L’errore più comune e meno considerato in quest’era è il sottovalutare la quantità di stimoli e impulsi a cui siamo sottoposti ogni singolo giorno. Nell’arco di venti anni siamo passati da una realtà piccola,  circoscritta all’ambiente strettamente circostante (casa, famiglia, amici, sport, hobby, città/paese ecc.), ad un ambiente potenzialmente senza limiti geografici o temporali. 

Oggi possiamo parlare ed interagire con qualcuno dall’altra parte del mondo senza preoccuparci degli orari o dei costi. Gli smartphone sono diffusissimi e i social media sono diventati uno status symbol per sentirsi parte del gruppo.  

Come tutte le rivoluzioni, non è possibile prevedere i risvolti negativi. 

Mi sono trasferito nei Paesi Bassi nel 2017. Sono partito da solo, lasciando famiglia, amici e lavoro. 

C’è sempre una fase intermedia dopo il trasferimento, che segue l’entusiasmo iniziale. Ci si rende conto che la nuova realtà è appunto una nuova realtà, che per quanto affascinante non ci appartiene ancora. Allo stesso tempo, la realtà della vita precedente non ci appartiene più, perché riguarda il passato.

Una sorta di limbo. Non si è né l’uno né l’altro. Questa è la fase che molti expat non riescono a sopportare e superare. 

Nonostante fossi impegnato a costruire la mia vita qui (curare la relazione, cercare lavoro, imparare la lingua), sentivo sempre il bisogno di ricorrere ai social per rimanere in contatto con la realtà che già conoscevo e che avevo lasciato. 

Il tempo passato con il telefono in mano aumentava sempre più, fino a diventare un automatismo, una parte integrante della mia vita. 

Col senno di poi, questa dinamica è stata dannosissima. Avevo fatto mia l’equazione lasciare il telefono = rimanere solo. Questi sono i danni che ne ho avuto:

  • La mia capacità di concentrazione ha iniziato a diminuire (io che potevo leggere ore ed ore!).
  • Dovevo essere sempre impegnato in qualcosa, anche quando non avevo niente da fare.
  • La FOMO (Fear Of Missing Out) ha assunto dimensioni colossali.
  • Ho iniziato a dubitare della scelte fatte.
  • Qualsiasi risultato ottenessi, non era mai abbastanza.

Come una sorta di spirito di sopravvivenza, il mio inconscio mi chiedeva sempre più chiaramente di rompere questo circolo vizioso. Il primo passo era chiaro: staccarmi dallo smartphone e dal mondo dei social media.

Dopo questa prima disintossicazione, ho iniziato a vedere le cose da un’altra prospettiva. Una prospettiva che di colpo mi sembrava ovvia, scontata: mi ostinavo a confrontare i miei sacrifici quotidiani con la versione edulcorata della vita di altre persone. 

Come ero potuto cadere in un tranello simile? Perché sono stato cosí duro con me stesso da ignorare tutti i passi intrapresi, non ritenendoli mai all’altezza? Ma poi, all’altezza di chi e di cosa precisamente?

Liberarmi dall’oppressione delle solite 2 o 3 app mi ha ridato spazio e soprattutto tempo. Ho iniziato a guardarmi indietro, analizzando tutto ciò che avevo raggiunto in soli 4 anni. Lo riassumo brevemente qui:

  • Terminato un master al Prins Claus Conservatorium di Groningen
  • Iniziato lo studio dell’olandese
  • Superamento dell’esame di stato in lingua olandese
  • Iscrizione al conservatorio di Enschede
  • Laureato come insegnante di Musica e Arte (in olandese)
  • Scritto una tesi sulla progettazione di un’app di realtà aumentata per insegnare a suonare il piano (in olandese)
  • Assunto in un liceo come professore di Arte e Cultura
  • Fondato MoreDrums, la mia scuola di Batteria

Il tutto facendo lavori secondari che mi permettessero di mantenermi e sentirmi autosufficiente. Ho lavorato a lungo in un ristorante (iniziato come lavapiatti e finito come aiuto cuoco), preziosissimo tra le altre cose per imparare la lingua. Ho lavorato per PostNL con orari di lavoro importanti. I turni iniziavano alle 3:45 (si, di mattina), fino alle 9:30/10:00. 

Sui social continuavo a vedere i soliti contenuti iper selezionati per dare l’impressione di essere felici ed appagati. Io che invece ero felice ed appagato, lo ignoravo perché troppo impegnato a pensare agli altri. Agli amici che avevo lasciato e che andavano avanti senza di me. Ai lavori in cui venivo sostituito.

Poi ho iniziato a ribaltare il confronto: chi sarebbe in grado di fare ció che ho fatto io e raggiungere il livello che ho raggiunto fino ad ora?

Posso garantire che una, o ottimisticamente due mani saranno sufficienti per rispondere. 

Finalmente ho iniziato a guardare ai miei successi dandogli il peso che giustamente meritano. Cose vere fatte con disciplina e dedizione. Non foto e video ritoccati per far credere di essere felici.

L’autostima è salita vertiginosamente e con essa la motivazione a crescere ancora di più.

2. Adottare una routine mattutina

Prima della “disintossicazione” di cui ho appena parlato, la prima cosa che succedeva appena sveglio era prendere il telefono e andare sui social ancora prima di preparare la colazione.

L’incubazione e poi l’assuefazione a questa dinamica sono molto lente. Non ci si accorge subito dei danni che provocheranno. Soprattutto perché – e sembra paradossale – si arriverà ad un punto in cui non si avrà più la lucidità per fare certi tipi di riflessioni.

Dopo la disintossicazione da telefono e social media, ho realizzato di avere più tempo di quanto credessi. Tempo che fino a poco prima usavo per essere bombardato da impulsi e stimoli esterni. Il termine bombardato non è affatto esagerato, rappresenta effettivamente cosa succede nel nostro cervello quando prendiamo il telefono e apriamo le solite app. Nel frattempo il mio corpo diventava sempre meno flessibile e la mia testa sempre troppo piena.

Ho realizzato quasi subito che queste abitudini dovevano essere aggiustate quanto prima. Non combaciavano più con la persona che stavo diventando. Sentivo il bisogno di creare una routine che mi permettesse di iniziare la giornata raccogliendo il massimo delle energie.

La prima fase della giornata doveva essere incentrata su di me, non sugli altri. 

La mia routine mattutina prevede:

  • Sessione di yoga
  • Sessione di meditazione
  • Lettura durante la colazione (fiction o non fiction)
  • Journaling

Per tutto questo tempo, il telefono rimane comodamente in modalità aereo. Se lo utilizzassi cadrei nuovamente preda di ciò che le altre persone (per quanto spesso in buona fede) si aspettano o hanno bisogno da me.

È un po’ come in aereo: prima di aiutare gli altri, bisogna indossare la propria maschera di ossigeno.

Con questa routine ho ripreso contatto con il mio corpo e la mia mente. Non sono stato mai molto flessibile, eppure dopo qualche settimana mi sono ritrovato a toccarmi le punte dei piedi. Dopo qualche mese toccavo direttamente il pavimento. La meditazione mi ha permesso di riprendere consapevolezza dei pensieri che lasciavo entrare nella mia mente e degli effetti che questi avevano sul mio corpo. Ho riguadagnato l’autorità di scegliere a cosa dare spazio e a cosa no.

Leggere durante la colazione è una delle attività che mi da maggior piacere. Amo leggere e mi rendevo conto di dedicargli sempre meno tempo. Stabilire di leggere almeno 20 pagine al mattino mi garantiva quel tempo e la pace che un momento del genere porta con sé. Nel frattempo ho perso il conto di quanti libri abbia letto.

Il quarto step della mia routine mattutina prevede il journaling. Se vuoi saperne di più ed iniziare, ti consiglio di leggere questo articolo.

Il fine è molto semplice: riportare su carta tutti i pensieri, riflessioni, piani, idee o quant’altro che rischiano di sedimentare nella mia mente. È un po’ come svuotare la cache di sistema o liberare la RAM di un computer. 

Grazie a questo modo metodico di iniziare la giornata ho riguadagnato controllo sul mio umore e produttività. Ho realizzato quanta influenza possa esercitare su me stesso e l’ambiente che mi circonda, adattandolo ai miei bisogni, anziché viceversa. 

3. Migliorare il processo, non il risultato.

Siamo portati a pensare che il percorso più breve tra A e B sia sempre quello più efficace.

Niente di più sbagliato. Cosí come l’arciere di Machiavelli – che pare mirare più in alto del bersaglio, ma solo perché tiene conto della traiettoria – ho imparato a prendermi cura del processo e non del risultato.

Scelte sbagliate vengono sempre da sistemi fallati. È quasi impossibile fare scelte giuste in un sistema che non le favorisca.

Quest’anno ho sentito il bisogno di sistemare due aspetti della mia vita. Uno era la dieta e l’altro lo sport. Anziché farmi prescrivere una dieta e comprare l’abbonamento in palestra, ho iniziato ad esplorare i problemi, cercando di trovare il dente difettoso nell’ingranaggio.

Com’è costruita la mia giornata? E la mia settimana? Quando mangio? Cosa mi porta a scegliere un piatto piuttosto che un altro? Cosa posso fare affinché la forma fisica diventi una conseguenza del mio comportamento?

Le mie abitudini alimentari erano incastrate nelle sabbie mobili di una vita troppo sedentaria. Fino a che non avessi iniziato ad usare diversamente il mio corpo, non avrei visto cambiamenti degni di nota. 

Il mio inconscio (come spesso succede) ha iniziato a pungolarmi con l’idea del Triathlon. In questo articolo racconto come e perché ho iniziato.

5 cose che ho imparato nel 20225 cose che ho imparato nel 20225 cose che ho imparato nel 2022Ho iniziato ad allenarmi prima 3, poi 4 volte a settimana. Nuoto, corsa e ciclismo. I cambiamenti, come mi aspettavo, non sono tardati ad arrivare. La massa grassa ha iniziato a diminuire lasciando il posto ai muscoli. Ho guadagnato tonicità e forza. Il battito cardiaco si è abbassato (la notte sono arrivato a 35 battiti al minuto). Soprattutto, il mio corpo ha iniziato a chiedermi un altro tipo di nutrimento. Dolci e zuccheri non erano più richiesti perché relativamente inutili negli sport di resistenza.

Ho iniziato a perdere peso, innescando un circolo virtuoso che mi ha spinto a mantenere questo ritmo tutto l’anno.

Praticamente, ho raggiunto i mio obiettivi (dimagrire e migliorare la forma fisica) senza intervenire direttamente sui risultati, ma sui sistemi che mi portano a raggiungerli.

Voglio essere chiaro: questo approccio non è di certo semplice. Richiede dedizione e disciplina. 

È utile fare una distinzione per evitare confusione. C’è una differenza sostanziale tra motivazione e disciplina. La motivazione è ciò che ci spinge a fare qualcosa quando lo desideriamo, quando ne abbiamo voglia. La disciplina, d’altro canto, è ciò che porta a fare quella determinata cosa anche quando la motivazione non c’è. Possiamo controllare la disciplina, ma non la motivazione. 

L’agire costantemente con disciplina, porta alla dedizione, cioè il dedicarsi interamente al raggiungimento di un obiettivo.

4. Riordinare le priorità nella mia vita

Il 2022 sarà impresso a fuoco nella mia mente, perché è l’anno in cui ho dovuto salutare mia madre. Il 5 maggio di quest’anno mamma si è arresa al mesotelioma pleurico dopo soli 5 mesi. Ho deciso di raccogliere tutto ciò che ci è successo nella speranza di aiutare chi come noi si è trovato, si trova o si troverà nella nostra situazione. Qui ho parlato della diagnosi, qui dell’inizio delle cure, qui dell’ultimo periodo. In questo articolo ho raccolto tutto ciò che mi passava per la testa negli ultimi 3 giorni passati accanto a mia madre.

Ricordo chiaramente pochi istanti dopo l’ultimo respiro di mamma. L’infermiera ci chiede di lasciare la stanza, cosicché loro possano “prepararla”. Io passo davanti alla porta del bagno, guardo fuori dalla finestra e vedo un gruppo di ragazzi che fumano. In quel momento lo sento: qualcuno che mi strappa un velo da davanti gli occhi. Oltrepasso la porta della stanza e sento chiaramente che qualche pezzo di me è rimasto lí dentro, volatilizzandosi per sempre. Non mi appartiene più.

Tutto ci era crollato addosso senza preavviso. La reazione naturale che ho avuto è stata quella di arrendermi. Quando una delle persone più importanti e invincibili della tua vita deve lasciarti, ti accorgi che le cose non stanno effettivamente come credevi. Realizzi che in fondo, non c’è alcuna garanzia che lo stesso non succeda a te. Non sai quando, né come. 

Ogni singolo istante, per quanto inutile, noioso, scontato possa sembrare, è e rimarrà unico. Questa realizzazione può arrivare solo quando ci si trova di fronte alla natura delle cose. Solo allora la si comprende veramente. Prima di quel momento la si può afferrare, ma solo empiricamente. Manca quel senso d’urgenza che viene dalla mancanza di un’alternativa.

Ho deciso allora che mi sarei preso cura del mio corpo e della mia anima. Questo mio corpo fa del suo meglio da 37 anni per tenermi vivo e farmi fare questa esperienza al massimo delle potenzialità. È ora che inizi a prendermene cura davvero, mangiando e bevendo consapevolmente, allenandolo a rimanere il più a lungo possibile in forma. Voglio renderlo il tempio ideale per la mia mente, la mia anima, che allora avrà modo di spiegarsi al massimo.

Dall’inizio dell’anno ho iniziato ad includere momenti di gratitudine nelle mie meditazioni quotidiane. Ringrazio ogni giorno per l’Amore che ho ricevuto e riceverò nella mia vita e prego di essere in grado di condividerlo con le persone che incontrerò. 

Non c’è altra cosa che ritengo più importante e duratura, quando non ci sarò più. 

5. Preparami a donare

Il 2022 rimarrà impresso nella mia memoria anche per una grande gioia. Da agosto io e mia moglie siamo in dolce attesa. A maggio 2023 arriverà nostro figlio.

3 scarpe con 3 palloncini

 Diventare padre è un mio grande desiderio. Mentre scrivo ci troviamo a ridosso della ventiduesima settimana, oltre la metà dunque. Con l’aumentare delle settimane, è aumentata anche la consapevolezza di ciò che sta succedendo.

Ho realizzato che la responsabilità di un padre non è solamente quella di mettere un piatto davanti al bambino e fare in modo che abbia tutto ciò di cui ha bisogno. 

Dovrò educare mio figlio, accendere la curiosità, farlo innamorare della vita. Insegnargli a cercare il bello nelle cose, ad avere rispetto dapprima per sé stesso e quindi per gli altri. Donargli la parte più profonda del mio cuore senza chiedergli nessuna garanzia in cambio. Crescere insieme discutendo degli errori che immancabilmente faremo. Ridere insieme, ridere tanto. Dovrò insegnargli a non prendersi troppo sul serio. 

Dovrò donarlo alla vita, perché possa farne ciò che meglio crede. 

Conclusioni

Queste erano le 5 cose che ho imparato in questo 2022 che sta per finire. 

Cosa hai imparato tu in questo anno? 

due elfi seduti su una mensola
Foto di erin mckenna su Unsplash

Sul Natale 2022

Natale 2022 è stato senz’altro un Natale particolare. 

Quando perdi una persona cara inizia il giro de le prime volte. Questo è stato il primo Natale da quando mamma è andata via. Sette mesi fa. Sette mesi che pesano come una vita intera. A volte ho la sensazione che sia passato molto più tempo. Un rumore sordo ma costante che accompagna le nostre vite dal 5 maggio di quest’anno. In questo articolo ho raccontato la nostra storia, dalla diagnosi all’epilogo.

Il dolore può essere un grande maestro. Bisogna avere forza d’animo e intelligenza per capire che l’unica cosa da fare è accettarlo ed accoglierlo, per capire cosa può insegnarci. Il prezzo da pagare è smisurato, ma altrettanto smisurata è l’evoluzione che può portare con sé. 

La motivazione

Da quando mamma si è ammalata e tutto è successo cosí in fretta, ho capito tante cose. Questa esperienza ci ha esposto chiaramente alla fragilità della vita. Noi che ci sentiamo sempre più onnipotenti e immuni alle disgrazie e ai dolori. 

Abbiamo sentito il bisogno di condividere il nostro dolore, nella speranza di aiutare chi come noi si trova o si troverà ad affrontare la malattia o la perdita. Perché l’abbiamo fatto? Perché abbiamo realizzato quanto sia sottile il filo che ci unisce e accomuna. 

L’unica cosa che resta quando il tempo a nostra disposizione sarà finito, è ció che abbiamo donato, ció che abbiamo fatto  per gli altri senza aspettarci nulla in cambio. 

Questa realizzazione ha ribaltato completamente la mia vita. Per la prima volta ho capito quanta differenza possa fare un sorriso ad uno sconosciuto. Un complimento a chi prova a fare qualcosa. Un gesto gentile a chi è preda della rabbia o della tristezza. Mostrarsi vulnerabili, lasciando cadere una volta per tutte le stupide maschere che portiamo ogni giorno.

Cosa abbiamo fatto

Pur non essendo cattolico, trovo il periodo natalizio estremamente affascinante. Il senso (e bisogno) di rinascita si manifesta chiaramente, portandomi a riflettere su ciò che ho fatto durante l’anno e ciò che sento di voler/dover cambiare nell’anno che verrà. 

Quest’anno non ho sentito niente. Letteralmente. Mi sono ritrovato al 23 dicembre sera pensando “domani è il 24 dicembre ed io non ho la minima impressione che sia Natale”. Mai successo prima. Se non fosse stato per mia moglie, non avremmo neanche un addobbo natalizio dentro casa. 

Quest’anno non potevo quindi prendere. Avevo solo un desiderio profondo ed era quello di dare. Ho parlato con mia moglie della volontà di fare qualcosa per gli altri e insieme abbiamo trovato un’associazione qui a Deventer dove viviamo (Leger des Heils) che organizzava un cenone di Natale per persone povere, senzatetto o senza nessuno con cui poter passare questa serata. 

Abbiamo preso contatto e dato la nostra disponibilità. Il 25 dicembre alle 16:00 ci saremmo riuniti per preparare la sala.

Il 25 dicembre

A. dei Leger des Heils ci spiega che un privato ha donato la sua tredicesima e ha messo a disposizione un catering per gli ospiti di questo Natale. Ho pensato subito “certo, magari avrà uno stipendio a 4 zeri, facile permetterselo.”

La giornata non è delle più invitanti. Piove e il vento si fa sentire. Alle 16 puntuali entriamo nella sede dove si svolgerà la cena. A. ci accoglie insieme a sua moglie R.. Ci presentiamo e iniziamo a preparare l’addobbo per la cena. Qualche minuto dopo arrivano altri 3 volontari. Intorno alle 16:30 arriva una telefonata: la persona che aveva fatto la donazione aveva appena caricato il suo furgone ed era in viaggio. Quando arriva, ecco la sorpresa: il donatore è un mio conoscente. Ci eravamo conosciuti in una sala prove e per qualche tempo ho affittato il suo spazio per fare lezione e studiare. 

Non era esattamente l’immagine del donatore che avevo. Mi aspettavo una sorta di Bruce Wayne, che non si accorge neanche dei soldi che spende. Invece avevo davanti una persona normalissima, con uno stipendio normale. Per la prima delle tante volte in quella sera, mi sento stupido.

La sala è pronta e le pietanze sono sistemate. Il menú prevede:

  • Pasta fredda con funghi misti
  • Stufato di cervo
  • Purè di castagne
  • Patate al forno
  • Patate arrosto
  • Cavoletti di Bruxelles
  • Grand dessert

Gli ospiti sono attesi dalle 17:30. Abbiamo una mezz’oretta per rilassarci e fare conoscenza.

A. ci parla del Leger des Heils, un’associazione fondata da William Booth nel 1865 nel Regno Unito col nome Salvation Army ed esportata in tutto il mondo.

La matrice dell’associazione è cristiana, ma viene spiegato subito che chiunque è benvenuto, senza domande, richieste o aspettative. Alex ci spiega di aver lavorato molto più spesso con volontari di fede musulmana che cristiana.

“Lo scopo” ci dice “è quello di tornare effettivamente in mezzo alla gente, in mezzo agli ultimi e agli invisibili. Accogliere chi ne ha bisogno senza porre domande e senza dare giudizi.”

A. racconta storie di persone normalissime che si sono trovati di colpo in un effetto domino che le ha letteralmente cacciate via dalla società. Gente passata da vivere in una casa a vivere nelle pensiline dell’autobus. Storie di dolore (lutti, divorzi) o scelte sbagliate (alcol, droghe) o semplice sfortuna. Siamo convinti che queste cose succedano solo a persone…diverse da noi. Niente di più sbagliato. 

Con mia moglie rimaniamo profondamente colpiti. Queste cose si vedono nei film, o si sentono dalla bocca di chi vuole raccogliere consensi. Qui invece si fanno. 

Gli ospiti

Si sente il campanello dal piano di sotto. Il primo ospite arriva. Sale le scale con il sedile motorizzato. Camminare non è facile. Una tuta, un giubbotto, un sorriso senza qualche dente e un cappello di Natale che sfoggia con orgoglio. 

“Sono il primo? Oh allora me ne vado e torno dopo. Le persone più importanti si fanno sempre attendere”. 

Dopo arriva un ragazzo vestito bene. Camicia, giacca, scarpe eleganti. Telefono e iWatch. “Un altro volontario” penso io, sbagliando. O probabilmente una persona che non aveva un altro posto dove passare questa serata, con troppi pensieri e debiti. Non lo so e non c’è bisogno di saperlo.

La prossima ad arrivare è una donna siriana con il compagno. I due conoscono gli ospiti e gli organizzatori. A. ci racconta del loro primo incontro: durante una visita a casa loro, tutta la famiglia si alza di colpo e si ripara dietro al divano in preda al panico. A. non capisce, poi realizza: un aereo era appena passato su di loro. La donna spiega che ogni volta che sentono un aereo, rimangono pietrificati nell’attesa delle esplosioni.

Il campanello interrompe il racconto. Una coppia anziana arriva dopo aver faticato con le scale. Un volontario chiede al signore se vuole sedere accanto alla moglie. “Ma quella non è mia moglie, è mia sorella!” ci dice a metà tra lo stupito e il divertito. 

Arriva una madre con una figlia adolescente ed un uomo che non ho capito se sia il padre o lo zio della ragazza.

Il tempo non facilita l’afflusso. Se c’è brutto tempo e non hai una casa, avrai già trovato rifugio a quell’ora del pomeriggio. Lasciarlo per andare a mangiare può voler dire perdere il rifugio per la notte. A. ci spiega che raggiungere queste persone non è affatto facile come sembra. Non ci sono sempre telefoni o email da utilizzare. Si procede per passaparola. 

Il senso di orgoglio di queste persone gioca anche un ruolo. Non appena hanno la sensazione di essere “forzati” ad accettare qualcosa, si allontanano facendo perdere le loro tracce.

La cena

Iniziamo a mangiare con musica di sottofondo e luci soffuse. Tutti parlano con tutti. Rimango intimamente colpito dalla presenza di quelle persone. Siedono davanti a me, mangiano e parlano e sono presenti interamente. Non vorrebbero essere da nessun’altra parte. Non pensano al prima o al poi, ma godono di quel momento interamente.

Io guardo dentro me stesso e penso a quand’è stata l’ultima volta che sono stato presente veramente. Mi chiedo dove sia avvenuto l’errore, quando abbia preso la strada parallela che mi ha portato ad una vita basata su principi semplicemente sballati e insensati. 

Sento un bisogno impellente di smontare tutto e ricominciare da capo. E questa realizzazione avviene qui, in Rijkmanstraat 26 a Deventer intorno alle 18:10. 

Mi vedo pieno di cose che non mi appartengono, cose di cui non ho bisogno. Cose che credo essere importanti perché il resto delle persone le ritiene tali. Il malessere che a volte provo, viene dal mio inconscio che prova a scrollarsi di dosso questi ammennicoli che mi ostino a portarmi appresso. Ora mi è chiaro, logico. 

Sento il peso del telefono nella mia tasca. Ripercorro nella mia mente i gesti che mi portano sulle solite app, per vedere le vite fasulle di chi prova ad autoconvincersi di essere felice. Penso al tempo – unico bene prezioso – buttato dietro a contenuti che rischiano di appiattirmi il cervello, invece di usarlo per rendere onore ai milioni di anni di evoluzione che ci hanno portato ad avere un organo del genere.

Ripenso al primo anno dopo il trasloco. La paura di aver fatto la scelta sbagliata. Gli amici che iniziano a scomparire dietro a una telefonata, poi ad un messaggio, poi ad un like su un post. L’unica che cosa che conta è esserci. Il resto sono solo chiacchiere.

Una leggerezza diversa sembra essersi posata su di me. Una leggerezza che viene da una consapevolezza nuova. 

Penso a nostro figlio che arriverà a maggio. Dal momento in cui lo conoscerò non ci saranno più scuse, non potrò più barare. Devo arrivare a quel momento al massimo della mia evoluzione, consapevole di ciò che veramente conta. E qui, in Rijkmanstraat 26 intorno alle 18:20, realizzo che ciò che veramente conta è esserci, essere veramente presenti, e dare senza aspettarsi nulla in cambio. 

Gli ospiti hanno finito di mangiare e continuano a chiacchierare. Io mi alzo con gli altri per iniziare a sparecchiare e preparare per il dessert. 

Gli ospiti vanno via

Pian piano gli ospiti salutano e vanno via. È avanzato molto cibo. Prepariamo delle porzioni da portar via per chi vuole. Penso al ritornello “è peccato buttare il cibo” mentre guardo negli occhi chi quel cibo non può metterlo in tavola ogni giorno. Mi sento piccolo piccolo.

Gli ospiti ci ringraziano sinceramente e ci sorridono – di nuovo quella capacità di essere presenti al 100%! – prima di andare via. Io ringrazio loro di cuore mentre provo a tenere a bada le emozioni che si scatenano nel mio cuore. Vorrei dirgli tutte le cose che ho realizzato questa sera. Vorrei dirgli che ho capito.

Provo a distrarmi lavando i piatti insieme a mia moglie.

Insieme agli altri volontari sistemiamo la sala e aiutiamo il donatore a ricaricare il furgone con i contenitori ormai vuoti.

Prima di andare via, ci sediamo insieme con A., R. e gli altri volontari. Una bellissima sensazione, un appagamento che ho provato solo quando sono stato in grado di dare senza aspettarmi nulla.

Penso a mia madre, penso al Natale dell’anno scorso. Penso all’amore che ci ha donato, senza mai chiedere o aspettarsi nulla in cambio.

Salutiamo tutti e camminiamo verso la macchina. Nel cuore la consapevolezza – e la speranza – di aver fatto qualcosa di bello.

traps kit met snare drum, bekkens, tom en pedaal

Com’è nata la batteria?

Com’è nata la batteria? Molte persone sanno descrivere e riconoscere un set di batteria, ma poche sanno come siamo arrivati al set così come lo conosciamo oggi.

Ripercorriamo insieme le fasi salienti della formazione del nostro splendido strumento.

Com’è nata la batteria: Origine ed evoluzione

La nascita e lo sviluppo della batteria è indissolubilmente legato alla storia ed evoluzione del Jazz.

Il centro nevralgico della nascita ed evoluzione del Jazz è la città di New Orleans. Fondata il 1° novembre 1718 dai coloni francesi, divenne dopo 4 anni la capitale della Louisiana Francese. Nel 1763 fu ceduta alla Spagna, sotto il cui dominio crebbe di importanza grazie allo sviluppo dell’industria dello zucchero e soprattutto grazie ad un accordo siglato con gli Stati Uniti che garantiva agli americani l’utilizzo del porto della città. Nel 1803 venne definitivamente venduta agli Stati Uniti. Fu teatro della Guerra di Secessione fino al 1865, anno in cui finì. La fine della guerra coincise con un aumento vertiginoso dell’immigrazione, favorendo la nascita di un ambiente cosmopolita. Aumentò la presenza di italiani, irlandesi, tedeschi, francesi ed inglesi, oltre alle comunità di ex schiavi africani. 

La Musica è profondamente radicata in questo contesto, come riportato da Eileen Southern: 

‹‹Nei canti degli scaricatori, dei rematori, in quelli che accompagnano la battitura del riso o la mondatura del granturco, la melodia era sempre sostenuta da effetti di percussione, coordinati con i movimenti del corpo impegnato nel lavoro. I suoni della percussione erano probabilmente ispirati da rumori bene evidenziati, come quelli del magio, del machete o del correggiato, o da altri più sottili, come quelli dei remi che si immergono nell’acqua, e per il cantante costituivano una parte importante dell’esecuzione. Lo schiavo accompagnava il suo canto tambureggiando su un asse; il suonatore di banjo batteva il tempo con il piede suonando e cantando›› 

Per la prima volta dopo la fine della Guerra di Secessione, l’amministrazione di New Orleans emise un’ordinanza concedendo una parte della città come punto di aggregazione sociale dove persone di ogni etnia potevano esprimersi con musiche, canti e balli. Congo Square diviene il luogo di incontro di tutte le culture presenti in città. 

Questo elemento subentra in una situazione già fertile musicalmente. Retaggio dei costumi francesi, le strade di New Orleans ospitano le Brass Bands, le famose fanfare da parata, a cui si affiancavano le Spasm Bands, formate da Neri che suonavano strumenti costruiti con materiali di fortuna (banjo costruiti con scatole di formaggio, contrabbassi ottenuti con parti di botti…). 

La convivenza di queste realtà è così fotografata da Eileen Southern: 

‹‹Da un lato la musica degli schiavi liberati e dei “creoli di colore”, istruiti musicalmente e ben formati, che suonavano a tutti i balli e a tutte le sfilate di ogni strato sociale, e che interpretavano con talento la musica classica europea […]. E dal lato opposto c’era la musica africana degli schiavi negri in Congo Square, istintiva e molto ritmata, che dopo l’abolizione [1848] delle danze in questa piazza scese nelle taverne, nei cabaret e negli altri luoghi malfamati della città. Le due correnti si fusero dopo la Guerra di Secessione [1865]››

Lo studioso Frank Tenòt nel suo lavoro “Le style New Orleans en Jazz” scrive: 

‹‹Così su un fondamento ritmico sorto dalle orge dei tamburi dell’antica Congo Square, si sono amalgamati i materiali più diversi: marce militari, quadriglie, polche scozzesi, mazurche, canzoni latino-­‐‑americane, canti religiosi, arie operistiche, ballate celtiche, filastrocche dei mercanti ambulanti […]. 

L’apporto bianco (occidentale) fu quello della strumentazione, dell’infrastruttura ritmica e del material tematico. L’apporto nero (africano) consiste nell’interpretazione, nel lavoro “vocalizzato” dei timbri e dei suoni, nell’importanza della percussione e nell’adattamento delle variazioni modali pentatoniche alla scala occidentale tradizionale.››

L’emblema del contatto di questi sistemi è la musica conosciuta come Ragtime, uno stile principalmente pianistico che vede il rapporto tra la mano sinistra del piano portatrice di un tempo di marcia in 2/4 rappresentante la matrice europea, e la mano destra che costruisce su di essa melodie sincopate tipiche della cultura africana. 

Com’è nata la batteria: il pedale

Tutte le mutazioni sono il risultato dell’adattamento delle caratteristiche primarie ad un nuovo ambiente. Stesso discorso per la Batteria. Il passaggio da Fanfare da Parata a band che suonavano in locali obbligò i musicisti ad adattare strumenti ed organici alle nuove situazioni. Il suonatore di tamburo inizia a suonare contemporaneamente il Tamburo, la Grancassa ed il Piatto e riportando le parole di Georges Paczynski: 

‹‹Decidendo di suonare seduto, il suonatore di tamburo è diventato un Batterista››

Nasce la tecnica del Double Drumming, che permette al batterista di suonare la grancassa ed il rullante esclusivamente con le mani, limitando di conseguenza il suo raggio d’azione. Il repertorio era quello delle Marching Bands, quindi costruito sui tempi forti 1 e 3, con l’andamento che successivamente sarà definito “in 2”. La tecnologia non tardò a sopperire a questa mancanza. 

jazz orkest met alle bandleden

Robichaux orchestra

Edward “Dee Dee” Chandler (1870ca-­?) batterista della John Robichaux Orchestra è ritenuto il primo musicista ad includere un pedale nel suo set. Nella foto soprastante, in una foto dell’orchestra di Robichaux (con il violino, secondo da destra seduto) Dee Dee Chandler posa con il suo set in cui è riconoscibile un pedale. 

pedale sospeso su cassa di batteria con piatto

I primi esemplari di pedale per grancassa venivano chiamati “Overhanging pedals” [pedali sospesi]ottenuti con un battente sospeso sul bordo superiore della cassa ed azionato da un pedale a terra. Tuttavia la loro funzionalità non era apprezzata dai batteristi che spesso preferivano ricorrere al Double Drumming. 

Nel primo decennio del ‘900 una famiglia si propose come costruttrice di pedali per batteria, la Ludwig Drum Company. Lo strumento doveva essere leggero, maneggevole ma allo stesso tempo affidabile. Ludwig propone il suo modello segnando una tappa fondamentale nello sviluppo dello stile batteristico americano. L’asticella attaccata al battente permetteva di colpire un piatto attaccato al bordo laterale della cassa quando veniva colpita la pelle. 

Il pedale doveva essere di facile trasporto e come si riportato nella foto qui sotto, William Ludwig illustra la soluzione. 

Com’è nata la batteria: i toms 

Originari della Cina, questi tamburi venivano usati nelle rappresentazioni teatrali sotto la dinastia Ch’ing (1644-1911). Con la fine della Guerra d’Indipendenza americana molti migranti cinesi arrivarono a New Orleans, portando con loro i loro usi e costumi, fra i quali quelli musicali.

tom cinesi

Tom cinesi

batteria con woodblock, piatti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Insieme ai woodblocks e ai piatti (caratteristici ed in uso ancora oggi con il nome di “china”), entrarono a far parte del set base della fine del XIX secolo.

Com’è nata la batteria: l’hihat

Introdotto negli anni ’20, l’hi hat è il responsabile di un’altra rivoluzione del drumming. Fino ad allora il groove veniva portato sul rullante con la cassa che suonava tutti i quarti, e gli accenti principali venivano suonati su un piatto con la tecnica del “choke”, ossia colpendo con una bacchetta e smorzando il colpo subito dopo con l’altra mano. 

vecchio esemplare di hihat

vecchio esemplare di hihat

Low boy

L’antenato del moderno Hi Hat veniva chiamato “Snow Shoe”, racchetta da neve, per via della somiglianza con la stessa. Consisteva in due superfici di legno alle cui estremità venivano attaccati due piccoli piatti che venivano suonati spingendo il piede a terra. 

Emanazione diretta dello Snow Shoe fu il “Low Boy”, che prevedeva la stessa meccanica dell’odierno Hi Hat ma posta a 20 cm da terra ed utilizzato per suonare gli offbeat con il piede sinistro. Sempre più batteristi iniziarono ad avvertire l’esigenza di alleggerire l’accompagnamento; il Low Boy venne alzato divenendo quindi “Hi Hat”, dando la possibilità ai musicisti di suonare i piatti sia con il piede sinistro che con entrambe le bacchette. Le prime coppie di piatti utilizzati tanto per il low boy quanto per l’hi hat prevedevano un piatto da 10” come bottom ed un piatto più piccolo ma dotato di una campana in media di 5” come top, dando la conformazione di un vero e proprio cappello, da cui il nome Hat. 

pagina di rivista con disegno di un'asta hihat

Hihat

Com’è nata la batteria: i piatti

L’utilizzo dei piatti ha tracce antiche nella storia dell’Uomo. Il Bronzo, la più antica lega di metalli, è presente sin dal 5000 a.C. in Asia. Descrizioni di strumenti costruiti con questo materiale sono presenti nell’Antico Testamento, così come nella cultura Greca e Romana (Cerimonie di Bacco e Cibele). Il termine inglese Cymbal deriva proprio dal Greco kymbos con l’equivalente latino cymbalum che vuol dire “coppa, recipiente” data la forma concava dei primi esemplari.

Avedis Zildjian fuori dal suo negozio in America

Avedis Zildjian III

Oltre ai piatti cinesi già discussi, gli altri omologhi inclusi nel drumset erano di origine Turca. La Zildjian Cymbal Company of Istanbul nacque nel XVII secolo sotto l’Impero Ottomano. Avedis Zildjian I, in un tentativo di ottenere oro mescolando metalli semplici, ottenne una lega con grandissime proprietà sonore. L’utilizzo musicale non era neanche immaginato, tanto che la compagnia vendeva le sue produzioni all’esercito turco. Avedis Zildjian II cambiò la destinazione d’uso dei prodotti, aprendo al mercato della musica classica e dell’Opera, in vertiginosa crescita nel XIX secolo.

Nel XX secolo, Avedis Zildjian III importò la fabbrica in America ed i piatti Zildjian divennero una parte integrante del drumset. 

Com’è nata la batteria: equipaggiamento professionale

Alla luce di quanto esplicato, il Set ritenuto “professionale” agli inizi del XX secolo è riportato nella figura 22, dove sono visibili tutti gli strumenti sopracitati, eccezion fatta per l’Hi Hat, che come detto, subentrerà negli anni ’20. Gli strumenti attaccati al bordo superiore della grancassa vengono chiamati “Traps” e rappresentano un ampliamento del range sonoro a disposizione del batterista. L’exploit dei Traps si avrà con l’avvento del Cinema, quando film senza sonoro venivano musicati dal vivo. In questa circostanza il batterista era quasi obbligato ad avere a disposizione un’ampia scelta di strumenti accessori oltre al Drumset. Dagli anni ’20 in poi il processo si inverte portando ad una stabilizzazione di strumentazione formata da grancassa, rullante, hi hat, piatti ed i primi esemplari di tom con pelli accordabili, che sostituiranno in via definitiva quelli cinesi. I traps spariscono dal set e contestualmente a questo si identifica il Batterista come suonatore del set sopracitato. 

vecchio esemplare di batteria con grancassa, rullante, hihat, tom e piatti

Traps kit

Conclusioni

Un viaggio relativamente corto se pensiamo alla nascita e allo sviluppo del tamburo. Leggi questo articolo per sapere com’è nato il tamburo rullante (snare drum).

viaggio in bici

Viaggiare in bici nei Paesi Bassi: l’Elfstedentocht

Viaggiare in bici vuol dire conoscere il mondo e sé stessi.
Il mio primo viaggio si è concluso martedi 2 agosto, quando dopo 210 chilometri ho percorso l’Elfstedentocht.

Sono partito lunedì 1 agosto alle 11 da Leeuwarden. Martedì 2 agosto alle 17:55 ero di ritorno, attraversando 11 città. Appena arrivato ho mandato un messaggio a mia moglie: “Sono a Leeuwarden. Ce l’ho fatta…”.

Non riuscivo quasi a crederci. L’emozione mi ha preso lo stomaco e la gola bagnandomi gli occhi di lacrime piene di felicità, orgoglio e malinconia.

Sapevi che sul mio canale YouTube ho pubblicato tutti i video fatti in questo viaggio in bicicletta? Segui questo link per vederli!

Viaggiare in bici, il mio perché

Il 5 maggio di quest’anno mamma è andata via. L’abbiamo vista arrendersi al dolore e alla malattia in soli 5 mesi dalla diagnosi. Mia madre. La donna che mi ha messo al mondo. È chiaro che non sono né il primo né l’ultimo uomo a dover salutare la propria madre. Potremmo addirittura intavolare la dubbia discussione se sia meglio una morte improvvisa o una morte da malattia. Siete davvero sicuri che una delle due possa attenuare il dolore? Non è un caso che queste domande le pongano spesso persone che non hanno perso un caro. Sapete perché? Perché in fondo non importa! Ció che conta è il fatto che la persona amata semplicemente non c’è più. Non sarà più possibile parlarci, toccarla. Il suono della sua voce diventerà un ricordo. Le sue abitudini diventeranno un appiglio per tenerla nella propria vita. Come se si volesse pagare un tributo al Tempo, dimostrando che le azioni della persona che è andata via hanno lasciato un segno indelebile nella vita di un’altra persona che quel Tempo ancora ce l’ha.

La mancanza non è recuperabile. In questi tre mesi ho capito che devo imparare a vivere nella mancanza. Perchè per quanto la invochi, non potrò rivedere mamma in questa vita. Dovrò ancora aspettare.

Mentre sono annebbiato da questa foschia appiccicosa e pesante, succede il miracolo della Vita. Sento una spinta cristallina e pura provenire da qualche parte dentro di me. Un sole gentile ma potente mi illumina dentro. Un sorriso benevolo squarcia la realtà in cui credo di trovarmi, mostrandomi la Verità. Il sacrificio di mamma diventa a quel punto una lezione. Il Tempo, così scontato, sottovalutato e ignorato, diventa immediatamente un Dono. Un vero e proprio Dono, reso ancora più prezioso dal fatto che io non l’ho mai richiesto. Mi è stato appunto donato.

Seduto accanto a mia madre nei suoi ultimi giorni, ho sentito che l’unico modo possibile per onorare questo Tempo è riempirlo di Amore. Amore per me stesso e per gli altri. Le ho promesso che avrei fatto tante cose. Che avrei continuato a stupirmi, a conoscere, a condividere. A riempire il Tempo che mi rimane di cose belle, per poterle condividere con lei quando sarà il momento di incontrarla di nuovo.

Lei ora è dall’altro lato delle cose belle. Lei fa parte delle forze che le pongono in essere. A noi è dato di apprezzarle solo secondo le leggi della nostra realtà. I più sensibili però lo sentono che c’è di più dietro un paesaggio, un tramonto, un sorriso di un bambino, una tempesta o lo sguardo della persona amata.

Io lo sento mamma, io ti sento. Per questo ho deciso di andarti a cercare nei posti più disparati.

Elfstedentocht giorno 2

Non ho dormito benissimo, l’adrenalina era ancora in circolo e ha battuto la stanchezza senza troppo sforzo. L’unico segno del giorno precedente erano le gambe di cemento. Per il resto mi sentivo sveglio e soprattutto con tantissima voglia di ripartire.

Robert (il padrone di casa) ha preparato una colazione con i fiocchi. Abbiamo chiacchierato molto ed ho saputo che anche lui è un ciclista. Il secondo giorno di pentecoste (qui nei Paesi Bassi una festa comandata) c’è l’usanza di fare l’Elfstedentocht in un giorno soltanto. Si parte al mattino verso le 5:30, per tornare 230 chilometri dopo, intorno alle 16:30 del pomeriggio.

In quanto ciclista su grandi distanze, Robert sapeva benissimo di cosa avessi bisogno per la colazione. Sul tavolo c’era di tutto: dal dolce al salato.

Ho mangiato di cuore, saziando il bisogno di energia che il corpo chiaramente mi chiedeva.

Dopo i saluti e gli arrivederci era giunto il momento di rimettermi in sella. Mi aspettava la seconda meta del percorso. Avrei raggiunto e visitato Harlingen, Franeker, Dokkum e Leeuwarden.

Harlingen

La prima tappa si trovava a pochi chilometri dalla partenza. Come raccontato nel primo articolo (leggilo qui) ho un debole per le città di mare e Harlingen rientra sicuramente tra queste. Subito dopo l’ingresso si arriva direttamente al porto. Il vento rendeva tutto ancora più affascinante, ma mi ha impedito di alzare il drone come avrei voluto.

viaggio in bici

nave ormeggiata vicino al faro

La fontana di Harlingen è senza dubbio una delle più originali: si trova letteralmente nel mare ed ha la forma di un capodoglio. Mentre mi avvicinavo per fotografarla ho sentito diverse volte lo sbuffare tipico di questi animali. Non sono riuscito a capire se ciò accadesse ad intervalli regolari o meno.

fontana a forma di balena nel porto di harlingen

Per raggiungere la fontana dal lato della foto, bisognava percorrere un bel tratto sul molo. Dopo aver raggiunto la fontana ho proseguito fino ad arrivare alla fine. Davanti a me solo mare e in lontananza le Waddeneilanden. Mi sono preso qualche minuto per contemplare questo spettacolo per me sublime, per poi voltarmi e ricominciare a pedalare.

Franeker

Lasciata Harlingen, mi sono diretto verso Franeker. Questa si trova nell’entroterra. Il paesaggio qui è diventato molto più monotono. Il tempo incerto e la stanchezza non mi hanno certo aiutato.

La città si svegliava da una notte di festa, a giudicare dal numero di tendoni che venivano smontati. La fame è arrivata quasi senza preavviso. Mi sono sentito di colpo molto più stanco e debole. Per tutto il viaggio ho fatto molta attenzione a bere spesso (in media 4 litri d’acqua al giorno!) e a mangiare barrette energetiche ad intervalli regolari. Eppure arrivato a Freneker, il mio corpo ha fatto presente che aveva bisogno di qualcosa sostanzioso.

Trovo un locale con tavoli all’aperto e ordino mezza baguette con brie, carne e verdure che sazia la fame con la quale mi ero seduto. L’energia ha iniziato a risalire velocemente, fino a che ho sentito di nuovo la spinta a voler rimettermi in sella e pedalare.

Prima di lasciare la città, tappa immancabile con video alla fontana.

In bicicletta verso Dokkum

Il paesaggio della tratta Franeker-Dokkum era semplicemente monotono. Non ricordo nulla, se non l’inizio della lotta contro il vento. A tratti qualche goccia di pioggia mi ha fatto compagnia. La mia motivazione non ne ha risentito, sebbene fosse stata messa a dura prova.

Il percorso passava nelle vicinanze di Leeuwarden, per poi salire verso nord. Da lì il percorso è diventato sicuramente più interessante. Una pista ciclabile molto stretta che fiancheggiava il canale fino ad arrivare a Dokkum.

Mentre pedalavo pensavo che ce l’avevo quasi fatta. Mi stupivo di quanta energia avessi ancora, mentre spensierato, godevo del vento a favore. In più di qualche momento, riflettevo che quello stesso vento che ora mi aiutava, lo avrei avuto contro al ritorno verso Leeuwarden. Quel pensiero sembrava non avere troppa importanza allora. Ho deciso di lasciarlo andare mentre mi godevo il panorama e speravo di essere più veloce del temporale che vedevo avvicinarsi.

Speranza vana. Dopo qualche chilometro la pioggia si era fatta sempre più importante fino a spingermi ad una pausa forzata. Ho deciso di onorarla con un caffé e un’immancabile torta di mele.

Dokkum l’ho trovata affascinante nella sua austerità. La piazza della fontana vista dall’alto è senza dubbio particolare.

piazza con alberi e fontana vista dall'alto

Il viaggio in bici si conclude: Leeuwarden

Ce l’avevo quasi fatta, mi mancavano solo i 25 chilometri di ritorno a Leeuwarden. Mi sono rimesso in sella fiducioso ed emozionato. Questo stato d’animo mi ha accompagnato fino all’uscita dalla città. Appena ripresa la pista ciclabile lungo il canale, ho realizzato che quell’ultima tratta non sarebbe stata affatto una passeggiata di gloria. Il vento era fortissimo, con raffiche tra i 40 e i 50 chilometri orari. Nelle discese dai diversi ponticelli non avevo neanche bisogno di frenare, tanto era forte il vento.

Dopo due soste (!) il canale ha lasciato man mano spazio all’area urbana. Ho riconosciuto il parco che avevo attraversato uscendo da Leeuwarden.

La testa alternava momenti di ebbra felicità a concentrazione sullo sforzo fisico che comunque ancora era in atto.

Fino a che, eccola lí. La fontana di Leeuwarden. Precisamente di fronte alla stazione da cui ero partito il giorno prima. Avvicinandomi sentivo l’emozione salire. Un misto di gioia, orgoglio e tristezza che si trasformava in lacrime che mi bagnavano gli occhi stringendomi la gola.

Ce l’avevo fatta, avevo portato a termine il mio primo viaggio in solitaria con la bici. Un caleidoscopio di emozioni che ancora oggi, mentre scrivo questo articolo, mi riportano indietro a quei due fantastici giorni, spesi in completa comunione con la mia bici e la mia anima.

Se vuoi leggere come sono arrivato qui, leggi questo articolo.

Viaggiare in bici nei Paesi Bassi: l’Elfstedentocht.

Ho deciso di viaggiare in bici. Ho scelto l’Elfstedentocht. Qualora te lo fossi perso, leggi questo articolo per saperne di più.

Sono partito lunedì 1 agosto alle 11 da Leeuwarden. Martedì 2 agosto alle 17:55 ero di ritorno, dopo 210 chilometri attraversando 11 città. Appena arrivato ho mandato un messaggio a mia moglie: “Sono a Leeuwarden. Ce l’ho fatta…”.

Non riuscivo quasi a crederci. L’emozione mi ha preso lo stomaco e la gola bagnandomi gli occhi di lacrime piene di felicità, orgoglio e malinconia.

Viaggiare in bici: il mio perchè

Il 5 maggio di quest’anno mamma è andata via. L’abbiamo vista arrendersi al dolore e alla malattia in soli 5 mesi dalla diagnosi. Mia madre. La donna che mi ha messo al mondo. È chiaro che non sono né il primo né l’ultimo uomo a dover salutare la propria madre. Potremmo addirittura intavolare la dubbia discussione se sia meglio una morte improvvisa o una morte da malattia. Siete davvero sicuri che una delle due possa attenuare il dolore?

Non è un caso che queste domande le pongano spesso persone che non hanno perso un caro. Sapete perché? Perché in fondo non importa! Ció che conta è il fatto che la persona amata semplicemente non c’è più. Non sarà più possibile parlarci, toccarla. Il suono della sua voce diventerà un ricordo. Le sue abitudini diventeranno un appiglio per tenerla nella propria vita. Come se si volesse pagare un tributo al Tempo, dimostrando che le azioni della persona che è andata via hanno lasciato un segno indelebile nella vita di un’altra persona che quel Tempo ancora ce l’ha.

La mancanza non è recuperabile. In questi tre mesi ho capito che devo imparare a vivere nella mancanza. Perchè per quanto la invochi, non potrò rivedere mamma in questa vita. Dovrò ancora aspettare.

Mentre sono annebbiato da questa foschia appiccicosa e pesante, succede il miracolo della Vita. Sento una spinta cristallina e pura provenire da qualche parte dentro di me. Un sole gentile ma potente mi illumina dentro. Un sorriso benevolo squarcia la realtà in cui credo di trovarmi, mostrandomi la Verità. Il sacrificio di mamma diventa a quel punto una lezione. Il Tempo, così scontato, sottovalutato e ignorato, diventa immediatamente un Dono. Un vero e proprio Dono, reso ancora più prezioso dal fatto che io non l’ho mai richiesto. Mi è stato appunto donato.

Seduto accanto a mia madre nei suoi ultimi giorni, ho sentito che l’unico modo possibile per onorare questo Tempo è riempirlo di Amore. Amore per me stesso e per gli altri. Le ho promesso che avrei fatto tante cose. Che avrei continuato a stupirmi, a conoscere, a condividere. A riempire il Tempo che mi rimane di cose belle, per poterle condividere con lei quando sarà il momento di incontrarla di nuovo.

Lei ora è dall’altro lato delle cose belle. Lei fa parte delle forze che le pongono in essere. A noi è dato di apprezzarle solo secondo le leggi della nostra realtà. I più sensibili però lo sentono che c’è di più dietro un paesaggio, un tramonto, un sorriso di un bambino, una tempesta o lo sguardo della persona amata.

Io lo sento mamma, io ti sento. Per questo ho deciso di andarti a cercare nei posti più disparati.

Elfstedentocht – Giorno 1

Dopo svariate ricerche, dubbi e ripensamenti, ho deciso di partire da Leeuwarden.

Il piano originale era prendere il treno da Deventer alle 8:16, per arrivare (dopo un cambio a Zwolle) alle 10:15.

Sveglia alle 06:30, colazione con porridge e caffè. Guardo fuori dalla finestra e…piove. Iniziare un viaggio del genere fradici, dovendo stare 2 ore sul treno, non rientrava tra le possibilità. Ho deciso di prendere il treno successivo, alle 8:46.

Ho equipaggiato la bici con due borse, una sotto il sellino e una al manubrio. Avevo 23 litri totali di spazio. Questo è ciò che ho portato:

Il primo viaggio in bici: che cosa ho portato

  • Tuta da ginnastica (da indossare una volta arrivato) primo viaggio in bicicletta treno
  • 1 maglia
  • 1 paio di scarpe da ginnastica
  • 2 cambi intimi
  • 1 jersey
  • 1 jersey pesante
  • Deodorante, spazzolino
  • Asciugamano in micro fibra
  • Portafogli
  • Barrette energetiche e integratori
  • Multitool
  • Airpods
  • Drone
  • GoPro
  • iPhone
  • Navigatore GPS
  • Caricabatterie
  • Diario

Nei giorni precedenti alla partenza avevo già provato a caricare la bici con tutto quanto qui sopra. Avevo un buon bilanciamento, senza un peso eccessivo.

Preparazione del viaggio: la partenza per Leeuwarden

Si fanno le 8:20, mi decido a partire. Saluto mia moglie e la nostra bassotta Truus e parto. Dopo mesi, settimane e giorni passate a sognare questo mio primo viaggio in solitaria. Carolien mi accompagna e mi incoraggia.

Il click del pedale da corsa segna l’inizio di tutto.

Arrivo alla stazione di Deventer alle 8:35 e mi reco direttamente al binario 4, dove puntuale arriva il treno per Zwolle. Una volta arrivato, mi sposto al binario 7, dove prenderò la coincidenza per Leeuwarden. In questa tratta viaggio insieme ad un altro ciclista e iniziamo a chiacchierare. Si va dallo scopo dei nostri viaggi, alla musica classica. All’arrivo lo aiuto a scaricare la sua bici. Ha una elettrica che con bagagli pesa intorno ai 32 chilogrammi. Tre volte la mia. Ci salutiamo e esco dalla stazione.

Per prima cosa entro da Albert Heijn e prendo un caffé nella tazza che porto sempre con me, un brownie ed un cornetto. Mi siedo su una panchina fuori e mi gusto il caffé, mentre realizzo che sto per iniziare l’avventura sognata per tanto tempo. Mi sento un po’ nervoso, ma soprattutto molto motivato. A quel punto non avevo più spazio per ansie, paure o problemi. Volevo semplicemente partire.

Lavo la tazza ad una fontanella, dove riempio anche le due borracce. Prendo tempo e mi gusto l’adrenalina che sale.

Salgo in sella, accendo il GPS e mando un messaggio a mia moglie: “Sto partendo!”

Leeuwarden-Sneek-Ijlst-Sloten

L’emozione si trasforma in decisione, mentre lascio Leeuwarden per dirigermi verso Sneek. Ci sono più o meno 25 km di distanza. Avendo ancora 200 chilometri da fare, decido di non esagerare con la velocità. Fortunatamente il vento è a favore, per raggiungere i 27km/h non devo fare troppa fatica. La temperatura si aggira attorno ai 19 gradi.

primo viaggio in bicicletta sneek

Arrivo a Sneek, ai piedi del famoso Waterpoort. Rimango un po’ deluso dalle dimensioni.

Da foto e video me l’ero immaginato più grande. La città è molto trafficata, soprattutto via acqua. C’è un ponte mobile di fianco al Waterpoort che si apre spessissimo. Il traffico su strada sembra risentirne, ma tutti sembrano esserci abituati. Per me, vedere ponti mobili e contare più barche che automobili è una novità assoluta. In questa realtà, è tutto semplicemente normale.

Trovo un posto sicuro e faccio alzare il mio drone. Le immagini dall’alto sono molto suggestive. Riesco a raggiungere la prima delle 11 fontane, situata nel canale dietro il Waterpoort.

Ognuna delle 11 città dell’Elfstedentocht ha una fontana realizzata da un’artista. Ho deciso di filmarle tutte. Segui questo link per avere maggiori informazioni.

Decido di continuare per Ijlst, uno dei paesi più piccoli dell’Elfstedentocht. Arrivo alle 13. Dopo averne filmato la fontana, decido di pranzare. Appena finito, punto per Sloten. Penso di avere abbastanza energia per affrontare la tratta senza pause.

Durante il tragitto mi imbatto in un acquadotto.

primo viaggio in bicicletta acquadotto

Probabilmente mi era già capitato prima, ma rimango sorpreso dal realizzare che in quel momento stessi passando sotto…un canale. Guardo il soffitto della galleria e penso che lì sopra in quel momento stanno navigando delle barche.

Arrivo a Sloten, piccola ma affascinante. Sono le 14:35. Il cielo è completamente aperto, i colori sono fantastici. Vado alla ricerca della fontana e mi rimetto in rotta per Stavoren.

In bici verso Stavoren

Per la prima volta procedo verso est. Il vento non è più a favore e si sente. Pedalo un’ora e mezza per arrivare a questa fantastica città affacciata sul mare. Ho sempre avuto un debole per i posti di mare e Stavoren non mi ha deluso affatto, anzi. Quasi attirato dal canto delle sirene, mi dirigo al faro. Il vento la fa da padrone, ma mi faccio coraggio e alzo il drone. Questo gesto mi ripaga con immagini che porterò per tanto tempo stampate nel cuore e nella mente.

viaggiare in bici Stavorenviaggiare in bici paesi bassi
costa di stavoren

Inizio a sentirmi un po’ stanco. Tempo di una torta di mele con caffé. Me li gusto in un locale sul mare, mentre osservo le persone intorno a me. Mi perdo nell’immaginarne la vita, il carattere, le abitudini. Le paure o il cibo preferito.

Il pernottamento del primo giorno è a Bolsward ed io dovevo attraversare ancora 2 città prima di arrivarci. Proseguo lungo il mare, tra colori e odori indimenticabili.

Viaggiare in bici mi da un senso di libertà che non avevo mai provato prima. Percorrere lunghe distanze con la sola forza delle mie gambe ha un sapore totalmente diverso.

Hindeloopen e Workum sono due paesini piccoli ma pittoreschi. Mi viene da pensare che forse la vita lì sarebbe più a misura d’uomo. Chissà se è solo una mia proiezione.

Telefono a Robert, la sera andrò a dormire a casa sua. Ho sistemato il pernottamento grazie a questa associazione Vrienden op de fiets, in cui privati mettono a disposizione una camera, doccia e colazione per la cifra fissa di 22,50€.

Alle 18:45 arrivo alla tappa finale del primo giorno, Bolsward. Mi dirigo subito verso la fontana, che mi si presenta davanti insieme ad una chiesa che mi ero ripromesso di visitare. Una chiesa particolare, che ha il tetto di vetro. De Broerekerk venne costruita nel XIII secolo come parte di un monastero. Questo venne abbandonato e demolito nel XVI secolo. Alzo il drone e riprendo la facciata in verticale, per poi passare a un fly-over sul tetto e una ripresa laterale.

Broerekerk bolsward vista dall'alto

Dallo schermo del telefono vedo che dalle parti dell’abside c’è qualcosa, ma non riesco a capire cosa. Soddisfatto delle riprese, riporto a terra il drone. Una donna esce dalla chiesa e si guarda attorno. Viene verso di me e mi chiede se fossi stato dentro la chiesa. Qualcuno ha lasciato una maglia e dei libri dentro. Le rispondo che ero appena arrivato e che no, quelle cose non erano mie. Curioso le chiedo se fosse possibile entrare. “Assolutamente si, ti consiglio vivamente di farlo!” “Posso portare la bici dentro?” “Certo, devi solo accertarti di chiudere la porta, per questioni legate all’aerazione dell’ambiente.”

Decido quindi di entrare. La porta a vetri non rivela molto dell’interno, complice anche il riflesso del sole. Appena all’interno arriva lo stupore. Rimango quasi letteralmente a bocca aperta. L’oggetto che vedevo dal drone ora si para imponente davanti ai miei occhi: un modello in scala del pianeta terra, così come visibile dalla luna. Si tratta di Gaia, un’opera itinerante dell’artista inglese Luke Jerram.

esposizione artistica nella chiesa di bolswardRimango per qualche minuto in contemplazione di questa opera d’arte, ostaggio di tutti i pensieri e le sensazioni che questa suscita.

Dopo 3000 calorie, ritengo di potermi concedere una cena degna di questo nome. Scelgo un bel piatto di carne, con patate e verdure come contorno. Bevo due birre, rasserenato dall’aver raggiunto la prima tappa negli orari stabiliti.

Dopo aver pagato il conto raggiungo la casa dove dormirò. Robert e Gerda sono gentilissimi e mi accolgono molto amichevolmente. Prendiamo un caffè in giardino e usiamo quel tempo per conoscerci. Sono persone molto attive, Robert è appassionato di ciclismo e navigazione, mentre Gerda lavora dell’istruzione. Parliamo di tante cose, ci scambiamo punti di vista. Io entro ancora di più nell’ordine d’idee di persone cresciute letteralmente sull’acqua. Basti pensare che il loro giardino ha un molo dove è possibile attraccare.

Finito il caffè mi viene mostrata la stanza. I loro figli non vivono più a casa, per cui ora hanno spazio a disposizione. Robert mi accompagna in mansarda, una grande stanza con letto, tavolino e televisione tutta per me. Ci accordiamo per la colazione (8:30) e ci salutiamo per la notte. Io vado a farmi una tanto desiderata doccia, poi chiamo mia moglie. Le racconto tutto ciò che ho visto e fatto. Prima di andare a letto mi prendo del tempo per annotare i miei pensieri sul mio diario.

La giornata è stata densa di emozioni e chilometri (104). Mi ritengo soddisfatto mentre raggiungo il letto.

viaggiare in bici percorso

5 cose che ho imparato nel 2022

Il mio primo viaggio in bicicletta: l’Elfstedentocht

Dopo mesi di ricerche e allenamenti, é arrivato finalmente il momento del mio primo viaggio in bicicletta: percorrerò l’Elfstedentocht!

 

percorso elfstedentocht

 

L’Elfstedentocht é la gara di pattinaggio su ghiaccio più lunga al mondo. Il percorso é di circa 200 km e tocca 11 città (da cui il nome).

Per questa volta non lo faró pattinando sul ghiaccio (chissà, forse in futuro…), ma con la mia amatissima bicicletta. Ho deciso di dividere il percorso in 2 tappe, percorrendo 100 km al giorno.

Non so dire di preciso quando sia stato contagiato. É stato un avvelenamento dolce e lento. La bicicletta e il ciclismo sono diventati due punti fermi della mia nuova vita.

Parlo di nuova vita, perché ahimè è così che mi sento. Il 5 maggio di quest’anno mia madre, Giovanna Di Giuseppe, si é arresa al mesotelioma pleurico. Ha lasciato me, mio padre, mia sorella e tutti gli affetti in soli 5 mesi dalla diagnosi.

Il cancro stravolge la vita del malato, ma anche quella dei famigliari. Il dolore provato in quei momenti mi ha spinto a scrivere. Ho scritto tutto ciò che provavo, tutto ciò che é successo. Ho scritto nella speranza di poter essere d’aiuto a chi come noi si é trovato o si troverà a vivere questo incubo. I racconti di quei giorni potete leggerli qui.

Perché ho scelto di percorrere l’Elfstedentocht in bicicletta

Scrivere e condividere mi ha sicuramente aiutato ad elaborare l’accaduto. Il dolore però rimane e colpisce forte. A volte così forte da farmi temere di non riuscire più a reggermi in piedi.

Siamo stati 4 giorni e 3 notti accanto a mamma, accompagnandola nel passaggio. La comunicazione verbale non era più possibile, eppure abbiamo parlato tantissimo. Le ho raccontato tanto e le ho fatto alcune promesse.

Ad esempio le ho promesso che faró tante cose. Le ho giurato che avrei onorato il tempo che mi rimane ricercando e nutrendomi di bellezza.

Ricordo di avere distintamente percepito, seduto accanto a mia madre morente, una fortissima spinta alla Vita. Sentivo come se mamma stessa, non avendone piú bisogno, ne facesse dono a me e ai nostri cari. Ricordo di essermi sentito quasi in colpa, allora. Guardavo mia madre andare via, mentre io mi sentivo così pieno di energia da poter girare il mondo a piedi.

Poi dopo un po’ ho capito. Come se qualcuno mi avesse finalmente aperto gli occhi. Io morirò. Il tempo che ho a disposizione é limitato e non mi é dato sapere quanto ne sia rimasto.

Da quel momento tutto é cambiato. Ho finalmente capito, ho finalmente sentito che tutto é un Dono. Tutto. Ho capito che l’unica ragione di vita può e deve essere l’Amore. Amore come compassione, comprensione.

Da quel momento tutte le paure si sono sciolte come neve al sole. Ho fame di vita, di esperienze, di volti, odori e sensazioni. Voglio creare ricordi con e per le persone che amo, e donare amore alle persone che incontrerò.

Questo me lo ha insegnato mamma quando se n’é andata. Questa sarà la motivazione che mi sorreggerà quando ne avrò bisogno.

Che cosa è l’Elfstedentocht

Come già accennato, l’Elfstedentocht è la gara di pattinaggio su ghiaccio più lunga del mondo. Il percorso si snoda in senso orario lungo 11 città. Queste sono: Leeuwarden, Sneek, Ijlst, Sloten, Stavoren, Workum, Bolsward, Harlingen, Hindeloopen, Franeker e Dokkum.

Il pattinaggio su ghiaccio è uno sport molto amato dagli olandesi. Molti ciclisti lo praticano durante i mesi invernali, quando uscire in bici sarebbe troppo rischioso.

Nella Frisia del XIX e XX secolo, raggiungere le diverse città pattinando sui canali ghiacciati era una pratica molto efficace e diffusa. Poesie e scritti raccontano di gruppi di persone che spontaneamente hanno organizzato e completato il tour delle undici città.

Il 2 gennaio 1909, l’Associazione di pattinaggio sul ghiaccio della Frisia organizza la prima gara regolamentata. Prendono parte ventidue pattinatori. Il 15 gennaio dello stesso anno viene fondata l’Associazione delle Undici città della Frisia (https://www.elfstedentocht.frl/), che da allora si occupa dell’organizzazione di questo evento.

 

Questa gara non può essere regolare, vista la dipendenza da fattori naturali non controllabili. Per evitare di mettere a rischio la vita dei partecipanti, il ghiaccio deve avere uno spessore di 15 centimetri lungo tutto il percorso. Questa situazione si raggiunge con almeno una settimana consecutiva di temperature sotto zero (intorno ai -10ºC). Nevicate e vento giocano anche un ruolo importante.

L’ultima gara disputata risale al 1997. Di seguito trovate il reportage di ciò che è in tutto e per tutto un evento nazionale.

Il mio piano

Ho deciso di dividere il percorso di due tappe di più o meno 100km ciascuna. Lunedì 1 agosto raggiungerò Leeuwarden con il treno da Deventer. Da lì inizierò il giro in senso orario, come vuole la tradizione. Il primo giorno visiterò quindi Leeuwarden, Sneek, Ijlst, Sloten, Stavoren, Workum e Bolsward. Qui pernotterò per ripartire poi il giorno dopo.

La seconda tappa mi vedrà passare per Harlingen, Hindeloopen, Franeker, Dokkum e infine Leeuwarden, dove concluderò il giro.

Come ho organizzato l’Elfstedentocht

Da mesi utilizzo con piacere l’app Komoot (www.komoot.it). Qui posso programmare ogni percorso basandomi a seconda dello sport che intendo fare. Posso scegliere tra mountainbike, bici da corsa, gravel, enduro, alpinismo, cicloturismo e camminata. A seconda della specialità selezionata, l’algoritmo propone il percorso più adatto alle circostanze. In più, sono disponibili suggerimenti di ciclisti che hanno già percorso determinati tragitti. In questo modo è possibile programmare l’uscita nei minimi dettagli, includendo ad esempio dei monumenti o ristoranti, e magari evitando zone in cui il terreno non è ideale.

Insostituibile!

Segui la mia avventura!

Questa sarà la prima di numerose avventure. Ho intenzione di documentarla con articoli in questo blog, video su YouTube e live su Instagram e Facebook.

Tieni d’occhio i social e non dimenticare di mandarmi un messaggio di incoraggiamento durante questa sfida.

Ne avrò bisogno!

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Cosa si pensa davanti a una madre morente?

Cosa si pensa davanti a una madre morente? Perso nel dolore di quei momenti, mi sono posto tante volte questa domanda.

Quello che leggerai saranno delle riflessioni fatte e annotate nei 3 giorni passati accanto a mamma, nei suoi ultimi momenti. Ho scelto espressamente di non editare nulla. Leggerai il mio flusso di coscienza.

Il 5 maggio 2022 nostra madre Giovanna Di Giuseppe si è arresa al Mesotelioma pleurico. Abbiamo deciso di condividere tutto ciò che ci è successo. Le emozioni, paure, illusioni, ansie, speranze. In questo articolo trovi il racconto del primo contatto con questa malattia. La speranza è di aiutare chi come noi si trova o purtroppo si troverà a convivere con una realtà dura come il tumore. Se non trasformassimo il nostro Dolore in Amore, avremmo sofferto per niente. Questa è la nostra Storia. Aiutaci a condividerla.

Quello che leggerai saranno delle riflessioni fatte e annotate nei 3 giorni passati accanto a mamma, nei suoi ultimi momenti. Ho scelto espressamente di non editare nulla. Leggerai il mio flusso di coscienza.

Bisogna parlare, imparare a comunicare e condividere. Anche e soprattutto di argomenti che ci spaventano.

2 maggio 2022

 

Che dolore. Un dolore inimmaginabile. Sordo, profondo. Non mi aggredisce sempre frontalmente. Spesso mi prende dalle gambe, me le svuota completamente di tutta la forza. Poi passa alle braccia. Sono così deboli che mi costa fatica anche tenerle attaccate alle spalle.

Che brutto mamma. Pensarti e realizzare che te ne stai andando. Il tuo corpo è arrivato al limite. La malattia ha fatto il suo corso ignorando con puro disinteresse le nostre speranze e azioni. Stamattina non rispondevi al telefono dopo un po’ sia io che Giada abbiamo chiamato al reparto. Ci hanno inoltrato ai dottori che erano con te. Ti avevano portato via per farti una tac. Stamattina hai avuto un crollo repentino, eri in stato confusionale. Ce ne eravamo accorti già da qualche giorno. Ogni tanto non ricordavi cosa avessi mangiato o cosa ti avessero detto. Credevamo – e speravamo – che fosse legato al ricovero. Si sente spesso di pazienti che perdono consapevolezza dei ritmi diurni e notturni.

Giada è riuscita nella mattinata a parlare con il primario. Le ha detto che la confusione era passata ma che comunque avevano anticipato la tac per capire a cosa fosse dovuto quel cambiamento delle tue condizioni. Inutile provare a descrivere il nostro stato d’animo in quelle ore di attesa. Io ero in campagna con papà. Siamo tornati a casa e papà ha fatto una pasta con guanciale e pancetta con degli asparagi raccolti in campagna. L’avresti trovata deliziosa.

Nel primo pomeriggio il primario ha richiamato zio. Gli ha detto che lo stato confusionale era tornato e che era saggio venire a trovarti. Abbiamo provato di nuovo ad ignorare il messaggio tra le righe. Inconsapevolmente ne portavamo già il peso nel cuore.

Abbiamo fatto un tampone in farmacia e siamo partiti. Appena arrivati abbiamo visto che ti avevano spostato in un’altra stanza. Il peso si faceva sentire ancora di più. Le dottoresse ti stavano dando dei medicinali e abbiamo dovuto aspettare prima di entrare.

Quando siamo entrati ti abbiamo trovata semisveglia. Eri di nuovo in uno stato confusionale. Ti abbiamo chiamata e provavi ad aprire gli occhi. Per guardarci. Ci hai detto “io me ne devo andare da qua” e facevi per toglierti il respiratore e il misuratore dei valori dal dito. “E dove vuoi andare allora? Perché? Ti hanno trattata male?” – “Ma che ne so Morè, dai su!” – mi hai detto con la tua aria scocciata.

Ci siamo subito resi conto che la situazione era molto grave. Giada è andata a cercare la dottoressa. Dopo averla trovata ci ha chiamati. Da questo momento è iniziato il film. Sul serio, questa scena si è svolta esattamente come visto nei film.

La dottoressa ci fa entrare nello studio. Attende che tutti prendiamo posto. Percepisco il suo imbarazzo, o quantomeno il tempo che prende per cercare di impostare il discorso nella maniera migliore. “Vostra mamma ha avuto un crollo repentino. Da venerdì ad oggi le sue condizioni cliniche sono peggiorate notevolmente. I risultati della tac evidenziano una crescita della malattia, con un versamento al pericardio. Il primario dice che le condizioni cliniche e l’avanzamento della malattia non permettono un intervento chirurgico. L’unica cosa che possiamo applicare è una cura palliativa. È per questo che vi abbiamo convocati qui. La respirazione è cambiata, vostra madre inspira molto brevemente e velocemente ed espira con forza e molto a lungo. Ciò vuol dire che il diaframma si è affaticato e non svolge bene il suo lavoro. Allo stato attuale delle cose, vostra madre è arrivata a fine corsa.” – “Di quanto tempo parliamo?” – ho chiesto. “Un giorno, forse due. Non penso che supererà la settimana. Prendetevi del tempo per stare con lei. La nostra proposta è fare un infuso calmante per farla riposare. Questo non avrà nessun effetto sulla sua condizione. Le darà solo sollievo fino a che il suo cuore si fermerà”.

Lo sai bene Ma, sono sempre stato molto creativo. Questa immagine però non riesco proprio a visualizzarla. Il Tuo cuore che si ferma. Un’immagine così dura e fredda. Ecco cosa sento quando ci penso: freddo. Tutto ciò che ho intorno si riveste di un manto freddo. Non gelato o ghiacciato. Freddo. Grigio e freddo.

Sei sdraiata e dormi. La respirazione è difficile. Io e Giada ti parliamo. Ti abbiamo detto un sacco di cose. Abbiamo anche cantato e ascoltato musica. Ti ho detto che sarai sempre benedetta, da tutte e tutti. Sempre e per sempre. Chi ti conosce e chi non ti ha conosciuto. Il tuo corpo sta cedendo alla malattia. Ma appunto, è solo un corpo. Tu sei molto di più di questo. Sei tutto l’amore che ci hai donato, dal primo momento che siamo entrati nella tua vita. Siamo cresciuti insieme, giorno dopo giorno. Tu non eri mai stata mamma, noi non eravamo mai stati figli o padri.

Seduti al tuo fianco è difficile non cedere ai trucchi della mente. Tutti i flashback che ci assaliranno.

Ho scelto di documentare questi giorni. Il cancro distrugge la vita del malato e cambia per sempre quelle dei famigliari. Le emozioni, gli stati d’animo, le paure e le speranze che abbiamo avuto devono essere condivise. Spero che chi leggerà queste mie parole si senta meno solo e meno “strano”.

Bisogna avere la forza di parlare e condividere. Mamma è una combattente nata, ora non è da meno. Potrei scrivere tutto ciò che mi ha insegnato, ma lo tengo per me.

Le ho detto che tutto ciò che lei ha fatto, tutto ciò che mi ha donato resterà a indelebile in me. Lo custodirò e lo passerò con orgoglio ai miei figli.

L’importanza delle cose piccole, quelle che mattoncino dopo mattoncino formano la vita delle persone. Ecco la prima cosa che mi viene in mente quando ti penso. Penso a quanto mi hai coinvolto nella tua quotidianità, quando eri giovane e da poco mamma. Sei sempre stata curiosa della nostra creatività e hai sempre stimolato la nostra curiosità. Hai sempre fatto di tutto per aiutarmi a coltivare i miei sogni e i miei interessi. Sempre e comunque dalla nostra parte. Che forza che ci hai donato, per arrivare fino a dove con orgoglio anche vostro siamo arrivati.

Cosa si pensa davanti a una madre morente?

La prima cosa è senza dubbio quella di rifiutare l’idea di usare la parola morente associata a tua madre. La seconda è una sensazione di incredulità. Ho letto da qualche parte che è un meccanismo protettivo del cervello. Ho 36 anni e ho avuto a che fare con la morte, come tutti. L’idea di sedere di fianco a tua madre e realizzare che da lì a qualche giorno non potrai più vederla pare non essere concepibile. Eppure, con sprazzi di lucidità registro questo avvenimento. Questa malattia l’ha fatta soffrire molto. Fisicamente e mentalmente. Ricordo la depressione e lo shock dopo la diagnosi. La ritrosia nel dircelo. La tosse, quegli attacchi infernali che mi stritolavano lo stomaco.

Ho sempre temuto questo momento. Mi sono spesso torturato pensando a quanto ne sarei stato spaventato. La paura ha sempre infestato le nostre vite, con i suoi tentacoli appiccicosi e le radici lunghe. Ora io, al fianco di mia madre morente, mi arrendo. Ebbene sì, paura, hai vinto. Ho imparato ciò che dovevo. In tutti questi anni ci hai chiesto più e più volte di lasciarti andare, di guardarti per ciò che eri veramente. Mamma ed io non l’abbiamo mai fatto, perché spaventati dalla tua aria decisa, sublime e potente. Fino ad oggi ti ho chiamato Paura, ma in realtà eri semplicemente Vita. Ho capito e sento che lo ha capito anche mamma. Mamma ora lo Sa.

Voglio che questo passaggio di mamma avvenga con gli occhi di una bambina che scosta il portone di una casa ritenuta infestata. Voglio che il terrore iniziale ceda il posto alla beatitudine nel trovarsi in una realtà totalmente diversa da quella temuta. Il sollievo nel trovarsi beata tra i beati. Gioisco nell’immaginare mamma prendere per mano la bambina spaventata che era dentro di lei, mostrandole che finalmente si può calmare.

Sento che mamma sta lasciando andare tutte le preoccupazioni terrene, non per pigrizia o disinteresse, ma perché finalmente le ha viste nella loro infondatezza e futilità.

“I valori sono ancora buoni” dice l’infermiera. È mezzanotte e mezza. In maniera naturale sgorgano dalle profondità della mia anima tutti pensieri di infinita gratitudine. Mi hai messo letteralmente al mondo. Già solo questo basterebbe per esserti infinitamente grato. Se poi ripenso a tutto ciò che sono (diventato) capisco perché questi pensieri sgorgano autonomamente dalla mia anima.

3 maggio 2022

 

Ho passato la notte con te, seduto su una sedia a rotelle con una coperta e una sedia dove poggiare i piedi. Il mal di testa mi ha impedito di riposare. Non sono mai riuscito a trovare una posizione. Ti guardavo e ascoltavo ogni piccolo cambiamento del tuo respiro. Abbiamo parlato tanto. Ti ho detto di rilassarti, ti ho detto che ti amo da morire. Ti ho fatto le “coccolette” come le chiami tu.

Stamattina verso le 5:30 ti sei svegliata (che leonessa con 4 fiale di morfina!). Eri agitata ed ho chiamato l’infermiere e Giada. Alzavi il braccio destro provando ad arrivare dietro l’orecchio destro. Poi lo muovevi veloce come a dire che avevi caldo, o che non riuscivi a respirare bene. Ho provato a chiederti cosa volessi, ma non l’ho capito. Ho alzato il letto. Dopo un po’ ti sei calmata. Giada e papà sono entrati e io sono andato nel camper. Avevo bisogno di sdraiarmi un po’ meglio e recuperare energie. Sentivo di star perdendo contatto con la realtà. Sono crollato quasi subito, sono riuscito a dormire due orette.

Al risveglio la botta forte, la realizzazione della situazione a mente fresca. Di nuovo quella sensazione di freddo, vuoto e terrore. Sono rimasto un po’ sdraiato, poi papà mi ha chiesto di portare un po’ di pizza a lui e a Giada. L’ho fatto subito e sono venuto da te. Appena mi sono seduto, tutti i pensieri mi hanno assalito come se mi aspettassero al varco. Una vera tempesta organizzata dove ogni pensiero pare sapesse benissimo come entrare per farmi più male possibile. Ho avuto di tutto, dalla paura dell’ignoto, al terrore che soffrissi, alla malinconia per le piccole cose che non potrò più condividere con te. Ho pianto tantissimo, quasi f

ino ad aver di nuovo mal di testa.

Gli amici sono passati a trovarmi. Ero nel cortile con mio zio. La falla che si era aperta ha ceduto definitivamente travolgendomi in un pianto spossante. Mi sono voltato e li ho visti arrivare. Mi sono sentito così vulnerabile, solo e tremendamente dispiaciuto. I singhiozzi e le lacrime mi hanno scosso fino a farmi tornare il mal di testa e farmi temere di sentirmi poco bene.

Gli ho raccontato tutti gli sviluppi.

Spero con tutto il cuore che tu non stia soffrendo mamma. Sono le 15:54, il tuo respiro è sempre pesante. Ti sei rilassata un po’, ma da qualche ora non vuoi più essere toccata. O almeno questo pensiamo noi. Ogni volta che ti accarezziamo ti agiti e questo ci fa preoccupare. Papà ti parla, tutti ti parlano. Sono scene molto dure da vedere. Non sarò più lo stesso dopo queste esperienze. Fa parte della vita lo so. Mi ritrovo con una sensazione mista a pensare all’eutanasia. Mi auguro con tutto me stesso che ora tu non stia soffrendo. A vederti non si direbbe, ma i dottori dicono che non senti assolutamente niente. Bisogna aspettare. Allora mi domando cosa sia più umano.

Mia moglie è in viaggio, ha prenotato il biglietto appena saputo com’era la situazione. Io lo so che vuoi aspettarla.

Guardo papà che ti parla e ti coccola. Guardo i suoi occhi e mi perdo nell’immaginare cosa possa voler dire vedere la donna della tua vita in queste condizioni. Siete stati insieme 48 anni e avete formato una famiglia splendida.

Quante riflessioni, quanti pensieri mi bombardano. Spero che provare a descriverli mentre li vivo possa aiutare me e anche altre persone che si trovano o si troveranno in queste situazioni.

Oggi è il secondo giorno dopo l’infusione degli antidolorifici. Non sei più cosciente, comunichiamo cercando di interpretare le tue reazioni a stimoli esterni. Ieri e oggi abbiamo ascoltato un po’ di musica insieme. I Pooh, il tuo gruppo preferito. Abbiamo immediatamente rivisto le domeniche mattina, la custodia del cd sullo stereo e la musica alta. Ovviamente le parole dei testi vengono da sé, salvate in cassaforte e pronte al primo richiamo.

Quando ascoltavamo quella musica ero piccolo e non sapevo che sarei diventato un batterista. Eppure, ricordo che riuscivo a decifrare e visualizzare la parti di batteria senza neanche sapere di cosa si trattasse.

Mi vengono in mente tantissimi ricordi. Ne parliamo con Giada, a volte ridendo, a volte commovendoci.

Abbiamo realizzato come tu ci abbia sempre spinto ad uscire dalla nostra comfort zone. Niente e nessuno doveva mai mettersi tra noi è ciò che volevamo. Realizzo ora che ho una costante del mio carattere viene da te e papà. Riguardando indietro con la sensibilità e maturità di adesso, vedo cristallina la tua grande curiosità per le cose della vita. Per le nuove esperienze, per i nuovi approcci. A causa delle tue esperienze passate, hai sempre guardato a queste cose con lo sguardo spaventato ma curioso di una bambina. Una bambina che sa che il fuoco può bruciare. Glielo hanno detto in tanti e in tanti modi, tanto che lei crede fermamente di essersi bruciata senza averlo neanche mai visto il fuoco. Allo stesso tempo però, segretamente, questa bambina ammira e guarda con interesse il fuoco e le persone che con esso convivono. In fondo, lei voleva avvicinarsi e conoscerlo quel fuoco. Perché il fuoco brucia è vero, ma può anche scaldare. Il tuo interesse magari non era quello di avvicinarti per scaldarti, ma semplicemente avvicinarti pe

rché…si può. A volte la domanda non è perché, ma perché no? Questo l’ho capito anni dopo, apparentemente in maniera autonoma. Ora realizzo come questo sia una semplice conseguenza del metabolizzare i tuoi comportamenti e farli miei, come succede spesso nel processo di crescita.

Con Giada e mia moglie parliamo di te. Appena ho nominato quali fossero i tuoi piani per i nipotini ci siamo commossi. Di colpo ti sei svegliata anche tu, sembrava stessi piangendo con noi.

4 maggio 2022

Ciò che sto comprendendo, è che sicuramente c’è una netta differenza tra la biologia e la spiritualità. La nostra coscienza, forse espressione di un Tutto onnipresente, si annida in questo organismo biologico. Questo ha una curva ben definita e conosciuta. La tendenza, mi viene da pensare, è quella di provare a trovare un senso a questo organismo, identificandolo come l’unico contatto con la realtà. Ci dimentichiamo della scintilla che invece abita questo organismo e lo sfrutta per fare questa esperienza terrena. Qui sta l’errore di valutazione, mi viene da pensare mentre ti osserviamo e coccoliamo. Indirizziamo la nostra attenzione sulla cosa sbagliata. Sappiamo che il nostro corpo e la realtà tangibile sono soggetti finiti. Eppure, ci ostiniamo a crederli o aspettarci che possano essere infiniti.

Pensateci bene, sui libri di storia non leggiamo come era fatto il naso di Carlo Magno, o se Voltaire fosse sovrappeso. Leggiamo delle cose che hanno fatto. Delle emozioni che le hanno propiziate. Non bisognerebbe mai sottovalutare la grandezza del vuoto che lasceremmo nella vita di chi resta. Quel vuoto non sarà fatto di capelli pettinati o forma fisica perfetta. Sarà fatto dell’Amore che nelle diverse forme possibili ci siamo scambiati con quella persona. Questo Amore lo vedo come un’espressione diretta del Tutto, da cui proviene la scintilla che ci anima. Nel Tutto c’è la Virtù. Quella dobbiamo riconoscere e perseguire in questa esperienza che abbiamo la possibilità di fare.

È passata l’oncologa. Parlandole le ho chiesto cosa potessimo fare per aiutare la ricerca. Si è commossa. Io lo sento veramente mamma. Mi è venuto da dirle “se non facciamo qualcosa per aiutare gli altri, tutta questa sofferenza e dolore saranno stati inutili”. Io non voglio questo. C’è bisogno di persone che pensino agli altri senza interesse. Per addolcire un po’ questo destino comune. Voglio fare qualcosa, le ho chiesto di farmi sapere come e cosa posso fare.

Spesso si sente “se sono diventato ciò che sono diventato, è sicuramente grazie a te.” Suona come una frase fatta dirlo a te, ma più rifletto sul passato è più vedo ad ogni punto cruciale della mia vita la tua ombra benevola. Quanto mi hai donato senza parole!

 

Sono le 19:33 del 4 maggio. Stamattina abbiamo chiamato il dottore perché hai avuto un paio di apnee che mi hanno fatto spaventare. Il dottore ci ha spiegato che questo è purtroppo l’evoluzione della situazione e che non possono fare nulla di più di ciò che fanno. Ci ha garantito che non stai soffrendo. La cosa dura è che praticamente dovremo aspettare che tu faccia un respiro per poi non riprenderne più. Che poi a rifletterci, l’istinto mi direbbe di aiutarti e fare qualcosa, quando in realtà la cosa giusta da fare sarebbe quella di aiutarti e facilitarti questo passaggio con tutte le nostre benedizioni. Ci siamo spaventati un paio di volte, tanto che ho avuto la sensazione che stesse per succedere. Abbiamo pregato con Giada e papà. Ci siamo tenuti le mani mentre recitavamo delle preghiere. Tutto pur di renderti questo passaggio il più lieve possibile.

Qui fuori ci sono tutti i nostri famigliari, hanno sfidato gli infermieri qui pur di venirti a salutare. Questo è solo un assaggio di cosa vuol dire seminare amore. Tutti ti amano, tutti ti benedicono.

Ho scritto un post su Facebook dove spiego la situazione attuale. Tantissime persone hanno chiamato o scritto per farti sentire la loro vicinanza. Che bella che sei, quanto amore ricevi!

Mi torna in mente il significato della parola sacrificio. Viene dalle parole sacrum e facere, cioè rendere sacro. Con il tuo passaggio stai rendendo sacre le nostre vite, rinnovandoci la promessa di renderle onore negli atti e nelle parole.

5 maggio 2022

Ogni mattina al risveglio veniamo presi a pugni dalla realtà. È come se di default la percezione della realtà si azzerasse a quella che era la normalità: mamma e papà in salute a casa, noi impegnati con le nostre vite. Dormiamo nel camper qui sotto al parcheggio e ci diamo il cambio con papà. Lui ha fatto due notti di seguito. Dice che vuole starti in ogni caso vicino fino alla fine. Ieri sera prima di andare ti abbiamo salutato bene, perché temevamo che potesse succedere stanotte. Invece da grande leonessa quale sei, hai resistito ancora. La notte dormo di un sonno strano, profondo ma allo stesso tempo leggerissimo. Ogni tanto sveglio per controllare il cellulare. Riaddormentarsi riesce solo perché le giornate sono emotivamente e fisicamente così intense che il corpo ha semplicemente bisogno di riprendersi.

Con Giada pensiamo se sia il caso di riportarti a casa. I dottori sono stupiti dalla tua resistenza. Mica potevano saperlo che sei una leonessa di razza. Ripenso alle tue parole quando siamo arrivati lunedì “Io me ne devo andare da qui”. Non ci siamo presi il rischio perché la dottoressa disse che poteva succedere in qualunque momento, la sera stessa, il giorno dopo. Chiaramente darti la fatica del viaggio ci è sembrato inopportuno. Parliamo con Giada, siamo d’accordo che se stai aspettando, è perché dobbiamo ancora capire qualcosa. Abbiamo realizzato e compreso così tanto in questi giorni. La maggior parte delle realizzazioni le ho appuntate qui. Scrivere mi permette da una porta di elaborare e iniziare a metabolizzare il dolore, dall’altra di registrare gli eventi il più accuratamente possibile. Voglio farlo per condividere tutto ciò che stiamo vivendo.

Oggi il tuo respiro è ancora diverso. Ancora più profondo con apnee più lunghe. Ogni apnea ci prende allo stomaco stritolandolo fino a che non riprendi fiato. Una sensazione così straziante. A volte ho la sensazione che il mio cuore possa fermarsi insieme al tuo.

Sto cercando di sistemare il biglietto di ritorno. Sarei dovuto ripartire oggi. Non so quando potrò farlo di nuovo, quindi dovrò chiedere un voucher. Nel pomeriggio parlerò con la mia team leader della e spiegarle la situazione. Chiaramente rientrare la settimana prossima è molto inverosimile.

Ti guardo e ricordo perfettamente la sfumatura della luce sulla porta della cameretta nei pomeriggi d’estate, quando venivi a vedere se dormivo. Ricordo la tua voce dolce che mi augura buon riposo. Quasi senza preavviso ho degli attacchi di pianto, in cui tutto torna su così prepotente che non posso far altro che arrendermi e buttare fuori tutto il dolore che provo. Tentare di ignorarlo è semplicemente impossibile, provare ad elaborarlo assolutamente inutile. Adesso il dolore è troppo grande e forte e deve fare il suo corso. Fa parte di me e non voglio rinnegarlo. Al contrario, voglio accoglierlo e comprenderlo, per capire cosa vuole comunicarmi e insegnarmi. Gli attacchi di pianto sono forti, a volte vado quasi in iperventilazione. Quando il mio corpo ha esperito così quello che provo, sono di nuovo lucido, o quasi.

Realizzo una dualità di pensiero: mentre ti guardo e ascolto, spero che tu possa effettuare il passaggio nella maniera più serena possibile. Con Giada proviamo a controllare i nostri nervi e le reazioni per provare a rimanere calmi e aiutarti nel passaggio. Ti prendiamo le mani, ti coccoliamo e accarezziamo la testa proprio come si fa con una partoriente. Ti sussurriamo parole dolci e di incoraggiamento. Sapessi quanta energia ci costa, ma dobbiamo pur farlo. Deve essere stato lo stesso per te per il parto. Allo stesso tempo, c’è una parte di me che non vuole che tu vada via. Il pensiero di non poterti più toccare o vedere mi squarcia lo stomaco. Oscillo tra questi due pensieri, nel profondo consapevole che il primo è quello che deve prevalere. Te l’ho detto diverse volte: “lasciarti andare sarà difficilissimo, faremo del nostro meglio. Questa volta non posso chiedere aiuto a te, perché tu hai già un bel da fare. Siamo proprio noi invece che dobbiamo aiutare te”. Un altro insegnamento che ci dai con il tuo sacrificio.

IL PASSAGGIO

05 maggio 2022. 11:34. Giada è dentro con zia Tiziana e Giancarlo. Si accorge che qualcosa nel tuo sguardo e respiro è cambiato. Manda un sms a Carolien dicendole di farmi entrare. Allo stesso tempo arriva zia a chiamarmi. Entro diretto, lo sentivo (così come Carolien) che sarebbe potuto succedere a breve. Nel tragitto sentivo la lucidità impossessarsi di me. Una lucidità fondata sul rispetto del tuo momento, scevra dall’egoismo del dolore di un figlio per una madre morente. In quel momento dovevamo aiutarti nel passaggio, alleggerendo il più possibile la tua condizione umana. Ti abbiamo stretto la mano. Abbiamo pianto. Ti accarezzavo la testa mentre ti rassicuravo. “Stai tranquilla mamma, andrà tutto bene. Sei beata e benedetta, abbraccia la Luce”. Il battito è sceso da 78 a 61, poi a 57. Poi un salto a 33. Papà e zio ti hanno chiamata, di colpo il tuo cuore a 50 battiti. Poi abbiamo ricominciato a rassicurarti e a coccolarti. Non dimenticherò mai l’energia di quel momento. Un’energia strana, non saprei descriverla. Il dolore e le lacrime di papà e zio. Giada che piange benedicendoti. Io che ti tengo la mano insieme a papà mentre ti accarezzo la testa e ti benedico. Tu che hai preso tutto il coraggio che abbiamo provato a darti e hai fatto il grande passo. Sembrerà un cliché o una frase fatta. Qualcuno la identificherà come un meccanismo di autodifesa. Resta il fatto che qualche secondo prima di espirare hai fatto un sorriso bellissimo. Non era uno spasmo o un riflesso, era un vero e proprio sorriso. Quando l’ho visto ti ho ringraziata e ho sentito una specie di pace scendermi nel cuore. Eri a casa.

Sei a casa.

 

Abbiamo chiamato l’infermiera che ha spento il monitor e ci ha lasciato un po’ di intimità. Poi ci ha chiesto di lasciare per un momento la stanza affinché potessero sistemarti.

 

È così che sei andata via mamma. La persona che il 6 dicembre del 1961 ha aperto gli occhi per la prima volta su questa terra. Che a 13 anni ha incontrato l’amore della sua vita. Che a 23 anni lo ha sposato. Colei che il 1 ottobre del 1985 era sdraiata su un letto di ospedale per portare me su questa terra. Colei che il 20 maggio del 1993 ha fatto lo stesso per Giada.

Così sei andata via. Con un sorriso di beatitudine che non avrei sperato né pensato di vederti.

Siamo usciti dalla stanza. Mi sento stranamente leggero, quasi sollevato. Io ho visto mamma. Ho visto com’è stato il tuo passaggio. È come se un velo si fosse squarciato e di colpo osservassi me stesso e il mondo intorno a me con occhi totalmente nuovi. Non sono più lo stesso. Non posso più essere lo stesso.

Usciamo dal reparto e andiamo dai famigliari che ti aspettano fuori. Il dolore fa il suo corso e io lo rispetto.

IL GIORNO DEL FUNERALE

07/05/2022

Aspettiamo fuori dalla camera mortuaria. Sento distintamente il rumore degli avvitatori che chiudono la cassa. Non riesco a starci, non voglio starci e so che non me lo chiederesti. Mi sento stranamente sereno, ma la respirazione negli ultimi minuti si fa più difficile. Quando è arrivato il carro funebre ho avuto una stretta al cuore. Qualcosa che somiglia ad un attacco di rabbia. Sapevo che quella macchina ti avrebbe portata via da me, da noi.

Partiamo da Roma per andare a Vicovaro. Facciamo un giro bellissimo per tutto il centro di Roma. Te lo sarai goduto. Arriviamo alle 14:50. Camminiamo verso la chiesa e veniamo già fermati da amici e conoscenti per le condoglianze.

Arriviamo all’entrata, poche volte ho visto tutta questa gente. L’attenzione si sposta solo su di te, percepisco il cordoglio di chi ci guarda con la tristezza nel cuore. Ti portiamo dentro a spalla, poi prendiamo posto nei banchi subito vicini. Il tempo sembra rarefatto mentre decine e decine di persone passano affrante a darci le condoglianze.  Spesso mi ritrovo a fare io le sincere condoglianze alle persone che vedo così addolorate. Perché in fondo è così, tutti abbiamo perso una persona speciale. Mi stupisco internamente della serenità che mi da questa forza.

La messa inizia e procede. A più riprese ci abbracciamo e ci stringiamo forte con papà e Giada. Chiediamo al parroco di intervenire. Questo è ciò che abbiamo voluto dirti, davanti a tutti. Ha iniziato Giada:

“Signore, perché?”

Me lo sono chiesta tante volte e ancora non trovo una risposta a questa domanda. Il dolore mi stringe il petto Mamma, mentre penso alla sofferenza di questi ultimi mesi. Penso a quanta forza hai tirato fuori amore mio, nelle tue notti insonni quanti pensieri ti avranno assalita, la paura di lasciarci soli e la rabbia per un destino così duro.

Non ho mai abbandonato la speranza che potessi guarire mamma, a costo di sembrare pazza, io ci ho creduto perché mai avrei pensato che saresti andata via così, e così presto. Momenti come questo ci mettono di fronte al mistero della Vita e la verità è che noi non possiamo controllare proprio nulla e che non ha così senso chiedersi il perché.

Se mi guardo indietro però, vedo e sento profondamente tutto l’Amore che hai saputo coltivare, donare, condividere con tutti noi. E lo sento da quello che stiamo ricevendo in questi giorni da chiunque ti abbia conosciuto. Come parti di frutti che tu hai seminato e che tornano indietro ancora più forti. Il tuo modo di abbracciarci da lontano. Questo è il grande regalo che tu ci hai fatto Mamma. Sì, perché è davvero impossibile non volerti bene! Sempre pronta e disponibile ad aiutare gli altri, sempre in prima fila per le cause di tutti. E non parlo solo della nostra famiglia, ma proprio di tutti. Chiunque ha incrociato il tuo cammino ha ricevuto qualcosa di buono da te, un sorriso, un abbraccio, una carezza. 

Tu mi hai insegnato a prendermi cura degli altri, mamma. Sei stata la mamma di tutti! La Mamma che tutti vorrebbero e che noi abbiamo avuto la fortuna di avere!

Tu e papà siete un esempio di Amore con la A maiuscola. Con noi figli la mamma chioccia ma allo stesso tempo severa e giusta, che ci ha reso un uomo e una donna forti.

Ci hai insegnato un sacco di cose e ti sei fidata di noi per imparare quelle che noi scoprivamo crescendo.

Il dolore ora è lancinante, il vuoto che lasci immenso. Mi mancherà veramente tutto di te. Ma è un vuoto fisico, io lo sento. La tua anima c’è e continuerà a proteggerci da dove sei ora.

La vita non ti ha risparmiato sofferenze e dolori, ma tu hai saputo trasformarli in Amore e questo è il compito che noi abbiamo d’ora in poi. Con ogni passo della mia vita, onorerò la tua, te lo prometto. Il senso della mia, l’ho capito e lo sto capendo mentre ti accarezzo i capelli, il viso, e ti sussurro che ti amo e ti amerò per sempre. 

 

La tua Princi

 

Ed ho continuato io:

 

L’etimologia della parola madre è da ricondursi al sanscrito; infatti, anche se alcuni collegano questo termine alla facilità di pronuncia della letteralmente m per i bambini, essa è riconducibile alla radice sanscrita ma- con il significato primario di misurare, ma anche di preparare, formare. Da questa radice deriva poi il termine matr, che diventerà mater in latino, colei che ordina e prepara, donando il suo corpo e sopportando il dolore, il frutto dell’amore, alla vita.  

La donna dei record: sei riuscita a far piangere 3 paesi contemporaneamente, l’Italia, l’Olanda e la Francia. Chiunque ti ha conosciuta porta una profonda tristezza nel cuore. Questo è perché in tutto il tuo tempo con noi hai sempre e solo donato Amore.

Questi giorni ci hanno insegnato tantissimo. Tu ci hai insegnato tantissimo.

Ad esempio, ci hai insegnato che c’è sempre una scelta. Soprattutto quando sembra che non ci sia una scelta.

Ad esempio: potrei piangere quando ti penserò ascoltando una canzone. Disperarmi quando ti riconoscerò in un passante. Addolorarmi quando ti rivedrò nei miei figli.

Oppure potrei celebrare la tua presenza. Gioire del tuo ricordo. Cercarti in ogni passo della mia vita e sfoggiarti con orgoglio in ogni lato del mio carattere e del mio essere.

Sarò triste, tristissimo. Ma oggi noi salutiamo il tuo corpo, non salutiamo nostra mamma. I presenti oggi porteranno un po’ di te nella loro quotidianità e nella loro vita.

Mamma, oggi tu ci insegni l’immortalità.

 

Al temine della funzione siamo stati di nuovo inondati dall’amore dei presenti. Ti hanno portata fuori e ho sentito esplodere un applauso lungo e fragoroso. Ricordo di aver sorriso, pensando al privilegio di averti avuto come madre.

Usciamo anche noi, ci mettiamo in cammino dietro al carro. Passiamo sotto le Poste. Li ci sono letteralmente cresciuto. I primi amori, le prime esperienze, gli amici di infanzia. Ricordo di aver visto diversi cortei funebri passare la sotto mentre ero impegnato a crescere. Oggi vedo e sento un gruppo di bambini che avranno più o meno la mia età allora. Anche qui un sorriso, nel constatare come tutto sia un cerchio, o forse un’ellisse. A cambiare sono solo i fuochi, ma il risultato è lo stesso.

Arriviamo al cortile del cimitero. Qui ti salutiamo prima del tuo viaggio a Roma. Lì verrai cremata, come tuo desiderio. Il carro si ferma e si apre. A turno ci prendiamo un momento per salutarci. Mi avvicino e tocco la cassa, poi mi porto le mani giunte al cuore, poi alla testa. Questo è il modo in cui saluto il tuo corpo, con la certezza che ormai sei indelebilmente presente nel mio essere.

 

Ti cercherò e ti sentirò in ogni giorno della mia vita. Ti ho promesso di onorarla facendo tante cose, che ti renderanno ancora più fiera di me e di ciò che hai lasciato in questo mondo. Lo farò fino a quando sarà il mio turno di lasciare tutti. Mi hai lasciato un ottimo esempio di una vita vissuta con amore. Non sarà difficile seguirlo.

 

Ti amo mamma.

Nota dell’autore:

La condivisione di queste esperienze intime fa parte del mio percorso in The Polymath Quest, un progetto in cui esploro l’interconnessione tra emozioni, apprendimento e crescita personale. Attraverso la scrittura e la riflessione, cerco di trasformare il dolore in comprensione e resilienza. Se desideri approfondire questo viaggio interdisciplinare, ti invito a visitare The Polymath Quest.